Eviternità – IV

Eviternity

Sezione 5 : Il costrutto “Tempo”

Finora abbiamo solo parlato di cambiamento e dell’osservazione del cambiamento in quanto esperienza reale di qualunque tipo di osservatore: potremmo anche dire che la nostra esperienza dell’essere in generale è il cambiamento nella sua generalità e la sua soluzione filosofica la più elegante e la più fruttuosa e unificante dal punto di vista della riflessione umana è stata quella avanzata da Aristotele, per il quale ogni essere finito passa da una attuazione ad un altra grazie al fatto che, non essendo atto puro, è anche potenza. Però in questa serie di riflessioni sull’eviternità nel nostro blog non avremo bisogno di questi concetti filosofici più avanzati: se ne faremo un uso accidentale durante una digressione lo espliciteremo.

Dichiariamo però fin dall’inizio un punto centrale della nostra tesi: il tempo, in quanto ente in sé, non esiste.

Il cambiamento certo sì che esiste, o più precisamente, esiste il cambiamento individuale di ogni ente che osserviamo e del loro insieme. Come abbiamo visto, il solo ente che non cambia ed è sempre identico, è l’osservatore eviterno (e quello, per ora ipotetico, eterno)  anche quando, apparentemente e paradossalmente, osserva cambiamenti in sé, come ad esempio la decisione del proprio amore per il proprio fine. Abbiamo anche visto che indietro non si torna mai e cioè che una volta che un cambiamento ha avuto luogo nessun ente torna mai esattamente al suo statu quo ante. Un osservatore eviterno che osserva in sé un aumento di carità verso il suo proprio fine non può tornare esattamente indietro mentre però può sempre osservare un ulteriore aumento della detta carità.

Diamo adesso un’occhiata a quegli osservatori caratterizzati dalla temporalità, cioè da quella situazione in cui la loro identità non è intangibile rispetto ai loro propri cambiamenti e a quelli intorno a loro (N.B.: benché parliamo di categoria della temporalità l’abbiamo definita nel post precedente senza che ancora nessuna nozione di tempo sia stata finora utilizzata).

Non sono quindi osservatori davvero “neutrali” ma le loro osservazioni saranno dipendenti dalle circostanze e ne saranno anche affetti senza rendersi conto di esserlo in quanto la loro identità non è garantita intangibile: ad esempio un lupo che non ha fame osserverà la presenza di una preda e reagirà a questa presenza in un modo differente di quando ha fame e questo comportamento differente indurrà un comportamento differente presso la preda stessa e quindi l’osservazione, da parte del lupo, di un cambiamento di comportamento differente in sua presenza, senza che si renda conto di questo cambiamento di comportamento in funzione del proprio stato. Quando non ha fame osserverà che la preda rimane pacifica e quando ha fame che la preda corre via.

Il fatto stesso che l’identità di questo tipo di osservatori non è intangibile fa sì che non sono capaci di osservazione eviterna del reale: le catene più o meno lunghe di causalità osservate non possono essere a priori separate dall’osservatore in quanto tale, un po’ come l’infante che tetta ancora la madre e non è ancora cosciente del fatto che la mamma e lui sono due entità separate.

L’osservatore temporale è come in un mondo appiattito di relazioni che si incrociano tra di loro dove i cambiamenti degli uni possono o no incidere direttamente o indirettamente addirittura sulla propria identità senza nessuna coscienza di questa incidenza: il sole si alza offrendo un cambiamento, un fiore si apre offrendone un secondo, una campana suona altrove, un pasto appare, un animale si disseta, il presente è, il ricordo ricorda quel che non è più, il sogno si rappresenta quel che non è ancora. Per questo i poeti e gli artisti in generale ci toccano, in quanto guardano al mondo reale lo lasciano intaccare la loro identità che poi trascrivono nella loro opera per tentare di compartire quest’esperienza di per sé unica e … atemporale.

Mentre tutti gli esseri temporali si muovono in labirinto appiattito di causalità che subiscono e sul quale non hanno nessun controllo ed è alquanto complesso all’immagine di questa immagine della Psychobox,

 psychobox

gli esseri umani  tentano di darvi senso interpretando tale oggetto come la proiezione di una realtà con più di due dimensioni: ma tale interpretazione è solo un costrutto mentale e culturale, non è qualcosa che attualmente esiste nel reale sperimentato in quanto tale.

All’interno di questo insieme di osservazioni rilegate tra di loro in modo complesso, l’osservatore temporale umano nota che ci sono dei cambiamenti apparentemente ricorrenti, sottolineiamo il termine “apparentemente” in quanto la ricorrenza perfetta non si è mai constatata e, per giunta, in quanto l’identità dell’osservatore temporale non è intangibile, la ricorrenza stessa non può essere “garantita”: ad esempio abbiamo il ciclo quotidiano del percorso del sole lungo la volta celeste, ma ogni giorno è differente da un altro e così ogni anno a ben vedere il cambiamento delle posizioni delle stelle dovuto anche alla precessione della terra intorno al suo asse polare. Anche un pendolo non è mai esattamente identico da un battito all’altro dovuto all’attrito con l’aria ambiente e così via di seguito. Non esistono movimenti perfettamente ricorrenti ma solo sufficientemente per ordinare le varie catene di causalità tra di loro: questa necessità di ordinarle tra di loro è propria dell’essere umano, in quanto, per sua natura, l’essere umano vuole coscientemente poter agire sulla realtà che lo circonda e, al contempo, minimizzare l’influenza del suo ambiente sulla propria identità: ciò è dovuto al fatto della sua doppia natura di osservatore che è anche eviterna e quindi si deve di conservare la propria identità temporale per quanto possa.

 Un’altra immagine che aiuta analogicamente  a meglio capire la differenza tra situazione oggettiva osservata dall’ente eviterno, ente temporale e finalmente il  costrutto di tempo dell’essere umano può anche essere la seguente (anche’essa della Psichobox)

psycho4-spiral

L’osservatore che vive nella temporalità osserva solo la presenza di quadratini bianco e neri disposti su di un fondo blé, vede che ci sono correlazioni particolari come ad esempio ad ogni quadratino bianco c’è uno nero antecedente ed uno nero successivo  e lo stesso per i quadratini bianchi, vede anche che al di sopra e al di sotto di ogni quadratino c’è un campo blu: siamo nella situazione della immagine presentata più su.

L’essere umano deve ordinare questo ammasso di informazione per poter agire su di esso e non lasciarsi “ipnotizzare” da esso e per dare senso ad questo ammasso avrà ricorso alle ricorrenze più o meno apparenti che gli sembrano sorgere  e vedrà l’apparire di una spirale che parte dal centro fino alla periferia e che dà profondità, come una dimensione supplementare alla figura piana considerata.

L’osservatore eviterno, invece, immediatamente osserva che siamo in presenza di quattro cerchi concentrici e che non c’è nessuna dimensione supplementare necessaria, anche se sa che l’essere umano vede quella figura come espressione di una dimensione supplementare nella quale si sviluppa una spirale che possa dar senso alla sua osservazione nella temporalità  e anche sa che al semplice osservatore temporale l’immagine si presenta come una miriade di varie relazioni rispetto alle quali esso rimane passivo.

Quel che permette di stabilire quel costrutto chiamato tempo è quindi la presenza di cambiamenti (apparentemente) sufficientemente ricorrenti: solo la presenza di ricorrenze permette di classificare cambiamenti di natura differente tra di loro; per giunta, questo costrutto è possibile solo se vi è l’esistenza di ricorrenze il cui ritmo “apparente” sia della stessa natura che quello del cambiamento che si vuole osservare: ad esempio, non ha senso nel vissuto sperimentale dell’osservatore misurare un vita umana in millisecondi, anche se ciò resta intellettualmente possibile; in generale e per ulteriore aggiunta, bisognerà che la deriva della ricorrenza stessa non possa essere paragonata al cambiamento che si desidera misurare, cioè il caso dove si utilizzerebbe un orologio la cui deriva sarebbe significativa durante il cambiamento dell’ente misurato.

Non esiste quindi, neanche come ipotesi di lavoro possibile, un tempo assoluto che scorrerebbe per il fatto suo e nel quale tutti gli elementi del reale troverebbero la loro posizione “naturale” e unica: esistono invece  un’infinità di costrutti temporali, sempre e solo relativi, più o meno adattati, che stabiliscono relazioni tra cambiamenti e altri cambiamenti apparentemente periodici.

Se un tale tempo assoluto esistesse, direbbe il filosofo, vorrebbe dire che esisterebbe il cambiamento assolutamente ricorrente in sé, cioè senza alcuna deriva in assoluto, e anche perfettamente osservabile da un osservatore temporale che lo potrebbe usare come orologio per la misura del cambiamento di tutti gli altri enti temporali: questo orologio però, appunto in quanto temporale, non potrebbe però garantire l’intangibilità della propria identità e quindi, essendo una contraddizione nei termini, non può esistere in quanto tale: per giunta ce ne vorrebbero due per paragonarli tra di loro e verificarne mutualmente la perfetta ricorrenza.

D’altro canto, un osservatore eterno o eviterno solo osservano il cambiamento che non torna mai indietro e non saranno quindi mai buoni orologiai, ne dispiaccia a Newton e altri Cartesio.

(CONTINUA)

In Pace

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Categorie:Filosofia, teologia e apologetica

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8 replies

  1. Si potrebbe dire che più che non esistere il tempo, non esiste UN SOLO tipo di tempo ?
    Se esiste il cambiamento esiste un prima del cambiamento ed un dopo il cambiamento.
    Come potrebbe un osservatore esterno osservare una cambiamento se non ci fosse un prima ed un dopo ?
    E che cosa è il tempo, se non la distanza tra il prima ed il dopo ?
    Qualunque essa sia (questa distanza) , infinitesimale o immensa, è di certo un valore superiore (o magari , per assurdo inferiore) allo 0 di qualsiasi unità di misura che si volesse adottare.
    E si può dire che il tempo esista soltanto in funzione del cambiamento che, nel suo scorrere, avviene in qualcosa ? Se non ci fosse nulla , esisterebbe il tempo ? Io direi che forse esisterebbe SOLO il tempo in quel caso. Sarebbe il tempo che l’osservatore impiegherebbe a non veder cambiare nulla.
    Credo che siamo su un concetto di astrazione che diventa talmente lontano dalle nostre percezioni e possibilità percettive, da risultare incomprensile e poco utile. Rischiamo , alla fine, di mischiare l’infinito (mai finito) con il mai cominciato! 🙂

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    • (a)Non esiste il tempo in quanto entità in sé.
      (b)Esistono tante esperienze temporali quanti ci sono di esseri umani.
      (c)Uno stato finale ed uno stato iniziale non necessitano della nozione di tempo neanche per un fisico (cf l’esempio dato dell’equazione di Torricelli).
      (d)Il tempo non è una distanza ma un rapporto tra due cambiamenti di cui uno almeno è apparentemente ricorrente.
      (e) Non esiste Un Cambiamento esistono miriadi di cambiamenti
      (f) Il tempo già non esiste , con il nulla esisterebbe ancora di meno (ma che razza di domanda?)
      (g) L’espressione è forse astratta , ma tutto il discorso è basato su sole constatazioni sperimentali: quel che tu provi in realtà è lo scontro tra le tue preconcezioni che ti sono state inculcate e alle quali ti avvinghi e uno sguardo molto semplificato del reale. Osa essere una mente liberata dai tuoi pre-condizionamenti!

      Grazie per l’interlocuzione
      In Pace

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    • Provo a fare delle osservazioni sul tuo intervento cercando di relazionarle con quanto mi sembra di aver compreso del “tempo” e degli articoli, fino a qui letti, di “Eviternità”.

      Io sono fortemente portato ad associare il termine “tempo” con “osservazione di un ente che cambia”.
      In questo senso “prima” e “dopo” esprimono non tanto una misura, o situazione, temporale quanto un
      ente che cambia e quindi un’entità temporale. Se non esistessero enti che cambiano con regolarità non potremmo costruire un sistema di misura, sarebbe come costruire un sistema di misura in assenza di enti estesi.

      Ora però, e qui provo a vedere se ho capito questo articolo, la “regolarità di un evento temporale” è qualcosa che, al contrario dell’estensione, non appartiene all’evento temporale in sè dato che “evento temporale” significa, in questo mio argomentare, “ente che cambia” e dunque la “regolarità” è un qualcosa di “esterno” all’ente in questione, non gli appartiene sostanzialmente. Questo è ciò che, secondo me, si intende quando si afferma che il tempo non esiste in quanto entità in sè.

      Quindi il “prima” e il “dopo” appartengono all’ente che cambia. Se riscontriamo cambiamenti regolari o meglio, sempre per seguire l’articolo, se facciamo esperienze di cambiamenti regolari è del tutto lecito costruire dei sistemi di misura a loro riferiti, tuttavia non è lecito affermare che il cambiamento di cui facciamo un’esperienza regolare (leggi “ordinata”) sia causato dal nostro sistema di misura che con l’abitudine abbiamo chiamato “tempo”.

      Infatti fino a quando teniamo ben distinti modello di misurazione ed ente che cambia (verrebbe quasi da parafrasare Agostino: “fino a che non mi si domanda cosa sia il tempo”) non ci sono particolari problemi, gli accidenti (eh eh eh) nascono quando si cerca il modello “dentro” l’ente che cambia quasi come se la ragione del cambiamento sia la misurazione e non l’ente. Per cui il “tempo” non è qualcosa che scorre a cui si “aggancia” l’ente per poter cambiare, mi verrebbe quasi da dire che è l’esatto contrario: è il tempo che per poter “scorrere” si “aggancia” all’ente che cambia (l’immagine della clessidra forse è banale ma efficace direi).

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  2. Mi permetto di far notare che l’equazione di Torricelli arriva a determinare la velocità finale di una massa in moto uniformemente accelerato, ma che la velocità stessa è : “una grandezza definita come il tasso di cambiamento della posizione di un corpo in funzione del tempo”.
    Quindi senza il tempo non esisterebbe il concetto di velocità, e nemmeno l’equazione di Torricelli.
    Il fatto che per calcolarla si sia trovato un procedimento che non tenga conto del tempo, non significa che il risultato non sia poi rapportato, necessariamente, al tempo stesso.
    Forse dico qualche banalità, e sarò anche un po grezzo nelle mie considerazioni , ma trovo davvero disdicevole , sopratutto per un cristiano, il modo supponente con il quale rispondi a domande che (francamente) parlando di argomenti così complessi, dovresti considerare come inevitabili e che invece mal sopporti quando appena appena mettono in dubbio la tua sapienza.
    Se per arrivare alla conoscenza di Dio, e per leggere Croce Via, occorressero davvero 4 o 5 lauree a copertura di buona parte dello scibile umano, nessuno tranne te e pochi altri si salverebbe, e Gesù Cristo sarebbe venuto invano.
    Sei certamente molto preparato, ma (altrettanto certamente) sei poco misericordioso per chi lo è meno, e parti dal presupposto che nessuno possa dirti qualcosa che già non sai, il che è esattamente quello che rinfacci a me quando parli di “preconcezioni”.
    Siamo tutti qui per crescere, ma se pensi che l’unico da cui possa venire, per te, un elemento di crescita sia un tuo “pari” intellettuale , contraddici l’essenza stessa del cristiano , che è chiamato all’umiltà sia che di mestiere faccia il facchino o il Papa o….il teologo-fisico.
    La pace.

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    • Ottimo il tuo proposito di approfondire le equazioni di Torricelli, in quanto spunto supplementare per mostrare quanto il tempo stesso sia un costrutto e non una realtà “prima” anche per il fisico: premesso che il fisico si occupa solo della realtà in quanto misurabile, i costrutti che utilizza non sono per forza corrispondenti con una realtà oggettiva ma basta ed avanza che siano efficaci nella predizione di altre misure (una misura è sempre una nozione relativa e mai assoluta proprio per costruzione).

      Certo, invece di usare di una nozione astratta come è il tempo definito come il numero di volte che un cambiamento ricorrente ricorre mentre un altro cambiamento ha luogo (e.g. il numero di battiti del pendolo che hanno luogo durante il cambiamento di un recipiente d’acqua da 0°C a 100°C ) , si può utilizzare un’altrettanto differente nozione astratta invece del tempo come la velocità e cioè come quella di misurare la velocità di un cambiamento di un ente paragonato alla velocità di cambiamento di un altro ente e questo guardando non più un numero di ricorrenze nel cambiamento, ma, ad esempio, la distanza percorsa durante tale cambiamento paragonata alla distanza percorsa da un altro cambiamento che si sa percorrere distanze in modo costante.

      Nei due esempi è il cambiamento che è centrale nell’esperienza dell’osservatore: il numero di ricorrenze o le distanze percorse essendo costrutti per caratterizzarle. Le due nozioni possono d’altronde essere relazionate su ancora un altro piano che quello sperimentale con una formula matematica che li rilegherebbe.

      Davvero ti ringrazio per questa tua osservazione, che mi permette di ripulire ancora meglio i concetti presentati!

      In Pace

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  3. Per questo i poeti e gli artisti in generale ci toccano, in quanto guardano al mondo reale lo lasciano intaccare la loro identità che poi trascrivono nella loro opera per tentare di compartire quest’esperienza di per sé unica e … atemporale.

    Capisco perché mi hai consigliato la lettura attenta di questa tua puntata. La tua riflessione, davvero profondissima, mi coglie – per assurdo – senza ispirazione a causa di una contingenza quotidiana che mi allontana dalla atemporalità propria dell’osservatore artista, eviterno a questo punto aggiungo. E questo mi porta a darti ragione ancora di più!
    Ti anticipo che insieme al regista Massimo Selis stiamo redigendo un lungo articolo, che verrà pubblicato a puntate durante l’estate, nel quale cercheremo di dare ragione del nostro essere artisti, di cosa significhi “essere artista”, del senso dell’arte e del bello in generale e della situazione di questa prospettiva eviterna in questa società malata. Non sarà proprio un’intervista, quanto piuttosto un dialogo a due voci riportato su carta virtuale, aperto per altro alle sollecitazioni altrui. Un modo per ripensare sé stessi e, come si diceva nel post successivo, conoscersi meglio per quello che si è: uomini, quella straordinaria creatura in cui tutto il cosmo convive.
    Grazie ancora!

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  4. Pur essendo privo di qualsiasi preparazione scientifica queste riflessioni mi suonano abbastanza famigliari.Ecco alcuni estratti dal mio blog, che mi sembra denotino una certa consonanza col pensiero di fondo dell’autore di questi articoli.
    “Laddove c’è materia, lo spazio e il tempo misurano i rapporti tra i diversi componenti della materia; anzi, il tempo e lo spazio nascono dalla relazione della materia (intesa nel senso più largo del termine) con se stessa. In un certo senso – stretto – il tempo e lo spazio nemmeno esistono: esistono solo nella mente dell’uomo che ha bisogno di qualche punto di riferimento cui appigliarsi. La (limitata) regolarità di certi movimenti astrali gli fu d’aiuto.”
    “Che vi possano essere un infinito passato e un infinito futuro in potenza può sembrare un’assurdità; ma non è così in quanto il tempo di per sé (come “misura del movimento” e non come sinonimo del “divenire”) non esiste (solo nella mente dell’uomo esiste il tempo) e quindi il problema nemmeno si pone. Nel momento stesso in cui fu creata la materia, lo stato di questa materia implicava un infinito passato in potenza: ma l’individuazione del momento della creazione e dell’esistenza di questo infinito passato in potenza sono problemi solo per la mente dell’uomo, in quanto la creazione – al di fuori dell’uomo – conosce solo il presente ed è solo presente. Ed è solo in un altro presente, superiore ad esso, che noi chiamiamo eternità, che questa creazione può riscattarsi, e ritrovare l’originale splendore.”
    “Nel mondo ci sono due cose che trasgrediscono all’ordine naturale delle cose, due irrequieti clandestini: l’uomo e il tempo, quest’ultimo una creazione intellettuale del primo. L’uomo è una coabitazione di corpo e anima. Quello che è, e il sentimento di quello che vorrebbe essere: un corpo, senza le limitazioni del corpo. L’uomo è una creatura irrisolta; si definisce solo per il rapportarsi delle sue due componenti. L’irrisolto uomo ha creato un suo doppio nel campo concettuale con l’invenzione del tempo. In realtà il tempo non esiste. Esiste solo il moto e la trasformazione derivante da questo moto. Ma l’animo umano non riesce a sintonizzarsi sulla sua lunghezza d’onda, a cullarsene e lasciarsene trasportare, dal momento della trasformazione chiamata nascita al momento dell’altra trasformazione chiamata morte, come fanno gli animali. Questo scardinamento dalla traiettoria naturale del mondo materiale è la sua angoscia e la chiama tempo. Poche cose sono così disumane e poco celesti come quella snervante colonna sonora che fa tic-tac. Anche il tempo è una coabitazione, tra Passato e Futuro. L’irrisolto tempo si chiama: Presente. E la sua essenza, come quella dell’uomo, ci sfugge come sabbia dalle dita. Anima e corpo non sussistono separatamente. Ma noi siamo interamente corporei e tuttavia abbiamo un’anima: e allora cos’è l’anima? L’anima è la ferita della nostra caduta, è il segno della nostra divinità, ed è un’indicazione di quello che vorremmo e dovremmo essere. L’uomo è un animale ferito, perché le limitazioni del nostro corpo non si addicono alla nostra vera natura. Come Adamo ed Eva all’uscita del Paradiso Terrestre ci sentiamo ignudi. Vergognosi della nostra animalità. Ma materialmente l’anima è solo un effetto. Quando dico che l’uomo è interamente un animale, voglio dire che in realtà, anche quando parliamo di anima o spirito, noi tendiamo a ricercare nel suo corpo qualche anomalia, qualche recesso segreto e impenetrabile, cioè infine qualcosa di materiale, che sia la riposta causa dei suoi comportamenti. Perché in realtà noi non sappiamo concepire – coi sensi – l’immateriale. Abbiamo invece un corpo segnato, e ne scontiamo gli effetti, ma che per il resto obbedisce in toto, fin nella sua fibra più infinitesimale, alle leggi della natura terrestre. Ma la consapevolezza di questa ferita, il suo principio passivo, è innata e da questa origina anche il suo principio attivo, il libero arbitrio: che consiste, in ultima analisi, nell’accettarla – e sarà via di salvezza e sapienza; sarà consapevolezza santificata; sarà Spirito Santo – o nel negarla. Perché il privilegio dei figli di Dio, quali noi siamo, e che Dio non ci toglierà, perché sennò non saremmo figli suoi, liberi di nascita, è questo: dire sì o dire no. Nella resurrezione dei corpi non ci sarà più né corpo né anima, ma un corpo divino. L’uomo sarà abolito. Finirà il dualismo della coabitazione, che oggi costituisce l’inafferrabile umano, e avverrà la fusione di spirito e corpo. La divinità è quell’umanità che noi non riusciamo a vivere, quaggiù. E nella città celeste non ci sarà più né passato, né futuro, ma l’eterno presente. Il tempo sarà abolito. Finirà il dualismo della coabitazione, che oggi costituisce l’inafferrabile presente, e avverrà la fusione di passato e futuro. L’eternità è quel presente che noi non riusciamo a vivere, quaggiù.”
    “ ‘Istituire un ordine tra l’uomo e il tempo’ [Stravinskij sul fenomeno musicale] significa mettere un ordine al divenire delle cose, significa imbrigliare il divenire e il tempo, e lenirne il doloroso processo. E’ un tentativo di sospendere il tempo. Ma è una sospensione del tempo diametralmente opposta a quella dell’angoscia. L’angoscia è una sospensione infernale del tempo: l’uomo anela ad uscirne per entrare nella vanità di un presente inafferrabile che scappa nel futuro per fuggire nel passato; ma per chi è nell’angoscia questa vanità è necessaria come l’aria da respirare. La musica, invece, aspira ad essere una sospensione paradisiaca del tempo, un modo per tenere al guinzaglio un presente che non scappi nel futuro per fuggire nel passato, un presente che tuttavia dall’angoscia non si è ancora liberato del tutto: non è l’eternità, ma una promessa di eternità.”
    “L’angoscia è anche la condizione esistenziale dell’uomo: è un dolore di fondo dal quale l’uomo non può mai liberarsi, e che l’uomo ha cercato d’imbrigliare con l’invenzione del tempo, trovando cioè nella ritmica regolarità dei rapporti fra i movimenti degli astri un parametro atto a misurare quelli dei mutamenti della natura. Il tempo, per così dire, è il lamento di fondo dell’umanità, è la cantilena della sua angoscia. (…)Ma da cosa gli deriva questo turbamento se non da una dolorosa accettazione o da una non accettazione del Divenire, e quindi da una partecipazione all’Essere? Se Dio non esistesse e tutto si risolvesse nel Divenire, se fossimo solo figli della Natura, non dovremmo proprio per questo assistere alle sofferenze dei bambini con la suprema indifferenza della Natura, senza amore e senza odio, quand’anche, per assurdo, ce ne prendessimo cura col massimo scrupolo possibile? Sollecitudine che in questo assurdo caso non sarebbe altro che un semplice prodotto della cultura, forma civilizzata dell’istinto materno proprio anche degli animali, ammesso e non concesso che cultura e civiltà si sarebbero mai potute sviluppare se l’uomo non avesse speculato – e quindi costruito – sul mistero della sua sofferenza. La capacità di speculazione dell’uomo, infatti, deriva dalla sua sofferenza esistenziale, dal suo essere dentro e fuori di questo mondo, dall’incapacità di vivere pienamente il presente.”

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