Eviternità – VII

Eviternity

Sezione 7 : Il tempo, deformazione dell’anima.

Lo abbiamo visto: il tempo in sé non esiste neanche per il fisico: per lui esiste una costruzione matematica dove una funzione biunivoca è stabilita tra uno spazio vettoriale ad una dimensione, suo costrutto mentale che chiama “dimensione tempo”, e l’insieme delle misure dei rapporti tra frequenze di avvenimenti ritenuti in sufficiente approssimazione abbastanza regolari per essere usati come campioni ed il cambiamento che vuole osservare. Un rapporto tra due enti e/o cambiamenti non è, proprio per definizione, una cosa in sé visto che, per l’appunto, è dipendente da questi due enti che non sono esso.

Non è il solo caso di “illusione” ottica che la metafisica è capace di mettere in evidenza: un altro famoso caso è quello del male. La convinzione delle persone poco avezze all’analisi approfondita dell’essere è , ad esempio, che sia sostanziale l’impressione che hanno che il male esiste in sé. Chi riflette filosoficamente in termini realistici, invece, sa benissimo che il male in sé non esiste, solo esiste il bene e che quel che la gente chiama male è l’assenza di bene. Lo stesso dicasi anche del bello: il brutto in sé non esiste,si consta solo l’assenza di bello: questo è sicuramente un punto di partenza per una solida riflessione per chi si accinge a riflette sull’estetica. È, a proposito, molto interessante sul piano filosofico notare che chiunque fra di noi quando usa di smorfie o di espressioni naturali varie si può fare più brutto di quello che è ma mai più bello.

Ritorniamo ancora una volta a questa nozione di tempo in quanto “effetto ottico” dovuto alla doppia natura eviterna e temporale dell’atto di osservazione che si attua nell’osservatore umano: cerchiamo, ancora una volta, di comprenderne il significato partendo da un’altra analogia.

Supponiamo, in un Gedankenexperiment, che ci sediamo in una notte buia su un faro e che giriamo assieme al faro: la luce del faro in questione andrà illuminare una barca lontana 10 km e vedremo questa barca apparire, poi, girando, la luce del faro illuminerà in un’altra direzione un isolotto deserto, in seguito un elemento della costa , eppoi un altro, eppoi continuando a girare il fascio di luce illuminerà il mare, altre barche di pescatori, un vedetta della marina e dopo aver fatto il giro di 360° di nuovo la prima barca. L’atto d’osservazione in questione è quello chi chiamiamo “temporale” e cioè l’osservatore osserva un susseguirsi di cambiamenti nella sua visuale cioè nel fascio di luce al di fuori del quale non vede nulla. L’atto di osservazione eviterno invece considera che il corpo stesso che osserva nel fascio di luce è lui stesso sottomesso al cambiamento in quanto gira alla stessa velocità del faro sul quale rimane seduto.

L’atto di osservazione umano coglie queste due nature della sua osservazione del cambiamento come essendo una macchia di luce che si sposta da un punto all’altro dell’orizzonte a dieci chilometri di distanza e come se questa macchia stessa fosse una realtà in sé, mentre invece quel che è reale è la riflessione della luce su quegli oggetti lontani. Addirittura, facendo girare il faro abbastanza velocemente su se stesso tale macchia luminosa può senz’altro benissimo spostarsi a velocità superiori alla luce, ma non essendo una realtà in sé se non nella relazione tra faro che produce luce e occhio che l’osserva, essa non trasmette nessuna informazione ad una velocità superiore alla luce tra la barca dei pescatori e la vedetta della marina.

Avendo illustrato il come l’impressione che il tempo esista e nasca da questa doppia natura dell’atto di osservazione umano, ci rimane però da capire il perché. E cioè perché la forma umana cade in queste trappole come il credere che il male esiste in sé, che il brutto esiste in sé, che il falso esiste in sé, che il tempo esiste in sé, che lo spazio esiste in sé? Perché tale forma non è capace naturalmente e senza sforzo di osservare quel che è in quanto tale? Perché non informa il corpo in modo perfetto, cioè tale che l’osservazione che questi farebbe dei cambiamenti che lo circondano  sia perfettamente coerente con l’osservazione eviterna stessa senza creare quest’effetto ottico di tempo e di spazio? Quel che possiamo fare al nostro livello di analisi è semplicemente constatare questo come un dato di fatto e accettare che la nostra forma umana, quel che volgarmente chiamiamo anima, è deformata, cioè non informa propriamente e perfettamente il proprio corpo e che ciò implica l’illusione che male, brutto, falso, tempo  e spazio siano come realtà in sé.

Al soggetto, e leggermente fuori tema, può essere interessante riflettere sul cambiamento della  percezione del reale che leggiamo nella Genesi nell’atto del peccato originale: il concetto di nudità, cioè di assenza di vestito diventa una realtà in sé quando tale peccato è commesso. È la deformazione dell’anima avvenuta con la disobbedienza al comandamento di  Dio che fa vedere come realtà in sé quel che è l’assenza di un qualcosa . Prima del peccato originale, Adamo ed Eva non erano nudi e quindi non avevano bisogno di essere vestiti; prima del peccato non avevano fame, cioè assenza di sazietà,  e quindi non dovevano mangiare e sudare per mangiare; prima del peccato originale non soffrivano, cioè non avevano assenza di benessere, e quindi non necessitavano subire  e lottar contro le doglie del parto. Ne abbiamo già parlato nella nostra serie sull’evoluzione: il peccato di Adamo ed Eva è quello che fa entrare lo spazio ed il tempo nel creato.

Al contrario la Resurrezione di Cristo mostra chiaramente che la morte è vinta,  il brutto è vinto, il falso è vinto, il tempo è vinto , lo spazio è vinto: il Corpo di Cristo è ormai informato da un’anima che non è più deformata dal peccato originale e l’anima umana di Cristo, osservatrice eviterna per eccellenza benché colga perfettamente i cambiamenti negli enti non li osserva più con la lente deformante dell’illusione ottica spazio-temporale, come gli angeli stessi che osservano il mondo materiale con purezza eviterna. La  Resurrezione libera il creato dallo spazio e dal tempo.

Il tempo e lo spazio sono una deformazione dell’anima che sperimenta l’assenza della pienezza informatrice della sua natura eviterna sul proprio corpo.

Nelle prossime puntate e prima di spingere la nostra riflessione ancora più in profondità ci accingeremo a capire criticamente i vari dibattiti medievali e scolastici sui concetti di Aevum, di tempo discreto e sulle relative categorie del quando, basandoci sulla tesi di 20 anni fa di Pasquale Porro che abbiamo citato all’inizio di questa serie sull’Eviternità.

(CONTINUA)

In Pace

 

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Categorie:Filosofia, teologia e apologetica

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11 replies

  1. Sono arrivato a 1/4 della lettura. Sono sempre più convinto che ci starebbe proprio bene un bel libro, magari su copertina del nostro fidato Mauro Mendula. Ci sono alcune con le scie delle stelle che sono “il bello” fatto fotografia! 😀
    Serve però una correzione del manoscritto perché ci sono alcune espressioni che non sono molto comprensibili. Magari ne approfittiamo se Dio ci darà la possibilità di frequentarci più spesso in un immediato futuro!
    E adesso continuo.

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  2. Caro Simon, volevo prendermi un po’ di tempo e farti qualche domanda su tutta questa serie di post sulla natura del tempo. Per mia pigrizia e per impegni vari però non riesco a leggere con calma e ad inquadrare i dubbi che mi sorgono.
    Una sola domanda, allora.
    Mi sembra che l’approccio che proponi della natura del tempo e dello spazio, sia simile a quello kantiano, ovvero una specie di estetica trascendentale, in cui tempo e spazio sono forme a priori del nostro conoscere. Mi sbaglio? E se no, ci sono differenze fra quello che descrivi tu e l’idea di Kant?

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    • Ciao Alessio,
      mi sono chiesto perché mi hai posto la domanda e te ne ringrazio perché a priori non avrei fatto nessuna connessione con Kant in quanto tale, invece mi hai obbligato a riflettere sul perché me l’hai posta, sul cosa ho potuto scrivere che potesse darti questa pulce all’orecchio.

      Prima di risponderti vorrei sottolineare di nuovo l’ambizione di queste riflessioni sull’eviternità che ho accennato qui e lì ma che vale la pena di ripetere per meglio inquadrare il progetto: la riflessione aristotelica , tomista e scolastica parte con molto buon senso da una riflessione estesa della temporalità per poi tentare di capire l’eviternità e l’eternità come assenza di temporalità con multe disquisizioni sulla nozione di durata e nelle prossime puntate vorrei compartire con voi le problematiche medievali al soggetto in quanto sono modernissime (penso alla nozione di tempo discreto concetto attualizzato nella fisica la più moderna) senonché è incapace per via di questo approccio negativo di dire cose molto interessanti sull’eviternità stessa.

      L’approccio che tento di fare è, pur sempre ritrovando le categorie aristotelico tomiste scolastiche nel caso particolare della creatura umana, di partire dalla nozione la più alta di eviternità e di interpretare cosa sia il tempo in quanto effetto prodotto da assenza di pura eviternità. Cioè non più l’eviternità come non tempo, ma il tempo come corruzione dell’ eviternità.

      Ritornando alla tua domanda le differenze con le forme a priori di Kant così, sui due piedi, le porrei nel modo seguente:
      (a) il tempo (e lo spazio) non sono forme a priori cioè contenitori necessari dell’esperienza sensibile , ma bensì un differenziale a posteriori tra l’esperienza sensibile che consta il cambiamento sperimentalmente da un lato e che produce una vera conoscenza delle forme sensibili in quanto tali, come da bravo realista, e dall’altro l’osservazione eviterna che osserva le linee di causalità ed è la discrepanza a posteriori tra queste due nature dell’unico atto umano di osservare che genera quest’impressione di tempo (e di spazio);
      (b) lo spazio ed il tempo visti così potrebebero essere concepiti come trascendentali nel senso Kantiano del termine nella misura in cui non sono di per se stessi sperimentabili (visto che non hanno una realtà oggettiva) ma sono percepiti quando nell’atto di osservare le due nature dell’osservazione sono presenti concomitamente ;
      (c) non sono universali, in quanto l’osservazione eviterna è possibile per ogni essere spirituale ed è il modo “normale” per un ente di natura spirituale, informante oppure no un corpo, di osservare il cambiamento, lo spazio ed il tempo sono come una degenerescenza di questo modo “normale” e davvero universale;
      (d) spazio e tempo sono necessari nella strutturazione dell’esperienza sensibile rispetto all’osservazione causale ma non sono necessari per la comprensione del mondo che osserviamo (ho dato qualche esempio dalla fisica nella sezione 6)

      Comunque spero che nelle prossime settimane tutto questo si chiarirà meglio nell’analisi critica del pensiero scolastico al soggetto.

      Ancora grazie
      In Pace

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  3. Spero di non dire baggianate. Cito alcune frasi con miei appunti, giusto per capire se sto capendo oppure sono sulla strada sbagliata.

    Ne abbiamo già parlato nella nostra serie sull’evoluzione: il peccato di Adamo ed Eva è quello che fa entrare lo spazio ed il tempo nel creato.

    Non sarebbe più giusto dire che il peccato originale è quello che “denigra” l’anima che informa i progenitori, rendendo “composita” la loro relazione con il reale, mentre prima era “semplice”, cioè unica, integrale, esattamente come semplice è Dio? Questa nuova relazione, non più immediata ed integrale (semplice) ma mediata e descrittiva (composta), è la conseguenza della caduta. D’altra parte l’albero dell’Eden non era forse quello del bene e del male? Dunque ecco che la necessità di comprendere quel che in sé non esiste, come “il male”, abbisogna di una visione composita, che possa scomporre il reale in modo descrittivo, parcellizzandone quelle parti nelle quali si intravede un’assenza di bene, ma tale assenza è illusoria, è dettata da una visione RELATIVA del reale poiché ovviamente IL REALE IN SE’ maligno non lo è, in quanto completamente rivestito dalla grazia del suo creatore (“e vide che era cosa buona ecc”).
    Che ne dici?
    Se ci sono allora direi che…

    Il tempo e lo spazio non sono propriamente una deformazione dell’anima che sperimenta l’assenza della pienezza (dunque l’assenza di un bene, quindi sperimenta un male ndr) informatrice della sua natura eviterna sul proprio corpo. bensì sono delle “astrazioni di un pensiero razionale che contempla e riflette sul reale in modo relativo, modo dovuto a questa deformazione dell’anima che ecc ecc”

    Ma noi siamo anche in grado di astrarre in modo integrale, altrimenti nemmeno le informazioni raccolte in questi articoli sarebbe possibili, e qui arriviamo a quel che chiami osservatore eviterno. La possibilità di comprensione ci indica pertanto quale sia “il bene” da perseguire, cioè l’osservazione SEMPLICE, l’osservazione cioè che tenta di andare oltre questa deformazione dell’anima. Pertanto oso dire che qualsiasi altra osservazione o è preambolo a questa semplice oppure è inutile o addirittura dannosa. Da qui l’idea di una scienza che permetta alla metafisica di svilupparsi (cfr. Basti) nella comprensione del reale integrale. Naturalmente è una provocazione perché questo ragionamento porta ad un ribaltamento di quel che è oggi la scienza: pura utilità. Ma è provocazione fino ad un certo punto, la scienza pensata per sé stessa – scienza per scienza – non solo potrà a mio avviso risultare un bene per sé stesso (poiché atta a comprendere il reale integrale), ma forse sarà addirittura più utile, perché estranea da logiche “locali” come il profitto, la necessità di una utilità (nel breve o nel lungo periodo poco cambia) di una data ricerca.
    Questa è ovviamente un’utopia nel panorama contemporaneo occidentale, ma… chissenefrega. E’ una gran bella utopia.

    Una domanda alla quale forse hai già risposto in altri articoli di questa serie o in quelli precedenti (o nei commenti agli stessi), ma è una domanda che mi serve per continuare.
    A tuo avviso Simon questo cambio di paradigma nella fisica, cambio di pregiudizio, potrebbe portare a teorie migliori? Pensare cioè che il tempo e lo spazio non siano nient’altro che astrazioni di un reale che muta, cosa comporta in fisica? Ad esempio potrebbe demolire le teorie di Einstein per far posto finalmente ad una teoria che permetta di unire il macroscopico con il microscopico della quantistica (luogo nel quale i concetti di tempo e spazio vengono presi in giro a dir poco)? E cosa potrebbe misurare dunque la fisica? Come potrebbe misurare il mutamento se il mutamento è una visione eviterna del reale, cioè integrale, cioè metafisica, cioè ANTISCIENTIFICA (per come è intesa oggi la scienza)? Non è che questa revisione comporterebbe una impossibilità stessa di fare fisica? Sto sbagliando tutto?

    Se mi sovviene altro, scrivo.

    Grazie Simon!

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    • (A) Certo quando si afferma che il peccato di Adamo ed Eva fa entrare il tempo e lo spazio nel Creato, si intende che l’anima umana è ormai capace di accedere a tale reale solo attraverso questa loro lente deformante e parcellizzante, come ben dici tu

      (B) Ottimo il commento sull’albero del bene e del male (non ci avevo mai pensato in questi termini): il male in quanto tale non può essere conosciuto, in quanto è assenza, per poter conoscerlo, mangiarne la mela, bisogna volerlo e in particolare voler rompere l’unità originaria in quanto tale! Grazie ancora!

      (C) Non concordo sul fatto che lo spazio ed il tempo siano un’astrazione del pensiero razionale (che lo siano anche ma a posteriori non lo metto in discussione ovviamente): Essi sono davvero un fenomeno reale fondato nella metafisica di una doppia natura dell’ente conoscente, doppie nature che non sono allineate ed in concordanza e coerenza tra di loro. Questa mancanza di coerenza è il peccato originale stesso,

      (D) Il discorso scientifico è un’arte : è un’invenzione che funziona, come la matematica è un’invenzione puramente umana. Il suo valore è nell’essere efficace e efficiente. Fa parte delle attività umane e può essere santificante se praticato con virtù umane e teologali se possible: non è santificante in sé, come non è santificante in sé arare o dipingere.

      (E) Alla tua ultima penso che questo discorso non cambia in niente quello della fisica in quanto tale: ovviamente preferisce una teoria einsteiniana dove la misura del tempo è relativa al’osservatore o si sente di più in sintonia con le teorie quantistiche dove la nozione di luogo e di tempo sono come sfocate. Ma in realtà il discorso del fisico risponde alla sola domanda: è capace di predizioni migliori usando di tale o di tal altro modello? Sono le predizione di un sistema matematico che descrive le relazioni numeriche tra risultati sperimentali più efficace tenendo conto di un’ipotesi di tempo che scorre assoluto oppure di un tempo sottomesso alle inequazioni di Heisenberg?
      Quando parliamo di predizioni in fisica non ci riferiamo tanto a quel che succederà nel futuro quanto a cosa sia possibile scoprire che già esiste ma non è stato ancora scoperto: ad esempio la particella di Higgs, oppure l’esistenza di stati nucleari stabili aldilà della tavola di Mendeleiev conosciuta, oppure dedurre dalle orbite di Urano l’esistenza di Plutone, eccetera.

      Se non ti ho risposto, insisti per favore.

      In Pace

      N.B.: A proposto di parcellizzazione, di rottura dell’unità, mi fa sovvenire che il pornografo taglia il corpo umano in sottinsiemi, che lo schiavista fa lo stesso, che il teorizzatore del genere ragiona anche così, come anche il transumanista, come anche l’aumento del disordine nell’universo che tutto spezzetta. A contrario la ricomposizione di un unico Corpo in Cristo va contro questa dinamica di parcellizzazione. L’omogeneizzazione entropica del caos è la brutta copia sghignazzante dell’unità organica del creato con il suo Creatore.

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      • Grazie carissimo! Questa tua reply mi fa capire che forse non ho proprio compreso a pieno quanto vai dicendo. A me, semplificando, mi pareva si dicesse “ragazzi, il tempo non esiste!”. Al che mi son detto: “allora è come il numero 1, astrazione di una realtà. 1 non esiste, ma esiste 1 mela. Il tempo non esiste, ma è un buon modo per misurare dei cambiamenti che ci appaiono continui e similari.”

        Ma poi qui tu mi scrivi: “Essi sono davvero un fenomeno reale fondato nella metafisica di una doppia natura dell’ente conoscente”

        al che mi gira la testa e mi chiedo, da semplice contadino qual io sono (… magari lo fossi!): ma allora il tempo esiste?!
        Si, lo so. Cosa si intende per “esistenza”? E io dico: qualcosa che nel Reale in sè E’!
        Il tempo E’ nel reale in sé?
        E se si allora che cosa intendi per “esistenza” tu quando scrivi che “il tempo non esiste”?
        Grazie!

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        • Esiste l’osservazione sensibile, esiste l’osservazione eviterna. Le due dovrebbero essere allineate: quando lo sono non c’è tempo. È quando sono in discrepanza che appare quest’effetto ottico che è il tempo. Cioè il fatto di dover ordinare l’esperienza sensibile a quella eviterna in modo non “naturale”: assenza di naturalità che possiamo solo constatare.

          mmmmm

          Ancora un’analogia: Esiste la prospettiva in sé? No. Esiste ad esempio la via della Conciliazione con i suoi palazzi lungo di essa e in fondo piazza San Pietro con la sua basilica. La prospettiva nasce dall’incontro tra questa realtà guardata in quanto tale e la posizione nella quale mi trovo: non c’è prospettiva assoluta, non c’è prospettiva in sé della via della Conciliazione, quel che esiste è l’incontro cioè il rapporto di quelle due realtà che esistono in sé (la via stessa e la mia posizione): incontro che non esiste quindi in sé ma solo in quanto relazione.

          In Pace

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          • Comincia ad essere più chiaro.
            A costo di fare una pessima figura continuo nel mio domandare:
            Esiste l’osservazione sensibile, esiste l’osservazione eviterna. Le due dovrebbero essere allineate: quando lo sono non c’è tempo.

            Esiste intendi dire che dentro di noi avviene una precisa osservazione che però NON E’ il reale in sè? Forse sbagliavo perché pensavo che l’osservatore eviterno fosse quello che osserva il reale integrale, mentre questa osservazione – ora capisco – giustamente è IMPOSSIBILE all’uomo, il reale in sé l’uomo non lo può cogliere MAI. L’uomo compie, diciamo, due osservazioni o tante osservazioni che possono essere distinte genericamente come fai tu.

            PRima domanda: è possibile dire che l’uomo osserva il reale in infiniti modi e questi infiniti modi possono essere raccolti in due grandi astrazioni che sono le osservazioni sensibili e quelle eviterne? D’altra parte è pur sempre una tua catalogazione generale di un sentire personale indecifrabile nella sua totalità, non c’è in noi l’on – off dell’eviterno.

            Secondo: si può dire che allora la gnoseologia (scienza implicita di tutto il tuo presente lavoro) è quindi anche un tentativo umano di scovare i limiti che esso “impone” al reale osservato (che non è il Reale) a causa del suo essere umano decaduto?

            Terzo: ma come possono esistere 2 (o più o infinite raccolte in due) forme di osservazione (ESISTERE PROPRIO) se l’uomo è sinolo e ha una propria unità? Teologicamente mi dici che l’anima ferita dal peccato originale è proprio questo: la divisione osservativa. Ma filosoficamente questa spiegazione non mi basta, devo trovare un modo per far collimare che 1=2, altrimenti potrebbe sembrare quasi che l’anima in realtà siano due forme. Ed è ovviamente un assurdo.

            Quarto: con questa teoria filosofia ammettiamo in un esperimento mentale di “riunire” le due osservazioni ESISTENTI in una, ricucendo la ferita dell’anima. Questa osservazione integrale umana sarà dunque paragonabile a quella divina? Possiamo dire che essa scorgerà il reale integrale per quello che è? Perché io stento a dir di si a questa domanda. A mio avviso tale anima avrà le medesime qualità dei due osservatori astratti dalla stessa, non sarà qualitativamente superiore. E se osservatore sensibile e osservatore eviterno NON POSSONO osservare il reale per quello che è, allora la loro unione non può osservare il reale per quello che è. Lo potranno per grazia, avendo la “vista di Dio” nulla sarà impossibile. Ma questo è possibile anche oggi, poiché Dio può illuminare un mistico. Inoltre mi pare che Sant’Agostino abbia parlato di felix culpa perché la NOSTRA condizione ci permette di essere – SE SANTIFICATI – più divini di quanto lo potessero mai essere Adamo ed Eva. Questa cosa come si sposa con la teologia razionale che deriva dalla tua teoria? E soprattutto restando alal filosofia (quindi tralasciando progenitori e peccati originali), come faccio a renderla razionale?
            MI son perso qualcosa? Mi son perso IN qualcosa? 🙂

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            • (A) (a) L’osservazione sensibile è “vera” osservazione del reale. L’osservazione eviterna è “vera” osservazione del reale
              (b) L’atto di osservazione di un essere spirituale che informa un corpo (sinolo) è quindi per la natura stessa di questo essere e per via della sua unità ontologica uno e uno solo ma con due nature: una natura eviterna che è fondata sull’avere una natura spirituale del sinolo e una natura sensibile fondata sulla dimensione corporale dello stesso sinolo.
              (c) Come il corpo è informato dall’anima, così l’osservazione sensibile è informata dall’osservazione eviterna: almeno così dovrebbe essere nella logica naturale delle cose
              (d) Ma come è forza di constatare che l’anima non informa perfettamente il corpo (ad esempio ho un’unica volontà ma faccio cose che non vorrei fare e non faccio quel che vorrei fare), così anche siamo nell’evidenza di dover rilevare che nell’osservazione umana del cambiamento le due nature non sono sempre in coerenza (ad esempio, non sempre succede che, guardando uno splendido paesaggio, uno “veda” la mano di Dio).

              (B) (Domanda 1) Proprio non sono d’accordo con questo modo di esprimersi per due ragioni: (a) l’uomo non ha accesso all’infinito in quanto è un essere finito, (b) il tempo (e lo spazio) non sono astrazioni ma un effetto ottico di prospettiva realmente vissuto dall’osservatore umano

              (Domanda 2) Sì, mi piace davvero questa tua definizione e la sottolineatura “in quanto decaduto”

              (Domanda 3) Vedi il punto (A) di cui qui sopra. Filosoficamente è comprensibilissimo che le due nature esistono e sono costitutive della definizione stessa di essere umano. La questione filosofica non è però darci la causa del divorzio tra il modus operandi di questi due “modi” di osservazione ma solo di constatarlo e riflettere se questo sia possibile oppure no. In altre parole il problema filosofico si porrebbe se, e solo se, si dimostrasse che non sia possibile separare un’osservazione sensibile da un’osservazione eviterna

              (C) (Domanda 4) Ecco, qui salti a considerazioni che non ho ancora fatto, perché penso che fare un giro dai medievali è necessario prima di poter rispondervi. C’è una differenza fondamentale tra la conoscenza eviterna (quella degli angeli, di Adamo ed Eva, e degli esseri umani vivi o morti) e la conoscenza eterna: essenzialmente nella misura in cui la conoscenza eviterna riconosce la causa mentre la conoscenza eterna è la causa stessa.

              Quel che “guadagna” un’anima riscatta da Cristo rispetto alla vita naturalmente eviterna è che partecipa (per grazia divina) all’atto di conoscenza eterna e cioè partecipa della causa stessa del cambiamento: per questo si parla di cieli nuovi e di terra nuova in quanto la conoscenza che ne avremo non sarà quella di osservatore che riconosce l’azione di Dio, ma di osservatore che partecipa dell’atto creatore (e Redentore) stesso di Dio, cioè partecipa dell’eternità,

              Per questo caro amico, valeva la pena cominciare tutto il ragionamento partendo dalla comprensione dell’eviternità …..

              In Pace

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              • Ora ci sono (credo). Perdona se ti ho anticipato delle parti del finale, ma forse è meglio così. E’ una sorta di trailer cinematografico di un romanzo che hai già letto. Sai come va a finire, ma non sai come si arriverà a quella fine. Ed è nel viaggio che acquista valore il finale conosciuto dello stesso!

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