È Tempo Di Azione Concreta, Pratica, Effettiva – Parte 4

Eppoi sì! Abbiamo il diritto, anzi anche il dovere, di goderci fin da adesso le risorse che abbiamo ottenuto anche se siamo solo all’inizio della nostra conversione, anche se esse sono ancora il risultato di azioni buone ma avvenute prima della nostra esplicita decisione di cambiare le cose radicalmente.

Se lavoriamo, se investiamo in risorse, lo facciamo per ottenere raccolte e queste raccolte non solo sono quelle tangibili, come i pomodori o i piselli prodotti nel giardino, ma anche quelli intangibili come la felicità di essere con i suoi e vederli evolvere nel bene e nella santità, nella gioia di chi partecipa al concerto che abbiamo messo in opera, nella tranquilla e spirituale bellezza di una Santa Messa ben e bellamente celebrata.

Puntare alla raccolta e godersela è una cosa di per sé santificante: è la base fondamentale di quel frutto della terra e del lavoro degli uomini che sempre è in soave odore a Dio stesso e che già Abele offriva.

Per giunta, godersi la raccolta di una realtà generativa o rigenerativa ci fa toccare l’infinità traboccante di Dio: mangiarsi le proprie fragole, mele, prugne prodotti dai propri alberi; preparare il barbecue familiare con la legna secca del proprio giardino; sentire e vedere correre figli e nipotini intorno a sé senza aver “niente” da fare; godersi la bellezza variegata del proprio giardino miglioratosi anno dopo anno, con sudore certo, ma con rendimenti del 10’000% all’anno che nessuna istituzione finanziaria  sarà mai capace di garantire ; ascoltare il pianoforte suonato dal melomane di turno; avere patate per un anno intero; ogni sorta di prodotti conservati per un più lungo termine; godersi la natura; essere felici di vedere il risultato positivo delle proprie buone azioni, quando Dio ce lo permette; tutte queste cose sono semplici, felici, sante e da “consumare” senza moderazione, perché, come per la farina e l’olio della vedova di Zarepta, più li consumiamo più si rigenerano e si moltiplicano.

Ecco un’economia sensata: la legge del “più ne godiamo più ne abbiamo”. Più amiamo, più conosciamo e più amiamo.

E, per aver sperimentati i due aspetti, tengo a sottolineare l’intensità della felicità che si trae dal proprio lavoro fisico: le fragole e le prugne, i finocchi e le carote, i piselli ed i pomodori frutto del proprio lavoro e della rigenerazione naturale, così come il proprio pane fatto con il proprio lievito, il proprio dolce  con i propri ingredienti, il proprio idrolato dalle proprie rose, hanno un sapore incommensurabilmente migliore e più memorabile di tutto quel che si può comprare.

Allora, godersi le proprie raccolte, anche se piccole o ancora un poco astratte perché agli inizi della propria presa di coscienza, è un diritto-dovere gaudioso che rifocilla l’animo e dà coraggio per il seguito: non c’è nessun male ad essere felici in terra, anzi è già gustare il Paradiso, quello terrestre, prolegomeno a quello che Dio ci prepara, e che sarà, ad ogni modo, su di esso poggiato a causa dell’unità dell’Essere.

Per giunta, grazie alla raccolta, possiamo aumentare le nostre risorse ancora di più: è un cerchio virtuoso, un cerchio traboccante e concreto, non un paio di pixels colorati su uno schermo di banca.

Ma il miglior passo concreto è incominciare questo processo che ci mette in contatto diretto con il reale per sperimentarlo aldilà delle parole: se non si ha un campo proprio, forse mettersi assieme ad amici per comprarne o affittarne uno abbastanza grande e cominciare semplicemente, seguendo i principi enunciati fino a qui tanto per iniziare, osservare bene il campo, discernere, discuterne, decidere, valutare le risorse a disposizione scegliere in priorità risorse generative e rigenerative, tenere conto delle proprie debolezze per combatterle con le proprie forze, concentrarsi sulle prime raccolte alfine di goderne i primi frutti e darsi il coraggio di proseguire. Tentare di controllare la catena di valore aggiunto per quanto possibile, dal frumento al pane alla pizza, trasformare le cose se stessi per quanto possibile, farsi aiutare ed aiutare: tutto questo è preghiera e ascesi, contemplazione e carità, soprattutto se fatto in famiglia e con amici, tutti assieme. Gioia umana garantita oltre che felicità.

Essere felici è vivere quest’armonia con la società nella quale siamo inseriti tramite la nostra famiglia: è il non preoccuparsi sul come vestirsi e mangiare, che se Dio se ne occupa per i gigli dei campi e gli uccelli nel cielo, quanto ancora di più lo fa per gli uomini? È un imparare concreto a farGli fiducia, vivendo della virtù della Speranza.

Di tutte le virtù teologali, quella della Speranza è quella che ci fa gustare fin da adesso la Felicità senza remore in quanto ci offre un’anticipazione del Bene.

Il godersi la raccolta conduce alle tre tappe seguenti: autoregolamentarsi e creare un feedback, riutilizzare e riparare e dare valore a tutto quel che è rinnovabile, non generare scarto.

Questi sono luoghi persistenti di lotta contro l’akrasia non solo personale, ma familiare e sociale: autoregolarsi vuol dire per l’appunto lasciare in secondo piano quel che piace per avere uno sguardo sulle cose che si debbono fare in priorità; vuol dire costantemente stare all’erta per distinguere tra quel che è generosa e divina sovrabbondanza dall’eccesso sperperante e sprecante, la prima essendo conforme all’Essere la seconda essendone una maligna caricatura; vuol dire essere attenti a comprare solo quel che è necessario e, per quanto e quando possibile, solo risorse generative e rigenerative; vuol dire regolarsi e regolare il proprio giardino, evitare la monocultura; vuol dire dare ai propri figli ed amici e alla società secondo i bisogni senza eccessi nel “non abbastanza” o nel “troppo”; non esagerare nella quantità di lavoro fornita o nel riposo richiesto; non volere un podere che necessita venti persone per essere coltivato quando il bisogno che se ne ha è per dieci persone; non correre dietro redditi eccezionali quando basta quel che si ha, o , a contrario, non darsi da fare quando non si ha abbastanza. L’analisi necessaria crea così il feedback che ci permette di agire su quel sul quale possiamo agire.

Guardare agli oggetti, alle risorse alle persone intorno a noi e vedere in loro sempre ed in qualunque circostanza un valore, anche se rotte, perché riparabili, o apparentemente inutili ma al quale ridare una nuova funzione, necessita una sforzo, una lotta continua contro la nostra akrasia naturale ma è quel che ci permette un atteggiamento miracoloso: trasformare il degenerato in rigenerato.

Anche in un’impresa questo atteggiamento è necessario: ho avuto la fortuna di aver lavorato per decenni in imprese di altissimo livello, transnazionali e (ovviamente, all’epoca) americane. Una volta all’anno ci riunivamo tutti i managers di grandi regioni per valutare se tutti gli impiegati erano, su per giù, valutati allo stesso modo in funzione del loro lavoro, responsabilità, anzianità, competenze: il fine era poi di sempre migliorare la qualità dei nostri dipendenti lasciando “partire” i meno bravi e tentando di tenerci i migliori, ovviamente. Ad un certo punto ci rendevamo conto però che avere solo i primi di classe, nel nostro ecosistema aziendale non poteva garantire un’eccellenza dell’organizzazione nel suo insieme in quanto tale, ma che avevamo anche bisogno degli ultimi di classe e che erano tanto necessari quanto i primi di classe. Infatti, gli impiegati eccellenti sono gente che hanno caratteristiche particolari di efficacità e di efficienza nelle loro specialità che li rendono particolarmente preziosi, ma hanno anche pretese salariali, di carriera, di considerazione tali che sono anche carissimi, che debbono sempre avere prospettive non sempre proponibili, che non vogliono compiere attività considerate di più basso livello. Mentre gli impiegati più “scadenti” si accontentano di poco perché sanno che possono “poco”, alla lunga hanno salari più bassi degli altri, non hanno un ego che non permetta loro di compiere tutte quelle attività o compiti che gli altri rifiutano di fare ma che sono assolutamente necessari per la viabilità dell’azienda stessa. E questo ne fa degli impiegati, facili da rimpiazzare certo, il cui valore “salariale” sarà sempre basso, eppure assolutamente necessari e da valorizzare del meglio possibile ad ogni modo per tenerseli.

E questo fa l’ecologo ontologico: sa che deve valorizzare tutti, ognuno secondo la sua natura e funzione.

E questo conduce alla terza nozione quella di mai generare scarto: qualunque scarto è inutile e controproducente, anche l’erba tagliata, le feci animali, l’acqua dello stagno, il membro “inutile” della famiglia, l’amico rompiscatole, l’impiegato incapace, tutti hanno una potenzialità rigenerativa, dal semplice fatto che esistono. E Adamo & Eva cercano tutti i modi di valorizzarne gli elementi, mettendone in evidenza gli elementi rigenerativi o perlomeno generativi che ognuno di essi ha. Sembra uno sforzo supplementare: molto più facile apparentemente comprare concime fatto da altri, riempire di terra lo stagno invece di usarne intelligentemente la flora e la fauna per il bene del Giardino nel suo insieme, scartare il membro inutile e dimenticarlo invece di metterlo un poco a contribuzione o meglio utilizzarne le competenze anche se a volte molto, troppo forse, nascoste. Per questo lo studio della casa, l’ecologia conduce a regole, economie, che guidano a una felicità meglio condivisa e sempre più allargata: rigenerativa, per l’appunto.

In fin dei conti ben ci rendiamo conto che un vero agire concreto che cerca di concentrarsi sulla natura ontologica dell’umano, sull’Adamo & Eva della creazione che ci fa essere quel che siamo e tenendo conto esplicitamente dell’akrasia che ci domina per tenerla sotto controllo, ci permette di raggiungere quella felicità umana alla quale la nostra natura aspira e questo con una ragionevole speranza di raggiungerla.

Quando mai restando chiusi nel sistema economico attuale possiamo avere una tale speranza? Quando quel che si propone è solo degenerativo? Quando tutto conduce a buttare via e a scartare quel che è rotto o inutile? Quando ci si obbliga a rinnegare l’essenza la più profonda della propria natura che è rigenerativa, impedendoci cose semplicissime come la fertilità umana e familiare, l’essere semplicemente chi siamo, e cioè Adamo & Eva, una famiglia?

E il denaro in tutte queste considerazioni dove si situa? Esso è una risorsa a disposizione, ma quale è la sua natura e quale ruolo può esso giocare in una concezione ecologica ontologica, quale economia per il denaro in un contesto di riassunzione dell’accesso alla felicità non più delegata ad altrui ma ripresa in mano dalla famiglia?

Il denaro, infatti, in quanto risorsa che va da essere riconosciuta in un insieme sociale dato per permettere lo scambio di beni e di servizi, non è una realtà il cui valore è tra le mani della famiglia: il suo valore cambia in funzione dell’accesso oggettivo che dà a realtà ad essa esterna. Esso è quindi uno strumento che permette di relazionarsi con i livelli sociali INFERIORI alla famiglia stessa, come il cerchio di amici, quello del villaggio, della valle, della provincia, della regione, della nazione, del pianeta e il suo valore deve essere considerato solamente in funzione del suo apporto alla sua felicità concreta.

All’interno di una famiglia ben fatta non si usa di denaro: tutti danno e ricevono senza questa realtà intermediaria, a cominciare dalla vita, in quanto vi si vive l’economia del dono nella sua pienezza. Non per niente la società attuale con le GPA e altre invenzioni giuridiche simili vuol permettere l’accesso alla vita pagando terzi: ancora un raggiro per tentare di dissolvere la famiglia, per impedire l’accesso alla felicità, che non è monetizzabile, e rimpiazzarla con la soddisfazione di desideri con piaceri essi sì sempre degenerativi e mercantili. La vittoria loro ultima sarà quella di permettere l’accesso alla genitorialità sotto controllo sociale e solo per coloro che saranno in grado di pagarla: sarà una vita mesta ed infernale, la vittoria finale dell’ideologia assassina che si è impiantata da tre o quattro secoli nella nostra società.

Ma bando a queste idee disperate, perché questo futuro non esiste, per definizione, ma già adesso possiamo opporvi la Speranza che è in noi nell’Essere anche se l’akrasia orginale tutto rende più difficile.

In Pace

(Continua)

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Categorie:For Men Only, Simon de Cyrène

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