
Il vedovato come luogo teologico, dissonanza dell’essere e compimento dell’amore
Parte terza
La speranza che crocifigge e il pellegrinaggio verso la comunione compiuta
La speranza cristiana viene giustamente definita come la virtù teologale mediante la quale l’uomo attende da Dio, con fiducia fondata sulla sua fedeltà, la vita eterna e i mezzi necessari per conseguirla. Eppure tale definizione, per quanto perfettamente vera, può rimanere esistenzialmente incompleta finché il bene atteso non abbia assunto, nella vita concreta, un volto amato e finché la sua mancata possessione non sia divenuta una ferita quotidiana.
Il vedovato rivela infatti una dimensione della speranza della quale si parla forse troppo poco: la sua capacità di accrescere il dolore precisamente mentre lo salva dalla disperazione.
La certezza della comunione futura non diminuisce necessariamente l’intensità della separazione presente, ma può, al contrario, renderla più acuta, poiché quanto più il bene promesso appare reale, tanto più il suo non essere ancora posseduto diviene doloroso: se la persona amata fosse definitivamente consegnata al nulla, il tempo potrebbe forse attenuare la sofferenza trasformando progressivamente la relazione in ricordo, ma poiché la fede afferma che ella vive in Dio, la speranza impedisce che il desiderio si spenga e che la comunione venga archiviata come qualcosa di concluso.
La speranza non chiude la ferita, anzi, la mantiene aperta perché custodisce la verità del bene atteso: essa non consente alla persona amata di diventare soltanto una figura del passato, né permette che l’amore venga ridotto alla memoria di ciò che fu. Proprio perché afferma la continuità della vita in Dio e la promessa della risurrezione, la speranza mantiene il cuore orientato verso una comunione che non è perduta e che, tuttavia, non può ancora essere pienamente raggiunta.
Quanto più la comunione promessa è creduta, tanto più la distanza provvisoria può diventare dolorosa: la speranza acquista così un carattere intrinsecamente crocifiggente, non perché sia opposta alla gioia, ma perché colloca l’intera esistenza sotto l’attrazione di un compimento che è già realmente promesso e non è ancora posseduto. Essa introduce il soggetto nel mistero del “già” e del “non ancora”: la vita eterna è già presente come grazia, promessa, orientamento e forza attrattiva, ma non è ancora data nella visione e nella comunione compiute.
Il presente viene abitato da ciò che lo trascende: la Patria celeste esercita già la propria gravità sul pellegrino, mentre il cammino continua; la comunione futura illumina la separazione, senza per questo abolirla; la persona amata è creduta viva in Dio, mentre il corpo, la casa e la memoria continuano a sperimentarne l’invisibilità.
Il vedovo non è dunque assimilabile al pellegrino entusiasta che si dirige verso un santuario ancora sconosciuto, sostenuto dalla curiosità e dalla promessa di una meta che non ha mai veduto in quanto egli conosce già, almeno affettivamente, la propria destinazione, poiché la persona amata ha conferito a quella meta un volto e un nome.
La meta non è più soltanto “il Cielo”, inteso come nozione generale della dottrina cristiana, ma è la comunione in Dio con colei attraverso la quale egli era divenuto ciò che è, ed è precisamente questa conoscenza a rendere più arduo il cammino, infatti colui che ignora ciò che lo attende può ancora distrarsi lungo la strada, ma colui che sa chi lo attende alla fine percepisce con intensità crescente la precarietà di ogni tappa intermedia e il carattere provvisorio di tutto ciò che rimane quaggiù.
Il vedovato trasforma pertanto il rapporto con il temp dove il futuro non è soltanto ciò che deve ancora avvenire, ma il luogo promesso della ricomposizione; dove il presente non è semplicemente il tempo dei doveri, della preghiera, dei figli, dei nipotini e delle opere ancora da compiere, ma anche il luogo dell’incompletezza; dove il passato, infine, non è ciò che è irrimediabilmente trascorso, poiché continua ad agire come forma interiore, memoria viva, benedizione, principio educativo e promessa di una comunione che la morte non ha potuto annullare.
Se, secondo l’intuizione iniziale, l’amore è la relazione attraverso la quale ciascuno riceve dall’altro la possibilità storica di diventare pienamente sé stesso, allora la morte della persona amata non può lasciare intatta la percezione della propria identità e non perché il superstite cessi di essere se stesso, ma perché deve ormai continuare a esserlo senza quella presenza attraverso la quale la propria figura era stata per decenni riconosciuta e sostenuta.
Il compito spirituale non consiste nel cancellare tale co-costituzione, come se la maturità richiedesse di diventare retroattivamente indipendenti dall’amore ricevuto! Consiste piuttosto nell’assumere interiormente ciò che l’altra persona ha contribuito a formare, consentendo alle sue virtù, al suo sguardo, alla sua maniera di amare e alla sua fedeltà di continuare a operare nella propria vita e in quella dei figli e dei nipotini: la relazione non viene negata; viene interiorizzata e consegnata a Dio.
È qui che la memoria non deve essere concepita come un museo dell’assenza, bensì come la modalità attraverso la quale una comunione reale, pur privata della reciprocità sensibile, continua a produrre frutto: la persona amata non è resa presente mediante un artificio dell’immaginazione, ma attraverso la permanenza della forma che il suo amore ha impresso nelle persone, nelle abitudini, nelle scelte e nella storia familiare.
Questa continuità non elimina tuttavia il dolore, perché il bene che permane nella memoria non sostituisce la presenza ma, anzi, proprio ciò che continua a vivere rende più evidente ciò che manca, e la gratitudine ed il desiderio possono pertanto crescere insieme: quanto più si riconosce la grandezza di ciò che è stato ricevuto, tanto più se ne avverte l’assenza; e quanto più l’assenza ferisce, tanto più la memoria può trasformarsi in benedizione.
Tale esperienza coinvolge simultaneamente il corpo, le emozioni, l’intelligenza, la memoria, la preghiera e la vita teologale: il corpo ricorda i gesti e gli spazi; la casa ricorda una forma di vita; l’intelligenza cerca un ordine capace di accogliere l’esperienza senza ridurla; la fede afferma ciò che i sensi non possono verificare; la speranza tende verso ciò che non può ancora possedere; la carità continua ad amare senza ricevere la risposta visibile della persona amata.
Separare artificialmente questi livelli significherebbe tradire l’unità della persona: il dolore non è soltanto psicologico, la speranza non è soltanto teologica, il ricordo non è soltanto affettivo e il corpo non è un supporto passivo: invece, l’uomo soffre, crede, ama e spera secondo la totalità indivisa del proprio essere.
In questo contesto le virtù teologali possono apparire progressivamente scarnificate: la fede continua, ma senza le evidenze sensibili che la comunione coniugale poteva indirettamente offrirle; la speranza continua, ma senza una consolazione proporzionata alla forza del desiderio; la carità continua, ma senza la gioia immediata della presenza visibile e senza la reciprocità concreta che, per decenni, l’aveva nutrita.
Esse sembrano più povere, quasi ridotte alla loro struttura essenziale; e tuttavia potrebbero diventare, precisamente per questo, più radicalmente teologali, poiché, perdendo alcuni dei sostegni affettivi che ne rendevano più facile l’esercizio, vengono condotte a poggiare con maggiore nudità su Dio solo.
Ma ciò non significa che le mediazioni sensibili fossero imperfette o spiritualmente inferiori: la comunione coniugale era una grazia autentica, e la sua capacità di sostenere la fede, la speranza e la carità apparteneva alla bontà dell’ordine creato e sacramentale. Quando però una mediazione viene sottratta, ciò che prima si appoggiava legittimamente su di essa deve imparare a vivere secondo un altro regime.
La fede deve credere ciò che non vede più rispecchiato nella presenza dell’altra persona; la speranza deve attendere senza poter abbreviare l’ora stabilita da Dio; la carità deve continuare a benedire, ringraziare e amare senza possedere più la risposta sensibile che le era familiare.
Questa nudità non deve essere identificata troppo rapidamente con una notte mistica nel senso tecnico descritto dai grandi maestri della vita contemplativa, infatti, non ogni perdita di consolazione costituisce una notte passiva dello spirito, e non ogni trasformazione interiore deve essere interpretata come un fenomeno mistico. Il vedovato possiede tuttavia una densità spirituale propria, poiché costringe la persona a vivere in un regime di fede più povero di appoggi e, proprio per questo, potenzialmente più esposto all’azione purificatrice della grazia.
In tale contesto di vedovanza il discernimento deve evitare due riduzioni opposte. Da un lato, sarebbe insufficiente ricondurre tutto alla psicologia del lutto, come se le risonanze teologali fossero semplici sovrastrutture prodotte dal bisogno di attribuire un senso alla perdita, ma, d’altro canto, sarebbe altrettanto imprudente spiritualizzare ogni movimento affettivo e attribuire immediatamente a una grazia mistica straordinaria ciò che può appartenere alla struttura ordinaria, benché profondissima, del dolore umano.
Dio non istruisce l’uomo aggirandone la natura ma opera dentro di essa. Egli non sostituisce il dolore psicologico con un’esperienza soprannaturale estranea, ma può assumere quella ferita, purificarla e farne il luogo nel quale una verità già conosciuta divenga esistenzialmente intelligibile.
Rimane allora la questione decisiva: ciò che il vedovo sperimenta riguarda soltanto la sua condizione particolare, oppure rende manifesto, con un’intensità eccezionale, qualcosa che appartiene alla condizione umana in quanto tale?
Forse il vedovo non vive una realtà assolutamente diversa da quella degli altri; forse conosce con maggiore evidenza ciò che gli altri possono ancora ignorare: che ogni essere umano abita una creazione buona ma incompiuta; che ogni comunione terrena è reale, ma non autosufficiente; che ogni casa, per quanto amata, è autentica senza essere definitiva; che ogni amore umano è esposto alla morte e che il cuore tende verso una pienezza che nessun bene finito, proprio perché finito, può esaurire.
La perdita coniugale rende visibile questa struttura universale: laddove altri possono ancora vivere come se il mondo presente costituisse la dimora ultima, il vedovo sa che la dimora è vera, preziosa e degna di essere amata, ma non definitiva e comprende che proprio ciò che vi è stato di più bello e più santo rimandava a una compiutezza che il tempo non poteva contenere interamente.
Il vedovato diviene così una forma particolare di pellegrinaggio: non perché separi dal mondo o ne diminuisca il valore, ma perché ne rivela la transitorietà; non perché svuoti la casa del suo significato, ma perché mostra che il significato più profondo della casa dipendeva da una comunione che ora la trascende.
La condizione può allora essere accostata, con tutte le necessarie cautele analogiche, alla terra nella quale Adamo ed Eva si trovano dopo l’uscita dal paradiso: non un mondo privo di bontà, ma un mondo nel quale l’armonia non è più immediatamente posseduta; non una creazione abbandonata, ma una creazione nella quale il lavoro, la bellezza, la fecondità e l’amore continuano sotto il segno della fatica, della distanza e della morte.
Il riferimento alla Croce conduce questa intuizione al proprio centro cristiano, poiché Cristo non ha semplicemente osservato dall’esterno la dissonanza della condizione umana, ma l’ha assunta. Colui che non conobbe peccato fu fatto peccato per noi; entrò nel luogo della separazione, dell’abbandono e della morte, non per confermarne il dominio, ma per attraversarlo e riconciliarlo nel Padre.
Il vedovo non riproduce la Croce in senso identico, né può appropriarsi della passione di Cristo come se fosse una semplice figura della propria sofferenza però può, tuttavia, comprendere che la propria condizione acquista significato soltanto se viene assunta dentro quella Croce, nella quale la dissonanza cessa di essere l’ultima parola, l’esilio cessa di essere la destinazione e la regio dissimilitudinis viene riaperta alla somiglianza: tutto è già stato attraversato dalla Pasqua.
Certo, tutto ciò non elimina il dolore, ma gli impedisce di diventare assoluto.
Il compito spirituale non consiste pertanto nell’elaborare una nuova dottrina del vedovato, né nel trasformare un’esperienza personale in norma universale, ma consiste nel discernere se, attraverso questa condizione, alcune verità antiche della fede siano divenute conoscibili nella carne dell’esistenza.
La domanda autentica è: « Una verità che già conoscevo è diventata, attraverso questa ferita, più profondamente intelligibile? ». E ancora: « Ciò che nel cuore si presenta come dissonanza, esilio, presenza-assenza, speranza dolorosa, co-costituzione ferita e scarnificazione delle virtù possiede analogie reali nella grande tradizione spirituale cattolica, e in quale modo tale tradizione può riconoscerlo, purificarlo e, ove necessario, correggerlo? ».
Il linguaggio neoconfuciano del cuore può descrivere con particolare finezza la perdita dell’armonia, il disassamento della persona, la permanenza relazionale dell’altro e la distanza fra la condizione presente e il compimento del ming: la fede cattolica deve tuttavia discernere il significato ultimo di ciò che viene descritto, riconducendolo alla Creazione, alla Provvidenza, alla Caduta, alla Grazia, alla Comunione dei Santi, alla Risurrezione ed alla Gloria.
Fra i due registri non deve esservi confusione, ma neppure ostilità. L’uno può dire come il cuore viva la ferita quando l’altro può dire quale verità la salvi, da chi provenga il suo senso e verso quale compimento essa sia orientata.
Forse è precisamente qui che il vedovato diviene luogo teologico: non perché conferisca il diritto di parlare in nome di Dio, ma perché obbliga a ricevere nuovamente da Dio il significato dell’amore e del mondo.
Se l’amore coniugale è stato la relazione nella quale ciascuno ha ricevuto dall’altro la possibilità di divenire più pienamente sé stesso, la morte non può cancellarne l’opera: essa può, sì, sottrarre la presenza, ma non annullare la forma, può, sì, interrompere la reciprocità sensibile, ma non revocare la vocazione ricevuta, può, sì, ferire la comunione, ma non trasformarla in nulla.
Il giardino rimane, la casa rimane, gli oggetti rimangono, i figli ed i nipotini rimangono, la memoria rimane e l’amore rimane, ma tutto è ormai attraversato da una linea invisibile che congiunge il tempo all’eternità, il ming alla Provvidenza, la memoria alla promessa, la gratitudine all’attesa.
Abitare tale linea significa vivere una speranza che consola ferendo, che sostiene spogliando, che promette crocifiggendo in quanto significa continuare ad amare ciò che non è più visibile, benedire ciò che è stato ricevuto, permettere alle virtù della persona amata di continuare a generare frutto e attendere senza pretendere di anticipare il tempo di Dio.
Significa, infine, scoprire che il cuore umano è realmente in esilio, non perché Dio sia assente, né perché l’amore sia finito, ma perché la comunione alla quale Egli destina coloro che si sono amati è già incominciata nella grazia, è stata realmente prefigurata nella vocazione coniugale e, tuttavia, non è ancora compiuta nella Gloria.
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Io vidi già nel cominciar del giorno
la parte oriental tutta rosata,
e l’altro ciel di bel sereno addorno; 24
e la faccia del sol nascere ombrata,
sì che per temperanza di vapori
l’occhio la sostenea lunga fiata: 27
così dentro una nuvola di fiori
che da le mani angeliche saliva
e ricadeva in giù dentro e di fori, 30
sovra candido vel cinta d’uliva
donna m’apparve, sotto verde manto
vestita di color di fiamma viva. 33
E lo spirito mio, che già cotanto
tempo era stato ch’a la sua presenza
non era di stupor, tremando, affranto, 36
sanza de li occhi aver più conoscenza,
per occulta virtù che da lei mosse,
d’antico amor sentì la gran potenza. 39
Dante, Purgatorio, Canto XXX
Grazie Minstrel: il richiamo è di una precisione sorprendente. In quei versi Beatrice non è ancora pienamente vista, e tuttavia Dante la riconosce per quella «occulta virtù» attraverso cui avverte nuovamente «d’antico amor la gran potenza». È forse proprio questa la forma della presenza-assenza che cercavo di esprimere: non un possesso sensibile, né una semplice sopravvivenza del ricordo, ma una presenza velata che continua a operare nella forma stessa dell’essere e della vocazione.
E vi è, inoltre, un elemento decisivo: Beatrice non ritorna per ricondurre Dante nostalgicamente al passato, bensì per purificarlo e condurlo oltre. L’amore antico, dunque, non immobilizza ma diviene principio di conversione e di cammino. Anche il bianco, il verde e il rosso delle sue vesti ( fede, speranza e carità ) sembrano raccogliere mirabilmente questa tensione fra riconoscimento, attesa e compimento.
Grazie davvero per una citazione tanto bella quanto penetrante.
Questa parte era la parte che mancava quando ci siamo lasciati l’ultima volta. Sei davvero un gran « camminatore della fede ». Tu dirai di no. Oppure ti sembrerà esagerato. Già te lo scrissi, lo ribadisco: sei un esempio. Grazie.
Forse e semplicemente necessario che il dolore tanto tangibile, venga mitigato sino a diventare gratitudine per ciò che ci è stato donato, seppure per un tempo che speravamo più lungo, ma che nella prospettiva della fede non è interrotto, annullato.
Forse è necessario veramente passare alla Comunione dei Santi, dove la vicinanza spirituale non si annulla, anzi in qualche modo si fa più tangibile proprio perché non soverchiata da una comunione sensibile alla vista, al tatto, all’udito.
Certo ogni tanto il dolore della perdita riaffiora, talvolta il rimpianto del bene non dato, dell’amore negato, perché siamo umani e peccatori, ma è anche l’esperienza con cui Dio ci chiede di tornare completamente a Lui, senza « intermediari », senza quella presenza che era per lo Sposo o la Sposa, testimonianza viva e manifestazione tangibile dell’Amore di Dio.
Di fatto è cosa buona rifuggire i pensieri, i ricordi, persino gli oggetti – di certo non le persone – che troppo da vicino ci ricordano l’assenza e riaprono ferite, perché non è cosa buona, quasi inevitabile, ricadere nella tristezza, nel ricordo fine a se stesso, che non apre alla novità che Dio prepara per noi.
Peggio, presta il fianco al Maligno che inizia ad insinuare che Dio è ingiusto, che non è buona la Storia che fa con me (moglie giovane, tre figli da allevare e ognuno sa di sè).
Vero, viviamo in « una creazione nella quale il lavoro, la bellezza, la fecondità e l’amore continuano sotto il segno della fatica, della distanza e della morte », lo sappiamo, lo sperimentiamo, ma sappiamo anche che il nostro riposo è in Dio e non lo è solo nel « giorno di riposo e santità » o nella vita eterna, è nel riposo operoso di Cristo che non aveva dove posare il capo. Perché in Lui la morte e il peccato sono stati vinti, il peso che gravava sulle nostre spalle è il giogo di cui Cristo si è caricato… « venite a me voi tutti affaticati e oppressi… », forse che la vedovanza e ancora prima l’assistere l’amato, l’amata nella sofferenza, non è fatica?
È così difficile per noi che restiamo ancora nell’esilio del nostro pellegrinaggi terreno, credere che chi il Signore ha già chiamato al « riposo », ha avuto nel suo Dies Natalis più di quanto non avremmo potuto sperare per loro? E se la loro felicità ci stava tanto a cuore, possiamo se non dirci felici, almeno essere sereni.
Se Dio ci dona tempo e modo, dovremmo piuttosto preoccuparci di accompagnare nella grazia chi si sta avvicinando alla propria Ora e in quello, fosse l’ultimo dei gesti d’amore che ci è concesso su questa terra, trovare la pace e rinsaldare la speranza.
Tutto ciò non semplifica, non riduce a poca cosa l’esperienza delle vedovanza, ma come ogni altra esperienza che si fa croce, la croce deve divenire gloriosa, luminosa, non solo per il bene nostro, ma anche di tutti coloro che ci stanno attorno, ancor più se non credenti, per i quali la croce è scandalo, la morte la più innominabile delle realtà.
Caro Bariom,
ti ringrazio molto, anche perché mi pare evidente che dietro le tue parole non vi sia soltanto una riflessione, ma un’esperienza attraversata personalmente; per questo vorrei risponderti con molta cautela, senza trasformare due modi forse differenti di vivere cristianamente la vedovanza in una disputa su quale dei due sia quello giusto.
Credo infatti di comprendere il movimento che descrivi: il dolore che lentamente si fa gratitudine, la comunione sensibile che cede il passo alla Comunione dei Santi, il coniuge che era manifestazione tangibile dell’amore di Dio e che, una volta sottratto alla nostra presenza, ci obbliga a tornare più direttamente a Lui. E capisco anche il tuo timore che il ricordo continuamente alimentato possa richiudersi su se stesso, riaprire inutilmente la ferita e, nei momenti peggiori, lasciare insinuare il pensiero terribile che Dio sia stato ingiusto con noi.
Non contesto nulla di questo come cammino possibile, e se è stato o è il tuo cammino lo rispetto profondamente. La domanda che mi pongo nei tre articoli è però se questo debba necessariamente essere il movimento proprio di ogni vedovanza cristiana.
In particolare faccio fatica con quel tuo «senza intermediari». Mia moglie non è mai stata, per me, qualcuno che si trovasse tra Dio e me e che ora debba essere tolto affinché io possa finalmente raggiungerLo senza mediazioni. Era precisamente una delle forme concrete attraverso le quali Dio mi ha chiamato, formato, corretto, amato e reso ciò che sono. Se una mediazione provvidenziale ha concorso realmente, per decenni, alla forma della persona, la morte può sottrarne la presenza sensibile, ma non vedo come possa rendere estraneo a me ciò che Dio stesso ha operato attraverso di essa.
Per la stessa ragione non riesco a pensare che la comunione sensibile abbia «soverchiato» quella spirituale. Eravamo e restiamo creature incarnate; vedere, ascoltare, toccare la persona amata non era una versione meno pura della comunione, ma il modo propriamente umano nel quale essa si dava. Ed è anche per questo che non sento il bisogno di rifuggire sistematicamente dagli oggetti, dai luoghi e dai ricordi. Possono certamente diventare occasione di ripiegamento sterile, e allora bisogna sapersene distaccare; ma possono anche essere testimonianza concreta di un bene che continua a portare frutto. Una casa, un giardino, i figli, i nipoti, persino un oggetto quotidiano possono fare male proprio mentre suscitano gratitudine. Non sono sicuro che una cosa debba necessariamente eliminare l’altra.
Qui, curiosamente, il commento di Daouda mi ha tirato dalla parte opposta rispetto al tuo. Tu sembri dirmi: non lasciare che la permanenza della mediazione coniugale impedisca il ritorno immediato a Dio. Daouda mi dice invece: attenzione a non spiritualizzare talmente il matrimonio da trasformare la sposa reale in una mediazione provvisoria che, compiuta la propria funzione, possa essere oltrepassata. Non seguo Daouda in parecchie delle conclusioni che ne trae, ma riconosco che la sua obiezione mi ha toccato.
Forse proprio tra queste due sollecitazioni riesco a precisare meglio ciò che cercavo di dire. Non voglio né assolutizzare mia moglie al posto di Dio, né raggiungere Dio facendo astrazione da ciò che Egli stesso ha fatto di me attraverso di lei. Non credo che la scelta sia tra trattenere la creatura e restituirla al Creatore. Posso restituirla completamente a Dio e continuare ad amare, anche dolorosamente, ciò che Dio ha voluto che fossimo l’uno per l’altra.
Anche sul dolore farei quindi una distinzione. Sono pienamente d’accordo che esso non debba diventare rimpianto chiuso, risentimento contro Dio o culto della propria ferita. Ma non sono ancora convinto che il suo termine necessario debba essere la sua mitigazione. Posso essere immensamente grato e continuare a soffrire immensamente. Posso gioire, nella speranza, del bene di colei che amo e soffrire della nostra attuale separazione. Sono due beni diversi: il suo bene e il bene della nostra comunione. Il primo può essere oggetto di gioia proprio mentre la privazione temporanea del secondo rimane dolorosa.
È qui che accolgo pienamente la tua immagine finale della Croce gloriosa. Forse la nostra differenza sta soltanto nel significato che diamo a quella trasfigurazione. Per me una croce divenuta luminosa non è necessariamente una croce che ha cessato di fare male. Può essere una croce nella quale il dolore non è più solo dolore perché vi abitano insieme gratitudine, fecondità, gioia e speranza.
E forse proprio le nostre esperienze differenti mostrano che la grazia non conduce tutti attraverso la vedovanza nello stesso modo. Sarebbe già molto se riuscissimo a non imporre a Dio la forma nella quale Egli debba consolarci.
Ti ringrazio davvero per aver condiviso con me qualcosa che, mi pare di capire, conosci anche tu dall’interno.
Grazie Gaëtan per questa tua risposta che non allontana e anzi avvicina la nostra comune esperienza di vita e di fede.
Le tue parole divengono ulteriore precisazione del tuo sentire e vivere la vedovanza e non posso che trovarmi d’accordo anche laddove non rispecchiassero esattamente il mio sentire.
Faccio mia anche la tua precisazione sul termine “intermediario” (“senza intermediari”) che ho usato probabilmente impropriamente.
Colei che fu mia sposa «era precisamente una delle forme concrete attraverso le quali Dio mi ha chiamato, formato, corretto, amato e reso ciò che sono.»
Questo nostro scambio, ancora una volta mi mostra come nella nostra stupenda singolarità umana, pure per tanti versi comune, si sappia manifestare l’Amore di Dio, la Sua sollecitudine e la Sua misericordia per il nostro vivere e di come noi nella singolarità di cui sopra, sappiamo leggerne l’agire a conferma di quanto scrive San Paolo: «Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo?» e nel nostro caso oserei dire anche dall’amore per il prossimo (la nostra Sposa) che Dio ha suscitato nei nostri cuori.
Una abbraccio e un caro saluto che ti faccio come si conviene con il mio nome di Battesimo (lo pseudonimo è una convenzione e talvolta un’abitudine).
Il signore illumini i tuoi passi sino alla fine dei tuoi giorni.
Mario
Ho trovato il modo di leggere adesso e posso scrivere solo nel totale disinteresse e irrispetto, e ciò lo devo alla cocente realtà di quel che la profondità di tale situazione ti ha fatto sviscerare e nella totale vicinanza al tuo lutto e a delle parol che razionalizzi ma sono atrocemente reali. Dunque:
a) alla luce del tuo scritto devi convenire che il santo coniugio è UNICO ed UNO. Come sbagliano gli orientali col divorzio e le benedizioni concubinarie ( che non sono reale sposalizio nelle volte successive ) così noi nel reputare che un qualsivoglia secondo matrimonio che non sia stato riconosciuto inesistente il primo per nullità ergo sia meramente sciolto a causa di morte, sia equiparabile. E’ una blasfemia anche la nostra.
b) Non sono d’accordo. Tu parli troppo di relazione perché cincischi di Aristotele. La relazionalità aristotelica o confuciana o dei congoidi è rapportabilità, è raffrontabilità. Non è RELAZIONE. La dimostrazione la hai nell’essere Persona, concetto e realtà che si ha con Cristo e basta. La relazione intratrinitaria certo che è sussistente, ma in realtà è proprio di altra realtà della « relazione » che abbiamo noi fra noi. Il fatto che venga intravista non giustifica il mischiamento. Nessuno popolo ha il corretto intendere del Bene comune che deriva da Tri-Personalità divina che con il peccato originale bye bye e anche non fosse stato, necessitava ugualmente di un’incarnazione in tal caso edenica del Cristo ( e quindi sempre della preselezione di Maria comunque ) per permetterci di mangiare CON IN e PER Lui il frutto che ci causò la rovina.
c) l’Agapé non riguarda l’affetto. Sappiamo da un pezzo, nonostante l’intellettualismo o gli immanentisti naturalisti, che l’Agape è sia pratica che noetica che sentimentale, come d’altronde tutte e 3 le virtù teologali. Se per classificazione si standardizza e sedimenta e si corrompe l’ovvio assioma per cui la gnosi è un’idiozia ( anche quella sensitiva, che oggi si rivaluta appunto sia per perderci nel vano che a sfregio del passato ) è chiaro che si cercherà di incasellarla nel binomio intelletto-volontà spirituali chiaramente. Beh convengo che valeva la pena usare Confucio almeno era più sano.
Ma l’intelletto e la volontà c’entrano con l’Agapé come i peli il vestico col corpo. Nun zò si me spiego…cioè…la spiegazione dei trascendentali e delle virtù teologali, a livello di definizione, è lo psecchietto per le allodole per farci ingoiare un’antropologia del tutto apparente ed assurda. Non è che quella di oggi sia meglio, anzi, ma almeno raramente si inventano un sistema che vi combaci…
d) tu parli dell’assenza della tua sposa. NON VA BENE. Io la colpa la dò ad Origene con la sua allegorizzazione esasperata…bla bla bla Dio sboscia la nosdra annima! Perchè DIO è lo sposo di…Israele! E’ poligamo dunque e pure trans! Nemmeno la LXX raggiunge difatti questi abomini di traduzioni sponsali dove se non si riferisce alla Figlia di Sion o Gerusalemme stessa DIO PARLA AI SUOI CLIENTI COME UN PATER FAMILIAS ROMANO. E come fai a piangere tu tua moglie allora se accetti le nostre distorisioni pseudo mistiche? Che vocazione poteva delinearti lei, che era meglio non avessi neanche mai avuto tutte quelle gioie ed i tuoi figli e nipoti? Hai capito bene, perché il fatto che DIO sia lo sposo di Israele è falso, visto che si parlava di Maria ( figlia di Sion oppure Gerusalemme la città – poi divenuta celeste ) e basta, da sempre ( come tutta la Scrittura parla solo del Cristo, che poi DIO parla alla presenza di sé nella sua controparte diciamo…la Shekinah infondo, come il cantico dei cantici che solo un idiota può associare a DIO e la propria anima – e difatti è un canto di DIO fra DIO, e fra marito e moglie! ) solo che poi gli prende un infarto ai tradizionalisti, ed i ritardati modernisti ci sguazzerebbero se perversi o rovinerebbero tutto, come è stato ‘altronde.
Ma visto che lo vivi, leggi ora bene la Scrittura, realmente. Ho esagerato? Certo sono una capra. Ma visto che sei sposato realmente, contepla il più grande mistero della nostra Fede come insegna Paolo invece di seguire le iene che neanche sanno comprendere il divenire eunuchi per il nostro DIO disprezzando sia questo che il santo sposalizio.
Giovanni 3,29 : « Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e lo ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo ».
Matteo 9,15: « E Gesù disse loro: -Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno »
Scusami però, boh, volevi cosà ed ho cosato pure io, a modo mio però purtroppo.
Canone VI, Calcedonia:
Neminem absolute ordinari, nec presbyterum, nec diaconum, nec quemlibet omnino eorum qui sunt in ordine ecclesiastico, nisi specialiter in ecclesia civitatis, aut vici, aut martyrio vel monasterio is qui ordinandus est, praedicetur. Eos autem qui absolute ordinantur, decrevit sancta synodus irritam ( ákyron ) habere ejusmodi ordinationem: et nusquam posse operari ad injuriam ejus qui ordinavit.
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Poi sono arrivati i distinguo. Ma non è il problema questo…è che uno come Gnocchi è diventato molto probabilmente un agente del Kgb. Questo sarebbe dovuto essere evidente per qualsivoglia figlio del 1900 che avesse per un attimo capito che gli USA la guerra fredda l’hanno persa, e che gli USA sono un motore da sfruttare ieri, e liquidare, domani. Sto canone, serio, spiega molto del perché oltre la poca Fede che certo dal terreno parlo pure di me divampa però l’apostasia. Visto che non vogliamo scherzare, giusto?
Poi vabbè a me pure piace Durante, ma durante durante non si arriva mai. E’ pagano su. Nun è che me ne frega gnente eh. Io manco volevo esiste e me rode dalla mattina alla sera. Allora leggite Matteo Palmieri che si che se viè a ride, non inizià a sviolinà su Beatrice che è femmina perché se parla de dolore e romentanticheria bal bla bla e passi da quer cazzone non battezzato de Virgilio e poi arrivi alla guida traspositoria ma che è a Minstrel, non è un conforto.
Perché non denunciamo le apparizioni mariane, quasi tutte come sataniche? Eh no, sennò sei brodesdante. Ma le avete lette o continuiamo a fare il letto di Damaste pro e contro nell’indifferenza tanto è ribelaziona bribata?
SI PU’ DIRE SI O NO CHE IL MATRIMONIO CRISTIANO E’ UNO ED UNICO, MANNAGGIA R DIAVOLO?
A quanto pare no.
Ed allora conzolate coll’ajetti a zi, trovatene n’antra sia pé mmo che pé dopo, che tanto i teologi o l’artisti d’occasione li trovi sempre, papi o chi sono, pure concili poco ecumenici che non soddisfano er criterio classificatorio, e che sbollano l’infallibilità precedente.
ROMA, SOLO ROMA, ROMA E BASTA.
Se non fosse stato chiaro, ribadisco:
-qualsiasi devozionalità scinda la personalità e la preconfezioni, assurgendo parti coroporee a simbolo è comunque nefasta. E SI E’ VISTO. Bastava leggere comunque, come praticamente su tutti gli apparizionismi, ma altrimenti sei infame ed iniquo sia per tradizionalisti che modernisti
-l’anima non sposa il Signore e questa non è né l’apice né una mistica sana. E’inutile rintuzzare i frogi e cose simili con tutte le loro perversioni se addirittura una metafora banale ed alquanto irrisoria per non dire deviante, portata avanti dalle femmine a scapito di tutti ma introdotta io non so perché, è stata accettata. IL Cristo sposo ecclesiale che già implica incomprensione, diviene peggio singolaristico, nessuno da immerso nella Chiesa si ritiene più unto, e nessuno capisce DIO, che è Padre-Figlio-Spirito Santo perché è nato, chiaramente, da donna, la Vergine Madre.
-basta con il dolore. Che diresti di chi, assuefatto alla morte, non ci farebbe più caso? Non dicemmo noi tutti a DIO come sua colpa propria quando ci ha abbandonato che niente vale e lo stesso Cristoci Graziò visto che non ha solo preannunciato il salmo 21 sulla Croce ma è anche reale uomo. Quello che saremo non è rivelato nonostante ci si sia impegnati a cianciarne al riguardo, e personalmente io sono molto scontento, quasi dalla mia nascita. Ma non c’è alternativa: o sei cenobitico, nelle lavre, eremita o folle nel Signore ( e le vergini di rimando valga anche per loro ) o sei sposato. Ma di che parli? NESSUNO DI VOI HA CONTESTATO LA NULLITA’ DI MIRIADI DI MATRIMONI FALSAMENTE CELEBRATI.
Almeno non sarà lei a dirti: « Ancora perseveri tu nella tua integrità? benedici Iddio, e muori ». Ma gli ambigui e gli ipocriti difatti come risposero a questa banalità pre Evangelica laddove mai è scritto che le mogli ed i mariti si sarebbero traditi per denunciare i cristiani, ma tutti gli altri sì? Beh, si sò inventati il celibato sacerdotale contro Clemente papa, per partire dal primo, o Pietro, che era sposato, inventandosi prima i matrimoni bianchi e poi il resto dello scempio.
Di che dolore parli? Ringrazia DIO che ti fa bene e che scrivi il meglio, che c’è chi non regge e purtroppo sbanda, auspicando di non perdersi del tutto se ha mai creduto almeno qualcosa, DIO lo voglia.
Cristo difatti che ha sofferto? Scherziamo? E comunque Stefano è stato più grande di Lui.
Altro che decollazione, quà cascano le palle pè tutte le distorsioni. MA ognuno riceverà me compreso quel che il suo cuore vuole.
Caro Daouda,
credo di avere finalmente capito meglio dove vuoi portarmi, e devo riconoscere che su un punto mi hai costretto a rileggere ciò che io stesso ho scritto andando più a fondo. Se il matrimonio ha realmente concorso a fare di me ciò che sono, se mia moglie non è stata semplicemente una compagnia esteriore alla mia persona ma quella mediazione concreta, storica e irripetibile attraverso la quale la mia vocazione ha preso forma, allora non posso trattare la morte come se avesse semplicemente cancellato questa realtà. Su questo concordo con te, ed è precisamente una delle domande che la vedovanza mi ha imposto con una forza che prima non avevo.
Dove invece non ti seguo ancora è nel salto successivo. Che la morte sciolga il vincolo matrimoniale nel suo regime sacramentale e terreno non significa per me che renda inesistente ciò che quel matrimonio ha ontologicamente prodotto nelle persone. Ma da questo non so ancora concludere che un secondo matrimonio dopo la morte sia una blasfemia. Sono due proposizioni diverse, e proprio la differenza fra esse mi interessa: che cosa cessa con la morte e che cosa, invece, essendo ormai entrato nella forma personale degli sposi, non può più cessare? È qui, molto più che nella questione canonica del potersi risposare, che vedo il problema.
Credo di comprendere anche perché te la prendi con la mistica sponsale e persino con Beatrice. Mi stai dicendo, in fondo, di non sublimare mia moglie trasformandola nel simbolo provvisorio di qualcosa di più vero. E su questo la tua provocazione mi raggiunge. Non penso affatto che il matrimonio sia una specie di pedagogia destinata a essere gettata via una volta raggiunto Dio. Se attraverso di lei Dio mi ha realmente formato, ciò che Egli ha fatto attraverso di lei non può diventare irreale perché lei è morta. Però non vedo per questo la necessità di negare il linguaggio sponsale di Cristo e della Chiesa, né la sua estensione analogica nella tradizione mistica. L’analogia, almeno come la intendo io, non divora il termine inferiore per salvare quello superiore: dovrebbe piuttosto permettere a ciascuna realtà di essere veramente se stessa.
È anche qui che continuo a non seguirti nella tua diffidenza verso Aristotele e Tommaso. Distinguere intelletto, volontà, affetto e corporeità non significa necessariamente fare a pezzi l’uomo. Se lo significasse, sarei d’accordo con te nel rigettarlo. Tutto quello che ho cercato di dire nei tre articoli parte invece dall’esperienza opposta: non soffre una mia “facoltà”, soffro io; non ama una mia facoltà, amo io; non spera una parte spirituale separata dal corpo, spero io, nella mia unità. Ed è proprio per questo che il richiamo confuciano mi interessa: non per correggere Tommaso con Confucio, ma perché consente di interrogare da un’altra prospettiva la formazione concreta dell’uomo senza trasformarlo in un meccanismo composto di compartimenti.
Sul dolore, infine, forse dobbiamo intenderci meglio. Non voglio farne né un sacramento né una prova della fedeltà. Non penso che amare di più significhi soffrire di più. Dico qualcosa di più semplice: finché desidero un bene reale che non posso ora raggiungere, la sua privazione fa male. Se cessassi di desiderarlo, cesserebbe forse anche una parte del dolore, ma non sarebbe questa per me la guarigione cristiana. La speranza non anestetizza la mancanza; le impedisce di diventare nulla. Per questo posso ringraziare Dio per ciò che ho ricevuto, amare ciò che rimane, gioire dei frutti di quel matrimonio e contemporaneamente soffrire che colei con la quale tutto questo è stato generato non sia ora corporalmente accanto a me. Non vedo contraddizione.
Resta però la tua domanda più forte, e questa non voglio eluderla: se il matrimonio cristiano è veramente uno, che cosa significa questo nell’eternità? Non semplicemente: “si rimane sposati dopo la morte?”, che è una formulazione troppo povera e alla quale il Vangelo sui Sadducei impedisce una risposta semplicistica. La domanda che mi interessa è più radicale: **può la risurrezione gloriosa cancellare una determinazione personale che la grazia sacramentale e una vita intera di comunione hanno realmente prodotto, oppure deve piuttosto trasfigurarla e portarla a compimento?**
Su questo penso che valga davvero la pena continuare.
Quanto a Stefano più grande di Cristo, però, lì prima di seguirti ti toccherà spiegarmi che accidenti vuoi dire.
Un abbraccio.
Senza disquisizioni né sicumera ma perentorio nel dare alla mancanza ed al dolore che tu hai ( che io cercherei da 40 anni ma ardo invece, e Paolo non è dalla mia parte ) il giusto lascito, testimonio e lustro:
a) i seguaci di Fozio hanno un unico ed uno solo di coniugio sponsale. Sbagliano 2 volte: a) quando riconoscono lo scioglimento irazionalmente e b) nel farsi tronf di ciò. Giacché essi mai hanno analizzato l’ontica sacramentale perché non costretti a farlo, puniti dall’islam e dal buddo-comunismo. Ma noi non fummo meglio giacché salvaguardata la realtà creante il sacramento in com-partecipazione all’opera divina, credemmo la reiterabilità quando essi almeno conservavano la possibilità non sacramentale per i vedovi o per i separati per forza di causa maggiore ( sancite dal diritto canonico ), negando il sacramento disconoscendo la nullità in nuce condannando dunque i fedeli.
Se tu sei sposato, lo sei una volta sola e per sempre e dovunque, e non dare ascolto alle facezie di chi ciancia dell’esser stile angeli: STOLTI, Maria Santissima Regina è ben al di sopra degli angeli, la sola risorta in corpo ed anima, e ci attende con maternità a tutti coloro che riconoscano suo Figlio!
b) La mistica sponsale è un riduzionismo della divinizzazione, oltre che nefanda allusione all’infedeltà incestuosa divina, oltre che completa distruzione della cristificazione attuata dal battesimo/cresima che è pura appartenenza ecclesiastica ipso facto. C’è chi parla del sacro cuore di Gesù in senso eutichiano o nestoriano o sentimentalista, a seconda per la critica pratica del caso, mentre l’analisi è facile indipendentemente dalla compartimentazione: si nega l’incarnazione e se non sivede, io non posso farci nietne. Paolo non avrebbe mai detto ( mica lo riferiva a marito e mugliera, ma a Cristo ed alla Chiesa, questo lo suggeriscono i lascivi per denobilitare il monachesimo e la verginità oltre che per lassismo ) che era il Grande Mistero. Perché altrimenti dove e quando sarà il ritorno increscioso all’androginia? Negando che era cosa buona il maschile ed il femminile COME DIO E’ ( Hyle-Cratos/Paraclitos-Pneuma/Sophia-Logos)? Solo in Maria Immacolata pre-redenta: causa non solo finale ma « efficiente » – mi capisci lo so – dello stesso kosmo in quanto l’universo è Unico ed Uno, ci ha dato sia Padre e Figlio e Spirito TuttoSanto acciocché fu il sì della Madre, della Figlia, della Sposa!
Che dire dei martiri, delle vergini? Purtroppo si aprirebbe un tema distruttivo od abissale, dipende, ma il discorso è che Iddio parla fra sé, da a Maria, e nell’anima bi-unificata in unica carne egli non solo abita ma determina l’indiamento.
Ben difficile da far comprendere a chi mischia stoicismo eracliteo, pitagorismo parmenideo, aristotelismo, dimenticando che DIO E’ SPIRITO/AGAPE, ergo se insufflò il mio soffio personale a me medesimo, è solo da 2000 anni che si può capire cosa sia la Persona ( e non tanto l’ypostasis ) affinché noi tutti diventassimo DIO, e lo siamo realmente, per adozione ( nell’ekstasis epikstasica che caratterizza le creature contro ogni gnosi, la qual cosa differisce sia nel sinolo, sia nella personalità – il che implica che gli angeli non siano persone – visto che l’umano è la misura di tutte le cose sola realtà creata ad icona di DIO in completezza, e somigliante in quanto appunto personalità creaturale ).
Me sposo cò Cristo? Me sposo cò DIO? Ma siete ritardati? Incestuosi e poligami, fate ribrezzo! AVETE MANIPOLATO LA BIBBIA! Le si accettò nelle epoche passate per quel che solo allora valeva, oggi no, sia perché i fatti dimostrano a cosa han portato tali cedimenti, sia perché non si converte nessuno cò sta retorica. Ma come piace a certuni disprezzare il passato! Ma come piace a certuni solo ripeterlo!
Il canticissimo è DIO con DIO e la Trinità con Maria e l’anima e l’animus mio ( o me e mia moglie ) nella lode e l’ossequio, e l’adorazione e la benedizione, la glorificazione dell’ENDIADE che è na cosa anche matematica eh…Perché se non te lo hanno trasmesso DIO risulta Allah/Fitrah ut Nirguna/Saguna with El haqq-al Rahma-el ilmn & Sat Purusha-Ananda Ishwara-Cit Prakiti , ma questi sò rimasugli docetisti per i primi ed adozionisti per gli altri, nell’illusione equivoca che L’Infinito Eterno sia « raggiungibile » mentre solo il Figlio è disceso e riasceso, avutosi tramite il sì della Vergine Madre ). DIO è : Yhwh, e basta.
Dovevamo divinizzarci, no fa la mistica sponsale. DIO con, in, per, e tua moglie nell’onere e l’onore del santo mistero, no perché un cazzo di strumento lei per te e viceversa.
c) chi parla de dolor tuo, ne hai parlato te. Vorrei averlo io, ma è chiaro che lo scrivo per mia ribellione e poca Fede. Ragiona, sei sposato! Pensa ad Ignazio sulla via del martirio!
d) Tommaso è il grande sistematizzatore, ma è punto di partenza a ritroso, e faro sul futuro. E si capisce e comprende, che invece hanno invertito.
e) Stefano morì senza paura: » In verità, in verità vi dico che chi crede in me farà anch’egli le opere che faccio io, e ne farà di maggiori, perché io me ne vado al Padre » quindi anche nella morte i fratelli del Cristo sono più grandi di lui, perché il nostro DIO è Mite ed umile di cuore. QUESTO E’ DIO!
Ed io non ce la faccio e farnetico ancora ;;; tornerò a pregare e pregherò per voi, affinché per la vostra pressione, un giorno si accoglierà magari anche me.
🙏🏻