Eviternità – I

Eviternity

In queste ultime settimane tutta una serie di discussioni si sono avvitate circa le nozioni di tempo e di eternità a proposito delle quali abbiamo già compartito alcuni spunti ad hoc di riflessione, però non organizzati sistematicamente in quanto dipendenti dal filo del dialogo.

Questi sono un soggetto molto difficile da affrontare con i nostri contemporanei in quanto, per via del quadro culturale ne quale sono immersi da più di un secolo, hanno come dei paraocchi mentali fortemente incancreniti e basati su una concezione del tempo più che datata e cioè fondata su quella del meccanicismo newtoniano e del geometrismo cartesiano: purtroppo è ancora quel che si insegna acriticamente nelle scuole di vari gradi fino all’università compresa.

Capire cosa sia il tempo non è discussione oziosa ma è direttamente legato alla nostra propria natura: capire meglio le nozioni che girano intorno al tempo è, per tutti noi, meglio capire noi stessi, la nostra natura , il nostro funzionamento il più intimo ed è, in un secondo tempo per chi ha una vita spirituale più intensa, il fondamento assolutamente necessario per meglio riflettere sulla nostra escatologia, la nostra relazione a Dio e al mondo spirituale degli angeli, delle anime beate, dei santi del purgatorio  e dei dannati.

Sono i medievali coloro che hanno riflettuto con più sofisticazione e saggezza sulla nozione di tempo e le voci correlate in un modo ben superiore ai nostri contemporanei e con uno sguardo da far impallidire anche più di un fisico: personalmente consiglio a chi sarebbe interessato approfondire il pensiero medievale al soggetto questo eccellente libro in italiano di Pasquale Porro “Orme E Modelli Di Durata Nel Pensiero Medievale: L’Aevum, Il Tempo Discreto, La Categoria “Quando”” (1996) Leuven University Press  ISBN: 978-9061867838, (è mia intenzione, comunque, proporne un “Bignami” su Croce Via durante quest’estate, visto che le 539 pagine del libro in questione potrebbero parere alquanto ostiche a primo sguardo) .

Nel frattempo, cercherò in questi prossimi posts di incontrare i nostri utenti nello spazio mentale nel quale sono stati educati fin dall’infanzia per tentare farne esplodere le limitazioni e guardare assieme al reale, con aristotelico spirito di disputa, in un modo molto più aperto di quello angusto dell’inscatolamento temporale di stampo newtoniano/einsteiniano al quale essi sono tanto avvezzi da non rendersene neanche più conto,  il che ha come conseguenza di rischiare di deformare la loro riflessione sul reale, come ce ne siamo resi conto con certe affermazioni di Biffi e Ravasi citate dai nostri utenti,.

Sezione 1: Il cambiamento

Origine dell’universo e orizzonte di buchi neri sono già luoghi che vengono matematicamente descritti senza tempo; già sappiamo che un osservatore in un fotone sperimenta tempo zero, il che è ancora differente che essere senza tempo; altrove in meccanica quantistica abbiamo il tempo di Planck che è il limite inferiore al di sotto del quale non si può più misurare il tempo;  abbiamo anche definito un tempo matematico espresso come una successione di grani di tempo di dimensioni finite con soluzioni di continuità da gestire tra un grano di temporalità ed il seguente; molto importante abbiamo anche tempo misurato con l’aumento dell’energia definitivamente inutilizzabile e del disordine; abbiamo paradossi temporali previsti dalla teoria della relatività; abbiamo tempo psicologico e tempo fisico, il tempo dell’infanzia molto lungo, quello dell’età adulta molto intenso, quello dell’anzianità molto corto; abbiamo il tempo della riflessione e quello dell’azione di qualità molto differenti e potremmo continuare così la lista delle nostre variegate e polimorfe esperienze del tempo.

Prima constatazione: aldilà di tutte queste rappresentazioni del “tempo” più o meno costruite che abbiamo espresso c’è una nozione sperimentale comune ad esse e che noi tutti viviamo in prima persona ed è che indietro non si torna!

Questo “non tornare indietro” si riferisce al cambiamento e non specificamente al quel costrutto chiamato tempo: cambiamento spirituale, psicologico, fisico, in noi stessi o fuori da noi stessi ed è da questo cambiamento una volta avvenuto che non si torna mai esattamente e perfettamente indietro.

Noi sperimentiamo nel nostro vissuto non un “tempo” assoluto che si applicherebbe a tutte le cose esistenti: quel che sperimentiamo è il cambiamento in tutto e in ciascuno, che siano dentro e/o fuori di noi.

Seconda constatazione : quel che è primo è il cambiamento in sé

In quanto fatto sperimentale, il cambiamento ha senso solo se osservato da un osservatore: a questo punto conviene notare espressamente due esperienze differenti del cambiamento che osserviamo e che sono di qualità differente: da una parte i cambiamenti che constatiamo fuori dal nostro punto di osservazione e in seconda parte quelli che constatiamo all’interno del nostro punto di osservazione.

Il cambiamento permea tutto l’esistente che sperimentiamo nel mondo reale: solo le idee ed i concetti non cambiano in quanto sono costrutti mentali artificiali e definiti proprio in quanto tali e cioè, per costruzione, non sottomessi ai cambiamenti ma non hanno esistenza a loro stanti indipendentemente da una mente che li pensa.

Sezione 2: Il cambiamento  fuori dal nostro punto di osservazione.

Quando osserviamo il cambiamento nella realtà che ci circonda vediamo che esso è specifico ad ogni realtà individuale: non esiste un cambiamento generico che coglie tutta la realtà olistica. Se è vero che il punto in comune che tutti gli esseri osservabili hanno è che cambiano e che non tornano mai indietro, questa comunanza di proprietà si limita a ciò e non va oltre

Terza constatazione: Ogni realtà osservabile  fuori dal nostro punto di osservazione cambia solo in modo specificamente individuale.

Infatti, ad esempio, se prendiamo dieci neonati e li osserviamo cambiare, vediamo immediatamente che il loro modo di svilupparsi è individuale e non generale; lo stesso lo possiamo constatare con qualunque essere vivente animale e vegetale e anche con qualunque essere inanimato. Due stelle della stessa “categoria” non avranno mai uno sviluppo perfettamente parallelo ma secondo la propria individualità.

Tra gli enti che sono al di fuori del nostro punto di osservazione, abbiamo quelli di cui è possibile, almeno in principio, osservare l’integralità dei cambiamenti di ognuno e quelli di cui non è possibile, in principio, conoscerne tutti i cambiamenti. Se osserviamo un cane o un albero o una montagna possiamo affermare che tutti i loro cambiamenti sono ragionevolmente conoscibili dall’osservatore esterno, supponendo avere tutta la strumentazione adeguata a tale fine. Se osserviamo un altro essere umano questo è solo parzialmente vero in quanto, ad esempio, non ci è possibile conoscere i cambiamenti specifici nel suo pensiero e nella sua volontà a meno che voglia comunicarli espressamente.

Quarta constatazione: Vi sono realtà individuali di cui è possibile osservare l’integralità dei cambiamenti che incorrono e vi sono realtà per cui ciò è impossible totalmente o parzialmente.

(CONTINUA)

In Pace

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Categorie:Filosofia, teologia e apologetica

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23 replies

  1. Loke subitaneo senza nemmeno averlo letto, basta il titolo!

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    • Beh, carissimo, visto che questo mio è un tentativo di esprimere concetti sempre validi nel quadro del linguaggio odierno e del “frame” culturale contemporaneo, avrò bisogno di molta mutuale “ripulitura” proveniente dalle discussioni per poter ricalibrare più finemente il discorso nel suo insieme.
      E, ancora, grazie per questo tuo sguardo sempre benevolente.
      In Pace

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  2. Salve, prima di tutto vorrei fare i complimenti ed anche ringraziare gli autori di questo blog che per me è stato una scoperta notevole. Avrei una domanda per l’autore di questa serie di articoli molto interessanti, che tra l’altro ho pure scoperto essere un dottore in fisica (o sbaglio?). Sono uno discreto (e cattolico) intenditore della filosofia scolastica (sebbene non un buon intenditore, sia chiaro) così come dell’argomento ex motu, per cui non verrei certo a disturbarvi con delle sciocchezze del tipo “eh ma il big beng” o “eh ma l’universo esiste da sempre” o “eh ma la progressione all’infinito” ed altre cose del genere. Tuttavia sulla fisica non me la cavo molto bene, e soprattutto ho un dubbio che mi rode da tempo e che spero persone più competenti di me possano risolvere.
    Cosa significa che il fotone sperimenta tempo zero e che si tratta tuttavia di una cosa differente dall’esser senza tempo? Non sarebbe in eterno atto anche lui? Se il tempo si “contrae” sempre di più man mano che ci avviciniamo alla velocità della luce il fotone risulta eterno, e dunque, osserva gli eventi gli uni contemporanei agli altri? E come è possibile allora che il fotone si trasformi in un’altra forma di energia (pensiamo all’effetto fotoelettrico ad esempio) trasformandosi in un qualcosa che non è più un fotone e dunque sperimentando il suo cessare di esistere, dal suo punto di vista, in contemporanea al suo esistere?
    Spero in una vostra risposta.

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    • Benvenuto Sifallorsum e grazie della domanda che son certo troverà ampio accoglimento da parte di Simon, ovviamente appena potrà rispondere poiché lo so in questo we parecchio impegnato. Stay tuned e di nuovo benvenuto!

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    • Ciao SIfallorsum,
      scusami per la risposta un po’ tardiva, ma, come ben ha detto Minstrel, ero parecchio impegnato: sono infatti salito al settimo cielo per sperimentare il Paradiso durante questo week-end.

      (a) Premessa
      Se hai ben letto la prima parte delle nostre riflessioni sull’eviternità non siamo partiti dalla nozione di tempo per capire cosa sia l’eviternità eppoi l’eternità , ma abbiamo proceduto al contrario, cioè da una nozione di eviternità specifica ad esseri coscienti che cambiano e che non sono la causa del loro proprio essere a quella di eternità specifica di esseri coscienti di essere la loro propria causa, mentre il tempo stesso non ha una sostanza in sé ma è solo una distorsione della percezione del cambiamento osservato dall’anima eviterna.

      Ma anche se il tempo non è una cosa in sé che esiste in assoluto nel reale, esso è però una realtà che può essere definita in modo preciso anche se relativa: come il rapporto tra l’altezza di due alberi dati è un rapporto ben preciso eppure è solo un costrutto mentale in quanto i rapporti tra altezze di due alberi non vanno di per sé in giro da soli senza i due specifici alberi considerati.

      (b) Assenza di tempo e eternità
      Già da un punto di vista della riflessione filosofica avvicinare la nozione di “misura” del tempo (quand’anche con risultato uguale a zero) a quella di eternità risulta un’affermazione alquanto acrobatica. Dire che sperimentare tempo zero sia equivalente all’eternità è come dire che uno spazio assolutamente svuotato di ogni materia sia spirituale, perché lo spirito è una realtà non materiale!

      (c) Attenti ai limiti delle estrapolazioni
      Tempo zero o massa zero sono estrapolazioni intellettuali della nozione di misura del cambiamento o della misura del peso. Infatti si procede con la definizione di misura del tempo paragonando una durata con un’altra che avviene apparentemente ritmicamente e gli si associa un numero: quando la durata misuranda è inferiore al durata de ciclo usato dalla misura allora gli si associa il numero zero. Se si ha a disposizione un’altro orologio che pulsa ancora più rapidamente allora potremo definire una durata ancora più corta. Ma una misura di tempo uguale a zero vuol dire che abbiamo estrapolato l’esistenza di un orologio infinitamente rapido e che tra due sue pulsazioni, infinitamente rapide, il cambiamento della durata considerata non abbia avuto luogo!!!

      Già la meccanica quantistica ci indica che non è possibile una misura infinitamente precisa del tempo, in quanto c’è un limite inferiore di dimensioni finite, detto tempo di Planck, al disotto del quale non si può misurare un tempo ancora più piccolo.

      (d) Massa
      Se prendiamo le equazioni di relatività ristretta si vede che solo delle entità di massa uguale a zero possono andare alla velocità C nel vuoto : non c’è modo alcuno per una particella con una massa finita anche piccolissima di raggiungere la velocità C. Sia abbiamo una particella con massa sia ne abbiamo una senza massa la barriera tra i due mondi è assolutamente invalicabile : il fotone non può che viaggiare alla velocità C visto dal punto di vista di qualunque osservatore ad esso esterno con massa, qualunque sia la sua massa e per quanto piccola essa sia.

      Ma la misura della massa stessa è un paragone tra due masse, una che serve da metro e l’altra alla quale sessa è misurata: anche qui non si può misurare una massa più piccola che quella dell’energia di Planck divisa dal quadrato di C. Un fotone assolutamente senza massa è anch’esso un’estrapolazione intellettuale.

      Ovviamente questi due esempi di tempo nullo e di massa nulla mostrano i possibili conflitti tra meccanica quantistica e meccanica relativista, dove nella prima tali nozioni sono estrapolazioni mai misurabili in quanto tali e quindi intrinsecamente fuori dal campo sperimentale della dinamica di corpi quantistici.

      (e) Contrazioni.
      In realtà, un ipotetico osservatore seduto su un fotone per misurare il tempo semplicemente non può esistere, e visto dal suo punto di vista il fotone, in quanto entità temporale in sé non esiste. Il fotone è un esempio tipico di ente materiale perfettamente definito per il quale è proprio impossibile definire la propria durata temporale a tale punto che non gli è possibile fare nessuna differenza, o sperimentare nessuna durata, tra la sua creazione ( ad esempio 14 miliardi di anni fa) e il suo assorbimento dal satellite Planck: l’esistenza del fotone è proprio il contrario dell’eternità.

      Il tempo si contrae sempre di più quanto un oggetto si avvicina alla velocità C della luce nel vuoto, ma se è massivo mai raggiungerà tale velocità e mai il tempo sarà mai totalmente contratto, mentre se non è massivo esso non avrà tempo e dal proprio punto di vista non avrà mai sperimentato nessuna durata della propria esistenza tra la loro creazione e la lor annichilazione.

      Un essere eviterno e uno eterno invece sperimentano intrinsecamente la propria durata come lo constatiamo nel primo caso in quanto c’è stata creazione anche se non c’è annichilazione e nel secondo caso in assenza di creazione e di annichilazione.

      (F) Informazione.
      In fin dei conti il fotone è il garante intellettuale della comunicazione di informazione tra due avvenimenti. In fisica c’è sempre bisogno , affinché un corpo agisca su un altro che essi siano in contatto: il fotone è un medio che, dal suo punto di vista, trasmette quest’informazione “istantaneamente” attraverso lo spazio e di tempo: quando guardo il sole vedo davvero il sole quale era 8 minuti prima, ma dal punto di vista del fotone che mi comunica tale comunicazione di informazione è immediata, cioè il mio occhio è direttamente in contatto con il Sole. Il fotone garantisce tale immediatezza: anzi si potrebbe quasi dire che è il costrutto intellettuale che permette di evidenziare come un oggetto altrove sia lo stesso in contatto immediato diretto con me nella mediazione fotonica.

      Il fotone esprime una potenzialità che permette il passaggio all’atto dell’osservazione del fenomeno elettrodinamico: puoi benissimo leggere la produzione dell’effetto di creazione in un coppia di particelle massive dall’incontro di due fotoni altamente energetici, come l’effetto delle dinamiche dei corpi che hanno prodotto tali fotoni inizialmente. Non è quindi tanto il fotone in quanto tale che si trasforma in altro che sé quanto piuttosto l’incontro di due potenzialità che permettono il riprodursi di materia sotto una forma o un’altra.

      Spero che questo to dia qualche pista di riflessione, ma soprattutto che chiarifichi la gran differenza tra tempo zero e eternità: il primo essendo la misura di una non-durata mentre la seconda è una non-misurabile pura durata.

      In Pace

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      • Solo un appunto per il nostro nuovo amico.
        Le informazioni che hai ricevuto (e quelle che magari riceverai) sono completamente estranee dalla cosiddetta divulgazione scientifica oggi in voga. Cioè la visione epistemologica di Simon è diversissima (per non dire completamente opposta per certi versi) rispetto a quella che leggi su un qualunque libro di divulgazione della relatività o della meccanica quantistica. Ovviamente dipende dalla metafisica implicita con la quale si leggono i dati scientifici e al contempo si rileggono le teorie finora accettate. Nonché dipende dall’idea filosofica stessa di scienza che si ritiene vera e si persegue, chiarendone così i limiti e i punti di forza.
        Il discorso di Simon ti sarebbe più chiaro se avessi quindi in mente come oggi si fa divulgazione e quale epistemologia domina la divulgazione e la potessi confrontare con l’epistemologia di Simon e quindi con il suo modo di fare divulgazione.
        In questo stesso blog, nei post dedicato alal meccanica quantistica e alla logica aristotelica (fhttps://pellegrininellaverita.com/2014/03/27/logica-della-fisica-classica-e-quantistica-per-filosofi-e-tuttiquanti/ oppure https://pellegrininellaverita.com/2014/03/23/esiste-una-metafisica-quantistica-si-in-quanto-basata-sulla-logica-aristotelica/), troverai scontri infuocati al largo dei bastione di Orione fra Simon e Andrea (fisico nucleare teorico mio amico) proprio sulla “natura” del neutrino e del fotone. Potrebbe farti capire lo iato fra le diverse correnti di lettura della natura della fisica.
        E quando l’hai capito magari se me lo rispieghi… ehm eheheheh 😉
        Insomma, il discorso è davvero complessisimo ed è necessario approfondire con moooolta calma. Ciao! 😀

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  3. Non nascondo il fatto che l’articolo che mi ha linkato, minstrel, è proprio l’articolo che mi ha portato a scoprire il vostro blog. Essendo che anche io mangio pane e scienza a colazione (più che per lavoro ancora per studio diciamo, ma ovviamente non parlo nè di fisica nè di matematica dato che non appena mi si presenta un’equazione davanti mi viene l’orticaria) non mi interesso soltanto dell’oggetto di cui la scienza si occupa ma anche dell’oggetto scienza in sé, di cui la scienza stessa però non può occuparsi. Sicuramente i vari paradigmi epistemologici non mi sono nuovi.
    Per tornare all’argomento, e correggetemi se sbaglio, mi è parso di capire che quell’ente che io mi preoccupavo essere paragonabile all’atto puro non soltanto non lo è… ma è perfino il suo contrario! Infatti, come prima avevo subodorato, salire a cavallo di un fotone non significa avere esperienza di tutto in contemporanea, bensì avere esperienza e allo stesso tempo non averla, dato che appunto il fotone non distingue la sua creazione dalla sua annichilazione. In poche parole, non esiste l’esperienza dal punto di vista del fotone, non esiste il punto di vista dal fotone perchè, dal fotone, non c’è nulla da vedere. (il che significa, maledetta doppia negazione della grammatica italiana, vedere il nulla, non vedere). Ma questo non implicherebbe il fatto che sperimentare tempo zero significa essere cambiamento puro? Dal punto di vista del fotone non si da nessun passaggio dalla potenza all’atto, nessun moto, nessun passaggio da un non-intendimento ad un intendimento, ma visto che non intende a prescindere perchè, come abbiamo visto, intende e non intende allo stesso tempo (dunque non intende) e non può essere atto allora ci rimane la sola potenza… pura, prima.
    Mi stanno frullando una serie infinita di pensieri contorti nella testa che si trasformano in sproloqui incomprensibili.

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    • L’idea invece è proprio quella, bravo!
      In questo mio articolo ( https://pellegrininellaverita.com/2014/03/19/sulla-salvaguardia-del-principio-di-non-contraddizione-in-una-metafisica-quantistica/ ), scritto che diede la stura a tutto il resto, troverai confusamente un mio primo tentativo di andare oltre quel che mi fu sempre presentato come “il problema del principio di non contraddizione demolito dalla quantistica”. Ai tempi non sapevo molte cose, ma quell’articolo mi permise di cominciare una disputa interessante (a tutt’oggi non è ancora conclusa) non solo con il fondatore Simon e altri collaboratori del blog, ma anche con fisici e matematici di opposte visioni. I commenti di quell’articolo sono molto interessanti. Troverai anche quelli di Trianello che poi hanno fatto nascere gli articoli seguenti di Simon ed è li che ti verrà presentata la prospettiva che “più si va nel piccolo, più ci si avvicina alla cosidetta materia prima aristotelica”. Che è poi il fulcro dell’idea che la scienza alal fine sta dando ragione alla metafisica pensata da quella testolina (e perfezionata da un certo Aquino poi…) 😀

      PS: la tua cortesia fa piacere, ma qui il “tu” è obbligo. 😉

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    • Gentile Sifallorsum,

      (a) Sperimentare un tempo zero per un fisico vuol dire semplicemente non avere uno strumento di misura del tempo “fine” abbastanza per misurare la durata del fenomeno che “si sperimenta” : vuol semplicemente dire che non esiste orologio per quel tempo lì. Che se ci fosse qualcuno a cavalcioni sul tuo fotone sarebbe intrinsecamente incapace di percepire una fine ed un inizio e potrebbe, forse anche, addirittura avere un inizio dopo la fine!

      La meccanica quantistica offre una specie di “spazio matematico” al tempo nella misura in cui per lassi di tempo interiori al tempo di Plank c’è come una latitudine affinché avvengano cose non misurabili: dove addirittura l’inizio e la fine sono come mescolati matematicamente, usando ad esempio di numeri immaginari per esprimere questi concetti. Addirittura vi sono alcuni modelli di big bang dove i teorici si pongono la domanda di cosa succedeva all’inizio dell’universo prima del big bang quando tutto il cosmo era piû giovane del tempo di Plank e offrono una descrizione di esso some il passaggio del tempo da una dimensione puramente immaginaria [T(tau)=0 + i*tau] a quella reale [T(tau)= tau + i*0 dove “tau” è nei due casi una misura del cambiamento che si identifica al tempo fisico “T” che conosciamo solo quando il suo valore diventa più grande del tempo di Plank].

      Ma cosa ancora più estraniante, le grandi costanti universali adimensionali della fisica, esse sono sempre valide…..

      (b) Tempo zero vuol dire che la causa agisce sull’effetto immediatamente, per “contatto” e il fotone diventa un semplice meccanismo costruito dall’intelletto per esprimere la trasferta dell’informazione dalla causa all’effetto.

      Cosa strabiliante che ti farà sobbalzare: nessuno ha mai visto un fotone… Ma come? e la luce? E i fasci di luce? non sono fotoni?

      Un fascio di luce nel vuoto assoluto è invisibile: qualunque ne sia l’intensità alla sua sorgente. Quel che vediamo non è il fascio di luce in sé ma è l’interazione del fascio con la polvere nell’aria, polvere che assorbe un po’ di energia del fascio e i cui elettroni, eccitati un istante, emettono un a nuova luce nella tua direzione.

      Allora, mi dirai, ma allora lì la vedo quella benedetta luce, anche se la luce emessa dalla polvere! Invece no: quel che tu vedi è l’informazione che il granello di polvere comunica al tuo occhio …. non il fotone, il quale non ha avuto neanche il tempo di misurare un lasso di tempo durante il quale sarebbe esistito

      (c) Ci sono due grandi categorie di “particelle” (ancora un concetto che è estrapolazione) : quelle che sono in atto in quanto tali (elettroni, protoni, quarks , etc) e quelle che non possono esistere che in quanto vettori di informazioni (fotoni, W, Z, gluoni, gravitoni), che, intellettualmente, permettono di matematicamente descrivere come una causa (protone) possa agire su un effetto (elettrone). Questi vettori non sono potenza e non sono atti: sono l’espressione moderna e matematizzata dell’antica nozione di virtù, quando una causa agiva su un effetto in virtù delle sue proprietà specifiche. Il fotone descrive intellettualmente e matematicamente come una virtù della causa (ad esempio la carica elettrica) agisce su un effetto facendolo passare da potenza ad atto per “contatto” diretto in un tempo così corto da non poter mai essere misurabile neanche in linea di principio.

      In Pace

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      • Ecco, e con questo ho capito perché ho detto una cazzata. Grazie Simon.

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        • Perché? A me non sembra.
          In Pace

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          • Perché ho scritto più o meno che il fotone e il neutrino sono considerati nella tua epistemologia similari alla materia prima, invece sono, se non ho mal interpretato, delle costruzioni matematiche utili a far (diciamo) chiudere il cerchio, dando a queste particelle il compito di vettore di informazione. O forse bisogna davvero ricominciare da zero perché spesso non capisco perché ho passato anni a leggere divulgazione standard è non è facile rimettere tutto in discussione a partire da cosa sia una teoria e i suoi limkti. 🙂

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            • Non possono essere materia prima che è pura potenza ed indeterminazione.
              Ma è vero che tutte queste particelle non sono individualizzabili: se prendiamo due elettroni non c’è nessun modo di distinguerli tra di loro, lo stesso vale per i quarks e così via di seguito.

              Non c’è differenza tra l’individuo e la specie.

              In questo senso sono a metà strada tra la corporeità che è un composto di atto e di potenza perfettamente individualizzata e la materia prima che è pura potenza. Quindi sì avevi capito bene.

              In Pace

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  4. E’ tutto molto interessante e ti ringrazio. Anche da un punto di vista biologico è difficile concepire la visione della luce, sarebbe quasi più corretto affermare che è la luce a “vedere” noi e non viceversa.
    Il fatto che questi elementi siano più concepibili come soltanto vettori di informazione piuttosto che enti a sè è una lettura che fai tu alla luce dell’epistemologia a cui fai riferimento oppure è condivisa anche dagli scienziati, o da alcuni di essi? Ricordo ancora di aver letto da qualche parte un commento di van Fraassen, il teorico dell’empirismo costruttivo (la cui visione ontologica non corrisponde proprio alla nostra), in cui sosteneva che l’esistenza in sè di alcune delle particelle di cui oggi la fisica si serve per spiegare dei fenomeni è quantomeno questionabile.
    Per quello che riguarda lo spazio matematico devo dire che mi lascia alquanto spiazzato, sebbene già sapessi qualcosina (vedesi Hawking che sosteneva, mi pare, che prima del Big Bang non ci fosse nulla salvo poi dare una spiegazione di ciò che l’ha causato… “al di fuori del tempo” o qualcosa del genere). L’accusa di aver a che fare con un semplice formalismo matematico inventato di sana pianta è li dietro l’angolo. Ma quindi in questi lassi di tempo inferiori al tempo di Planck individuati da questo spazio matematico non c’è il cambiamento? Sarebbero come scaglie di tempo, fotografie immobili?

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    • Matematicamente, che è il linguaggio usato dai fisici, fotoni e campi vari sono sistemi di informazione che si propagano. Poi, la maggioranza dei fisici, spesso campioni nell’uso delle matematiche, non hanno formazione epistemologica e filosofica sufficiente e tendono, ed è umano, a dare significato ontologico ai loro modelli matematici,

      Un po’ come un artista pittore bravissimo che sa mescolare tutti i colori, potrebbe aver tendenza credere che i colori esistono in sé, mentre invece hanno sempre bisogno di un supporto per materializzarli, supporto che non è il colore.

      Sì, l’immagine di scaglia di tempo mi sembra un’ottima analogia: quel che succede dentro tale scaglia è però fuori dal campo di competenza sperimentale scientifico in quanto tale per definizione, senonché sapendo quel che è fuoruscito (cioè misurato) dalle scaglie precedenti e quel che succede in quelle seguenti, è possibile dire quel che non è successo in una scaglia considerata (cioè tutto quel che non ammetterebbe un dato passato e un dato futuro): ma anche le leggi della fisica possono essere violentate in quella scaglia di tempo, il che va sempre bene finché tale violenza non è misurabile neanche in linea di principio.

      Il formalismo matematico è un linguaggio poetico colle sue regole: avvolte il poeta racconta la storia non perché corrisponde al reale ma perché è bella ed elegante nella logica della propria poesia.

      In Pace

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      • Non andrebbe ad intaccare l’argomento ex motu questa visione di un universo costituito da scaglie di immobilità l’una in fila all’altra?

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        • Se proprio vuoi immaginarti le cose, non ti devi rappresentare queste scaglie di tempo giustapposte ma in parte sovrapposte, proprio come sulla pelle di un pesce: quel che avviene in una già influenza quel che avviene nella seguente. esse non sono separate l’un dall’altra come da fossati o muri invalicabili ma nel mondo quantistico, sempre un po’ sfocato, sono come sempre un po’ sconfinanti le une con le altre.

          In Pace

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  5. Devo dire che mi è piaciuta molto l’analogia del pesce, pur sapendo che l’analogia va presa colle pinze, ed oltretutto noi sappiamo quanto può far male confondere l’immaginazione con l’intellezione. Comunque queste scaglie si succedono l’una all’altra in modo tale da aver la scaglia successiva sempre in potenza e non in atto no? “L’indietro non si torna” che hai scritto all’inizio dell’articolo vale anche qui.

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    • Purtroppo tutte le equazioni di moto stesse relativistiche o quantistiche sono neutre rispetto alla direzione del tempo e si può tornare indietro nel tempo: l’aspetto positivo in meccanica quantistica è che quando c’è una riduzione del pacchetto d’onda invece non si può più tornare indietro il che dà una direzione.

      Questo avviene in due circostanze: atto di misura del sistema considerato o decoerenza “naturale” quando uno stato puramente quantistico interagisce con un sistema complesso.

      Indietro non si torna…

      In Pace

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  6. Un ultima domanda Simon, nella speranza che l’orchialgia bilaterale che ti ho causato non sia eccessivamente insopportabile, ma lo spazio matematico che descrive i fenomeni antecedenti/interni al tempo di Planck va a descrivere uno stato quantistico no? Uno spazio virtuale all’interno del quale si avvicendano tutte le possibilità del caso ma che poi soltanto all’atto di misurazione/ decoerenza risulteranno determinate.

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    • Non sono sicuro di aver ben capito la tua domanda, SiFallorSum: comunque sì, coloro che inventano teorie su cosa avvenga in tempi inferiori a quello di Plank usano degli stessi strumenti matematici che quelli utilizzati in meccanica quantistica o più precisamente di meccanica statistica quantistica (modelli di termodinamica quantistica) . Ma qualunque processo di decoerenza conosciuto esige un tempo più lungo che il tempo di Plank.
      Spero che la mia risposta sia in sintonia con la tua domanda.
      In Pace

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