
Rapide Riflessioni sul rapporto tra Tradizione, Magistero e prassi ecclesiale
Esistono domande che, proprio perché investono i principi primi della fede, non possono essere liquidate mediante formule prudenti né attraverso richiami generici all’obbedienza in quanto chiedono di essere percorse sino in fondo, perché riguardano il modo stesso nel quale la Chiesa comprende la propria identità.
Una di queste domande mi accompagna da qualche tempo, ma è tornata alla ribalta con particolare forza dopo la pubblicazione della recente Professione di fede della Fraternità Sacerdotale San Pio X e le osservazioni che il Santo Padre Leone XIV ha fatto relativamente alla non accettazione esplicita di alcuni insegnamenti conciliari e postconciliari che sarebbero un impedimento all’unità della Chiesa. Con questa sua reazione il Santo Padre è chiaramente uscito dal quadro strettamente disciplinare della consacrazione di vescovi senza il suo consenso
A ben guardare, questa domanda non riguarda la Fraternità ma davvero riguarda la Chiesa in quanto tale: può una professione di fede diventare insufficiente per dichiararsi cattolici?
Ovviamente non intendo chiedere se una professione possa essere eretica, mutila o incompleta perché, in tal caso, la risposta sarebbe evidente, un “no brainer” diremmo in inglese: se una professione negasse la Santissima Trinità, la divinità di Cristo, il sacrificio eucaristico, il Primato di Pietro o qualunque altra verità definitivamente appartenente al deposito della fede, essa cesserebbe, per ciò stesso, di essere cattolica.
In modo infinitamente più radicale, è possibile che una professione di fede costruita interamente sul deposito della fede che la Chiesa ha trasmesso per venti secoli sia giudicata insufficiente? E cioè, se essa professa la Sacra Scrittura, i Simboli della fede, i Concili dogmatici, i grandi Pontefici della Tradizione e le verità che la Chiesa ha sempre insegnato, si può arguire che possa ancora essere giudicata insufficiente?
A questo punto la questione cambierebbe completamente natura, infatti, se tale giudizio di insufficienza fosse dichiarato e si affermasse che tale professione non sia realmente conforme al deposito della fede, l’autorità ecclesiastica potrebbe e dovrebbe indicare con precisione quale articolo della fede essa omette o quale verità essa nega e ne nascerebbe una nuova controversia dottrinale come innumerevoli altre nella storia della Chiesa.
Ma se, al contrario, quella professione corrispondesse realmente al deposito della fede, allora il problema non riguarderebbe più il suo contenuto bensì il criterio mediante il quale oggi si riconosce la piena comunione ecclesiale nella Chiesa stessa ed è precisamente qui che nasce il mio umile interrogativo.
Se una professione integralmente conforme al deposito della fede non bastasse più, sembrerebbe inevitabile concludere che il criterio della piena comunione ecclesiale ecceda il deposito stesso e cioè, in altre parole, sembrerebbe che ciò che la Chiesa ha sempre professato non costituisce più, da solo, il criterio sufficiente della cattolicità: naturalmente, questa non è una conclusione, ma una domanda che, una volta formulata, non può essere ignorata, perché investe il rapporto stesso tra Tradizione e Magistero.
La costituzione Dei Verbum insegna che il Magistero «non è superiore alla Parola di Dio, ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso» (DV, 10). Il Concilio Vaticano I afferma che ai successori di Pietro non è stata promessa una nuova rivelazione, ma l’assistenza dello Spirito Santo affinché custodiscano ed espongano fedelmente il deposito apostolico. San Vincenzo di Lerino insegna che lo sviluppo autentico della dottrina consiste nella crescita della medesima fede, non nella sua trasformazione. Il cardinale Newman descrive lo sviluppo come conservazione dell’identità, non come sostituzione della sostanza.
Se questi principi costituiscono realmente “l’autocoscienza” (tra virgolette) permanente della Chiesa, allora la domanda non è se il Magistero possieda l’autorità di insegnare che è un punto che nessun cattolico mette in discussione, ma la questione è un’altra e cioè, se può il Magistero dichiarare insufficiente una professione integralmente conforme al deposito della fede senza dover spiegare in quale modo tale giudizio di insufficienza rimanga coerente con la natura stessa del proprio ministero?
È questa, e non la vicenda di una particolare fraternità sacerdotale, la questione che mi sembra oggi degna di essere discussa.
Quale risposta può offrire la Chiesa?
Una volta formulata la questione, non spetta evidentemente al singolo fedele pronunciare un giudizio definitivo in quanto se il problema riguarda il rapporto tra Tradizione e Magistero, è al Magistero stesso che compete l’ultima parola. Tuttavia, proprio perché la domanda è stata posta, è possibile interrogarsi sulle diverse risposte che, almeno in linea teorica, potrebbero essere offerte e sulle conseguenze che ciascuna di esse comporterebbe.
(I) La prima risposta sarebbe la più semplice e, almeno in apparenza, la più rassicurante: affermare che la professione di fede in questione non coincide realmente con il deposito della fede della Chiesa. In questo caso il problema sarebbe facilmente risolto perché basterebbe indicare con precisione quali articoli della fede vengono omessi, negati o sostanzialmente alterati. Una tale risposta avrebbe il vantaggio della chiarezza e si collocherebbe nella linea delle grandi controversie dottrinali della storia.Tuttavia, essa esige una dimostrazione altrettanto precisa in quanto non è sufficiente affermare che una professione è insufficiente; occorre mostrare positivamente in quale punto essa si discosti dalla fede cattolica perché, se questa dimostrazione non venisse fornita, la risposta perderebbe gran parte della propria autorevolezza.
(II) Una seconda risposta consisterebbe nell’affermare che la professione è sostanzialmente cattolica, ma che rimane incompleta perché, ad esempio, non esplicita alcuni sviluppi successivi del Magistero. Questa ipotesi appare, almeno teoricamente, più facilmente conciliabile con il principio di un’ermeneutica della continuità cara ad un Benedetto XVI e di non contraddizione magisteriale con la Tradizione e le Scritture. Questa risposta, però, apre immediatamente un’altra questione: qual è il rango teologico di ciò che manca? Si tratta di un dogma? Di una dottrina definitiva? Di un insegnamento autentico non definitivo? Oppure di un orientamento pastorale? Quanto più la risposta si colloca su livelli di autorità inferiori, tanto più diventa necessario spiegare perché la loro omissione impedisca il riconoscimento della piena comunione ecclesiale. L’assenza di spiegazioni inficia l’obbligo di un assenso da parte del fedele: non dico qui che il fedele debba essere d’accordo con tali spiegazioni sempre e ovunque, il che non è mai stato richiesto dalla Chiesa, ma l’inesistenza stessa di queste spiegazioni certamente non può moralmente obbligarlo.
(III) Una terza risposta potrebbe richiamare la natura stessa della comunione ecclesiale e cioè, si potrebbe sostenere che il problema non riguarda tanto il contenuto della professione di fede quanto l’atteggiamento nei confronti del Magistero vivente. Questa è, in sostanza, la linea che emerge frequentemente nei documenti della Santa Sede. Anche se questa risposta possiede una certa sua coerenza interna, essa lascia aperta la domanda iniziale: se il Magistero afferma di essere al servizio del Deposito della Fede, allora il rapporto tra l’adesione al Magistero vivente e l’adesione al deposito ricevuto dovrà essere continuamente chiarito, affinché non sorga l’impressione che il primo costituisca un criterio aggiuntivo rispetto al secondo, creando dissonanza cognitiva presso i fedeli, il che è chiaramente contro la Carità.
(IV) Esiste infine una quarta possibilità, forse la più impegnativa, ma anche la più conforme alla grande tradizione teologica della Chiesa che consiste nell’accogliere la domanda non come una minaccia, bensì come l’occasione per un nuovo approfondimento dottrinale. La storia mostra che le grandi sintesi della fede sono nate proprio quando la Chiesa ha ritenuto opportuno rispondere con maggiore precisione a difficoltà reali: in questa prospettiva, la richiesta di chiarificazione non indebolisce il Magistero, bensì gli offre l’occasione di esercitare fino in fondo il proprio ministero di custodia e di esplicitazione della fede apostolica.
Quale di queste vie sia la più convincente non spetta a questo articolo stabilirlo, in quanto sarebbe contrario al metodo stesso della teologia cattolica sostituire il giudizio privato all’autorità della Chiesa. Tuttavia, una conclusione sembra difficilmente evitabile: una domanda che tocca il rapporto tra Tradizione, Magistero e professione della fede non può essere liquidata come una semplice questione disciplinare o psicologica in quanto riguarda il modo stesso nel quale la Chiesa comprende la propria continuità attraverso i secoli e, per questa ragione, quanto più la domanda è seria, tanto più seria dovrà esserlo la risposta.
La fede cattolica non teme la luce perché essa è nata dalla convinzione che la verità ricevuta dagli Apostoli possa essere trasmessa integralmente ad ogni generazione senza perdere la propria identità e se questa convinzione, il valore della Testimonianza, rimane il cuore della coscienza ecclesiale, allora ogni autentica chiarificazione non sarà una concessione alla critica, ma un atto di fedeltà al ministero ricevuto da Cristo: «Conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,32).
In conclusione
Non è compito di questo articolo pronunciarsi sulla posizione canonica della Fraternità Sacerdotale San Pio X, né sostituire il giudizio privato a quello che compete all’autorità della Chiesa.
L’intento di queste righe è stato assai più limitato e, nello stesso tempo, assai più radicale, visto che si è trattato di prendere sul serio una domanda che, troppo spesso, viene elusa prima ancora di essere formulata, che è quella di sapere se può una professione di fede integralmente costruita sul deposito della fede trasmesso dalla Chiesa risultare insufficiente per esprimere la piena comunione ecclesiale.
Non si tratta di una sottigliezza accademica ma è una domanda che tocca il cuore stesso dell’ecclesiologia cattolica, perché riguarda il rapporto tra ciò che la Chiesa ha ricevuto, ciò che essa insegna e ciò che essa chiede ai fedeli di professare.
La storia della Chiesa insegna che le grandi crisi non sono state superate attraverso il silenzio delle domande, ma mediante una più profonda intelligenza della fede: Nicea, Efeso, Calcedonia, Trento e il Vaticano I non hanno rafforzato l’autorità sottraendosi al confronto teologico; l’hanno rafforzata proprio perché hanno saputo mostrare, con crescente chiarezza, che ogni definizione autentica non introduceva una fede nuova, ma rendeva più intelligibile la fede antica.
L’autorità ecclesiale manifesta la propria forza non soltanto quando insegna, ma quando rende trasparente la continuità del proprio insegnamento con il deposito ricevuto e non perché la verità dipenda dal consenso degli uomini, ma perché Cristo non ha affidato alla sua Chiesa una dottrina nuova da inventare, bensì una verità da custodire, da approfondire e da trasmettere integralmente fino alla fine dei tempi.
Per questa ragione, una richiesta di chiarificazione, quando nasce dall’amore per la Chiesa e dal desiderio di rimanere fedeli alla Tradizione apostolica, non dovrebbe essere percepita come un atto di diffidenza ma essere, al contrario, una delle forme più autentiche del sensus fidei del popolo cristiano, il quale domanda ai propri Pastori non una fede diversa, ma la certezza di riconoscere, nella voce della Chiesa di oggi, la medesima voce che, attraverso gli Apostoli, i Padri, i Concili e i Santi, risuona ininterrottamente da venti secoli.
In definitiva, la questione non è se la Tradizione debba essere custodita, né se al Magistero si debba obbedire, ma come custodire insieme l’una e l’altro senza che il loro rapporto appaia, anche solo apparentemente, come un rapporto di concorrenza anziché di reciproco servizio.
Una Chiesa che riuscisse a dissipare pienamente questa apparenza non avrebbe soltanto risolto una controversia contemporanea ma renderebbe un servizio immenso alla fede dei suoi figli, mostrando ancora una volta che la verità non teme la luce e che la continuità non è uno slogan apologetico, ma la forma stessa con cui Cristo mantiene la sua promessa: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).
In Pace
Categories: Attualità cattolica, Ermeneutica della continuità, Filosofia, teologia e apologetica, Magistero, Populus Traditionis Custodum, Simon de Cyrène

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