
Le ore che stiamo vivendo sono destinate a lasciare una traccia profonda nella memoria ecclesiale. Da una parte, il Santo Padre ha rivolto un appello a don Davide Pagliarani affinché la Fraternità Sacerdotale San Pio X rinunci alle consacrazioni episcopali annunciate a Écône; dall’altra, il Superiore Generale della Fraternità ha risposto riaffermando le ragioni che, secondo il suo giudizio, rendono tale passo necessario per il bene della Chiesa. Nel volgere di poche ore, il mondo cattolico si è diviso, quasi istintivamente, secondo uno schema ormai fin troppo familiare: chi con il Papa contro Écône e chi con Écône contro il Papa.
Confesso, tuttavia, che, osservando questa vicenda, la domanda che più mi tormenta non è quella che sembrerebbe occupare tutti, infatti, non mi chiedo anzitutto chi abbia ragione, né quale delle due parti abbia raccolto gli argomenti canonici o teologici più convincenti, ma mi domando, piuttosto, se non ci troviamo davanti alla manifestazione di una realtà ancora più profonda e più inquietante, una realtà che riguarda non semplicemente il diritto ecclesiastico o la prudenza pastorale, ma la struttura stessa del peccato.
Siamo abituati a pensare al peccato come ad un atto che avviene quando un uomo sceglie il male invece del bene e, rompendo l’ordine voluto da Dio, si allontana dalla comunione e magari, successivamente, mediante la grazia, verrà riconciliato: mi domando se questa descrizione, pur essendo vera, non rimanga ancora incompleta e se il peccato non sia soltanto un atto ma che sia, anzitutto, un luogo.
Non un luogo materiale, naturalmente, bensì un luogo spirituale, un topos nel quale le relazioni cessano progressivamente di produrre armonia e cominciano, quasi inevitabilmente, a generare ulteriore disarmonia. Un luogo nel quale perfino uomini sinceri, desiderosi di servire Dio, finiscono con il rendere sempre più difficile quella comunione che tutti dichiarano di voler custodire ed è precisamente questo che mi sembra di vedere nella vicenda odierna.
Non intendo affermare che il Papa sia personalmente nel peccato, il che sarebbe un’affermazione tanto temeraria quanto ingiusta, ma neppure intendo dire che lo sia don Pagliarani o la Fraternità San Pio X. Il giudizio sulle coscienze appartiene, ovviamente, a Dio solo, ma proprio perché non sto parlando delle coscienze individuali, bensì del luogo relazionale nel quale esse si trovano ad operare, mi sembra possibile formulare un’altra osservazione.
Quando due soggetti, entrambi persuasi di servire Cristo, entrambi persuasi di operare per il bene della Chiesa, entrambi convinti di custodire un bene autentico, giungono a una situazione nella quale ogni nuovo gesto sembra approfondire la distanza invece di ricostruire la comunione, allora il problema non consiste più soltanto nello stabilire quale dei due abbia una porzione maggiore di ragione. Il problema consiste nel riconoscere che entrambi stanno ormai agendo all’interno di un medesimo topos, nel quale la logica della frattura tende continuamente a riprodurre se stessa: l’aver ragione non è l’aver la verità.
Ogni padre di famiglia conosce questa esperienza: due figli iniziano una discussione, ma mentre all’inizio è relativamente semplice distinguere chi abbia provocato e chi abbia reagito, quando il litigio si prolunga, accade qualcosa di infinitamente più grave dell’offesa iniziale in quanto la relazione stessa cambia natura. Ogni parola viene interpretata come un’accusa e ogni silenzio come un’offesa ed ogni tentativo di spiegazione come una nuova provocazione: il padre continua naturalmente a sapere che il bene e il male esistono, ma comprende che la sua prima responsabilità non consiste più nel proclamare un vincitore, ma consiste proprio nel sottrarre i figli al luogo nel quale il litigio li ha ormai imprigionati.
Forse questa immagine familiare a tutti, può aiutarci a comprendere anche la sofferenza della Chiesa in questi giorni: il dramma non consiste nel fatto che il Papa difenda l’unità ecclesiale e sarebbe ben assurdo rimproverarglielo visto che è precisamente il compito affidatogli da Cristo. E neppure tale dramma consiste nel fatto che la Fraternità ritenga di difendere ciò che considera un patrimonio essenziale della Tradizione in quanto anche questa convinzione possiede una propria coerenza interna, che non può essere liquidata con superficialità.
Il dramma è che entrambe le posizioni sembrano ormai incapaci di generare quella comunione alla quale entrambe dichiarano di tendere ed è precisamente questa incapacità che mi sembra rivelare il topos del peccato.
Per questa ragione, forse, la nozione stessa di Salvezza mi sembra di apparire sotto una luce nuova: noi diciamo che Cristo ci salva dal peccato, ma forse questa espressione può essere compresa anche in un senso ulteriore con Cristo che non si limita a perdonare l’atto peccaminoso ma che proprio strappa l’uomo dal luogo nel quale il peccato lo aveva rinchiuso. Il Battesimo non è soltanto la remissione di una colpa, ma è l’ingresso in una nuova dimora spirituale, nella quale la comunione torna ad essere possibile perché l’uomo è stato innestato nel Corpo di Cristo.
Alla luce di questa prospettiva, perfino il peccato originale acquista un rilievo nuovo in quanto esso non appare più soltanto come l’origine storica e spirituale della colpa dell’umanità, ma come il grande topos nel quale tutti veniamo alla luce: un ordine relazionale ferito, dal quale nessuno può liberarsi con le sole proprie forze. La Redenzione, allora, non consiste semplicemente in un’assoluzione giuridica; consiste nel trasferimento dell’uomo da un luogo di alienazione ad un luogo di comunione, dal regno della frattura al Regno del Figlio.
È forse per questo che i santi ci appaiono così diversi: non perché non conoscano più la tentazione, né perché cessino improvvisamente di essere fragili, ma perché hanno imparato ad abitare un altro luogo pur continuando a vivere nel medesimo mondo, affrontando le medesime prove, sperimentando le medesime sofferenze mentre, tuttavia, il principio che struttura la loro esistenza non è più la logica della separazione, bensì quella della comunione.
Per questo, davanti alla dolorosa vicenda che oggi coinvolge Roma ed Écône, mi sembra che il primo dovere del cristiano non sia scegliere con precipitazione da quale parte collocarsi, quasi che il problema consistesse soltanto nell’individuare il vincitore della controversia. Il primo dovere nostro è riconoscere il rischio di lasciarsi trascinare, anche interiormente, dentro quel topos nel quale la divisione finisce per nutrirsi di sé stessa.
La Chiesa ha certamente bisogno della verità e della giustizia come anche ha certamente bisogno dell’obbedienza e della fedeltà alla Tradizione, ma ha bisogno, prima ancora, di uomini e donne che rifiutino di abitare il luogo della frattura, perché soltanto chi dimora nella comunione può realmente contribuire a ricostruirla.
Secondo me, è proprio questa la domanda che il Signore rivolge oggi a ciascuno di noi: non semplicemente da quale parte stiamo, ma da quale luogo spirituale guardiamo la Chiesa.
In Pace
Categories: Attualità cattolica, Magistero, Simon de Cyrène

Grazie Simon per questo atto ragionato di saggezza cattolica. Che ognuno preghi che i protagonisti della vicenda possano presto abitare il luogo della Comunione con il Santo dei Santi.
Allora: quelli là sò amici di Edom, e cianno magagne pagane-gnostiche basti vedere come sono nati tutti i sedevacantismi da loro tralasciando i palmariani che comunque si rifanno a quella succesione dell’amico comunista del Vietnam.
Quelli di Utrecht, se rimangono ad Utrecht e se si rifacessero ai principi di Scranton ( ma praticamente solo gli illegittimi si fanno puri, l’abilità del diavolo, ossia quelli privi di coputerura giuridica ) avrebbero invece tutte le carte in regole in forza del loro giusto privilegio ( che una volta era la normalità ovunque ) ma ormai difatti sono un’accozzaglia protestante.
Quindi nessuna pietà per un’organizzazione comunista. Quelli poi sono il degenere teologico del bubbone che ci ha dato il modernismo e ci si vuol parlare?
Risposta all’ultima domanda: non possiamo essere dalla parte di DIO è impossibile. E’ Loro che è dalla parte nostra. Dunque capirai da te che Scrittura, Tradizione, Autorità, Mistica e Liturgia alla mano, non si possono nemmanco toccare quelli là proprio perché loro che si galvanizzano nell’ultima tua domanda ( tralasciando che essendo lo Spirito Uno ed Unico per ovvio assioma e privo di luoghi o fase, è DIO da DIO ma certo non per quei ruffiani e non mi scrivere che non sono rivoltevoli, io ho peccati, ma tu patteggi in tal caso ).