Eviternità – III

Eviternity

Sezione 4: L’osservatore eviterno

Questi osservatori eviterni meritano di essere studiati più da vicino.

Quel che li rende particolarmente interessanti è che non solo sono capaci di osservare cambiamenti al di fuori di loro, ma in particolare di osservare i cambiamenti all’interno di loro stessi anche quando ne sono una causa pura.

Questo è paradossale: nell’esempio più su dell’animale che passa da uno stato di sazietà a quello di fame abbiamo messo in evidenza il fatto che non ci si può misurare a qualcosa che cambia in modo omogeneo a noi stessi, visto che non c’è modo di valutare nessuna differenza e quindi di accorgersi di un cambiamento qualunque. Eppure, benché in una situazione simile a quell’animale, l’osservatore eviterno è capace di riconoscere tali cambiamenti come oggettivi.

Riprendiamo il nostro esempio iniziale di cambiamento interno ad un osservatore eviterno: egli è in uno stato dove non agisce esternamente a lui stesso, dove non si pone il problema di sapere se deve aver fiducia nei suoi lettori, dove non ha da esercitare nessuna speranza quanto ai risultati che otterrebbe scrivendo, dove non ha nessuna volontà di essere utile al suo prossimo. Si pone la domanda quale possa essere il suo fine e con la domanda si presenta a lui la risposta che è quello di essere utile al suo prossimo, il che ha come conseguenza di aver la speranza che ciò dia dei risultati e, ovviamente, che deve aver fiducia nei suoi lettori potenziali e, quindi, pone un atto a lui esterno che è quello dello scrivere. Come vediamo vi è passaggio da uno stato dove non c’era nessuna preoccupazione di fiducia in altrui, né di speranza, né amore particolare ad un altro stato dove vive questa fiducia, speranza e amore e il passaggio da uno stato al seguente è solo dipendente in questo caso dall’atto di volontà che accetta il proprio fine tale quale da lui concepito.

Il cambiamento qui è analogo a quello del calcolo aritmetico dell’esempio dell’equazione data più sopra: ponendo le ipotesi immediatamente tutte le tappe della nuova dimostrazione o calcolo sono in atto anche se non per forza esplicitate espressamente. Nel nostro esempio, capendo e volendo quel proprio fine, l’osservatore causa il cambiamento del proprio stato e lo constata, a differenza dell’animale che non constata questo cambiamento ma, semplicemente, lo vive.

Un altro esempio di cambiamento può essere legato all’esercizio di una virtù: di fronte ad una situazione eticamente complessa, l’osservatore eviterno, a priori neutro sul da farsi, decide di essere giusto, il che ha come conseguenza immediata di cambiare il proprio atteggiamento da una posizione neutra a quella di voler essere prudente , coraggioso e temperante. Questo cambiamento nel proprio atteggiamento, anche senz’ancora nessun atto esterno , è però sempre osservabile dallo stesso osservatore eviterno.

Benché sia interessante questa situazione di un osservatore che cambia se stesso come causa pura ma è capace di rendersi conto di tale cambiamento, non è, però, l’obiettivo dello studio di queste pagine il voler disseccarne la natura ontologica, ma solo di constatarne e discuterne le proprietà.

L’osservatore eviterno è sempre stato l’ipotesi implicita ( e la più vergognosa?) di tutta  la costruzione della fisica da Newton fino ad oggi  anche se mai è stato chiamato in questo modo: infatti l’osservatore newtoniano e einsteiniano è immerso nel mondo fisico nel quale esercita la propria funzione, è sottomesso alle sue leggi e ne subisce tutti i cambiamenti senza possibilità di scampo, fa, cioè corpo con l’universo che osserva o , piuttosto, questo ne è, si potrebbe dire, come il suo corpo eppure è capace di osservare tali cambiamenti, sottintendendo così che non è completamente affetto da essi, che sono come una causa spuria rispetto a lui, che esiste nei fatti come una soluzione di continuità tra il mondo osservato e l’osservatore, in apparente contraddizione coll’ipotesi circa la sua natura. Questo punto non è mai discusso in profondità ma è sempre considerato con l’espressione seguente tipica dei manuali di fisica “ dato un osservatore esterno ad un sistema dato,  etc” : l’osservatore non è mai “interno”  eppure è parte dell’universo che studia, cioè ha proprio alcune caratteristiche dell’eviternità.

L’osservatore eviterno osserva di non essere stato ma di essere e osserva i cambiamenti del proprio essere , i quali non intaccano mai la propria identità, la cui intangibilità è il presupposto metodologico assolutamente necessario per sostenere l’oggettività di queste osservazioni.

Dalla constatazione di queste caratteristiche dell’osservatore eviterno possiamo costruire due concetti impoverendone la Prima Definizione di cui sopra,  in una direzione o nell’altra: sia eliminando la nozione del “non essere stato” da un lato, sia eliminando la nozione d’intangibilità dall’altro.

Seconda definizione: Definiamo come eternità la caratteristica propria di quegli osservatori (ipotetici) che osservano essersi senza causa che osservano i loro propri cambiamenti e di quelli intorno a loro, inclusi quelli da loro non causati e quelli da loro causati sia in modo puro sia in modo spurio mantenendo sempre l’intangibilità della propria identità.

 Il fatto di sapere se esistono oppure no, nella realtà, osservatori eterni rispondenti a tale definizione e, nel caso che esistessero, quanti sarebbero , non è il fatto di questo post: per la facilità della discussione assumeremo apoditticamente i risultati della migliore ricerca metafisica che dimostra l’esistenza di un unico osservatore con tali caratteristiche  (comunemente chiamato Dio).

 Terza definizione: Definiamo come temporalità la caratteristica propria di quegli osservatori (ipotetici),  essi stessi causati e la cui identità non è intangibile rispetto ai loro propri cambiamenti e a quelli intorno a loro.

In questa categoria potremmo mettere ovviamente tutti gli esseri viventi e no, coscienti o no i quali, ad un grado o ad un altro, osservano ma non sanno di osservare e sono per loro natura incapaci di garantire l’intangibilità della propria identità.

Potremmo anche immaginare una” pseudo” quarta definizione che sarebbe l’antitesi dell’osservatore eviterno e cioè quella di quell’ente ipotetico che non sarebbe causato eppure la cui identità sarebbe radicalmente sottomessa ai cambiamenti stessi inclusa quindi la possibilità della sua propria scomparsa, ma quest’ultima possibilità sarebbe in contraddizione con la sua natura increata che ne fa una necessità esistenziale: un tale ente quindi non può accedere all’esistenza reale come non lo può un cerchio quadrato.

In quanto esseri umani facciamo parte sia della categoria dell’eviternità per quanto riguarda tutte le osservazioni circa il nostro stato interno sul quale possiamo agire in quanto causa pura, sia alla categoria della temporalità per quanto riguarda il nostro relazionarsi con il mondo esterno, incluso il nostro corpo e la nostra psiche.

Potremo adesso porci la domanda sulle caratteristiche dell’osservazione eviterna quando ad essa si sottraggono tutti gli elementi della temporalità. Da notare però che non abbiamo ancora parlato di tempo e che abbiamo fondato la nozione di temporalità senza aver avuto bisogno di tale concetto: quel che è primo nell’osservazione del cambiamento è l’eviternità.

(CONTINUA)

In Pace

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Categorie:Filosofia, teologia e apologetica

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22 replies

  1. scusa Simon ma quale è la definizione esatta di “eviterno”?
    perchè sul dizionario trovo” qualcosa che ha inizio ma non ha mai fine”
    Se è la definisione esatta allora Dio non è un osservatore eviterno: questo presupporrebbe che abbia avuto un inizio, cioè che vi fosse un tempo prima che questo osservatore eviterno esistesse.
    Se diciamo che Dio è oltre la dimensione spazio-temporale, cioè che non rientra nei parametri spazio-temporali, perchè non ha ne’ inizio ne’ fine sia in senso temporale che spaziale , non è più facile da comprendere che questo bruttissimo vocabolo “eviterno” che sempre un misto fra ev(ento) ed eterno?

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    • Caro Giacomo, grazie per il tuo commento.e le tue domande.

      (A) La definizione di eviterno l’ho data precisamente alla fine del post precedente (Prima Definizione), ma è la situazione di un ente conoscente che si sa causato ed è capace di conoscere (osservare) cambiamenti in se e negli altri.

      (B) Dio non è un osservatore eviterno, in effetti Egli è un osservatore eterno.
      (Se guardi la Seconda Definizione qui sopra circa l’eternità come estensione del concetto di eviternità vedrai che non c’è quella nozione di essere stato causato)

      (C) Non ho parlato di nessuna dimensione spazio-temporale: non ce n’è bisogno, strettamente parlando, quando si parla di cambiamenti e ho dato alcuni esempi di cambiamenti che non possiamo definire di spazio-temporali

      (D) Trovi poche riflessioni innovanti sull’eviternità all’epoca attuale in quanto filosofi e teologi contemporanei sono completamente insabbiati nella strutture mentale imposta loro dall’illuminismo con una concezione del tempo di tipo newtoniano-einsteiniano
      Qualche righe le puoi trovare qui http://www.riscossacristiana.it/corso-di-escatologia-di-p-giovanni-cavalcoli-op-quinto-capitolo-la-purificazione-dopo-la-morte/

      Senonché il punto di vista che cerco di avanzare non è di proporre l’eviternità come un qualcosa di strambo, a difetto di meglio, per spiegare la situazione degli angeli e delle anime purganti ma come il modo “naturale” di qualunque essere finito capace di osservare il cambiamento in quanto tale in sé e fuori di sé. Il tempo essendo poi un costrutto utile in circostanze particolari, di cui non ho ancora parlato.

      In Pace

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      • Grazie Simon. Dunque da quanto ho capito Dio non è un osservatore eviterno perchè è eterno cioè senza inizio ne’ fine e che non è stato causato.
        dunque a quanto ho capito l’osservatore eviterno per esempio è l’Angelo che può osservare il cambiamento in se’ e fuori di se’.
        Ma mi chiedo l’uomo come si situa? E’ un osservatore eviterno? l’uomo può osservare il cambiamento in se’ e fuori di se’. però non si può negare che l’uomo oltre che come osservatore fa parte del “sistema temporale”. ossia l’osservatore può essere osservato. per esempio da un altro osservatore “fuori dal sistema.
        Facciamo l’esempio di un uomo che osserva un cambiamento in se, per esempio. un uomo che decide di seguire il bene e che cambia nel tempo da malvagio a buono e del suo Angelo Custode che osserva l’uomo e ne segue il cambiamento . cioè diciamo che per l’uomo ci è voluto una vita 8 cinquant’anni) per convertirsi e diventare da malvagio buono. Per il suo Angelo custode che osserva quanto tempo è passato? magari un secondo?
        tutto questo è molto complicato.Dove vogliamo andare a parare? C’è qualcosa che non riesco a capire.

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        • L’ uomo ha una doppia natura (è quel che lo definisce) spirituale e materiale e osserva i cambiamenti intorno a lui secondo l’eviternità e secondo la temporalità. Quando guarda ai cambiamenti secondo la sua natura materiale e temporale (compresi i moti dello spirito) li deve incasellare in una struttura temporale compresi i cambiamenti che non hanno nulla di temporale, quando guarda ai cambiamenti secondo la sua natura spirituale e eviterna ne osserva (contempla si dovrebbe dire) la successione non temporale (ad esempio causale come negli esempi che ho dato).
          L’Angelo non osserva con uno sguardo temporale ma conosce (che non è osservare) la necessità degli esseri temporali di strutturare i cambiamenti in quel modo: il “secondo o il minuto” non è sperimentato da lui ma solo conosciuto, come tu sai che la terra gira intorno al sole anche se non lo hai mai sperimentato/osservato direttamente.
          Comunque nella prossima puntata di domani parlerò del tempo e spero che le cose ti si chiariranno meglio.
          Grazie ancora per le tue riflessioni.
          In Pace

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  2. Eviternità a parte, ecco un bel caso in cui alla perpetuità è cosa buona preferire la temporaneità, come ci fa notare un simpatico saggio orientale (interessante che la notizia sia diffusa dalla massima fonte di regime tedesca e unioneuropoide): http://www.faz.net/aktuell/politik/interview-tenzin-gyatso-der-letzte-dalai-lama-14260431.html

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    • Buongiorno. Una proposta : tralasciando l’inglese, si potrebbe concordare che chi posta articoli in altre lingue potrebbe, per misericordia verso il lettori, farne anche un breve sunto (in italiano) dei concetti di base che esprimono.
      Anche perchè mi piacerebbe sapere come vi porreste di fronte ad un commentatore di croce via che postasse articoli in cinese o in finlandese, dando per scontato la conoscenza di queste lingue

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      • Ecco fatto: in un’intervista al principale quotidiano tedesco (conservatore filo-Merkel europeista e insieme nazionalista, purché l’UE resti a guida tedesca) il XIV Dalai Lama afferma che l’accoglienza dei rifugiati deve avere carattere temporaneo e che sovvenire una massa umana di tali dimensioni è nei fatti un’impresa soverchiante. Afferma inoltre che la Germania è la Germania e non può né deve diventare un paese islamico. L’intervista si chiude con una domanda sull’uso della forza, cui viene risposto che dal punto di vista del buddismo il ricorso alla forza è giustificato quando il movente sia la compassione; il Dalai Lama menziona anche un’episodio dalle vite del Buddha, nel quale il Buddha stesso uccide una persona per salvarne altre 499, che quella persona intendeva uccidere; così facendo, spiega Tenzin Gyatso, egli fu mosso da compassione, sia per le 499 imminenti vittime sia per colui che sopprimendole si sarebbe accollato un peso karmico (un peccato, diremmo noi) di enormi dimensioni.

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        • In questo caso mi sfugge l’attinenza col tema. Se serve per esprimere il concetto che nulla di umano può essere considerato eterno, sono d’accordo.
          Ma mi sembra più un modo per introdurre un tema politico, strumentalizzando tra l’altro le parole (di buon senso) del Dalai Lama (che non mi sembra sia Cattolico) , e che , come sempre avviene quando qualcuno dice qualcosa con cui siamo d’accordo, viene riverstito immediatamente di una fortissima crediblità, salvo poi disconoscere immediatamente questa credibilità nel momento in cui dice qualcosa su cui dissentiamo.
          Anche l’accenno all’uso della forza è ovviamete politico, perchè nessuno (manco i pacifisti ad oltranza senza se e ma) sostiene che non sia giusto uccidere qualcuno per salvare altre vite umane.
          Diverso è sostenere che, invece, va ucciso quacuno come forma di pena per i delitti commessi (anche aberranti a volte). La differenza sostanziale è che nel primo caso si uccide per salvare delle persone , nel secondo caso si uccide e basta. Lo sostiene anche la Chiesa cattolica :
          Dal Catechismo :

          2267 L’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani.
          Se, invece, i mezzi incruenti sono sufficienti per difendere dall’aggressore e per proteggere la sicurezza delle persone, l’autorità si limiterà a questi mezzi, poiché essi sono meglio rispondenti alle condizioni concrete del bene comune e sono più conformi alla dignità della persona umana.
          Oggi, infatti, a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo colui che l’ha commesso, senza togliergli definitivamente la possibilità di redimersi, i casi di assoluta necessità di soppressione del reo « sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti ».

          Pongo l’accento sull’ultima frase, sempre un po glissata da qualcuno : “Oggi, infatti, a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo colui che l’ha commesso, senza togliergli definitivamente la possibilità di redimersi, i casi di assoluta necessità di soppressione del reo « sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti »”

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          • È un’informazione O.T. che si chiude qui (a differenza di quelli sul VI comandamento trascinati da qualcuno in lenzuolate chilometriche senza la minima attinenza ai temi dei post). Ognuno potrà ricavarne le proprie conclusioni, ponendo gli accenti dove meglio crederà.

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  3. È un’informazione O.T. che si chiude qui (a differenza di quelli sul VI comandamento trascinati da qualcuno in lenzuolate chilometriche senza la minima attinenza ai temi dei post). Ognuno potrà ricavarne le proprie conclusioni, ponendo gli accenti dove meglio crederà.

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  4. OT ma anche no 🙂
    Live sul Kotel h24 http://english.thekotel.org/kotel/kotel_cameras/

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  5. . Questo punto non è mai discusso in profondità ma è sempre considerato con l’espressione seguente tipica dei manuali di fisica “ dato un osservatore esterno ad un sistema dato,

    ACCIDENTI! Non ci avevo mai pensato ma è proprio cosi. Ma quindi è proprio la fisica moderna che è basata su un osservatore che NON è in alcun modo l’uomo… ach, grave manchevolezza che aiuta in fase teorica, ma demolisce la pretesa di realisticità…. mmmh continuo a leggere!

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    • Nella pratica però è “sufficiente” che l’osservatore e l’osservato interagiscano al minimo tra di loro: ciò mostra soprattutto che la fisica in quanto scienza non abbia proprio la pretesa di descrivere la realtà in quanto tale ma solo di darne un’approssimazione sufficientemente efficiente per essere operazionalmente efficace.

      Ma, di certo, quell’osservatore lì non è né uomo, né angelo, né dio: è semplicemente un’astrazione.

      In Pace

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  6. Ciao Simon, una piccola provocazione: non è un pò controsenso ipotizzare un osservatore che non sa di osservare? 🙂

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    • In che contesto?
      In Pace

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      • Il contesto è quello della terza definizione che hai posto in questo articolo.

        Tuttavia la “provocazione” è sorta perchè con “osservazione” intendo un
        “guardare intenzionale” e quindi un ente con capcità intellettiva.

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        • Se considero la riduzione di un pacchetto d’onda come tipica dell’osservazione tale quale descriite dai modelli di decoerenza quantistica, essa avviene indipendentemente dalla coscienza oppure no del sistema.

          Il lasso di tempo per questo processo di decoerenza andrà dai circa 32000 anni per un singolo atomo isolato nel vuoto intergalattico ad essere praticamente istantaneo per un uomo pesante 10^27 atomi.

          In Pace

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          • Tieni presente che sono a secco di nozioni scientifiche, se per la comprensione dell’articolo sono necessarie allora non tenere conto delle mie… osservazioni 🙂 In ogni caso la mia “provocazione” è proprio sul considerare “osservazione” ciò di cui non ci sarà mai consapevolezza: cosa la distinguerebbe da un semplice fatto?

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            • Un fatto può non essere osservato.
              Mentre l’osservazione in questo contesto è proprio l’interazione tra due enti: un ragno osserva la presenza di un moscerion nella sua ragnatela e agisce in conseguenza per nutrirsi, anche se non c’è nessuna intenzionalità in quell’osservazione.
              L’intenzionalità ha il suo fondamento solo nella natura eviterna che osserva.
              In Pace

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