Eviternità – II

Eviternity

Riassumendo abbiamo quattro grandi categorie di enti presso i quali osserviamo cambiamenti: quelli che ci sono esterni a noi di cui possiamo osservare almeno in principio tutti i moti, quelli che ci sono esterni di cui è possibile osservare in principio solo parzialmente tutti i moti, i nostri propri cambiamenti che possono essere in principio osservabili da noi stessi e da terzi nella loro estensione e, infine, quei nostri cambiamenti che sono osservabili solo da noi stessi, come ad esempio la speranza che possiamo avere in un cambiamento non ancora attualizzato, la fiducia in un’altra persona o l’amore genuino verso il nostro prossimo.

Sezione 3: L’osservatore del cambiamento

Visto che la nostra metodologia per affrontare il reale è quella del vissuto sperimentale ci è stato naturale di parlare di un osservatore, in questo caso noi stessi, che contempla con curiosità tutti gli enti che si agitano intorno a lui ed è anche capace di contemplare tutti i moti che avvengono dentro di lui: questo presupposto è necessario, in quanto se l’osservatore non fosse a conoscenza dei propri cambiamenti e se questi propri cambiamenti non fossero specifici solo a lui allora non sarebbe capace di osservare tali cambiamenti nel mondo reale.

Per capire questo concetto facciamo il seguente Gedankenexperiment come prima analogia: mettiamo in un luogo immaginario senza pareti e altri punti di riferimento una statua alta un metro e ottanta e un osservatore alto un metro e ottanta, costui potrà affermare senza errare che quella statua è alta quanto lui stesso, cioè misurando, quindi paragonando, la statua usando  come metro se stesso l’osservatore otterrà la conclusione che la statua in questione ha la sua stessa altezza. Adesso “dilatiamo” lo spazio nel quale statua e osservatore si trovano di un fattore due : anche in questo caso l’osservatore non potrà che confermare che la statua misura quanto lui stesso, unico metro a disposizione con il quale stabilire questo rapporto di altezza con la statua.

Affinché un osservatore possa notare una differenza bisognerebbe che il rapporto tra lui e la statua cambiasse sia perché la statua sarebbe la sola a diventare più grande o più piccola rispetto a lui incambiato , oppure perché tutti e due cambierebbero ma in modo differente: ad esempio l’osservatore potrebbe rimpicciolire di un fattore due mentre la statua ingrandirebbe di un fattore tre e alla fine l’osservatore potrebbe constatare che, rispetto al cambiamento avvenuto, la statua è diventata sei volte più alta di lui.

La quinta constatazione che possiamo ricavare è che non sarebbe possibile osservare il cambiamento nel mondo reale se tutto cambiasse in modo omogeneo, in quanto non sarebbe nemmeno possibile sapere se ci sia, o no, cambiamento e, quindi, il fatto stesso che lo constatiamo, fa che la relazione tra i cambiamenti nel mondo reale e quello dell’osservatore non è, di fatto, omogenea

A questo punto è dell’esperienza comune anche la sesta constatazione “sperimentale”: vi sono cambiamenti che si attuano solo se altri, a loro specifici, cambiamenti sono attuati. Questi ultimi sono chiamati usualmente cause dei primi che sono il loro effetti.

È quindi possibile stabilire catene di cause e di effetti più o meno lunghe: ad esempio affinché questo testo appaia bisogna già che il mio spirito sappia cosa voglia scrivere e affinché esso sappia cosa scrivere esso deve a priori aver voluto riflettere a cosa scrivere e ancora prima aver desiderato scrivere in quanto esercitando la speranza che serva a qualche cosa avendo fiducia che possa interessare positivamente delle persone per le quali vuole il meglio per loro. Ho scelto questa catena di causalità in quanto eminentemente non in successione detta “temporale” come altre usualmente presentate: voler il meglio è la prima causa che genera la volontà di interessare le persone per le quali si spera che il testo in questione possa aiutare positivamente ad avanzare nella loro riflessione.

Il cambiamento tra una causa e il suo effetto è omogeneo per definizione, visto che al cambiamento della prima si attua il cambiamento della seconda e, quindi, per via della quinta constatazione possiamo arrivare alla prima deduzione che non si può usare di una pura causa come punto di osservazione di un puro effetto e viceversa: la nozione di puro è qui usato per sottolineare il fatto che un ente che causa un effetto in un altro ente può anche avere elementi spuri a questo processo di causalità che permetterebbero, in linea di massima, questa “rottura” di omogeneità nella causalità e, quindi, la possibile osservazione del cambiamento avvenuto nell’ente che ha subito l’effetto.

Una causa omogenea pura non può avvenire che all’interno di un ente dato.

Un esempio di causa pura è quella omogenea che avviene nella soluzione di un problema aritmetico quando in un’equazione si cambiano i dati della premessa implicando così che ogni calcolo intermediario possible cambierà valore assieme al risultato finale: cambiando il risultato vuol dire che sono cambiate le premesse.

Un altro esempio di  causa pura è l’esercizio di una virtù: se uno decide di comportarsi da persona temperante tutti suoi atteggiamenti interni saranno orientati verso la temperanza e se qualche atto in for esterno o interno non dimostrano tale temperanza, allora vuol dire che la decisione di temperanza non è stata presa.

Un terzo esempio è quello di un animale qualunque che da saziato diventa affamato e così cambia tutta la successione dei  suoi atteggiamenti: in quanto osservatore di se stesso l’animale si capisce come saziato o come affamato ma non come soggetto del cambiamento dalla prima situazione alla seconda.

Nei tre esempi di causa pura ci situiamo sempre all’interno dell’ente considerato: nel primo caso il problema matematico, nel secondo caso quello dell’essere umano in questione, nel terzo in quello dell’animale.

Un cambiamento omogeneo ma non puro è quello che potrebbe concernere due enti differenti: il fatto stesso che essi siano differenti impedisce l’assenza di soluzione di continuità tra la causa e l’effetto. Ad esempio, l’atto di educare una persona altra che se stessa ad un’arte che possediamo benissimo e anche supponendo che l’allievo sia all’altezza del maestro, questi due essendo differenti, sarà sempre possibile al maestro in quanto osservatore notare i cambiamenti del discepolo.

Una seconda deduzione che ne consegue è che, visto che io, in quanto osservatore, sono di fatto capace di constatare il cambiamento intorno a me, posso facilmente concludere che non sono né causa pura né effetto puro rispetto al mondo reale che cambia.

Una settima constatazione ci fa, per giunta, notare che siamo capaci di osservare i cambiamenti in noi stessi (!), il che vuol dire che l’osservatore “profondo” che siamo (il nostro “nous” il il più intimo) non è causa pura di se stesso, né cambia in modo omogeneo assieme a tutti i moti dello spirito, della mente e del corpo e del mondo esterno ma è come un centro “immobile” intorno al quale tutti i cambiamenti in noi e fuori di noi si attualizzano. Questo centro immobile non è causa pura di se stesso visto che, se fosse il caso, non potrebbe osservare i propri cambiamenti ed è, dunque e con ogni evidenza, l’effetto di un’altra causa, a lui antecedente nella catena di causalità.

 Prima definizione: Definiamo come eviternità la caratteristica propria di quegli osservatori, di cui noi siamo, in quanto osservatori del cambiamento, un esempio sperimentale, che, benché essi stessi causati,  osservano i loro propri cambiamenti e di quelli intorno a loro, inclusi quelli da loro non causati e quelli da loro causati sia in modo puro sia in modo spurio.

(CONTINUA)

In Pace

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Categorie:Filosofia, teologia e apologetica

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11 replies

  1. “Una seconda deduzione che ne consegue è che, visto che io, in quanto osservatore, sono di fatto capace di constatare il cambiamento intorno a me, posso facilmente concludere che non sono né causa pura né effetto puro rispetto al mondo reale che cambia.”

    una domanda : mentre io dormo, mentre sono immerso nel sonno, il tempo passa. Eppure io non sono osservatore di alcunchè. Mentre dormo, fino al mio risveglio, per ME, dormiente, il tempo è sospeso. un osservatore che mi guardasse dormire tutta la notte potrebbe vedere che il tempo passa, mentre io dormo.
    Potrebbe dire ha dormito otto ore . Ma io non posso dire QUANTO tempo ha dormito finchè non mi riisveglio e guardo l’orologio oppure vedo che il sole sta sorgendo. Se non avessi un orologio, se fossi imprigionato in una cella senza finestre dove non compare la luce del sole io non potrei sapere quanto tempo è passato mentre io ho dormito. per il dormiente il tempo non esiste più oppure è come “sospeso”.
    Per il carceriere ovviamente che osserva il prigioniero dormiente,il tempo passa e sa anche QUANTO tempo è passato. ma per il pr gioniero di una camera senza finestre dove non entra la luce del giorno e che non ha orologio, il tempo non è passato, o non sa quanto tempo è passato.

    questo per dire che il “tempo” in realtà non esiste oggettivamente ma solo soggettivamente. Quanto tempo è “per sempre”2???,
    ALICE: quanto tempo è “per sempre” ?
    BIANCONIGLIO: Dipende, può essere anche solo un secondo.
    LEWIS CARROL, Alice nel paese delle meraviglie

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    • Caro Giacomo,

      Non ho, per ora, parlato del tempo in quanto tale, ma solo dell’esperienza del cambiamento..

      Quando ti addormenti e quando ti risvegli sperimenti questi cambiamenti: cosciente, incosciente, cosciente di nuovo.

      Parlerò del “tempo” più in là : ho dato un esempio di cambiamenti non “temporali” in stretta successione causale che possiamo tutti sperimentare quando all’atto di volere il bene altrui le disposizioni relative alla speranza del risultato positivo e e della fiducia nella capacità di altrui di capire sono attivate l’una dopo l’altra ma senza successione temporale eppure molto “concrete” visto che, poi, inducono un’azione concreta come quella di scrivere un testo.

      Di certo dovresti trovare nelle future “puntate” ispirazioni per trovare risposta alle tue domande.

      In Pace

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  2. Davvero molto interessante, aspetto di leggere il seguito

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  3. cerco di esprimere meglio il mio pensiero: nel sonno , esperienza quotidiana, l’uomo fa esperienza di un modo di ESSERE che è diverso di quello del tempo di veglia. Non c’è dubbio che il dormiente continua ad ESSERE mentre dorme, e non c’è dubbio che il tempo passa. ma il dormiente non ha l’esperienza del passare del tempo come nello stato di veglia. Il sonno profondo, quello senza sogni e senza movimenti motori ne’ oculari, è quanto di più simile alla morte un uomo vivo possa sperimentare. Ebbene in questo “sonno profondo” , come in stati di anestesia totale o di coma, l’uomo continua ad esistere, ma per lui il tempo non “passa”. Questo cosa significa? Significa che esite , e ne facciamo esperienza ogni notte, uno stato dell’ESSERE, dell’ESISTENZA, che non è sotto le leggi del passare del tempo. E’ uno stato in cui la nostra coscienza dove è ? La nostra mente dove è? Quello che chiamiamo il nostro “IO” dove è ? sono lì ovviamente, ma in modo diverso che nello stato di veglia.
    mi sembra che sia un modo, più esistenzialista che scientifico o fisico , lo riconosco, di cercare di penetrare il mistero del tempo e dell’eternità . Non la matematica o la fisica ci vuole per capire cosa è il tempo, ma
    la poesia…e la mistica. Non per nulla nel vangelo ( e anche nell’Antico testamento) molte epifanie del sacro avvengono per l’uomo mentre dorme e mentre sogna.. mentre cioè è “fuori del tempo”. Non ultimi i sogni di san Giuseppe .

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  4. Non si parla in questa serie di riflessioni direttamente del problema della coscienza e degli stati di coscienza, ma solo della situazione di un ipotetico osservatore: quando uno dorme non ha niente da osservare (se non i propri sogni) e non è, quindi, l’entità la più adatta per sperimentare il cambiamento.

    In Pace

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  5. “La quinta constatazione che possiamo ricavare è che non sarebbe possibile osservare il cambiamento nel mondo reale se tutto cambiasse in modo omogeneo, in quanto non sarebbe nemmeno possibile sapere se ci sia, o no, cambiamento e, quindi, il fatto stesso che lo constatiamo, fa che la relazione tra i cambiamenti nel mondo reale e quello dell’osservatore non è, di fatto, omogenea”
    Questa non l’ho capita.
    Il tuo esempio vale soltanto per un cambio di dimensione, ma se il cambiamento osservato fosse di altro tipo (colore, forma, etc) potrebbe essere osservabile anche se fosse omogeneo. Se io e altre 100 persone ci mettiamo al sole, dopo qualche ora probabilmente ci siamo arrossati (facciamo conto tutti nello stesso modo). Il fatto che sia successo a tutti , me compreso, non mi impedisce di notarlo. In quel caso noto il cambiamento rispetto ad un parametro di confronto storico, (il colore del prima ed il colore del dopo) e non rispetto ad un parametro di confronto immediato. ma lo noto.
    Sbaglio qualcosa?

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    • Non sbagli: per questo ho parlato di causa pura e spuria. Il tuo esempio è tipico di causa spuria.
      (Tengo però conto della tua osservazione : infatti non vorrei confondere le idee introducendo casi troppo “limite” , oppure lo dovrò rispiegare meglio)
      In Pace

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      • Ho introdotto nel testo l’aggiunta seguente che dovrebbe chiarire il punto.
        Grazie ancora di avermi dato l’occasione di una “ripulitura”!

        [Una causa omogenea pura non può avvenire che all’interno di un ente dato.

        Un esempio di causa pura è quella omogenea che avviene nella soluzione di un problema aritmetico quando in un’equazione si cambiano i dati della premessa implicando così che ogni calcolo intermediario possible cambierà valore assieme al risultato finale: cambiando il risultato vuol dire che sono cambiate le premesse.

        Un altro esempio di causa pura è l’esercizio di una virtù: se uno decide di comportarsi da persona temperante tutti suoi atteggiamenti interni saranno orientati verso la temperanza e se qualche atto in for esterno o interno non dimostrano tale temperanza, allora vuol dire che la decisione di temperanza non è stata presa.

        Un terzo esempio è quello di un animale qualunque che da saziato diventa affamato e così cambia tutta la successione dei suoi atteggiamenti: in quanto osservatore di se stesso l’animale si capisce come saziato o come affamato ma non come soggetto del cambiamento dalla prima situazione alla seconda.

        Nei tre esempi di causa pura ci situiamo sempre all’interno dell’ente considerato: nel primo caso il problema matematico, nel secondo caso quello dell’essere umano in questione, nel terzo in quello dell’animale.

        Un cambiamento omogeneo ma non puro è quello che potrebbe concernere due enti differenti: il fatto stesso che essi siano differenti impedisce l’assenza di soluzione di continuità tra la causa e l’effetto. Ad esempio, l’atto di educare una persona altra che se stessa ad un’arte che possediamo benissimo e anche supponendo che l’allievo sia all’altezza del maestro, questi due essendo differenti, sarà sempre possibile al maestro in quanto osservatore notare i cambiamenti del discepolo.]

        In Pace

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  6. Sto riportandomi a pari con queste splendide riflessioni Simon. Intanto solo un appunto a cui magari hai già risposto successivamente a questa frase o nei commenti sopra riportati che non ho ancora letto.

    È quindi possibile stabilire catene di cause e di effetti più o meno lunghe
    Direi piuttosto che è possibile fermarsi dove si vuole nell’osservazione delle catene di cause/effetti poichè un umano non può ovviamente comprendere completamente la realtà dei mutamenti, nemmeno se sono suoi personali. restando sul tuo esempio:

    ad esempio affinché questo testo appaia bisogna già che il mio spirito sappia cosa voglia scrivere e affinché esso sappia cosa scrivere esso deve a priori aver voluto riflettere a cosa scrivere

    La faccenda è vera, ma si può approfondire: tu stesso non solo avrai sicuramente sperimentato di non sapere A PRIORI come sarebbe uscito il testo, trovandovi le frasi giuste nel momento stesso della sua stesura e non prima, ma anche avrai avuto nuove intuizioni nel momento stesso in cui redigevi le frasi, intuizioni a cui non avevi mai pensato. Dunque la catena è ininterrotta e sempre passibile di amplificazione di cause/effetti non solo impliciti a certe azioni (c’è uno scritto? allora esiste lo scrittore che l’ha redatto), ma anche inconsapevoli. La domanda: quanto c’è di mutamento inconsapevole nel reale da parte dell’uomo, ma che può essere dedotto dallo stesso dal reale? Ha possibilità il realista di dare a questo “mutamento inconsapevole” la classe di “ente reale” oltre che ideale?
    Non solo:

    non si può usare di una pura causa come punto di osservazione di un puro effetto e viceversa

    Da qui la seconda domanda: non può essere proprio questo “mutamento inconsapevole” che rende comprensibile il mutamento che non potrà mai essere preso dalla conoscenza umana in modo puro? Noi, come dire, ASTRAIAMO dall’infinita catena causa/effetto (che è il mutamento puro), solo una parte di questa catena, ne mettiamo in luce solo una parte, come la scienza moderna fa con il reale in sé. Altre domande: ponendo dunque che si stia astraendo dalla catena pura, COSTRUENDONE una nostra interna per cernita fra le infinite possibilità dlela catena pura, riflettere su questa astrazione permette di farne una buona disamina dettagliata sulla nostra astrazione, ma cattiva nel comprendere il quadro generale?

    Non so se si è capito quel che ho scritto.
    Se qualcuno ha capito e me lo spiega mi fa pure un piacere! Ahahahahah 😀

    ok, continuo a leggere, magari a tutta ‘sta manfrina è già stata data risposta.

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    • Al dire il vero qui non mi interesso in questa sede al “come” questa osservazione avvenga presso l’osservatore ma a “cosa” osserva: quando dorme non è un osservatore, se ci sono processi inconsci, appunto in quanto inconsci non sono osservati, etc.
      L’osservatore di cui parliamo sa di osservare.
      Epistemologia e psicologia sono necessari per tentare di rispondere alle tue domande circa il come questo avvenga.
      L’osservatore “finito” ideale, cioè l’eviterno, osserva i propri cambiamenti interni, ma non fa nessuna ipotesi sulle loro ragioni e le loro connessioni: le constata e nota che è cambiata la sua speranza (ad esempio) che è diventata più intensa. La tappa seguente, cioè sapere il perché e il percome, proviene da un’altra attività che non quella dell’osservazione che consta il cambiamento ma quello della riflessione che ragiona sulle cause stesse ma non è l’oggetto di questi articoletti volutamente limitati nel loro intento.
      Spero che il seguito della lettura rispondi ad alcune tue domande.
      Detto ciò, per ben capire (anche senza essere d’accordo) l’approccio che propongo di queste definizioni medievali, bisogna davvero “ripulirsi” da molti apriorismi e struttuere mentali inconsce ma dettate dalla cultura contemporanea.

      In Pace

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  7. Ciao Simon, è corretto se “riassumo” in questo modo: l’eviternità è la capacità di osservare il cambiamento?

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