
La terza catechesi di Leone XIV sulla costituzione Sacrosanctum Concilium, pronunciata nell’Udienza generale del 3 giugno 2026, merita di essere letta con un’attenzione ben superiore a quella che ordinariamente si concede a un testo breve di catechesi pontificia. Sotto la sua apparente linearità, infatti, essa contiene una proposizione teologica di grande densità: la liturgia non è il rivestimento esterno di una fede già costituita altrove, né il dispositivo pedagogico attraverso il quale una comunità esprime se stessa, né tantomeno l’ambito disponibile all’invenzione celebrativa del momento, ma essa è, più radicalmente, il luogo ecclesiale in cui il mistero di Dio raggiunge l’uomo nella forma concreta del rito, del segno e del simbolo.
Il punto decisivo si trova quasi all’inizio del testo, quando Leone XIV afferma che i riti cristiani «non sono un rivestimento esteriore» del mistero sacramentale, ma costituiscono «la mediazione ecclesiale» attraverso cui il dono divino giunge fino a noi. Questa affermazione, se presa sul serio, rovescia una parte considerevole dell’immaginario liturgico moderno, infatti non vi è, da una parte, una realtà spirituale pura e, dall’altra, una serie di forme esteriori più o meno sostituibili, più o meno adattabili, più o meno opportune secondo il gusto, la sensibilità o l’efficacia comunicativa del momento. La forma rituale appartiene invece alla modalità stessa con cui il mistero viene consegnato alla Chiesa e, nella Chiesa, al fedele ed il rito non aggiunge qualcosa al sacramento come un abito aggiunto a un corpo già completo; esso è la carne ecclesiale, storica, visibile e ordinata, mediante la quale il dono invisibile assume un accesso umano.
Qui si misura la distanza fra una concezione sacramentale e una concezione funzionale della liturgia: nella seconda, la forma è valutata in base alla sua efficacia immediata: quanto comunica, quanto coinvolge, quanto emoziona, quanto appare comprensibile; nella prima, invece, la forma precede la nostra disponibilità soggettiva, ci educa, ci plasma, ci riceve dentro un ordine che non nasce da noi. Leone XIV lo dice con chiarezza quando collega il rito alla formazione dell’uomo intero: il rito dà forma all’azione liturgica e, attraverso di essa, alla vita del credente: non si tratta dunque soltanto di fare bene qualcosa durante una celebrazione; si tratta di ricevere una forma dell’esistenza.
Questo è il secondo grande asse del testo: il rito non è semplicemente eseguito, ma forma colui che vi entra in quanto genera una «sensibilità spirituale», cioè un modo di percepire, gustare e abitare la presenza di Dio. La parola è importante, ma la liturgia non produce soltanto concetti corretti, non istruisce soltanto l’intelligenza, non mobilita soltanto la volontà; essa educa una sensibilità ed il cristianesimo, proprio perché è religione dell’Incarnazione, non può ridursi a un sistema di idee spirituali, né a un’etica della buona intenzione, ma esso coinvolge corpo, memoria, gesto, postura, voce, silenzio, spazio, durata. Perciò il Papa insiste sulla partecipazione di tutto l’uomo: corpo, mente e cuore: per lui la liturgia vera non è cerebralismo religioso, ma neppure emozionalismo sacro ma è l’integrazione ordinata dell’uomo intero dentro l’azione di Cristo e della Chiesa.
Da qui deriva una conseguenza di grande rilievo per la situazione ecclesiale contemporanea: se il rito forma, allora la sua forma non è indifferente e se la liturgia educa una sensibilità spirituale, allora una liturgia disordinata, banalizzata, arbitraria o verbalmente inflazionata non è mai neutra: essa educa anch’essa, ma educa male in quanto educa alla superficialità del sacro, all’impazienza, alla centralità dell’operatore umano, alla sostituzione del mistero con la spiegazione, dell’adorazione con l’animazione, della ricezione con la produzione. Viceversa, una liturgia bella, sobria, solenne, non teatrale, non soggettivistica, educa l’anima a riconoscere che essa non è l’origine del proprio rapporto con Dio, ma ne è la destinataria.
A questo punto, Leone XIV introduce uno dei passaggi più rilevanti della catechesi: il rito, con la sua sequenza definita di gesti e preghiere, può urtare la nostra tendenza alla spontaneità, ma non per questo imprigiona la libertà, invece, al contrario, la rende possibile a un livello più profondo. Questa è una delle affermazioni più antimoderne del testo, nel senso più nobile e necessario del termine in quanto la modernità tende a identificare la libertà con la disponibilità indefinita della forma: sono libero nella misura in cui posso reinventare, modificare, personalizzare, adattare, mentre il cristianesimo liturgico afferma invece che l’uomo diventa libero entrando in una forma ricevuta, non dissolvendo ogni forma nella propria espressività immediata.
Si potrebbe dire che la liturgia è una scuola di libertà perché sottrae l’uomo alla tirannia della sua spontaneità: infatti non ogni spontaneità è autenticità; spesso essa è soltanto l’automatismo del carattere, della cultura dominante, del gusto momentaneo, della psicologia collettiva. Il rito interrompe questa immediatezza e introduce una distanza salvifica. La liturgia chiede all’uomo di non coincidere con ciò che sente nell’istante, ma gli insegna a inginocchiarsi anche quando non ne avrebbe voglia, a tacere anche quando vorrebbe spiegare, ad ascoltare anche quando vorrebbe agire, a ricevere anche quando vorrebbe produrre e, in questo senso, la liturgia è una grande terapia spirituale contro la confusione moderna fra autenticità e impulsività.
Leone XIV parla della «sobrietà solenne» dei ritmi liturgici: questa sua espressione è preziosa, perché tiene insieme due termini che spesso vengono separati cioè da un lato la solennità senza sobrietà che degenera in estetismo, pompa, teatralità, gusto del grandioso e, dall’altra, la sobrietà senza solennità che scivola nella povertà simbolica, nella secchezza amministrativa, nella liturgia ridotta a riunione ben ordinata ma priva di splendore. La liturgia cristiana, quando è veramente se stessa, non è né spettacolare né piatta, ma è solenne perché riguarda Dio ed è sobria perché l’uomo, davanti a Dio, deve imparare a non occupare tutto lo spazio.
Un altro passaggio decisivo riguarda il tempo: Leone XIV afferma che il rito interrompe le attività frenetiche e ci riconduce all’essenziale, introducendoci in un’altra esperienza del tempo e dello spazio e qui la sua catechesi tocca un nodo antropologico capitale, cioè che la liturgia non è soltanto un’azione sacra collocata nel tempo ma è proprio una conversione del tempo. Essa strappa l’uomo alla cronologia della produzione, dell’urgenza, dell’efficienza, del risultato misurabile in quanto non serve a “fare qualcosa” nel senso utilitaristico del termine, ma, bensì, serve a ricevere il tempo come luogo della presenza di Dio e in un’epoca che ha trasformato quasi ogni gesto in prestazione, la liturgia rimane una delle ultime forme in cui l’uomo può imparare che l’essenziale non è prodotto, ma ricevuto.
In questo senso il testo di Leone XIV entra in risonanza con una delle diagnosi più profonde della crisi contemporanea: la perdita della forma rituale coincide con la perdita della capacità contemplativa. L’uomo che non sa più stare dentro un rito non sa più stare dentro una durata non produttiva: egli non sa più abitare il simbolo, perché vuole immediatamente tradurlo in informazione e non sa più ricevere una forma, perché ogni forma gli appare come limite, infine, non sa più adorare, perché l’adorazione è precisamente l’atto nel quale il soggetto cessa di essere il centro operativo della scena.
Il Papa giunge così al tema della grammatica rituale: la liturgia possiede una grammatica fatta di segni e simboli dove la parola non è ornamentale e dove la grammatica non è un accessorio della lingua, ma la sua condizione di intelligibilità. Senza grammatica, infatti, vi sono suoni ma non discorso; impressioni ma non significato; intensità ma non comunicazione ordinata. Dire che il rito ha una grammatica significa dire che esso non è un aggregato casuale di elementi devozionali, didattici, musicali, comunitari e simbolici, ma un ordine dotato di sintassi interna dove il gesto ha un posto; dove il silenzio ha un posto; dove la parola ha un posto; dove l’altare ha un posto; dove il corpo ha un posto e quando questi luoghi vengono confusi, non si produce semplicemente una variante stilistica ma proprio si altera la sintassi del sacro.
Questa osservazione consente anche di comprendere il rapporto, spesso malinteso, fra segno e simbolo e Leone XIV distingue opportunamente il segno dal simbolo: il segno può rimandare a un’idea mentre il simbolo, invece, apre un intero sistema di significati e valori. Il simbolo non è una semplice decorazione concettuale ma è una realtà densa, capace di congiungere livelli diversi dell’esistenza e della storia della salvezza. L’esempio dell’acqua è in tal senso paradigmatico: creazione, diluvio, Mar Rosso, Giordano, costato di Cristo, Battesimo, l’acqua liturgica non “ricorda” soltanto qualcosa ma raccoglie una storia e la rende presente secondo il modo proprio del segno sacramentale, introducendo il fedele in una trama che lo precede e lo supera.
Questa concezione è radicalmente incompatibile con la riduzione moderna del simbolo a convenzione soggettiva: infatti, per la mentalità contemporanea, un simbolo significa quello che noi decidiamo di attribuirgli; per la visione liturgica cattolica, invece, il simbolo significa quello che è stato assunto dentro un’economia divina della creazione, dell’alleanza, dell’Incarnazione e della redenzione: cioè non siamo noi a caricare l’acqua di un senso religioso, ma è Dio che, nella storia della salvezza, ha fatto dell’acqua una materia capace di portare un significato e, nei sacramenti, un’efficacia. La Chiesa non inventa il simbolo: lo riceve, lo custodisce, lo purifica, lo interpreta, lo celebra.
Il punto diventa ancora più forte quando Leone XIV parla della dimensione performativa e trasformante dei simboli: per lui, a ragione, il simbolo liturgico non si limita a rappresentare ma proprio opera in quanto esso non è solo presente davanti all’intelligenza, ma, in realtà, agisce sull’uomo; esso tocca il cuore e la mente, genera appartenenza, suscita relazioni ecclesiali, trasforma la materia e coloro che entrano in contatto con essa. Qui siamo al centro della differenza cattolica rispetto a ogni spiritualismo disincarnato: nel cattolicesimo, la materia non è un ostacolo da superare per raggiungere Dio; è il luogo umile e reale nel quale Dio raggiunge l’uomo e così acqua, olio, pane, vino, imposizione delle mani, prostrazione, incenso, canto, silenzio: tutto questo non è un apparato di accompagnamento, ma appartiene alla logica dell’Incarnazione.
Da questo punto di vista, la catechesi di Leone XIV può essere letta come una piccola ma robusta teologia anti-gnostica della liturgia, proprio contro la tentazione di ridurre il cristianesimo a interiorità pura, essa ricorda che l’uomo è spirito, anima e corpo; contro la tentazione di ridurre la liturgia a comunicazione comunitaria, essa ricorda che la liturgia è mediazione del dono divino; contro la tentazione di dissolvere il rito nella creatività pastorale, essa ricorda che la forma ricevuta educa più profondamente dell’invenzione soggettiva.
È qui che diventa legittimo, e anzi fecondo, un confronto con il confucianesimo, purché venga condotto senza sincretismo e senza confusione dei piani. Nel pensiero confuciano, il 禮, li, non designa semplicemente il cerimoniale esterno, ma l’ordine rituale mediante il quale l’uomo viene educato alla giusta postura davanti agli altri, agli antenati, al cielo, alla comunità e a se stesso. Il rito è una forma che plasma l’affetto, disciplina il desiderio, ordina la relazione, conferisce misura al gesto, esso allinea il Cielo, il Cuore che è l’umano e la Terra . Esso non è mero formalismo, perché la forma esteriore è precisamente il luogo in cui l’interiorità viene educata a diventare vera; così, da questo punto di vista, il confucianesimo comprende con straordinaria profondità una verità antropologica che l’Occidente moderno ha quasi dimenticato: non vi è umanità compiuta senza forma rituale.
Naturalmente la differenza cristiana resta assoluta. Il rito confuciano appartiene all’ordine della sapienza naturale, della civilizzazione morale, dell’armonia sociale e cosmica. Il rito cristiano, invece, appartiene all’ordine sacramentale della grazia. Esso non si limita a formare l’uomo secondo misura, ma lo introduce realmente nel mistero pasquale di Cristo ma, tuttavia, proprio questa differenza permette il confronto in quanto il confucianesimo mostra, sul piano naturale, che l’uomo non diventa umano senza una grammatica rituale; la liturgia cattolica rivela, sul piano soprannaturale, che l’uomo non viene divinizzato senza una grammatica sacramentale. L’una non sostituisce l’altra; ma la prima può aiutare a comprendere, per analogia, quanto sia devastante per la fede cristiana la perdita della forma rituale.
In altre parole, il problema non è soltanto liturgico in senso stretto ma è antropologico, dove un uomo incapace di rito diventa progressivamente incapace di ricezione, di distanza, di reverenza, di memoria, di appartenenza. Orbene, senza queste disposizioni, anche la fede cristiana viene deformata e Dio diventa contenuto da comprendere, esperienza da sentire, valore da promuovere, ma non più Mistero davanti al quale inginocchiarsi. La crisi liturgica è quindi anche crisi dell’uomo come essere simbolico e non è un caso che Leone XIV riprenda, attraverso Desiderio desideravi, l’intuizione di Romano Guardini: l’uomo deve diventare nuovamente capace di simboli: questa frase dovrebbe essere posta al centro di ogni serio programma di formazione liturgica.
Diventare capaci di simboli significa molto più che imparare il significato di alcuni segni, ma significa riacquistare un’intelligenza non riduttiva del reale, significa comprendere che una cosa può essere più di ciò che appare senza cessare di essere ciò che è, infine Significa entrare in un mondo in cui l’acqua è acqua, ma può diventare anche memoria della creazione, figura del giudizio, passaggio pasquale, grembo battesimale; in cui il pane è pane, ma può diventare Corpo; in cui il gesto è gesto, ma può diventare obbedienza; in cui il silenzio non è vuoto, ma soglia. L’uomo moderno, iper-informato e simbolicamente impoverito, conosce molti dati ma abita pochi significati e solo la liturgia, se celebrata nella sua verità, gli restituisce un’ontologia simbolica del mondo.
Per questo la mistagogia invocata da Leone XIV non può essere ridotta a spiegazione didattica del rito in quanto lo spiegare è necessario, ma non basta. La mistagogia non consiste nel sostituire il simbolo con la sua parafrasi, come se il fedele, una volta ricevuta la spiegazione, potesse fare a meno del simbolo stesso. La vera mistagogia introduce nel mistero lasciando che il rito operi secondo la sua natura ed educa l’intelligenza perché non violenti il simbolo; educa il corpo perché non rimanga estraneo; educa il cuore perché non scambi l’emozione per partecipazione; educa la comunità perché non confonda l’accoglienza con la banalizzazione del sacro.
La catechesi di Leone XIV contiene dunque una correzione implicita, ma reale, di molte patologie liturgiche diffuse. Essa, in tipico stile leonino, non pronuncia polemiche, non entra nella questione delle forme rituali antiche o recenti, non utilizza categorie di parte; tuttavia, a mio umile parere, la sua logica interna è difficilmente conciliabile con una liturgia manipolata, verbosa, improvvisata, orizzontalizzata, ridotta a teatro comunitario o a pedagogia religiosa. Quando il Papa parla di bellezza da curare «senza arbitrarietà», egli formula un principio che dovrebbe bastare a giudicare una quantità immensa di prassi celebrative, infatti l’arbitrarietà non è un difetto estetico secondario ma è proprio una ferita alla natura stessa del rito, perché introduce l’io celebrante, il gruppo, la sensibilità locale o l’urgenza pastorale come principio ordinatore là dove dovrebbe risplendere la forma ricevuta dalla Chiesa.
Non si tratta, beninteso, di opporre rigidità a creatività, come spesso si dice con una semplificazione stanca ed intellettuale disonestà perché, in realtà, si tratta di capire che nella liturgia la creatività autentica non consiste nell’inventare la forma, ma nel lasciarsi generare da essa: un cantore, un sacerdote, un ministrante, un fedele non diventano più vivi perché aggiungono se stessi al rito, ma perché consentono al rito di attraversarli. In verità,la grande arte liturgica è l’arte di sparire senza annullarsi, di servire senza occupare, di agire senza possedere l’azione e qui la forma non uccide la vita ma la custodisce dalla dissipazione.
In conclusione, questa catechesi di Leone XIV va letta come un piccolo manifesto della serietà liturgica dove il rito ridiventa mediazione ecclesiale, non rivestimento; è forma della vita, non cornice cerimoniale; è grammatica, non accumulo di segni; è educazione della libertà, non sua costrizione; è conversione del tempo, non interruzione ornamentale della settimana; è azione simbolica performativa, non illustrazione religiosa; è mistagogia incarnata, non didattica del sacro.
Se questa prospettiva venisse veramente assunta, molte false alternative cadrebbero da sole: tradizione contro partecipazione, bellezza contro pastorale, forma contro vita, rito contro interiorità, obbedienza contro libertà. La liturgia cattolica, nella sua verità più profonda, mostra precisamente il contrario: la tradizione è la condizione della partecipazione, la bellezza è pastorale quando conduce al Mistero, la forma custodisce la vita, il rito educa l’interiorità, l’obbedienza libera l’uomo dall’arbitrio di sé stesso.
Ed è forse questa la parola più urgente che la Chiesa deve tornare a dire a un mondo stanco della propria superficialissima spontaneità: non saremo salvati dall’invenzione permanente di nuove forme, ma dalla ricezione umile e intelligente della Forma che ci precede. Nella liturgia, infatti, l’uomo non si esprime anzitutto davanti a Dio ma viene formato da Dio, nella Chiesa, attraverso quei segni poveri e solenni nei quali il Verbo incarnato continua a toccare la carne del mondo.
In Pace
Categories: Attualità cattolica, Filosofia, teologia e apologetica, Liturgia e Sacra scrittura, Neo-Confucianism, Simon de Cyrène

WOW
Vabbè lasciamo perde er Pontefice Sommo, che ormai coll’entourage è un’internazionalismo comunista.
E lo sai che sto cò te.
Se me dici segno però, aggiungi sempre la formula. Simbolo ok, sintentico, ma metti la formula…semo pure de Roma…
Tralasciando che il rovesciamento nel moderno tipo 500 anni fa glielo avremmo dovuto ddì, ma nun c’eravamo, il tuo problema è che ti appiattisci sul rito.
1) lasci adito ai protestanti riguardo lo »spiritualismo soggettivista » 2) lasci adito agli orientali « nell’intangibilità ieratica della liturgia »
Ma il rito NON E’ il sacramento. In emergenza i sacramenti durano massimo 2 minuti fattivi, cosa stai riproponendo? Non hai comprenso il CVII? Il tana libera tutti?
Inoltre se leggi Paolo sai bene che ogni tipo di cantici spirituali et similia ( ma spariranno il dono delle lingue, la conoscenza e via discorrendo ) mica avevano regolamentazioni.
Sto forse dicendo che il rito non valga Symon? IO sottoscrivo che il rito del 62 è una schifezza contro la tradizione romana, vedi un po’!
Se tu dividi la funzionalità della sacralità, già a mio dire appanni il volgo alle sue beghe ( teologi primis ), ed in più continui a dimenticare che il Signore ( l’unico reale sacerdote sommo al modo di Melkitzedeq, nemmeno un vescovo è tale e lo sai dottrina e disciplina in bocca ed in mano ) sta là pé 45 secondi.
Cioè non è che te sei fissato co sta ritualità pé spiegatte l’ordine od il disordine politico, religioso ( è na virtù umana d’altronde ) e quindi l’etica – che me chiederei come mai c’entra sempre la giustizia ma avrei da ridire all’analogato prudenziale che accetto solo se annette ed assorbe la temperanza, cossicché si capirebbe l’eterodiretta giustizia, mentre i domenicani amano da cripto-catari l’intellettualità – e ribadisci GIUSTAMENTE che il rito è fondamentale all’umanità?
Ma non c’è umanità Symon? Siamo SUB-UMANI, pure con il battesimo cresimato sempre e comunque c’è il fomite del peccato ed il diavolo agisce ed il mondo ci pressa!
Non ho nulla da contestare figurati. 2000 anni ti sono bastati? 2500? quanti ne vuoi? chi usufruiva usufruiva, chi incadeva in colpa, in colpa incadeva, fu ieri, sarà domani, rito di qua o rito di llà.
Pensa e Percepisci questo, perché per me Matteo Ricci, pur se è vero, er Papa ciaveva raggione.
E Quello che nun ce vuole sta qua sei TE!
Comunque sobrietà solenne…abbiamo misericordia di me Iddio.
Il rito non è il sacramento, ma il sacramento è liturgia. E la liturgia necessita riti per attuarsi. Il Corpo ed il Sangue di Cristo, ad esempio non sono pane, vino ed acqua, ma senza questi elementi non c’è Corpo e Sangue di Cristo, ad esempio.
́La Liturgia è il soffio vitale che fa la Chiesa stessa.
I riti che la rendono attuale restano umani e non soprannaturali ( come nenche il pane ed il vino) ma in quanto tali, per l’appunto, strutturano proprio l’umano, proprio come pane e vino lo sfamano.
Ecco tutto
In Pace
…e il mistero? Dove lo hai messo?
Talmente colpito dalla bellezza esplicativa di Symon che « WOW » l’effetto fu.
Essere o non essere, dentro o fuori, corpo e anima, destino o libero arbitrio, ma perche disquisire di forma e sostanza, quando la forma è sostanza?
Che i protestanti protestino pure: è il loro mestiere. Stare all’opposizione per incapacità, o forse per volontà, di non governare ma solo di customizzare il proprio abito nuziale.
Che la parola per spiegare divida, distingue per comprendere, la cosa non ci tragga in inganno, che già il Godet lo disse tempo addietro che è impossibile, la realtà (figurarsi la Verità) resta sempre più grande delle definizioni, or dunque dunque tu cerchi la coerenza o cosa?
Chi siamo noi per dire se si possono e si devono?
Abbiamo bisogno di comunione e senza base comune, che comunione puo’ mai essere?
Ma il Rito farà comprendere un giorno ai sub umani di essere peccatori.
Senza rito non hai unione comunione corpo universale nella Chiesa di Cristo.
Scusate se mi sono permesso di intervenire è evidente la vostra maggiore preparazione e coerenza. I
l rito è/NON è sacramento?
Non cerca risposta; è il fatto che ci sia la domanda è la soluzione….MISTERO!
A me pare che proprio non puoi tu rispondermi Symon su questo perché ho perso 2 anni a farti capire nella tua follia l’articolo 1 di Tc è idem con la MR di Paolo VI e che un indulto è solo soltanto concessione, e che BXVI esclusa la sua buona volontà con l’idiozia impossibile descrittiva dei due riti paralleli normale e straordinario ( ossia una menzogna chissà per cosa visto che a certi papi si perdona ed altri no, invece io la butto in zuppa pé tutti ) PROPRIO per dimostrare che la totale menomazione del rito del 62 è esattamente quel che si approccia or ora. Né più né meno.
Ma qui si crea il corto circuito. Perché la tua risposta non vale per l’invenzione attuale rituale che viviamo e basta, vale di per sé per i i 2 minuti che necessitano l’avere Cristo e altri 30 secondi per avere gli altri sacramenti misterici.
Ma non era quello che mi ricordavo tu dicesti.
Tolto questo, comunque, ti rendi conto che stai normativizzando, ossia nel degenere normalizzando? Il rito è vita in sé per sé, non servirrà ricordarti che dai confunciani agli youruba passando per i romani che ben sapevano essere satirici su loro stessi, il rito è nefandezza e propagazione proprio di quella, altrimenti Carpocrate aveva forse riti quantomai bislacchi, foss’anche sinergici.
IO stabilisco la Legge, perché Il Cristo l’ha stabilita e gli apostoli lo hanno confermato. Vuoi il mio elogio? Buono tornare al rito, buono tornare alla devozione e qualsivoglia cosa naturale, buono anche tornare alla preghiera.
Ma guardiamo proprio la preghiera. Secondo virtù di religione NON E’ UN DIALOGO RELAZIONALE.
C’è gente che non ha mai pregato come usiamo reputare, e forse probabilmente è nel Regno.
Come gente senza rito può proprio nell’osteggiarlo star meglio di chi lo blandisce.
Porca mignotta ma ve dimenticate r peccato origginale, ma che cazzo ao ma che siete scemi?
La natura non salva, primo, figurate er poi der sopra appena scritto…MMo DominIddio s’è incarnato, e quinni serve, giacché perlomeno esisto e ne faccio parte anc’hio, ma non sò se ho reso il senso perché io ho appoggiato il discorso, ma mmo me pare se sta a scavallà, diteme dove andate alla divina liturgia che me siedo accanto a voi e scureggio apposta così vediamo fattualmente quanto ce tenete…
Mi perdoni, ma dopo aver letto il suo intervento la domanda che mi sorge spontanea è:
e quindi?
Il suo eloquio seppur geniale è fine alla sua stessa genialità e per quanto possa essere brillante in alcuni passaggi, mi pare finisca per gravitare attorno alla ovvietà piu scontata (esistono persone senza rito che possono salvarsi; esistono persone immerse nel rito che possono perdersi…e grazie al kaiser). senza giungere a una conclusione realmente costruttiva ma rasentando la banalità. Sembra quasi un protestante che protesta contro altri protestanti. Si ricordi dei poveri di Spirito.
Lei insiste molto su ciò che il rito non è:
Ma poi?
Nessuno ha mai sostenuto seriamente che il rito, da solo, garantisca la salvezza. Sappiamo bene che il giudizio finale appartiene a Dio soltanto.
Dire continuamente ciò che il rito non è non ci dice ancora ciò che esso è.
Per questo trovo più convincente l’intuizione di fondo di Symon:
il rito non esaurisce il Mistero, ma lo rende accessibile all’uomo.
Senza il mistero il rito diventa estetica.
Senza il rito il mistero rischia di diventare occulto, puramente interiore, indefinito, affidato alle interpretazioni soggettive.
Il cristianesimo non è l’una né l’altra cosa, noi cerchiamo l’universalità se non erro. È l’incontro tra il Mistero e una forma ricevuta. Per questo la domanda «il rito è o non è sacramento?» non cerca una risposta definitiva: ricorda semplicemente che il Mistero cristiano non si lascia ridurre né alla forma né alla sua negazione.
Fraternamente e con rispetto!
Vinz
Ehi spero che i like di @symon il cirenaico siano sinceri.
Finora sì, davvero!
Ne sono davvero molto compiaciuto.
Sono anni — forse una decina — che vi leggo con grande interesse e ammirazione. Nel tempo ho acquistato alcuni libri da voi consigliati, ho ricevuto la Cresima nel 2019 e, dopo quindici anni di matrimonio civile, mi sono finalmente sposato davanti a Dio il 4 ottobre 2025.
In un certo senso, voi di Pellegrini della Verità vi ho incontrati a un Croce-Via, e da allora avete accompagnato e sostenuto il mio cammino di conversione.
Prima non riuscivo nemmeno ad avvicinarmi seriamente alle Scritture ai riti alla Chiesa, me ne sentivo attrato, ma c’era come una sensazione di repulsione. È stato il vostro approccio aristotelico-tomista a farmi scoprire che…volevo bene a Gesù.
Per questo desidero dirvi semplicemente: grazie. Grazie davvero.
Negli anni non ho scritto nulla, perché temevo di apparire come un troll o un provocatore. Ma ci tenevo a farvi sapere quanto bene abbia ricevuto dal vostro lavoro e quanto ne sia sinceramente riconoscente.
Fraternamente e con rispetto!
Vinz
Dirò bene di Lei al Signore Dio nostro nella mia preghiera.
E grazie per i complimenti, ma tutto ciò è solo perché ha accettato lo Spirito Santo nella Sua vita malgrado e non grazie alla nostra pochezza.
Un abbraccio in Pace
Caro Daouda,
Da quel ce capisco leggendoti, non hai una concezione della Liturgia che sia organica ma solamente meccanica, cioè non vedi la Liturgia come l’anima che informa i riti, ma come un insieme ( al meglio) strutturato di riti.
Non è così e ti rimando ad altri miei articoli e riflessioni sulla Liturgia per l’appunto.
Quindi le tue osservazioni mi fanno semplicemente percepire che non stiamo parlando di uno stesso oggetto: tipico l’esempio tuo dei due minuti per consacrare il Corpo ed il Sangue di Cristo.
Resta il fatto che il pane ed il vino e l’acqua et l’olio ed il sale e gli unguenti, eppure materie dei sacramenti, non hanno di per sé nulla di supernaturale, così come mettersi in ginocchio, inchinarti, fare segni della croce sono tutti atti naturalissimi che di per sé non hanno loro neppure alcun valore soprannaturale: quindi è chiaro che i riti di per loro stessi sono solo atti naturali senza alcun valore soprannaturale intrinsecamente parlando.
Eppure, mangiare pane, bere vino, ungersi le ferite con olio ed unguenti, lavarsi coll’acqua, sono cose buone naturalmente; come inchinarsi davanti a chi è il superiore, essere educato, parlare senza volgarità, rispettare i libri e gli anziani, le tradizioni venerabili in quanto portatrici di saggezza, sono cose buone di per se stesse per ogni umano degno di questo nome.
Ovviamente ci sono riti più signigicanti umanamente parlando che altri, ad esempio riti umani che rettificano meglio i nomi e le cose di altri riti, asseconda il contesto culturale: ad esempio parlare al superiore utilizzando un italiano più o meno aulico indica meglio ( raddrizza i nomi) meglio che un linguaggio cafonesco.
Così ne va anche delle liturgie religiose: l’umanità dei riti è quella che è, ma nella relazione con Dio ci sono modi umani che raddrizzano più o meno bene i nomi, ad esempio come ricevere la Divintà, Corpo ed Anima, stando alzati, porgendo mani sporche manco lavate dopo essere andati al bagno, vestiti in modo sguaiato non aiuta, umanamente parlando, la dinamica spirituale che il Sacrificio del Cristo implica allo stesso modo che chi si è assicurato di non essere in stato di peccato mortale, vestito decentemente, si mette in ginocchio davanti al suo Dio e Signore per riceverlo.
Il Signore si dà nei due casi? Certo, ma in quali dei due casi, il rito umano rettificherà concretamente meglio l’espressione della Liturgia divina, la domanda è puramente retorica.
Il valore della Liturgia la dà lo Spirito Santo, come anche il Suo effetto soprannaturale, però in quanto realtà significante umanamente parlando c’è chiaramente gradazione e non tutti i riti ed insiemi di riti valgono, umanamente, lo stesso.
Ed è il dovere della Chiesa vegliare acciocchè il rito sia umanamente il più confacente, anche se infinitamente distante dalla realtà terrestre, ad esempio quale descritta durante la Santa Cena, il Sacrifio della Croce e la grande litugia dell’Apocalisse.
Quindi la domanda è semplicemente la seguente: quali tra i varî messali, de facto, raddrizzano meglio i nomi, posto che sono semplici accidenti che permettono l’attuazione della Santa e Divina Liturgia cattolica? In quanto siamo incarnati la risposta è ovvia.
Per altro, ciò mostra anche che con liturgie menomate (salvo che non siano ancora valide) come quelle odierne, non si può rifiutare l’obbedienza a chi è in carica di tale liturgia ( papa e vescovi), anche se, per carità per i propri fratelli, si debba fare di tutto affinché codesti abbiano accesso a liturgie le meno menomate possibili.
Ancora bisogna che il gerarca di turno non venga su coll’affermazione che una liturgia umanamente menomata nella sua ritualità, sia in realtà una novella pietra di paragone.
In Pace
Aspetta un attimo e lascia perdere la forma che altrimenti se proprio vuoi cederci sopra, come su come si sta approcciando la ritualità tou court, poi dopo si smonta il tomismo e si sgretolerebbe come si sgretola l’umanesimo qualsivoglia sofisticheria incipriata si dia.
Quello che deve chiedersi qualcheduno è perché da una menomazione non più continua-contigua-consecutiva (62) e per giunta prodromica all’invenzione paolina (69) qui ed ora sei tu in entrambi i fattori che tu inverti, dunque a te spetta l’onore e la tragedia della prova giacché va tutto male ed ugualmente bene, ma non come si suggerisce ovunque ed semper ormai, e non mi dilungo, ma riguarda anche te, che semo tutti boni a ddi che il sacramento c’è nel Corpo e Sangue, meno a spiegà come mai non serve a na mazza ma toccherebbe appunto partì dal lievito e dall’acqua calda, ma poi visto che sennò se ciancia del Principale a vanvera, giust’appunto subentra la dimenticaza dei canoni e della potestà gerarchica che mura i misteri. Ma sono due argomenti che nessuno vuole sentì.
Ma è più facile spiegarsi e constare che Il rito è L’ornamento.
La vese bianca mia determina il fatto che sono battezzato/cresimato nei santi misteri sotto vincolo canonico, conferma in Grazia semmai.
Perché non è che io rinneghi la realtà od una lanterna esterna su tale realtà rituale che è il fondamento umano appunto ( e Roma lo sà )…epperò sul cerino dei morti riporteremo evidentemente l’ambaradamme che abbiamo sfoltito per l’occasione accadrante, che te devo ddì?
Risposta: NON ESISTONO ATEI E NON ESISTONO PERSONE SENZA RITO, sennò la rettitudine che cavolo ne parlavamo affa cavolo. Costante di riferimento ( che poi sarebbe il Cristo cosmico stesso ) ergo si ha guarda n bòh la vita.
Dove c’è DoiminIddio.
QUA ANCORA E’ TUTTO, MA MUORI ALL’INFERNO, col rito. Quindi non ve scervellate su riti che cambiano, guardate che stanno ad apparecchià semmai cò altri riti, un motivo in più pé « fasse » santi, un motivo in più pé fa specchio a devozionalismi che erano perversioni ma di gran patina certo…
p.s. senza il rito IL Mistero è Mistero ( nel vincolo canonico ), dire che non sia quel che è questa invece a mme parebbe bestemmia, non giochiamo, cioè; ho giocato lo sò ma è il titolo di questo articolo che è sia meschino che idiota.
Caro Daouda,
forse sbaglio, ma leggendoti ho l’impressione che tu combatta l’assolutizzazione del rito senza accorgerti che talvolta rischi di assolutizzare il discorso sul rito, leggendo i tuoi interventi mi torna sempre in mente una frase attribuita a san Tommaso alla fine della sua vita: « tutto ciò che ho scritto mi sembra paglia. »
Attenzione: non perché fosse falso, ma perché la Verità era infinitamente più grande delle formule che cercavano di descriverla.
Ed è qui che, forse, non riesco a seguirti.
Tu giustamente ricordi che non esistono uomini senza rito, che non esistono uomini senza simboli, che persino l’ateo vive immerso in ritualità che non riconosce come tali. E sono d’accordo.
Però allora mi domando: non vale la stessa cosa anche per il linguaggio?
Perché talvolta ho l’impressione che il tuo stesso modo di scrivere diventi un rito. Un rito interpretativo. Un insieme di simboli, allusioni, inversioni, paradossi e rimandi che finiscono per rivestire concetti che, in fondo, sono molto più semplici.
E qui ritorno a Gödel, almeno per come lo comprendo io.
Nessun sistema riesce a contenere completamente la verità che pretende di spiegare. E questo vale per tutti:
per i tradizionalisti;
per i progressisti;
per i tomisti;
per Symon;
per te;
certamente anche per me.
La Verità eccede sempre il sistema.
Per questo ho l’impressione che il tuo ragionamento compia continuamente un movimento circolare: parti da un estremo per denunciarlo, percorri tutto il cerchio e finisci sull’estremo opposto, restando però agganciato al punto da cui eri partito.
Dici che il rito non salva. Vero.
Dici che si può andare all’inferno con il rito. Vero.
Dici che il Mistero resta Mistero anche senza il rito. Vero.
Dici che non esistono persone senza rito. Vero.
E quindi?
Mi sembra che alla fine tutto torni sempre a essere paglia.
Anche i nostri discorsi.
Anche i miei.
Anche i tuoi.
Perfino le dispute sui messali.
Mi viene in mente una domanda apparentemente profondissima: se Cristo non avesse detto a Giuda che lo avrebbe tradito, Giuda lo avrebbe tradito lo stesso?
Possiamo discutere per ore di predestinazione, libertà, prescienza divina e volontà umana.
Ma alla fine, che cosa abbiamo compreso davvero? Sudoku
La risposta corretta a quella domanda non è la Verità, non è Verità.
La Verità è Cristo.
Ed è qui che credo di divergere da te.
Tu ragioni spesso come se la Chiesa potesse imboccare la strada giusta o quella sbagliata, come se il problema decisivo fosse trovare il corretto equilibrio tra rito, gerarchia, canoni e devozioni.
Io invece credo che anche le nostre confusioni, le nostre menomazioni, le nostre battaglie liturgiche e persino i nostri errori non escano mai dalla Provvidenza di Dio.
Non perché il male sia bene.
Ma perché nulla sfugge a Dio…Beati i poveri di Spirito…
Alla fine, quando tutto è stato detto, spiegato, argomentato e disputato, resta sempre una cosa che non è paglia:
« Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. »
Tutto il resto, persino le nostre migliori spiegazioni del Mistero, mi pare soltanto un tentativo di indicare quella direzione. Non la destinazione. BEATI I POVERI DI SPIRITO, perche…
Ho come l’impressione che tu ragioni allo stesso modo del fu Papa Francesco, quando rifiutava di farsi baciare l’anello!
il grande Francesco, quello del tana libera tutti ( finalmente, lo attendevamo da secoli, e per me il gesuita a Cuba con l’agente pseudo-pseudo-pseudo 3 volte patriarca, beh, vale oro…FINALMENTE ) ma ad ogni modo non ho donde incasellare la tua domanda tralasciando il fatto che si baciano le mani non l’anello, il che già torva tutto, appunto da parecchio prima.
Mi dai troppo valore e non credere che « ribellizzi » affatto. Pinag, mi adiro ed in realtà prego poco e male, tutto qua.
Informati meglio: al Papa si bacia il « Piscatorio ».
« Tana libera tutti »?: l’inferno è pieno di persone illuse!