Vivere Senza Pretendere Un Senso

«Nel voler cercare un senso alla vita, in realtà ci si dimentica della vita stessa. »

Questa riflessione nasce da un’esperienza di invecchiamento e di vedovanza: le ragioni terrene che un tempo davano ordine all’esistenza non bastano più a sostenerla. Essa esplora la possibilità di acconsentire a vivere senza esigere che un progetto terreno giustifichi questa vita, in un’obbedienza amorevole a Dio. Le righe seguenti costituiscono una proposta di elaborazione a partire da questa esperienza; distinguono i fondamenti dottrinali, i collegamenti spirituali e l’interpretazione proposta. Il dialogo con il confucianesimo chiarisce alcuni aspetti di questa prospettiva senza confondere le due tradizioni.

La vita subordinata alla condizione del senso

«Nel voler cercare un senso della vita, in realtà ci si dimentica della vita stessa. » Questa frase potrebbe sembrare eccessiva in quanto la ricerca del senso esprime un’esigenza umana legittima e spesso aiuta ad affrontare le prove e a orientare la libertà. Tuttavia, può diventare un’esigenza rivolta all’esistenza stessa: prima di acconsentire a vivere, vogliamo sapere a cosa servirà la nostra vita, quale realizzazione renderà possibile, quale storia potremo infine raccontarne. Il senso ricercato diventa allora una condizione preliminare al consenso.

Per gran parte della vita, questa condizione rimane invisibile: il lavoro, la carriera, l’amore coniugale, l’educazione dei figli costituiscono un orizzonte sufficientemente consistente affinché ogni giornata trovi facilmente il proprio posto. Poi alcuni compiti giungono al termine, i figli crescono, il lavoro cambia portata, la persona amata muore, mentre l’esistenza continua, però quella rappresentazione che le conferiva la sua immediata coerenza non è più sufficiente e così una giornata si prospetta davanti a noi, senza la promessa di ripristinare la forma precedente della nostra vita.

Una risposta comune consiste nel cercare immediatamente una nuova ragione di vita e questo può essere positivo e necessario, ma esiste anche una domanda più radicale: sono tenuto a fornire alla mia esistenza una nuova giustificazione terrena? Posso accettare di vivere prima di sapere quale opera conferirà a questa vita la sua apparente necessità? L’intuizione di questo articolo ha inizio proprio lì, nel momento in cui si smette di pretendere che un futuro immaginato giustifichi il presente.

Ovviamente questa scoperta non sminuisce gli amori passati, anzi! Una moglie, un figlio, un amico non sono mai stati semplici mezzi destinati a rendere la nostra vita sopportabile o significativa ed il loro bene è stato sinceramente voluto per sé stesso. Ciò che può venir meno è il nostro bisogno di fondare l’intera giustificazione della nostra esistenza sul perseguimento di determinati compiti in quanto l’amore conserva il proprio valore quando la missione che gli conferiva la sua forma quotidiana si trasforma.

Vivere senza un progetto terreno che giustifichi il fatto di vivere

Non si tratta quindi semplicemente di preferire i piccoli progetti a quelli grandi, ma la questione riguarda proprio la possibilità di non avere alcun progetto terreno il cui compimento sia la ragione per continuare a vivere. Mangiare, studiare, riposarsi, insegnare, divertirsi, occuparsi di una casa, rispondere a una persona: questi atti conservano certamente i loro propri e necessari scopi, ma non devono più diventare un programma che giustifichi la totalità dell’esistenza in quanto si può preparare un pasto senza dover trasformare la propria vita in un progetto o si può pur sempre amare un figlio o una nipotina senza calcolare la funzione di quell’incontro nella propria realizzazione personale.

La formula «senza finalità terrena» va intesa a questo livello e non elimina né l’intelligenza pratica né i beni concreti: essa significa che l’adesione alla vita non dipende più dal possesso di un fine terreno in grado di spiegarla nella sua totalità. La finalità divina rimane, vissuta come relazione e come risposta: poiché la vita mi è ancora affidata, vi acconsento davanti a Dio, con ciò che oggi essa richiede in termini di cura, presenza e carità.

Dire «vivere per vivere» indica quindi l’accoglienza di una vita ricevuta e la parola «obbligo» esprime la fedeltà di questo consenso, specialmente quando nessuna soddisfazione lo sostiene, ma, tuttavia, questo obbligo è filiale: riguarda un bene affidato per amore dal Signore stesso e può benissimo capitare che la sua dolcezza sia del tutto nascosta e che rimanga solo la volontà di rispondere mentre l’obbedienza conserva allora la sua realtà, anche se spogliata dell’esperienza sensibile del suo significato.

Nazareth e il valore del quotidiano

La vita nascosta di Gesù conferisce a questa intuizione una profondità propriamente cristiana. Il Catechismo presenta gli anni di Nazareth come una vita di lavoro, di comunità familiare e di obbedienza ove vi si riconosce una via di comunione con Cristo accessibile nelle circostanze ordinarie evidenziando quanto l’obbedienza a Maria e Giuseppe si inscrive nell’obbedienza filiale al Padre. [1]

Nazareth ovviamente non dimostra che Gesù fosse privo di una missione, né che la Sacra Famiglia vivesse senza intenzioni quotidiane. La sua rilevanza per la nostra questione sta altrove: il valore di quella vita era già pieno davanti a Dio, anche se non si manifestava ancora pubblicamente. Il lavoro, il pasto e la presenza accanto ai propri cari facevano realmente parte della vita del Figlio e la quotidianità umana poteva portare questa relazione al Padre senza dover diventare un evento visibile.

Per analogia, un’esistenza ritirata può trovare la sua profondità nel modo in cui viene offerta: ad esempio, la propria casa può diventare un luogo di fedeltà contemplativa e gli incontri vi trovano il loro posto, insieme alle faccende, al riposo e alla preghiera. Il valore di una giornata va quindi ricercato nella verità della sua risposta a Dio, senza dipendere da una trasformazione osservabile del mondo o da un bilancio desiderato o che se ne potrebbe trarre.

Il distacco dalle consolazioni e dal controllo

San Giovanni della Croce analizza il rischio di cercare negli esercizi spirituali la soddisfazione che essi procurano, fino a giudicare inutile la preghiera quando non consola più e a questa avidità egli oppone la fedeltà, la pazienza e l’umiltà, ma distingue anche diverse possibili cause dell’aridità; non ogni aridità costituisce, di per sé, una notte contemplativa.[2] Applicata con prudenza al nostro caso, questa dottrina solleva una domanda: anche il sentimento di avere una vita significativa può diventare un appoggio al quale chiediamo eccessivamente di sostenerci?

Si tratta qui di un’estensione interpretativa in quanto Giovanni della Croce non tratta, in questi passaggi, della ricerca moderna di un progetto di vita. Eppure, la parentela appare: possiamo affezionarci al gusto che troviamo in un’attività buona, per poi credere che la scomparsa di quel gusto privi di valore la nostra fedeltà e la spoliazione consisterebbe allora nel servire e nel vivere senza esigere di sentire costantemente perché ciò meriti di essere fatto.

Francesco di Sales fornisce un vocabolario più direttamente adatto: quello dell’indifferenza amorosa, sviluppata nel libro IX del Trattato sull’amore di Dio. Questo atteggiamento esprime una disponibilità della volontà verso Dio fino alla forma assunta dal suo servizio. Egli precisa, quando parla della «morte» della volontà, che questa non cessa di esistere ma vive aderendo alla volontà divina.[3] La disponibilità implica quindi una libertà viva che può accogliere un nuovo compito così come un periodo in cui nessun progetto si impone.

Il piacere stesso non deve essere visto con sospetto. L’analogia coniugale deve conservare questa precisione: l’insegnamento cattolico riconosce la bontà del piacere degli sposi e l’unità dei significati unitivo e procreativo della loro unione.[4] Il fulcro della nostra riflessione riguarda l’esigenza di gratificazione: una gioia può accompagnare un bene senza diventare la condizione alla quale accettiamo quel bene. Allo stesso modo, la pace ricevuta nella preghiera può essere accolta con gratitudine, senza diventare un risultato da riprodurre. Concomitantemente, il valore di una vita vissuta non può essere valutato in funzione del senso o dei sensi che vi trova.

Preparare la terra e accogliere il seme

L’immagine della terra buona permette di esprimere il movimento interiore ricercato: nella parabola del seminatore, l’accoglienza della Parola nella buona terra si compie nella perseveranza che è fedeltà e stabilità. In quella terra del seme che germoglia, il seminatore non padroneggia da sé il segreto della crescita[5] ma solo la qualità del terreno. Queste immagini consentono di considerare insieme la responsabilità dell’accoglienza e il carattere ricevuto del frutto.

Preparare il terreno può significare rendersi disponibili: rimanere fedeli alla preghiera, esercitare la carità, accettare i propri limiti, prendersi cura del corpo che ci è stato affidato, lasciar andare certe pretese di controllo e questa stessa preparazione già dipende dalla grazia e non costituisce alcun meccanismo in grado di provocare una venuta sensibile di Dio o di ottenere una determinata esperienza mistica.

La lettera Orationis Formas sottolinea proprio che l’unione mistica è un dono e non deriva da alcuna tecnica che ne garantisca l’ottenimento. La colloca nella vita di Cristo, nella fede e nei sacramenti[6] e lasciare che Dio venga significa quindi acconsentire alla sua iniziativa, anche quando rimane impercettibile. Non è necessario creare uno stato interiore particolare affinché l’offerta della giornata sia autentica.

Laurent de la Résurrection esprime questo orientamento con un’immagine familiare: i compiti ordinari diventano il luogo di un colloquio con Dio e di un amore effettivamente messo in pratica. [7] In ciò si può riconoscere la possibilità di una vita contemplativa a casa propria, senza per questo rivendicare uno stato canonico o un particolare grado spirituale: la disponibilità mantiene le mani capaci di agire mentre lascia che le iniziative di carità nascano dall’incontro reale, senza imporre a ogni incontro di confermare un’immagine di sé.

Il vicinato confuciano

Il pensiero confuciano offre un avvicinamento preciso, a condizione di non attribuirgli una dottrina generale della vita senza finalità. Lo Zhongyong insiste su una Via inseparabile dalla vita e sulla condotta adeguata alla situazione presente e nel capitolo 14 la persona realizzata agisce secondo la propria condizione, senza far dipendere la propria rettitudine da un previo cambiamento delle circostanze. [8] La parentela con il nostro discorso risiede proprio in questa possibilità di vivere una situazione che non soddisfa le nostre preferenze.

Il parallelo trova un’altra espressione in Mencio, dove nel 2A2, l’uomo che tira i germogli per accelerarne la crescita li fa appassire, mettendo così in evidenza che la coltivazione morale richiede una cura costante, escludendo al contempo l’impaziente forzatura dei suoi effetti. [9] Questa immagine fa eco a quella della terra preparata: l’attenzione quotidiana possiede una sua consistenza propria, anche quando la maturazione non può essere comandata.

La differenza rimane ciò nonostante determinante: questi testi confuciani perseguono una realizzazione morale e relazionale e, ovviamente, non descrivono l’obbedienza al Padre attraverso Cristo né la ricezione della grazia soprannaturale. Il loro contributo a questa riflessione consiste solamente nel far emergere una saggezza della giustezza del presente e della pazienza nella maturazione ed offre un interlocutore alla riflessione cristiana, lasciando a quest’ultima la propria fonte e la propria finalità.

La vita accolta e il suo peso eterno

Questo modo di acconsentire al presente si ricollega a un’altra esperienza: contemplare la bellezza di una vita amata e rendere grazie per ciò che ha donato.

Per esempio, nella vita della mia amatissima Moglie, nella nostra storia comune e nei suoi frutti nelle persone che ha amato, io vi riconosco una bontà che non si esaurisce con la scomparsa delle circostanze che l’hanno sostenuta, ma, anzi, questo riconoscimento è il punto di partenza personale della mia riflessione che rimane un’azione di grazie e una speranza.

La dottrina fornisce tuttavia un sostegno alla speranza di questa permanenza: la Gaudium et Spes, al numero 39, afferma che la carità e le sue opere permangono e che i frutti della nostra attività saranno ritrovati trasfigurati ed il Catechismo, ai numeri 1039 e 1040, annuncia la rivelazione delle conseguenze delle nostre azioni e del senso ultimo della storia. [10]

Ciò permette di concepire una fecondità di cui oggi non abbiamo bisogno di conoscere la misura: così, una giornata può partecipare all’offerta di Cristo senza che noi sappiamo raccontare ciò che avrà compiuto mentre anche la speranza del frutto eterno può essere vissuta in questo distacco in quanto essa sostiene la fiducia, senza costringerci a trasformare la quotidianità in una produzione di un bilancio spirituale.

Possiamo così tornare alla frase del nostro incipit iniziale con una nuova profondità: nel voler sempre cercare un senso della propria vita, di fatto si rischia proprio di dimenticare la vita e di rimandare l’accoglienza di ciò che ci è dato fino al giorno in cui potremo giustificarlo. L’obbedienza contemplativa accetta questa vita prima ancora di possederne la spiegazione mentre accoglie la giornata, compie ciò che la carità richiede e lascia a Dio la conoscenza della sua fecondità e, così, un’esistenza senza progetto terreno può allora diventare una disponibilità vissuta, dove vivere è la risposta.

Riferimenti e spunti di lettura

I seguenti riferimenti distinguono i testi che sostengono direttamente l’argomento e i collegamenti proposti da questo articolo. Testi online consultati il 29 settembre 2026.

[1] Catechismo della Chiesa Cattolica, §§531–534. La vita nascosta e l’obbedienza di Gesù a Nazaret.Leggi il testo o la presentazione di riferimento

[2] Giovanni della Croce, La notte oscura, libro I, capitoli VI e IX. Ricerca della dolcezza spirituale e discernimento dell’aridità. Testo consultato nella traduzione inglese, su Bibliaclerus; gli sviluppi in francese di questo saggio sono parafrasi. Leggi il testo o la presentazione di riferimento

[3] Francesco di Sales, Trattato sull’amore di Dio, libro IX, in particolare i capitoli IV–VI e XIII–XIV. L’indifferenza amorosa e la vita della volontà unita a Dio. Leggi il testo o la presentazione di riferimento

[4] Catechismo della Chiesa Cattolica, §§2360–2363. Bontà dell’unione coniugale e del piacere, unione degli sposi e fecondità. Questo riferimento delimita l’analogia tra piacere e finalità. Leggi il testo o la presentazione di riferimento

[5] Vangeli: Luca 8,4–15, in particolare il versetto 15; Marco 4,26–29. Le due immagini sono complementari e la loro applicazione alla disponibilità contemplativa viene qui proposta per analogia. Leggi il testo o la presentazione di riferimento

[5 continua] Marco 4,26–29, il seme che cresce. Leggi il testo o la presentazione di riferimento

[6] Congregazione per la Dottrina della Fede, Orationis formas, 15 ottobre 1989, §§20–25, in particolare il §23. Cristo, i sacramenti e la gratuità del dono mistico. Leggi il testo o la presentazione di riferimento

[7] Laurent de la Résurrection, Sulla pratica della presenza di Dio, Massime e Lettere, con le testimonianze di Joseph de Beaufort. Edizione Arfuyen, 2017; consultata la presentazione editoriale. Da approfondire nel testo integrale nel capitolo a lui dedicato. Leggi il testo o la presentazione di riferimento

[8] Zhongyong, capitoli 1 e 14, traduzione inglese di James Legge. Il testo è tradizionalmente associato a Zisi; l’attribuzione complessiva a Confucio e la datazione riportate nell’intestazione del sito non sono qui riprese. Parafrasi in francese in questo saggio. Leggi il testo o la presentazione di riferimento

[9] Mencio, 2A2, Gong Sun Chou I, §16 nella suddivisione di James Legge. La coltivazione del qi morale e la parabola dei germogli strappati. L’antica espressione «passione-natura» di questa traduzione non deve oscurare il contesto del qi. Leggi il testo o la presentazione di riferimento

[10] Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, §39. La permanenza della carità e delle sue opere e i frutti trasfigurati dell’attività umana. Leggi il testo o la presentazione di riferimento

[10 continua] Catechismo della Chiesa Cattolica, §§1039–1040. Manifestazione finale delle azioni umane e del senso della storia. Leggi il testo o la presentazione di riferimento



Categories: Filosofia, teologia e apologetica, For Men Only, Neo-Confucianism, Simon de Cyrène

2 replies

  1. a) Il cattolicesimo latino mai ha sostenuto quel che tu proponi per il santo coniugio sponsale.

    b) non c’è obbligo senza Agape ossia Spirito dacché Dio è entrambi per le 3 Persone. Lasciamo perdere affidamenti come se Dio che crede o speri in noi e contumelie varie, NO, perché la spogliazione del sensibile è la cessazion del noetico, ed a meno di fare romanzo, cosa che rischi a fare, non si conserva né stimola alcuna raltà che E’ già sempre ed ovunque in Cristo Signore,

    c) Gli anni del nascondimento di DIO incarnato, il Logos umanato, a chi erano nascosti? Parli di obbedienza ed umiltà senza il distacco. Erano gli anni della sublime e cocente vittoria preparatoria e concimatoria, e li riduci così? Lo comprendi che sei sposato con tua moglie si o no? Nessuna obbedienza al Padre Iddio, ma ribellione per la salvezza nostra. Farsi uccidere per noi, e darci la Via, suprema obbedienza com si dice certo, impegno totale, patto ed alleanza rispettata dal Solo che poteva…ma sputo sulla stessa. E tu che papà sei, papà sà.

    d) Lasciamo perdere la quotidianietà di una famiglia A-nomala, per in e con DIO. Che ci dà se non frustrazione? Facciamo gli ipocriti a rimirare il manto? Il velo? Io no perché la mia colpa felice con Agostino la urlerò dimenante per quel che Iddio ha stabilito che io esista, comunque sia, e nemmeno Maria santissima può dire “felice colpa” dunque la mia gloria non ha deetrazioni nella Santa Trinità.

    e) Il valore de na giornata dipende da quanto scureggi de bocca e da quanto silente è r bucio. Questa è la strada che sapemo e potemo tutti.

    f) la mistica ha denigrato da che mondo è mondo quel che paventi e cincischi sulla “nostra casa”. Curioso e strano alquanto, scrivo infatti.

    g) Chiariamo una cosa: qualsivoglia pratica e dottrina appagi ed addibisca l’umano nella sua integrità, non è da DIO, o meglio è un tragitto per progredire, quindi l’affermazione sul grande Giovanni scritta così non ha molto senso.

    h) Come diceva Alonio: ” Se tu non consideri che tu e DIO siete i soli, mai avrai equilibrio e quiete” ed è chiaro valga nel santo coniugio sponsale scrivo addirittura per antonomasia, gettata qua,

    i) Tu che parli di scienza e metafisica sai ch l’aderir non ha pertienza con la volontà. E stucchevole e da rimarcare questa brutta incresciosità, siamo nel XXI secolo.

    l) Appunto accoglienza / accettazione non sono volontari. Dobbiamo studiare la logica e la fattualità? Tal vividezza non è di certo nel tuo sinolo aristotelico, che non avevamo bisogno di quel fallito faggiano di Cristo ( a parafrasarsi papa Francesco, cattivo papa ma utilissimo ).

    m) questo punto è a) visto che rispondo in sequenza scorrendo. Anche prché me pare ch la stai apparecchiando…gratificazione de che poi perdonami che significa nlla tua testa? Un po’ come la Fede sia solo un baratto? Ti rendi conto che non ti rendi conto di dire che stai facendo il conto?

    n) La terra buona è buona da prima, parabbola alla mano…qua t eincagli col tuo discorso retorico, che devi aprirne un altro, non si sa per dove, ma poi devi da falli accoppià. Me perava che de coppia se stava apparlà. Ogni coppia è intima e preclusa, monogamia assoluta, nun ce mette bocca.

    o) che la Grazia non dipenda da tecniche, meditazioni, ascesi, rituali e comprensioni, me cojoni cavolo pare na novità. Io se me andassi a leggere quella Orationis Formas, poi prò me dai l’indirizzo tuo e te la tiro in faccia.
    IO ACCONSENTO CHE CRISTO AGGISCA IN ME? Bestemmia contro il battesimo/cresima, vuoi fa er saputo, raggiona su questo.

    p) Qualsiasi santo come Lorenzo tu abbia a citare, è conferma che la tua descrizione e finta e falsa. ESSI ERANO DENIGRATI IN VITA ( incensati, beh, dopo ). Problemi? La Santissima Trinità così per la salvezza esempio ed insegnamento volle e mosse, apposto. Ma stai a colorà troppo, e pure male.

    q) A sto punto parlace pure de Lao-tze, che te devo scrive?

    r) NO, NESSUNO di quei testi parla di relazionalità. Possono parlare di raffronto, rapporto, ma la personalità implica la relazionalità, ed è ab eterno absoluta infinita. Beh…DIO. Sei un eretico se affermi che essi abbiano tale comprensione come rimasuglio sia dell’Eden che della naturalità umana indagata e coltivata.
    NO.
    Smettila.

    Davide Troiano.

    • Caro Daouda,

      La ringrazio per l’attenzione che continua a dedicare ai miei scritti. Questa volta, tuttavia, non intendo rispondere alle singole obiezioni, poiché, dopo i nostri numerosi scambi, mi sembra che la difficoltà fondamentale non risieda tanto nelle conclusioni alle quali perveniamo, quanto nel metodo attraverso il quale Lei costruisce le proprie argomentazioni.

      Lei manifesta una costante preoccupazione, che in parte condivido, di preservare la concretezza del mistero cristiano dalle riduzioni operate dalle categorie filosofiche, teologiche e istituzionali. Tuttavia, mentre sottopone sistematicamente a critica le categorie altrui, sembra sottrarre al medesimo esame quelle attraverso le quali elabora la propria visione. Eppure, una costruzione concettuale non cessa di essere tale per il solo fatto di essere proposta in opposizione ad altre costruzioni.

      Vi è poi una difficoltà metodologica ricorrente: Lei sembra frequentemente identificare la distinzione con la separazione, quasi che distinguere due aspetti di un’unica realtà comportasse necessariamente dividerla. Ma distinguere non significa separare, così come riconoscere una partecipazione non significa affermare un’identità. Sono precisamente queste distinzioni a rendere possibile un discorso rigoroso sull’unità della persona e sulla realtà del mistero cristiano, senza dissolvere l’una nell’altro.

      Ancora più importante mi sembra il passaggio, spesso non dimostrato, dalle Sue intuizioni ontologiche alle conseguenze dottrinali e normative che ne ricava. Un’affermazione può essere suggestiva, persino profonda, senza che tutte le conseguenze che Lei le attribuisce ne discendano logicamente. Non basta moltiplicare riferimenti patristici, conciliari e filosofici: occorre mostrare il nesso necessario tra le premesse e le conclusioni. È precisamente questa dimostrazione che troppo spesso manca nei Suoi interventi.

      A ciò si aggiunge un’altra difficoltà: non raramente Lei contesta proposizioni che il Suo interlocutore non ha sostenuto, oppure conseguenze che questi ha espressamente escluso. La critica, in tal caso, non raggiunge più la tesi effettivamente formulata, bensì una sua ricostruzione, alla quale viene poi attribuito il valore di una posizione realmente difesa. Una confutazione, per essere valida, deve anzitutto rispettare l’identità dell’argomento che intende confutare.

      Rilevo infine una contraddizione che considero particolarmente significativa. Lei rivendica continuamente la dignità irriducibile della persona, la centralità della relazione e il primato dell’Agape, ma nel confronto concreto ricorre spesso a qualificazioni sprezzanti e a giudizi perentori, fino a dichiarare eretiche affermazioni senza averne dimostrato l’incompatibilità con la dottrina cattolica. Mi pare difficile conciliare questa maniera di procedere con l’antropologia personale e relazionale che Lei stesso intende difendere. La carità non esclude la severità del giudizio, ma non dispensa mai dalla giustizia dovuta all’interlocutore.

      Le riconosco volentieri alcune intuizioni interessanti, che mi hanno effettivamente indotto ad approfondire e talvolta a precisare il mio pensiero. È proprio per questo che considero un peccato vedere tali intuizioni compromesse da un metodo che troppo spesso sostituisce alla dimostrazione l’affermazione, alla distinzione la contrapposizione e alla discussione l’invettiva.

      Non Le chiedo affatto di condividere le mie conclusioni. Le chiedo soltanto di applicare alle Sue il medesimo rigore critico che pretende da quelle degli altri. Il confronto intellettuale non consiste nel riaffermare indefinitamente le proprie convinzioni, ma nel consentire che anche queste possano essere sottoposte alla prova della ragione.

      Quanto alla vedovanza e alla permanenza della vocazione coniugale, sto preparando una riflessione sistematica che pubblicherò progressivamente su questo blog. Vi troverà le definizioni, le distinzioni, i fondamenti teologici e le difficoltà che ritengo necessario affrontare. Sarà quella la sede appropriata per giudicare le mie tesi nella loro effettiva formulazione, anziché attraverso conclusioni che non ho mai sostenuto.

      La ringrazio ancora per l’attenzione e Le auguro ogni bene.

Lascia un commento

Scopri di più da Croce-Via

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere