La Bibbia e il metodo storico: riflessioni sulla prospettiva “per leges”

Una prospettiva di indagine

Una prospettiva di indagine

Rispondo con questo articolo al caro utente Marco Marchesini che in questo suo intervento, in calce a questo articolo, ha sollevato opinioni in ordine alla scienza storica di fronte all’evento “Gesù”. Nell’intervento citato, che qui ripropongo integralmente per praticità, a parte l’esposizione della prospettiva epistemologica Popperiana (naturalmente semplificandola, per ovvi motivi), egli scrivfe molte cose sulle quali concordo e altre su cui intendo fare rilievi. Spero con questo mio articolo di chiarire la mia posizione personale -attenzione totalmente in fieri! – e al contempo, forse, far comprendere come e perché l’esegesi biblica cattolica oggi si imponga il dialogo con la scienza storica contemporanea “chiudendosi” e studiando le Sacre Scritture secondo i suoi criteri.
La parola a Marco:

E’ [Popper] il padre del pensiero debole secondo cui l’uomo non riuscirà mai ad attingere alla verità oggettiva ed assoluta, ma al massimo può formulare teorie falsificabili da esperienze successive. Per lui l’induzione non è in grado di provare la verità di una affermazione perché per assurdo sono infinite le possibilità che lo sperimentatore dovrebbe provare in ogni singolo caso. Per Popper non esiste il concetto di induzione sufficiente per cui un numero sufficientemente grande di esempi consente di dedurre una legge universale e di attingere alla verità.
Per assurdo non potrei neanche dire che tutti gli uomini sono mortali perché dovrei sperimentare che ogni singolo uomo vivente nel presente ed anche tutti gli uomini che nasceranno nel futuro alla fine moriranno dopo un po’ di anni. Dato che una verifica di questo genere è assurda. Al massimo potrei dire la teoria secondo cui gli uomini sono mortali per ora non è stata falsificata da nessun caso, ma in futuro forse lo potrebbe essere.
Quindi per il pensiero debole fallibilista qualunque affermazione storica non potrà essere considerata vera, neanche l’esistenza storica di Napoleone. Al massimo sarà una teoria che per ora non è stata falsificata. E’ tipico di questi pensatori considerare false molte affermazioni storiche ritenute per vere senza portare uno straccio di prova. Per loro l’affermazione dell’esistenza storica di NSGC, affermazione tradizionalmente considerata vera, è da tenere falsa fino a prova contraria, prova che l’uomo non riuscirà mai a raggiungere.
Un pensiero agnostico di tal genere è lontano anni luce dal concetto di scienza di un San Tommaso d’Aquino e del tutto incompatibile con la retta ragione e quindi anche la dottrina.
Questo non vuol dire che gli storici del pensiero debole facciano necessariamente affermazioni false, ma bisogna essere molto attenti e sapere discernere quanto affermano. Purtroppo invece nel periodo del pre-concilio i cattolici prendono per oro colato tutto quanto affermano i non cattolici per demolire la Fede cattolica. Questo è rispetto umano, subalternità culturale della peggiore specie.

1.

Inizio dall’analisi storica che ritengo carente, non foss’anche perché oggi giorno molti studiosi non si definiscono Popperiani, eppure non cedono di un millimetro dalla posizione che Marco dichiara essere lontana

“anni luce dal concetto di scienza di un San Tommaso d’Aquino e del tutto incompatibile con la retta ragione e quindi anche la dottrina.”

Non credo fosse l’intenzione dello stesso Marco dare tutte le colpe al povero Karl, ma il suo scritto risente comunque implicitamente di una tipologia di forma mentis scientifica completamente contemporanea di cui forse nemmeno lui ha sentore.
Quando infatti scrive che il concetto di induzione, negato da Popper,

consente di dedurre una legge universale e di attingere alla verità

mi pare che egli dimostri implicitamente, sulla scorta di Maritain (Distinguere per unire. I gradi del sapere, Morcelliana, Brescia 1974, pag. 44-45), di accettare la concezione “moderna” di scienza come cognitio certa per leges, contro la concezione “classica” (questa si di San Tommaso) come cognitio certa per causas. Per l’explicatio terminorum cito Gianfranco Basti:

le causae sono intese come quelle relazioni fra entità attive e passive che determinano (cioè rendono necessaria, necessitano) l’esistenza naturale o extra-mentale di enti e/o eventi [implicitamente richiamano le nozioni di atto-potenza e quindi di finalità causale. ndr].
le leges sono intese come quelle relazioni che determinano l’esistenza logica (appartenenza di classe e dunque la deducibilità e/o la predicibilità) di rappresentazioni, nel caso delle scienze formali, e la predicibilità di fenomeni, di rappresentazioni quantitative (relative ad operazioni di misura) di eventi extra-mentali, nel caso delle scienze naturali.
Basti, Gianfranco. Ontologia formale per una metafisica post-moderna. In: ALBERTO STRUMIA ED., Il problema dei fondamenti. Da Aristotele a Tommaso d’Aquino all’Ontologia Formale, Cantagalli, Siena, 2007, pp. 193-194

Potrei anche sbagliarmi riguardo allo scritto di Marco e alle intenzioni implicite: se fosse me ne scuso. Questa distinzione chiarita credo mi permetta di continuare la riflessione sulla scienza storica biblica intrapresa in quel post e tentare una analogia che sottopongo al giudizio dei lettori. Ma prima concludo l’excursus storico.
Secondo il citato Maritain, ripreso da Basti, la metodologia moderna deriva da approcci sistematici alla realtà “distorti” da secoli prima di Popper, addirittura già da Galileo, il quale fu il primo ad aver preteso

neo-platonicamente il carattere apodittico di verità per la sua scienza (dalla verità delle premesse segue la verità delle deduzioni), intesa come “ontologia adeguata dell’ente fisico”, ma Bellarmino gli contestava di “non aver dimostrato la verità delle sue premesse”, in quanto una simile dimostrazione avrebbe richiesto quella che noi oggi chiameremmo una “teoria dei fondamenti”, e che allora avrebbe dovuto essere la metafisica [e che il nostro lonergardiano Tom credo chiamerebbe Teoria della conoscenza. ndr.]
Basti, Gianfranco. id, pag. 199

Tutti i passi successivi furono quindi un passaggio di rinuncia al “carattere apodittico” della fisica-matematica nei confronti dell’essenza delle cose, ma (attenzione) non delle leggi che regolano le cose medesime.

Infatti, ci ricorda Strumia,

la matematica considera la realtà cogliendola non sotto l’aspetto dell’individualità (materia sensibile), ma sotto l’aspetto delle leggi naturali, che sono relazioni universali e questo rende molto potente nel fare previsioni la scienza moderna di tipo fisico-matematico. Inoltre la realtà fisica viene colta non tanto come un ente (sostanza), ma sotto l’aspetto della quantità che è la proprietà emergente della materia.
Strumia, Alberto. Scienza e teologia a confronto. Fede & Cultura. 2014. Pag. 67

Via via con gli anni ecco nascere le geometrie non euclidee il quale:

farà “saltare” il criterio cartesiano dell’evidenza, aprendo la strada alla moderna concezione che vede nella matematica una teoria di “forme” (sintassi) logicamente strutturata e del tutto svincolata dai modelli, dalle interpretazioni, dalle applicazioni alla realtà, forme il cui carattere, tuttavia, non è più assoluto neppure nel soggetto, come voleva Kant, ma è del tutto ipotetico e convenzionale.[…]
Assistiamo, così nell’ambito della scienza moderna alla fine del “principio di evidenza” come criterio fondativo di verità apodittiche: le teorie matematiche e, con esse, le teorie della scienze fisiche hanno solo un carattere “ipotetico”. Alla matematica non si chiede più di essere “vera”, ma solo di essere “coerente” (sistema formale).
Basti, Gianfranco. id, pag. 200

Da qui nascono le antinomie logiche moderne che si scontrarono con l’ovvietà ben risaputa da Aristotele e Tommaso, cioè che certi oggetti infiniti (per così dire troppo generali), che compaiono quando si cerca di elaborare delle teorie “onnicomprensive”, sono “incompatibili con i metodi costruttivi” (Basti). Esattamente come il concetto di ente è NON DEFINIBILE, ma solo descrivibile (parola di San Tommaso, lo vedremo alla prossima lezione di Metafisica), nemmeno il concetto generale di insieme matematico (a la Cantor) lo è!
Il discorso è lunghissimo e tocca solo trasversalmente quanto vorrei trattare qui, ma funge da introduzione per correggere il tiro di quanto proposto da Marco e successivamente impostare la possibile lettura del metodo storico critico moderno all’interno di questa situazione epistemologica basata sulla possibilità di conoscenza per leges, cioè di una conoscenza che si basa sul leggi intese come relazioni universali fra loro stabili, predicibili e meramente quantitative estranee alla dicotomia potenza-atto e che permettono delle rappresentazioni accettabili.
In poche parole: il concetto di razionalità si è ridotto drasticamente e il criterio di scientificità ha seguito il medesimo andamento, necessariamente. Bene lo spiega il fisico Strumia nella sua opera qui citata (consigliatissima!):

Conseguentemente l’identificazione del canone di scientificità con il modello delle scienze fisico-matematiche o matematiche pure ha comportato la riduzione del concetto di razionalità al solo ambito delle conoscenze scientifiche così intese. Ciò che non è scientifico (nel senso predetto) non è neppure razionale. Rispetto al modello medioevale della conoscenza scientifica organicamente strutturata in discipline caratterizzate da oggetti formali (punti di vista) differenziati e da diversi gradi di universalità, la sfera della razionalità viene drasticamente limitata, ridotta al solo ambito che ha come oggetto di indagine gli aspetti quantitativo e relazionale della realtà. È una riduzione all’interno della quale non è possibile, di fatto, ricondurre tutte le proprietà dell’essere e tantomeno dell’uomo. Con la riduzione del concetto di razionalità si viene di conseguenza a relegare nella sfera della irrazionalità tutta l’area della conoscenza e dell’esperienza umana che non è riducibile in maniera esauriente in termini quantitativi e relazionali. Nasce così una contrapposizione (non una distinzione, ma una vera e propria conflittualità) tra scientifico e umanistico, razionale ed emozionale, scienza e arte, scienza e fede, ove si intende che il secondo termine di ogni coppia è perdente rispetto al primo, e in ogni caso, ha diritto di cittadinanza o in tanto in quanto si lascia ridurre e quindi integrare nel primo oppure accetta di essere a esso subordinato come fenomeno culturale di secondo rango.
Strumia, Alberto. id. Pag. 73

2.

Detto questo permettetemi il parallelo citato nel prologo del presente articolo con la moderna scienza storica. Prima di tutto rileggiamo insieme i cosidetti criteri del metodo storico biblico contemporaneo (anche solo i titoli).
Fatto? Bene.
Quale è quell’avvenimento che perfettamente potrebbe aderire a tale metodo scientifico storico e che al contempo ne mette in crisi l’intero impianto? Esattamente: la resurrezione di Gesù. È fatto storico, MA la storia, come scienza moderna, – considerata razionale poiché appunto risponde al paradigma dominate (per leges) – non può permettersi di considerare “fatto” un simile avvenimento poiché questo è estraneo alla relazione stabile e deducibile/predicibile che ne fonda l’aspetto scientifico stesso!
Il miracolo è oggi letto solo e soltanto in questa prospettiva. Esso è tale solo e soltanto perché “estraneo” alle relazioni finora appurate/deducibili e predicibili in ambito storico, è uno strappo alle leggi del contingente. Ma questa è ovviamente una mera prospettiva, vera all’interno delle sue premesse, certamente non completamente veritiera del fatto in sé, visto che lo stesso miracolo potrebbe essere letto in prospettiva per causae.
Va comunque da sé che qualunque prospettiva possieda in sé PARTE di Verità, come è altrettanto ovvio che la stessa non corrisponda alla Verità (storica in questo caso) in tutto e per tutto (per altro scientificamente impossibile da raggiungere). E’ la scienza stessa che, con l’utilizzo di questo preciso metodo e in questa precisa prospettiva relazionale, SI chiude la possibilità di parlarne. E’ la stessa scienza storica pertanto che, aderendo alla prospettiva inviolabile per leges, si vieta di dire se questo fatto sia o meno avvenuto davvero.

Come si diceva: è il “fatto storico” che forza l’intero sistema, poiché si apre ad una possibilità’ estranea a tutti i criteri a priori del metodo che lo chiarifica come “storico”.
Si, a priori, poiché come si diceva seguendo i meri criteri del metodo storico critico, la resurrezione e i miracoli di Gesù sono presentati come fatti avvenuti di cui tener conto, punto.

MA non è possibile per la prospettiva per leges di cui sopra, punto.
Quindi?
Quindi o non si tratta il problema oppure, come sono obbligati a fare gli storici dei cosidetti profeti (o di Dio come nel nostro caso… siamo i soliti esagerati!), se la si vuole trattare si deve ricondurre per forza il narrato sotto l’unica prospettiva  ad oggi considerata scientifica.
Quindi è necessario negare, fine.

Per Marco – da quel che ho capito – è “atroce”, a me invece (da uno che questo momento storico che gli è dato vivere lo vuole comprendere e gustare) va benissimo! Si, mi va benissimo leggere un Meier che segue perfettamente questa linea “agnostica” (cit.) nonostante sia presbitero cattolico, che rilegge tutto in questa prospettiva oggi accettata dalla comunità con la quale DEVE fare i conti e, nonostante questo, non perde la fede.
Come fa? Semplicemente sa CHE questo è solo il risultato di UNA PROSPETTIVA! In un certo modo scorpora la fede dalla scienza perché consapevole che oggi giorno la diminuitio di ratio sopra citata impone studi con questo taglio prospettico.
Ovviamente stiamo comunque semplificando. In questo contesto ogni studioso segue un suo metodo personale (che comunque richiama i criteri sopra citati) e molta parte del dibattito recente biblico è proprio SOLO sul metodo seguito dai vari studiosi.

Generalizzando comunque ecco la mia conclusione (in fieri): il problema non è la scienza storica tout court e quello sguardo con il quale i biblisti lavorano in modo tanto splendido che un cattolico deve obbligatoriamente criticare . Il problema sta – credo – nel pensiero implicito a molti che tale sguardo sia necessariamente “tutta la realtà” e non un suo aspetto. Sia negli studiosi, ma soprattutto nei cattolici critici.
L’errore dunque non è nel paradigma in sè – il quale in realtà sta anche apportando straordinarie scoperte in seno alla storia antica in quel di Israele e quindi in seno alla biblistica in generale, negarlo non è solo togliersi dalla comunità scientifica, ma è mettersi le fette di salame sugli occhi! – ma è nel considerare tale paradigma prospettico come UNICO e RAPPRESENTATIVO DI TUTTA la realtà in osservazione.
Realtà che necessariamente E’ sia per leges CHE per causas , non foss’altro perché queste non sono che prospettive diverse per osservare e studiare una medesima realtà, la quale è obbligatoriamente PIU’ GRANDE della “somma” delle prospettive stesse con le quali si studia il subiecto, esattamente come provato nelle due lezioni dedicate all’attività scientifica.

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Categorie:Cortile dei Gentili, Liturgia e Sacra scrittura

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58 replies

  1. Molto interessante e forse prima o poi, a furia di leggere, riuscirò a capirci qualcosa (in filosofia sono sempre stato esattamente quello che voi definite un dummy, sin dai tempi del liceo, anche se per il resto ero bravino). Sono molto interessato alla questione dell’epistemologia popperiana che a me sembra valida, entro i limiti della scienza sperimentale, ma non saprei dire se il suo ideatore abbia preteso di identificare con questa tutta la conoscenza. In questo caso sarebbe evidentemente stato in errore, ma la sua concezione potrebbe avere ancora una validità se confinata, appunto, entro quel limite, anche se lo stesso Popper non l’avesse intesa così. Potrebbe entrarci qualcosa l’idea di Nicola Cusano di un avvicinamento progressivo della conoscenza umana alla verità, come un poligono che aumentando il numero dei lati si approssima a una circonferenza, senza mai raggiungerla?

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    • Interessante il parallelo con Cusano che fai Klaus (a proposito: benvenuto! 🙂 ).
      Ci vedo solo un implicito richiamo al cosidetto “pregiudizio del progresso” tipico di questa età, che prevede la conoscenza quale processione SEMPRE verso il meglio. In realtà ritengo che la conoscenza umana sia limitata e pertanto in sé l’uomo non potrà mai “avvicinarsi” alla Verità, quanto piuttosto osservare ciò che tale verità dimostra di sè secondo una precisa prospettiva che inquadra precisi limiti.
      Come dire che il poligono dell’uomo ha i lati fissi e in base al paradigma di “scienza” dominante, l’uomo ne scopre di nuovi. 🙂
      Ma è una sensazione più che una affermazione scientifica questa mia. Diciamo che il parallelo funziona meglio cosi, ovvio per quanto ci ho capito io.

      Grazie ancora e a presto!

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    • @Klaus
      A nome del Comitato Dummies: benvenuto !

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  2. Popper sostiene che la metafisica sia una forma di conoscenza del tutto legittima ed anzi utile alla scienza, e questo è uno dei motivi per cui si autodefinisce “l’opposizione ufficiale” al Neopositivismo. Non capisco come lo si possa accomunare al pensiero debole.

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  3. Ciao mistrel,
    nella mia argomentazione non ho negato neanche implicitamente che la scienza sia cognitio certa per causas. Quello che mi premeva sottolineare è che i criteri attuali “scientifici” usati per negare il fatto storico della Resurrezione di NSGC sono inficiati da presupposti razionalisti che affermano come non conoscibile il fatto soprannaturale.
    Una volta escluso a priori il soprannaturale è chiaro che poi è necessario trovare una serie di ipotesi per spiegare in altro modo i fatti riportati nella Sacra Scrittura. Un esempio che mi viene in mente è quello della profezia della distruzione del tempio di Gerusalemme. Per i razionalisti è necessario post-datare l’evento perché altrimenti si dovrebbe ammettere che NSGC ha fatto una profezia di un evento futuro (infatti è questo quello che ha fatto!). Questa è una bestemmia per gli attuali storici biblici modernisti.
    A questo punto la Fede non ha più giustificazione razionale e diventa un sentimento cieco.

    Se poi si afferma che la scienza ha il suo ambito di indagine ed i suoi metodi, questo è del tutto corretto. Quello che non è corretto è fare della conoscenza derivante dalla scienze naturali un assoluto.
    Un conto è dire non lo stodio, un conto è dire non esiste.

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  4. Caro Minstrel,

    devo di nuovo difendere l’onorabilita’ della memoria di s.Tommaso.

    Tu dici che per la scienza varrebbe <>

    S.Tommaso non diceva certo quello che Basti, Strumia e tu gli fate dire. Anzi diceva proprio il contrario, cioe’ che la conoscenza di materia e forma “non” da’ la conoscenza dell’esistenza naturale. Il perche’ l’ho piu’ volte ripetuto, cioe’ che la metafisica di s.Tommaso si distingue da quella di Aristotele perche’ aggiunge l’esistenza alla materia e alla forma, per cui la conoscenza delle prime due non comprende anche la conoscenza dell’esistenza.

    Il secondo errore, imputato all’innocente s.Tommaso, deriva dal fatto che cio’ che la scienza viene a conoscere delle relazioni che le cose hanno tra loro, non e’ altro che cio’ che era la forma per s.Tommaso. La forma, infatti, per lui era la risposta alla domanda “che cos’e’?”, data dopo aver individuato il “perche’ e’ cosi’?”. La scienza contemporanea non e’ altro che un progredire lento verso la risposta a quest’ultima domanda. La prima distinzione da fare in questo settore e’ tra la conoscenza di senso comune, che permette di descrivere le cose, ma non di spiegarle e quella scientifica, che ne ricerca la spiegazione. La vera metafisica sa indicare che cosa le diverse conoscenze conoscono.

    Quanto ad un’affermazione di Marco Marchesini che gli insegnamenti del Magistero sui doveri dello stato sarebbero immutabili, perche’ rientranti nel campo della Fede e della Morale, c’e’ da fare una distinzione. Sono in campo morale, ma non sono formalmente definiti, ne’ si possono considerare rientranti nella Tradizione. Quindi possono essere modificati.

    Quanto agli studi biblici, anche se non agitati da prevenzioni popperiane, hanno portato dei problemi da piu’ di un secolo, perche’ ne e’ venuto fuori di tutto. Ma il tempo sembra galantuomo. I risultati che emergono sono sempre piu’ in accordo con la fede, anche se contraddicono alcune credenze secondarie.

    Inoltre, e’ diventato chiaro che i presupposti delimitano il campo della ricerca, per cui se uno studioso esclude la possibilita’ dei miracoli, non potra’ includerli in una ricostruzione storica. Ma e’ incoraggiante che si stiano abbandonando i criteri positivisti e che quindi ridiventi possibile un discorso storico sui miracoli, le profezie e altri fenomeni che possono essere soprannaturali.

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    • @ Tom ; “Il secondo errore, imputato all’innocente s.Tommaso, deriva dal fatto che cio’ che la scienza viene a conoscere delle relazioni che le cose hanno tra loro, non e’ altro che cio’ che era la forma per s.Tommaso”.

      Potresti spiegarti meglio? detta cosi’ sembrerebbe che per Tommaso causa formale e causa efficiente siano praticamente la stessa cosa…..

      “Quanto ad un’affermazione di Marco Marchesini che gli insegnamenti del Magistero sui doveri dello stato sarebbero immutabili, perche’ rientranti nel campo della Fede e della Morale, c’e’ da fare una distinzione. Sono in campo morale, ma non sono formalmente definiti, ne’ si possono considerare rientranti nella Tradizione. Quindi possono essere modificati”.

      Potresti espandere su questo punto? Ne stavo appunto discutendo con Marco ma poi ho cambiato continente e mi e’ risultato un cucinino complesso seguire il dibattito croceviano…a propos, colgo l’occasione per mandare un saluto dal Brazil tutti i miei fans!

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      • Ben ritrovato caro amico!

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        • Buongiorno al brasiliano e a tutti 🙂

          Scusate. Problema tecnico. Sia ieri mattina che stamattina ho provato ad inserire un commento sul topic Testamento del Magister Ludi, ma non compare nulla 😦 Si legge il numero del commento sulla barra degli indirizzi, come fosse andato a buon fine, ma poi non esce il commento sulla pagina. Ieri ho anche provato a rimandarlo e dice una cosa tipo “hai già inserito questo commento”. Oggi ho modificato un pò e rispedito: niente!

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      • Caro Claudio,

        ho parlato della distinzione tra conoscenza di senso comune e scientifica, ma avrei anche dovuto parlare della loro continuita’. Senza il senso comune non ci sarebbe la scienza. I problemi nascono quando non si sanno distinguere e connettere le diverse conoscenze per cui il senso comune ritiene di non aver bisogno della spiegazione scientifica e lo scienziato ritiene di poter tradurre in descrizioni immaginative i suoi risultati.

        Detto questo, la distinzione tra causalita’ formale ed efficiente resta perche’ restano le cose individue e i loro rapporti. Come individue hanno una causa formale e come molteplici hanno rapporti tra di loro, che possiamo considerare come di causalita’ efficiente. Bisogna pero’ considerare che lo sviluppo scientifico ha portato a comprendere che nell’universo tutto e’ interconnesso da innumerabili interrelazioni, mentre le osservazioni di senso comune vertevano su pochissime e puntuali relazioni, privilegiate nel nostro habitat. Queste ultime non scompaiono, ne’ diventano meno importanti per noi, soltanto appaiono molto piu’ complesse di quanto si sospettasse.

        Sull’altro argomento riguardante il giudizio di Marco Marchesini, facevo solo riferimento al fatto che non ogni espressione della gerarchia ed anche del papa e’ infallibile e quindi irreformabile. Di fatto, ritengo che le encicliche in materia sociale, come la maggior parte delle encicliche, non fossero documenti tipici delle dichiarazioni infallibili e il loro contenuto non derivasse dalla Tradizione fondante della Chiesa, anche se probabilmente ne esprime alcune verita’. Nell’ottocento soprattutto in materia politica, le encicliche appaiono molto datate e di fatto non sono piu’ citate, se non dai gruppi supertradizionalisti.

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  5. A Trinity, Minstrel, a e agli altri amici, buona domenica!

    Quando ho dato il comando di invio al commento precedente, il computer ha cancellato la citazione, che era: Tu (Minstrel) dici che per la scienza varrebbe “la concezione ‘classica’ (questa si di San Tommaso) come cognitio certa per causas. Per l’explicatio terminorum cito Gianfranco Basti: le causae sono intese come quelle relazioni fra entità attive e passive che determinano (cioè rendono necessaria, necessitano) l’esistenza naturale o extra-mentale di enti e/o eventi”.

    Approfitto dell’occasione per aggiungere qualche breve chiarimento. Se si dice che l’uomo e’ un animale ragionevole si afferma la sintesi di due concetti (uomo+ragionevole). C’e’ la sintesi (compositio vel divisio) e c’e’ l’affermazione. Inizialmente s.Tommaso sulle orme di Aristotele si ferma al promo aspetto del giudizio, che rientra nella prima operazione intellettiva che ruota interno alle domande “che cos’e’?”, “perche’?”. Poi pero’ prese in considerazione anche l’altro aspetto, l’affermazione stessa (o la negazione), che risponde alle domande del tipo “an sit”, come “esiste, e’ vero, certo…?”. Fu allora che mise in evidenza il terzo elemento costitutivo dell’ente, appunto l’essere che viene raggiunto nel giudizio vero.

    Dalla scoperta di s.Tommaso deriva che la comprensione della forma e la sua espressione nel concetto (che fa riferimento anche alla materia) sono a livello di ipotesi finche’ non vengono verificate le condizioni per la pronuncia del giudizio. Di questa struttura conoscitiva e metafisica di Tommaso Lonergan ha elaborato un’esposizione sintetica in un saggio sull’isomorfismo del pensiero tomistico e quello scientifico. Per non appesantire rispondo separatamente a Claudio.

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  6. Urge post polemico, altrimenti qui le discussioni languono.

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  7. Grazie Tom.
    Al di là delle formulazioni intrinseche ai due concetti qui citati (per leges, per causas) e alle loro attribuzioni (son di Tommaso, son di aristotele, son di Basti e basta ecc), ne ho parlato comunque per apportare una base su cui discutere parlando a livello analogico del contesto biblico. Di quello sinceramente mi interessava parlare e vedo che Marco in effetti ha compreso e, credo, non ha fatto che darmi ragione: se uno storico è cattolico e nella sua disciplina non può considerare “storia studiabile” i miracoli, non è un problema della Chiesa e nemmeno dello storico. Semplicemente il paradigma corrente è tale per cui o ci si esclude dal dialogo scientifico oppure lo si considera per quello che è: studio di un aspetto esperibile della storia.

    Grazie ovviamente delle annotazioni su Lonergan il quale aveva certamente capito Tommaso molto più di me, forse più di Basti e Strumia messi assieme, ma nemmeno lui credo avesse in mano la verità sul suo pensiero al riguardo, visto che lo stesso non scrisse nulla di veramente chiaro riguardo alla conoscenza dell’essere.
    Cito: “Ma come si giunge alla conoscenza dell’esse? Su questo punto S. Tommaso non ha lasciato nessun insegnamento chiaro ed esplicito, e questo spiega la notevole divergenza dei tomisti al riguardo. Per la maggior parte degli studiosi anche il concetto di essere, come ogni altro cocnetto, frutto dell’astrazione. Gilson, come abbiamo visto, respinge questa tesi e sostiene che dell’essere non abbiamo nessun concetto: l’essere è espresso e colto soltanto nel giudizio. Maritain propone una terza soluzione: l’essere è colto dalla intelligenza intuitivamente. Non è mediante il ragionamento che l’intelligenza raggiunge l’essere poiché la percezione dell’essere è fondamento di ogni ragionamento; non lo si raggiunge con i sensi,i quali percepiscono soltanto i singoli “enti” ma non l’essere. Pertanto l’unica facoltà in grado di intendere l’intelligenza è l’essere.[…] E’ questa intuizione che fa il metafisico.”
    Battista Mondin. la Metafisica di S. Tommaso e i suoi interpreti. 2002. ESD pagg. 89 – 90

    Detto questo mi piace approfondirlo perché mi è chiaro (anche se non chiarissimo ovvio) che il suo tomismo è ricco di particolari a volte trascurati da altri. In questo caso la mia sintesi era, come si diceva, nata semplicemente per fornire una possibile traccia di approfondimento e base per l’analogia. Ti invito dunque a sottolinearci in questi post la tua prospettiva derivante dal tuo essere lonergardiano che certo non disturba (e spero non confonda le idee agli utenti).

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  8. Caro Minstrel,

    sono del tutto d’accordo con te che non e’ necessario ricorrere ai primi principi ogni volta che c’e’ da risolvere un problema. Non vorrei pero’ sembrare troppo pignolo se faccio due osservazioni, una su storia e miracoli e, con un intervento successivo, una critica su Mondin.

    Storia e miracoli: Mi sembra che il riferimento al “per leges et per causas” non colga la problematica dello storico contemporaneo. Il parametro della scienza materialista era accolto dagli storici positivisti, che oggi sono una minoranza in estinzione.

    Dal resto degli storici la ricerca non e’ concepita generalmente sul modello delle scienze sperimentali e delle loro leggi, sia perche’ l’avvenimento storico non e’ ripetibile, ma unico, sia perche’ i dati dai quali emerge, a differenza dei dati della natura, sono portatori di significati, che vanno capiti per poter procedere alla ricostruzione storica. Solo alla fine della ricostruzione storica sara’ conosciuto il fatto storico. E’ vero pero’ che i cristiani una parte del fatto storico la conoscono da duemila anni: Cristo e’ risorto. In questa conoscenza c’e’ una dimensione storica (la base per la ricerca storica), ricordata in vari punti del NT, e proseguita nella storia della testimonianza evangelica di venti secoli, oltre che la mozione della fede. Ma questa testimonianza di base viene vagliata con tutto il contesto dalla storia professionale per ricostruire nel dettaglio le tracce e gli sviluppi di quell’annuncio, dalle fonti da quelle piu’ antiche a quelle dei nostri giorni.

    Se pero’ uno storico, per principio o come tu dici a priori rispetto alla ricerca storica, non ammette ne’ Dio ne’ il soprannaturale, il metodo storico potra’ aiutarlo a scoprire molti dettagli utili, ma in linea di principio non gli fara’ cambiare le idee dalle quali era partito, che richiedono non il passaggio dal “per leges” al “per causas”, ma l’approfondimento delle condizioni per la conversione filosofica, etica e religiosa che sono mancanti nello storico specifico e sono trattate dal Lonergan nella specializzazione Dialectics, la quarta di Method in Theology.

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  9. La tua citazione del Mondin e’ un’ulteriore dimostrazione di quanto dissi troppo brutalmente dei tomisti attuali, soprattutto di coloro che non affrontano neppure il filtro che puo’ essere dato dallo studio dei problemi teologici nei quali sia coinvolta la metafisica.

    Secondo il Mondin s. Tommaso non si sarebbe espresso chiaramente ad es. sul concetto di essere. Ma e’ un’assurdita’, perche’ per s.T. il concetto (verbum) di essere era la seconda Persona della Santissima Trinita’, della quale parla diffusamente e parla di come proceda dal Padre sull’analogia della processione del concetto dalla comprensione nella mente umana. Ma mai gli sarebbe venuto in mente che il concetto dell’essere sarebbe stato pronunciato da mente umana come si e’ cominciato a dire da Scoto in poi, individuando in esso il concetto con il minimo di contenuto.

    Perche’ cio’ che era inconcepibile da s.T. divenne concepibile nei successivi ottocento anni? Semplicemente perche’ come dice il Lonergan il concetto venne pensato come il prodotto non dell’attivita’ cosciente dell’intelligenza, ma dalla mente umana con un’attivita’ automatica, come quella della macchina che produce salcicce. La conseguenza nell’analogia trinitaria era stata quella di perdere la specifica referenza alla mente umana in quanto intelligente e nei confronti delle altre discipline l’impossibilita’ di comprendere “lo sviluppo della comprensione” che e’ avvenuto nell’eta’ moderna.

    Nessun uomo ha ne’ l’idea, ne’ il concetto di essere, ma ne ha la nozione nella coscienza che accompagna il domandare e controlla il cammino verso le risposte. Nelle risposte vere attinge a parziali conoscenze dell’essere. Non posso affrontare questi argomenti, ma almeno devo dire qualcosa sul’accennato significato di “nozione”, cioe’ di una conoscenza – non conoscenza, al livello conscio. Quando si pone una domanda si sa cio’ che si cerca, ma non lo si conosce. Nello stesso tempo questo “sapere e non conoscere” permette di giudicare se la risposta che si e’ trovato “risponda” o no. La nozione dell’essere e’ proprio cio’ da cui nasce il poter intelligentemente domandare di tutto cio’ che non conosciamo, anche di Dio. E’ una nozione illimitata. Essa e’ legata all’originale introduzione da parte del Lonergan della nozione di “coscienza” come esperienza di se’ e dei propri atti.

    Inoltre, contrariamente a quanto dice il Mondin, anche Gilson, nonostante riconosca che per s.T. l’esistenza sia conosciuta nel giudizio, ricade esplicitamente nell’intuizionismo per la conoscenza dell’essere, come Maritain. Su Gilson, si veda B.Lonergan “Metaphysics as Horizon” in Collection, CWL 4)

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  10. Aggiungo alcune considerazioni su come differisca il “concetto” (verbum) tomista, che procede dalla comprensione, dal “concetto” (verbum) scotista che e’ prodotto inconsciamente dalla mente e che e’ stato accettato dalla scolastica successiva a s.Tommaso.

    Alla base del primo concetto c’e’, come ho detto, l’esigente ricerca prima di Aristotele poi di Tommaso sulle domande rivolte alla comprensione che possono essere distinte in domande sul “perche’?” e domande sul “che cos’e’?”. Il secondo tipo di domande richiede di ottenere definizioni che inizialmente sono solo descrittive dell’esperienza, ma con il raggiungimento di risposte al “perche’?” le inglobano nella definizione. Cosi’ se definisco l’uomo un animale ragionevole, posso dire che con il linguaggio esprime cose sagge, per poi procedere meglio a definire che cosa sia un animale e che cosa sia l’intelligenza e il suo retto uso, cioe’ il perche’ l’uomo e’ un animale ragionevole. Aggiungo che quando le scienze biologiche e umane si sviluppano, lo schema non cambia perche’ una spiegazione piu’ completa e’ cio’ che e’ benvenuto.

    Il verbum scotista invece ha base logica in una societa’ nella quale la conoscenza e’ statica. Tutti sanno che cos’e’ l’uomo, non c’e’ nulla da capire, il solo problema non potra’ essere che definirlo in modo chiaro e non ambiguo (oggi si userebbe un buon vocabolario). In tal modo si pensa di aver definito l’essenza della cosa. Quando poi succede che ci si trova di fronte ai risultati progressivi della scienza non si sa come valutarli e si creano fantomatiche alternative: il metafisico don Ferrante conosce le essenze delle cose e gli scienziati fanno strani discorsi di livello inferiore. Cosi’, le categorie metafisiche diventano fantasmi in una nebbia di oscure spiegazioni, non perche’ in ultima analisi materia e forma non esistano, ma perche’ non si capisce piu’ a che cosa si riferiscono, una volta che si e’ perso il riferimento alla conoscenza: la materia e’ cio’ su cui ci si interroga e la forma e’ la comprensione che si ottiene nei dati e che viene espressa nelle definizioni, i “verba”, cioe’ le parole, interne o esterne.

    Klaus all’inizio lamentava che nella scuola superiore capiva poco di filosofia. Ho un preciso ricordo dei tre anni del liceo. Nel primo anno nebbia completa, nel secondo anno cambiammo l’insegnante e tutto divenne chiaro compreso Kant. Il terzo anno torno’ il primo insegnante e tutto ripiombo’ nella nebbia piu’ fitta. Posso aggiungere che l’insegnante del secondo anno divento’ titolare della cattedra di filosofia all’universita’, forse perche’ allora il merito era ancora riconosciuto.

    Klaus nemo dat quod non habet, e nessuno riesce a spiegare cio’ che non ha capito.

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  11. Ho trovato molto interessanti gli ultimi tre interventi di Tom perché, sebbene dummy in filosofia, avverto chiaramente le ripercussioni che certi “impianti mentali” hanno nella società umana tutta e non solo nel mondo di filosofi, storici e scienziati. Trovo particolarmente illuminanti e aderenti alla realtà i seguenti passaggi che riporto perché mi piacciono ma anche perché colgo l’occasione per chiedere a Minstrel SE e IN CHE COSA sono compatibili/incompatibili con la metafisica (o teoria della conoscenza sottostante) che sta esponendo nelle lezioni for dummies.

    “Perche’ cio’ che era inconcepibile da s.T. divenne concepibile nei successivi ottocento anni? Semplicemente perche’ come dice il Lonergan il concetto venne pensato come il prodotto non dell’attivita’ cosciente dell’intelligenza, ma dalla mente umana con un’attivita’ automatica, come quella della macchina che produce salcicce”

    “Nessun uomo ha ne’ l’idea, ne’ il concetto di essere, ma ne ha la nozione nella coscienza che accompagna il domandare e controlla il cammino verso le risposte. Nelle risposte vere attinge a parziali conoscenze dell’essere”

    “Quando si pone una domanda si sa cio’ che si cerca, ma non lo si conosce. Nello stesso tempo questo “sapere e non conoscere” permette di giudicare se la risposta che si e’ trovato “risponda” o no. La nozione dell’essere e’ proprio cio’ da cui nasce il poter intelligentemente domandare di tutto cio’ che non conosciamo, anche di Dio. E’ una nozione illimitata. Essa e’ legata all’originale introduzione da parte del Lonergan della nozione di “coscienza” come esperienza di se’ e dei propri atti”

    “(…) in una societa’ nella quale la conoscenza e’ statica: Tutti sanno che cos’e’ l’uomo, non c’e’ nulla da capire, il solo problema non potra’ essere che definirlo in modo chiaro e non ambiguo (oggi si userebbe un buon vocabolario). In tal modo si pensa di aver definito l’essenza della cosa”

    “Cosi’, le categorie metafisiche diventano fantasmi in una nebbia di oscure spiegazioni, non perche’ in ultima analisi materia e forma non esistano, ma perche’ non si capisce piu’ a che cosa si riferiscono, una volta che si e’ perso il riferimento alla conoscenza”

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    Ho trovato in rete dei documenti molto belli su Lonergan che condivido con voi. Sono abbastanza basici, ma sono appunto quelli che servono a me 🙂
    Li linko per tutti coloro che avessero bisogno di partire da zero.
    E ovviamente sono aperti alla supervisione e/o alla critica di Tom, Minstrel, Claudio, Simon e di chi vuole intervenire per approfondire.

    -BERNARD J.F.LONERGAN TRA FILOSOFIA E TEOLOGIA
    a cura di CLOE TADDEI FERRETTI
    http://eprints.bice.rm.cnr.it/3258/1/Bernard_J.F._Lonergan.pdf
    È un volume gratis in pdf di 93 pagine. Redatto a seguito di un convegno del 2010 in occasione di nuova traduzione italiana di Insight. Contiene, tra gli altri, i seguenti interventi:
    ADOLFO RUSSO, Pluralismo del linguaggio e pluralismo del pensiero
    ANTONIO TRUPIANO, Oggettività della conoscenza e autenticità del vivere umano nell’itinerario di Bernard Lonergan
    PASQUALE GIUSTINIANI, I rapporti tra filosofia e teologia nell’orizzonte di Bernard J.F. Lonergan
    GIUSEPPINA DE SIMONE, Per una sintesi filosofico-teologica: l’importanza dello studio di Bernard Lonergan

    -Natalino Spaccapelo. L’uomo il “vivente consapevole”. La natura dialettica della “coscientizzazione umana”
    http://siba-ese.unisalento.it/index.php/idee/article/viewFile/3535/2932

    -Mons. Luciano Monari , alunno di Lonergan nel 1962 – 64
    “Le istanze educative nel progetto di Bernard Lonergan”
    (documento molto semplice e molto “sentito” dall’autore, sulla conoscenza secondo BL, sulle tre conversioni nel cammino della maturazione umana, ecc.)
    http://www.chiesacattolica.it/cci_new/documenti_diocesi/151/2003-11/05-30/ME231003.rtf

    (mi chiedevo se era meglio postare i link sul thread di Lonergan invece che qui….in caso ditemelo)

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    • Primo grazie per i link che entrano di diritto nella biblioteca del blog! Mitica!

      In secondo luogo mi chiedi dove trovo “contrasto” con quanto ho scritto e scriverò nelle lezioni “for dummies”, con le affermazioni di Tom. Non ce ne vedo o non ne vedo di sostanziali per due ragioni:
      1 – non essendomi mai posto il problema di una teoria della conoscenza dell’essere precedente la metafisica, qualsiasi affermazione al riguardo trova in me un possibile sostenitore a-critico. Per questo le leggo con interesse, ma non le sposo completamente non avendo bene in mente il quadro critico.
      2 – perché sono affermazioni fondate sul realismo.

      In tal senso ecco come leggo le affermazioni:

      “Nessun uomo ha ne’ l’idea, ne’ il concetto di essere, ma ne ha la nozione nella coscienza che accompagna il domandare e controlla il cammino verso le risposte. Nelle risposte vere attinge a parziali conoscenze dell’essere”

      Non mi sembra ci siano differenze con S. Tommaso che dichiara che l’ente in quanto tale è INDEFINIBILE, ma è soltanto descrivibile. Ne parlerò nella prossima lezione, per questo dicevo di attendere. 🙂

      “Quando si pone una domanda si sa cio’ che si cerca, ma non lo si conosce. Nello stesso tempo questo “sapere e non conoscere” permette di giudicare se la risposta che si e’ trovato “risponda” o no. La nozione dell’essere e’ proprio cio’ da cui nasce il poter intelligentemente domandare di tutto cio’ che non conosciamo, anche di Dio. E’ una nozione illimitata. Essa e’ legata all’originale introduzione da parte del Lonergan della nozione di “coscienza” come esperienza di se’ e dei propri atti”

      Sono d’accordissimo. Infatti è l’essere che permette di domandarsi sugli ASPETTI propri degli enti che partecipano di questo essere. E queste domande fanno luce al massimo su questi aspetti e non certo sulla prerogativa iniziale che permette “IL” domandarsi cioè l’essere stesso. Mi sembra collimi con le prime 2 lezioni e con quella che verrà (presto o tardi verrà… ^^)

      “(…) in una societa’ nella quale la conoscenza e’ statica: Tutti sanno che cos’e’ l’uomo, non c’e’ nulla da capire, il solo problema non potra’ essere che definirlo in modo chiaro e non ambiguo (oggi si userebbe un buon vocabolario). In tal modo si pensa di aver definito l’essenza della cosa”

      Bravo Tom. E’ esattamente quello che si continua a dire qui: pensare che con il paradigma scientifico di oggi si definisca l’essenza di un ente sotto studio è un errore epistemologico. nelle due lezioni ho arrischiato dicendo che nessuna scienza può definire l’essere, ma al massimo la metafisica – se vista come scienza per determinati motivi – può DESCRIVERE l’ente (e non definirlo). Lo dirò.

      “Cosi’, le categorie metafisiche diventano fantasmi in una nebbia di oscure spiegazioni, non perche’ in ultima analisi materia e forma non esistano, ma perche’ non si capisce piu’ a che cosa si riferiscono, una volta che si e’ perso il riferimento alla conoscenza”

      Amen! 🙂

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      • 🙂 Son contenta che i documenti su Lonergan siano andati ad arricchire la biblioteca! E grazie per le tue risposte che contribuiscono ad orientarmi meglio. Ti lascio un altro piccolo appunto e poi aspetto la nuova lezione e/o ulteriore tuo disputare con Tom.

        Riporto due vostre affermazioni
        TOM ” (…) in una societa’ nella quale la conoscenza e’ statica: Tutti sanno che cos’e’ l’uomo, non c’e’ nulla da capire, il solo problema non potra’ essere che definirlo in modo chiaro e non ambiguo (oggi si userebbe un buon vocabolario). In tal modo si pensa di aver definito l’essenza della cosa”

        MINSTREL “Bravo Tom. E’ esattamente quello che si continua a dire qui: pensare che con il paradigma scientifico di oggi si definisca l’essenza di un ente sotto studio è un errore epistemologico. nelle due lezioni ho arrischiato dicendo che nessuna scienza può definire l’essere, ma al massimo la metafisica – se vista come scienza per determinati motivi – può DESCRIVERE l’ente (e non definirlo). Lo dirò.”

        Ecco, a me sembra che su questo argomento voi due non la pensiate alla stessa maniera. Potrebbe anche essere una questione terminologica….però a me pare che su questo punto abbiate prospettive diverse.
        All’incirca così: Tom imputa a “certa” metafisica, data da “cattiva” teoria della conoscenza, la situazione del mancato dialogo tra metafisica-filosofia-scienza. Minstrel imputa al “paradigma scientifico di oggi” tutta la situazione di “conflitto” con la metafisica, l’errore epistemologico, ecc. Arrivate a concludere all’incirca alla stessa maniera, ma partite da presupposti diversi. (E quindi è probabile che vediate diversamente anche le possibili soluzioni del problema)

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        • Trinity,
          penso di essere d’accordo con te, le prospettive mi sembrano diverse, ma aspetto la spiegazione dell’amico Minstrel, che sta facendo fin troppo… dati i cattivi maestri (emoticon con strizzatina d’occhio, sono analfabeta del computer).
          Proprio sul rapporto con la scienza entriamo in collisione: ritengo infatti che la scienza ci apra progressivamente la conoscenza delle forme degli enti. Invece la comprensione dell’essere (di Dio e di tutto cio’ che e’, a partire da Dio) e’ Dio e si esprime nel Verbum e nell’Amor che tutto muove. C’e’ uno studio empirico che ci dice tutto questo ed e’ basato sull’individuazione dei dati della coscienza, trascurati finora perche’ non corrispondenti alla concezione ingenua della conoscenza come visione di cio’ “che ora e’ qui fuori” (“out, there, now”). I dati sono invece cio’ su cui si ricerca per comprenderli. Lo studio dei dati dell’esperienza di se’ e delle proprie operazioni conscie (esiste o no quest’esperienza? Essa e’ innegabile, ma non era stata mai studiata sistematicamente), porta a individuare quattro livelli correlati di esperienza, quella empirica, quella intelligente, quella razionale e quella dei valori e del valore ultimo, Dio. Tutta la tradizione cristiana, in particolare s.Paolo, parlano anche di un ulteriore tipo di esperienza, questa volta non piu’ ascendente, ma discendente, quella dell’amore di Dio infuso nei nostri cuori.

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          • Ah ecco, mi pareva che la collisione tra di voi stava all’incirca là.
            La vostra collisione comunque aiuta me a capire meglio 😉

            Per fare l’emoticon, batti sulla tastiera, di seguito e senza altra punteggiatura:
            punto e virgola
            trattino
            chiusa parentesi

            cioè batti i seguenti segni, però tu togli gli spazi che ora aggiungo io per didattica

            ; – )

            😉

            P.s. S. Paolo e l’amore infuso nei nostri cuori, sì ho letto che era uno dei passi preferiti da Lonergan….e che utilizzava spesso nelle spiegazioni

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    • Bravissima Trinity, grazie!
      Ho letto i testi da te citati che non conoscevo per la mia scarsa frequentazione del web.
      A mia superficiale impressione i due testi piu’ abbordabili per una prima informazione sono quelli del vescovo mons.Luciano Monari e quello della prof. Giuseppina De Simone.

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      • Grazie a te. Ho trovato in questo pensatore davvero molto che mi corrisponde (per il poco che ho letto). Fornisce punti di raccordo laddove sembrano mancare in molte linee di pensiero (anche se sono sempre molto imbarazzata a dare questi giudizi dato che non ho le vostre conoscenze – ma vedo che Minstrel porta pazienza, dunque persevero 😀

        Dalla pubblicazione a cura di Cloe Taddei Ferretti copio-incollo dei passaggi secondo me illuminanti.

        *******************************************************************

        (…) è opportuno considerare l’analisi del soggetto compiuta da Lonergan in relazione al tema dell’orizzonte in un importante contributo del 1968:
        «There is a sense in which it may be said that each of us lives in a world of his own. That world usually is a bounded world, and its boundary is fixed by the range of our interests and our knowledge. There are things that exist, that are known to other men, but about them I know nothing at all. There are objects of interest that concern other men, but about them I could not care less. So the extent of our knowledge and the reach of our interests fix a horizon. Within that horizon we are confined» (B. Lonergan, The Subject).
        Siamo confinati entro un orizzonte segnato dai nostri interessi e dalle nostre conoscenze, orizzonte che sin dall’inizio si configura come messa in discussione di qualsiasi solipsismo cognitivo ed etico, perché segnato da interessi: gli interessi dicono relazioni, maturano da relazioni, stabiliscono e trasformano le relazioni all’interno di un mondo di significato. L’esistenza di visioni parziali del soggetto consente di verificare quanto sia negativo il mancato approfondimento della nozione di orizzonte.
        Nonostante l’enfasi posta sul soggetto dalla filosofia contemporanea e da gran parte della cultura occidentale, si riscontra una perdita di significato della nozione di soggetto: il soggetto è trascurato.

        Non è raro che l’insistenza sull’oggettività della verità porti poi a trascurare le condizioni – pur esse obiettive – in cui si trovano gli uomini. Anche quando un teologo o un catechista parla esplicitamente della verità del rivelarsi di Dio e dei suoi insegnamenti, non si può trascurare che è interpellata la capacità di riconoscimento e di giudizio del soggetto che accoglie: ciò ovviamente non significa affatto che il manifestarsi di Dio dipenda dalla conoscenza dell’uomo, ma vuol dire semplicemente che quando si parla di comprensione del vero non si può assolutamente saltare la mediazione dell’attività umana. La verità non può essere disgiunta dal giudizio e la comprensione del giudizio non può prescindere dall’analisi della mente dell’uomo.

        (…) L’oggettività è semplicemente la conseguenza della soggettività autentica che perviene all’autenticità grazie al lungo e diversificato processo di conversione.

        (…) rilevanza sia a livello antropologico che a livello teologico: «l’idea base del metodo che stiamo cercando di enunciare si fonda sulla scoperta di che cos’è l’autenticità umana e consiste nell’indicare il modo in cui far ricorso a essa»

        (…) quel nucleo in relazione al quale si dà la possibilità dell’unificazione dinamica dei saperi e, prima ancora, dell’unità stessa del soggetto che conosce e agisce. Ritrovare questa unità dà respiro all’umano e restituisce alla conoscenza propriamente umana quell’ampiezza che di per sé le appartiene. «Per trattare gli uomini come persone uno deve conoscere e deve invitare gli uomini a conoscere. Una reale esclusione della conoscenza oggettiva, lungi dal promuovere, distrugge piuttosto i valori della persona» (Lonergan, La struttura della conoscenza). L’oggettività della conoscenza si lega strettamente all’autenticità della vita, e, sebbene la conoscenza oggettiva non sia ancora la vita umana autentica, «senza conoscenza oggettiva non si dà vita autentica» (B.Lonergan, La struttura della conoscenza)

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  12. Una domanda a Tom. All’interno delle due correnti classiche del tomismo (essenziale o esistenziale) è possibile definire il Lonergan un Tomista Esistenziale visto che pone l’accento sul fatto di esistere in sé delle cose?
    Ovviamente so bene che avrà trattato nei suoi vari libri anche gli aspetti del soggetto, ma mi sembra che tutta la sua filosofia nasca dalla comprensione di cosa sia l’essere che pone in essere (appunto) gli enti. E’ possibile inquadrarlo li dentro?
    Se si allora direi che è della stessa “scuola” di Bontadini il quale non credo sia tacciabile di Gaetanismo, credo. 🙂

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    • Caro Minstrel,

      il Lonergan riconosce che la svolta della filosofia moderna e’ stata l’attenzione al soggetto. Ma mentre altri hanno messo in evidenza differenti aspetti della soggettivita’, lui ha trovato nel soggetto il fondamento dell’oggettivita’. Come amava ripetere, la soggettivita’ autentica e’ la garanzia dell’autentica oggettivita’ (citazione a senso, ma reperibile). Da cio’ derivano le regole trascendentali, che sembrano i banali consigli del grillo parlante, ma che racchiudono il succo dell’analisi dell’intenzionalita’: sii attento (ai dati), sii intelligente (comprendi i dati), sii ragionevole (vaglia le tue comprensioni), sii responsabile (valuta i tuoi giudizi). In altre parole, il soggetto autentico e’ quello che segue le regole richieste da ogni livello di coscienza.

      Quanto al fatto di esistere in se’ delle cose, sappiamo che esse esistono indipendentemente da noi non perche’ ne vediamo l’esistenza con un’intuizione spirituale dell’ “out, there, now”, cioe’ di cio’ “che e’ ora la’ fuori”, ma perche’ possiamo raggiungere nel giudizio vero la convinzione di poter affermare che esistono indipendentemente da noi. Questa conclusione e’ raggiunta senza problemi dal senso comune di tutti gli uomini, ma non e’ facilmente spiegabile senza aver elaborato una teoria della conoscenza dallo studio della coscienza intenzionale (rivolta all’oggetto) dell’uomo.

      Non mi sento di discutere del Bontadini che mi sembra mille miglia lontano dal Lonergan. Il Lonergan inizia a parlare dell’essere dopo aver parlato per piu’ di quattrocento dense pagine di che cosa sia il capire nella matematica, nella fisica, nella biologia, del rapporto del capire con la psicologia del profondo, di che cosa sia la conoscenza artistica, e quella del senso comune in relazione alla conoscenza scientifica. Finalmente, dopo aver analizzato tutti questi modi nei quali i dati vengono capiti, parla delle cose e del giudizio. Solo a questo punto puo’ iniziare a parlare dell’essere. Per quel che ne so, Bontadini viveva in un altro pianeta mentale.

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  13. OT: da segnalare la pubblicazione delle Memorie di Louis Bouyer, che spiega a che mani fu affidata la riforma liturgica postconciliare. Cfr. http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2014/09/16/le-fiammeggianti-memorie-del-convertito-che-paolo-vi-voleva-far-cardinale/

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    • Bello vedere come Dio scrive sempre dritto, anche in materia di liturgia, trascendendo le storte linee umane.
      Quanti santi e beati, già al giorno d’oggi, che si sono nutriti della Santa Messa!
      Grazie Gregorius.
      In Pace

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      • @Simon
        Non preoccuparti, ci arriveremo anche noi, nutriti alla “Nuova” Messa. Bisogna solo avere un po’ di pazienza. Per diventare beati e santi occore prima morire. Dicono dalle nostre parti che “a pagare e a morire” siamo sempre in tempo… 🙂

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        • Beh, parlando di Santa Messa ovviamente mi riferivo a quella attuale che ha già dato qualche gran santo: non mi dirai mica che la “Nuova ” Messa non è “Santa”? 😉 😛
          In Pace

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          • Opppss
            Probabilmente avevo equivocato. D’altra parte il link postato soppra, quello che rimanda a magister non mi sembrava molto tenero nei confronti delle “innovazioni” di Bugnini. Poi oggi magister ha rincarato le sue affermazioni con le grandi lodi e i pianti sconsolati per quanto sta succedendo al “cardinale con la coda”… 😉

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          • A me il Card. Burke è sempre piaciuto: ma qui non facciamo “politica” in quanto è un campo eminentemente circostanziale ( eppoi de gustibus et coloribus… ) e, per giunta, non è accaduto ancora niente e anche se accadrà (e anche se non dovesse “piacermi”) questo non inficierà in nulla la mia fede cattolica .
            Lasciamo chi ha le grazie di stato agire secondo la sua coscienza e le sue competenze: cioè il Santo Padre.
            Molto bella, invece, l’intervista di Mons. Antonio Livi: appena ho tempo ci faccio, forse, un post.
            In Pace

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  14. Nel frattempo potresti dirci dove la possiamo trovare?

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    • a me sacerdoti ke fan stralavorà suorine per fargli le code di abiti presunti sontuosi, presuntuosamente inneggianti a lodi a Dio mi fan assai rabbrividì, ke se li cuciano essi le sontuosità, c’è così tanto da fare in vera carità x persone indigenti a troppi livelli

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  15. Mi rispondo da sola, è rilanciata su chiesa e post concilio, volevo controllare l’originale su cooperatores veritatis ( essendo malfidente e un po’ maniaca) ma il sito non è al momento accessibile.

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  16. Un po’ complicato (per me) ma molto interessante.

    Vorrei solo aggiungere una considerazione: non saprei francamente se Popper sia ancora significativo una volta che ci collochiamo sulla frontiera dell’ epistemologia contemporanea. I primi a demolirlo sono stati proprio i suoi allievi popperiani (da Lakatos a Feyerabend: 1) la falsificazione – esperimento cruciale – è un mito 2) l’ irrealismo delle ipotesi è un mito.

    Da allora non si è più riavuto.

    Se devo allora individuare oggi un patrono riconosciuto della metodologia scientifica farei il nome di un Reverendo: Thomas Bayes.

    La conoscenza scientifica (in senso moderno) del mondo è probabilistica.

    Chi “cerca” è in fondo come uno scommettitore (bayesiano) che punta su un’ ipotesi più sensata.

    Per il bayesiano l’ induzione conta, altroché: ogni evento aggiorna le sue probabilità.

    Il bayesiano rivaluta l’ introspezione: la probabilità a priori (concetto per lui fondamentale) in fondo è sempre soggettiva.

    Il bayesiano sa spiegare i disaccordi frequenti: i punti di partenza possono essere diversi.

    Il bayesiano ha una prospettiva di concordia: gli eventi aggiornano le probabilità di ciascuno in senso convergente se si agisce in modo onesto.

    Il bayesiano cerca di distinguersi dal relativista/nichilista: sebbene il suo metodo non gli regali verità definitive, gli promette un “viaggio verso…”. Un viaggio contorto, pieno di dietrofront e di accelerazioni, ma pur sempre un “viaggio verso…”. La direzione è cruciale.

    Il bayesiano è interessato ai fatti e alle essenze?

    Qui casca l’ asino, forse non arriva a tanto.

    Ma il bayesiano è anche un uomo e in quanto uomo puo’ completare il suo metodo. Del resto, la sua impostazione è facilmente integrabile; si coniuga bene, per esempio, col principio di credulità: le cose stanno (realmente) come appaiono (fino a prova contraria).

    Conclusione: la dicotomia certezza/nichilismo forse non esaurisce il campo. Forse esiste il ponte delle probabilità bayesiane, un ponte che in ambito di ricerca religiosa va poi colmato con la fede pura, una barca che ci fa compiere l’ ultimo tratto della attraversata.

    Un po’ come lo scommettitore: calcola, scommette nel modo più sensato possibile ma poi ci crede anche col cuore e spera.

    A me basta, lo ammetto. Nessuna consolazione da certezze dedotte da verità atemporali ma anche il vantaggio di poter sentirsi immersi nel proprio tempo.

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    • Penso che la falsificazione sia una eccessiva semplificazione del piu’ complesso procedimento di verifica. Il Lonergan non lo cita, ma ha illuminanti osservazioni sulla verifica.

      Quanto a Thomas Bayes, non lo conoscevo, ma grazie delle delucidazioni.

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    • Benvenuto broncobilly!

      Direi semplicemente che il principio di falsificazione di Popper è, finora, la formalizzazione logicamente più precisa del processo di induzione che esista e non gli darei un significato molto più in là: penso che Aristotele e San Tommaso non potrebbero non apprezzarne la valenza.

      Ci sono poi scienze per le quali i processi induttivi sono loro connaturali e altre scienze no: alle prime si applica quindi naturalmente il principio di falsificazione di Popper.

      Il problema colla nozione di probabilità è che essa è solo un costrutto intellettuale che non ha valenza ontologica: ogni donna in Italia in età di procreare non passeggia per strada con 0.89% di un bambino. Una conoscenza “probabilistica” la posso capire solo metaforicamente come rappresentazione di un metodo ma non come conoscenza del reale.

      Buona domenica
      In Pace

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      • Un saluto e un ringraziamento a Tom e a Simon de Cyrène che hanno reagito al mio commento precedente.

        Fortunatamente, la dura vita del pendolare mi regala qualche momento libero cosicché da questo treno vorrei fare qualche precisazione.

        Cominciamo da Popper, che in fondo è il minore dei problemi.

        Popper puo’ essere visto come il propugnatore di uno schema epistemologico originale, oppure come l’ ennesimo critico dell’ induttivismo.

        Nel primo caso, parliamo di colui che ha proposto la “grande asimmetria” tra verificazione e falsificazione. Il suo schemino è originale quanto logicamente impeccabile, senonché non descrive affatto il processo scientifico come realmente si realizza: non spiega, per esempio, come paradigmi “falsificati” da tempo, in mancanza di meglio, siano rimasti centrali ancora a lungo.

        Per non dire della complessità che caratterizza sia le procedure di verifica che quelle di falsificazione, pratiche che dipendono a loro volta volta da teorie; la cosiddetta “falsificazione” si limita a constatare una mancata corrispondenza tra due o più teorie e non si pone quindi mai nei termini di esperimento cruciale, come vorrebbe lo schemino del filosofo austriaco.

        Nel secondo caso, Popper è solo l’ ennesimo cantore dei limiti dell’ induttivismo .

        Ma forse lo sminuiamo se lo inseriamo in una schiera tanto folta: da Bertrand Russell ai neopositivisti, sono in tanti ad aver messo i puntini sulle “i” in materia. Oserei anzi dire che forse i maggiori critici dell’ induttivisto sono da ricercare tra coloro che hanno deciso di adottarlo come minore dei mali.

        Con questo una ripassa non fa mai male, una rinfrescatina è sempre commendevole purché si tenga presente che è come ricordare al chirurgo di lavarsi le mani prima di operare.

        Porrei piuttosto l’ attenzione sul fatto che queste lacune dell’ induttivismo non implicano necessariamente il “relativismo”, anche se, non lo nego, fanno la gioia di molti “relativisti”.

        Riflettiamo: un sapere puo’ dirsi assoluto se 1) implica una conoscenza certa della cosa oppure se 2) implica un progresso certo nella conoscenza della cosa. Ora, l’ induttivismo, con tutti i suoi limiti, non può certo ambire a 1) ma la via per ambire a 2) e lasciarsi alle spalle il pericolo relativista non è sbarrata a priori.

        Vedere come si puo’ sfondare ci consente di passare al probabilismo.

        Senz’altro la probabilità è un costrutto intellettuale, come dice Simon de Cyrène, ma questo implica forse che ci sia necessariamente interdetta la conoscenza del reale?

        Bisogna andarci cauti poiché tra “epistemologie internaliste” – fondate su facoltà del soggetto – e realismo c’ è comunque compatibilità logica.

        Partiamo dall’ esperienza quotidiana, un luogo dove è difficile avere dubbi in merito.

        Consideriamo la realtà ingenua del senso comune: gli scommettitori razionali puntano sulla base del calcolo probabilistico, i detective si basano sugli stessi criteri, così come pure i giudici che comminano anni di galera ai nostri concittadini. Ma anche metereologhi, economisti e ingegneri e bla bla bla fanno lo stesso. Tutti costoro ci parlano della realtà in termini probabilistici. E tutti noi ascoltiamo e prendiamo nota, preoccupandoci se le quote di una nostra riuscita sono alte, rimettendoci al giudizio della corte, consultando il meteo, affidandoci alle banche, abitando le nostre case ecc…

        Il matrimonio tra probabilismo e realismo del senso comune si celebra tutti i giorni, fino a qui ci sono pochi dubbi.

        Ma si tratta pur sempre di un… “volgare realismo del senso comune”. Niente a che fare con la cosa in sé, dice il metafisico doc.

        Personalmente non sono così liquidatorio.

        Vogliamo nobilitare una cosa tanto volgare al fine di renderla più sofisticata? Allora bisogna affiancare al probabilismo una filosofia del senso comune di un certo peso.

        Ci sono problemi a farlo? Io penso proprio di no: da un classico della modernità come Thomas Reid a un ateo come Mike Huemer passando per il teismo di Richard Swinburne, le proposte di una filosofia che faccia accedere il senso comune alla conoscenza dell’ ente in sé fioccano e la loro qualità è di tutto rispetto.

        Purtroppo queste filosofie sono rimaste a lungo frustrate e sappiamo bene a chi attribuire la “colpa”.

        A David Hume, innanzitutto (non a caso l’ arci nemico del Reid menzionato sopra). In particolare alla sua critica della teologia naturale, poi ripresa e messa a punto niente meno che da Kant.

        Quando si schierano compatti due colossi del genere, difficile che un’ idea faccia molta strada. Come se non bastasse, visto il raggio d’ influenza dei due, il “blocco” ha agito sia nella tradizione anglosassone che in quella continentale.

        Eppure, se andiamo a rileggere gli argomenti originali, sembrano tutt’ altro che impermeabili. Forse c’ è stata un po’ troppa frettolosità nello seguire i maestri su questo punto.

        In merito, solo un rammarico. I due erano grandi ammiratori delle scienza naturali, peccato per le loro date di nascita (anzi di morte) perché se solo avessero conosciuto certi sviluppi, se solo avessero potuto constatare che ormai è consuetudine per tali scienze formulare ipotesi su eventi inosservabili (perchè troppo grandi o troppo piccoli o troppo vecchi…), probabilmente avrebbero addolcito la loro critica.

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  17. Leggendo Tom mi convinco che il subordinazionismo non è solo una pecca tipicamente cattolico ortodossa dell’oriente con il suo malcelato monarchismo.

    Forse un giorno quando si riconoscerà che il termine conoscere và applicato solo all’essere mentre il sapere, il volere e l’esistere fanno parte della creazione, ci risparmieremo molte confusioni e scissioni.

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  18. Grazie, ma non comprendo le allusioni al monarchismo e al subordinazionismo. Il fatto che il Verbo proceda dal Padre, non e’ ne’ l’uno ne’ l’altro, basta controllare il credo.
    Per il resto forse siamo d’accordo. Il problema e’ che una sintesi terminologica richiede un sacco di parole per essere spiegata, e fatica per essere compresa.

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  19. Caro Tom non sono certo una cima ma certi cristiani rischiano sempre di scadere nelle ipostasi plotiniane.

    “perche’ per Tommaso il concetto (verbum) di essere era la seconda Persona della Santissima Trinita’, della quale parla diffusamente e parla di come proceda dal Padre”

    Il Verbo è generato che io ricordi, non procede. Inoltre l’Essere è comune alla tri-unità , così come l’Amore ed il Conoscere. Per rimanere fedele alla relazionalità di Agostino e per tirare d’altro canto in ballo Palamas, si potrebbe asserire che le energie increate realmente tali sono riconducibili a queste tre espressioni che possono rispecchiare puntualità precipue delle varie Persone, fermo restando la comune Determinazione e quindi l’Uno.

    Ma non voglio sembrare indisposto. Il problema è che ormai è invalso l’uso di ridurre la spiritualità all’esperienza di Dio, che è sinceramente alquanto grottesco, e non uso questa parola senza volerla usare.

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    • Caro Dauda,

      e’ vero che il Verbo e’ generato dal Padre e dal Padre e dal Figlio spira l’Amore sussistente, secondo il credo cattolico, che ha aggiunto il Filioque. Se si vogliono in certo modo comprendere non in modo materiale la generazione e la spirazione in Dio e’ necessario utilizzare l’analogia con le operazioni spirituali dell’uomo, quelle dell’intelletto e dell’amore. La categoria che unisce le due operazioni e’ quella del “procedere” nel senso di derivare, avere origine: la processio divina e’ “origo Dei ex Deo”.

      Pertanto la questio 27 in cinque articoli della parte prima della Somma Teologica di San Tommaso e’ “De Processione Divinarum Personarum”: 1. Utrum processio sit in divinis, 2. Utrum aliqua processio in divinis generatio dici possit, 3. Utrum praeter generationem aliqua alia processio possit esse in divinis. 4. utrum illa alia processio possit dici generatio. 5. Utrum in divinis sint plures processiones quam duae.

      Purtroppo non conosco la teologia orientale. Mi piacerebbe conoscerla, ma faccio gia’ molta fatica a cercare di conoscere qualcosa di quella occidentale. E’ solo una questione di disponibilita’ di tempo.

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      • Tom se parliamo di un qualcosa che riguarda L’Uno ha forse senso riferirsi all’intelletto od alla volontà od al corpo per descriverne la realtà? Sì ma solo se si parte dal basso.
        Di per sé la processione precede la generazione e lo diciamo nel Credo.

        Ma il problema è negare che l’adozione a Figli sia essere il Figlio, tanta paura ingiustificata, visto che sappiamo già che l’immortalità è propria solo dell’Esse, e già sappiamo che noi non siamo né mai saremo.
        Dio è Dio, glieLo si riconosca…

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      • Meglio usare i termini conoscenza , amore ed essenza , In Dio, piuttosto che intelletto, volontà e corpo ( chissà com’è ignorato ) che caratterizzano la tripartizione creaturale umana, che ribadiscono di per sé l’universalità divina anche simbolicamente.
        Cioè per carità le trasposizioni le possiamo anche fare, ma Dio tale è, Dio in 3 persone, non 3 relazioni di “fantasmi”.
        Affermare che lo Spirito Santo sia una processione d’Amore nega l’Unità divina di per sé, ossia nega l’Unico Dio comune delle 3 persone.
        Visto che è più facile capire cosa sia generazione, spirazione è ciò che dà la generazione, ed in fondo ciò che garantisce, nella nascita della Chiesa, il risultato finale alla nostra via aperta da uno come noi, Gesù Nazareno il Cristo Re.
        Riconosciamo la superba umiltà del Signore, il suggello fu comunque lo Spirito ( in ciò l’importanza ulteriore della Tradizione ).
        In questi termini, l’unica vera processione è appunto la generazione. Ecco il fraintendimento occidentale. Ogni virtù creata non può riguardare il Conoscere, l’Amare e l’Essere essendo proprietà dell’Esse stesso di Dio.
        La trasposizione umanistica deriva da questa comunione, non può esere intesa come già divisa, sarebbe politeismo… , …almeno secondo me

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  20. Vabbeh dai, resurrezione come avvenimento storico certo certissimo si piscia un tantino fuori dal vaso… mi sembra di essere su enzopennetta

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    • Ho scritto: quell’avvenimento che perfettamente potrebbe aderire a tale metodo. Cioè è evento che soddisfa tutti i criteri metodologici propri dell metodo storico moderno. Certo certissimo in scienza non c.’è nulla. No?!

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      • beh ci sono diversi gradi di sicurezza e di attinenza alla verità. Dire che la Terra è piatta non è lo stesso che dire che è rotonda, anche se non è entrambi.

        Mi riferivo a un commento che ho letto al volo…
        Io non me ne sono mai andato, ho solo astenuto dal commentare anche se ce ne sarebbe…

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    • Non so se il riferimento all’avvenimento storico certissimo riguarda qualcosa che ho detto io, nel qual caso c’e’ un equivoco.

      Infatti bisogna distinguere la ricerca storica da cio’ che si conosce della storia, cioe’ dalla storia narrata ( che contiene anche alcune informazioni derivate dalla ricerca storica, ma non solo). Ora il credente e’ pienamente certo di un fatto storico cioe’ la vita, morte e risurrezione di Cristo, narrato da una costante tradizione e non smentito certo dalla ricerca storica, che fa il suo dovere facendo le pulci a tutti i documenti. In estrema sintesi si puo’ ripetere il solito principio che la fede e’ ragionevole, ma ne sa piu’ della pura ragione,
      perche’ chi crede non tiene conto solo dei documenti di allora, ma della credibilita’ di tutta una tradizione.

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      • Che in fin dei conti è un principio fondamentale per negare l’infallibilità papale , ossia per confermare l’infallibilità della Chiesa ( la giurisdizione non riguarda la “credibilità” ).
        Questo è l’appello alla Tradizione non alla Rivelazione.
        Che i morti possano risorgere, per chi ansima a discutere dell’Esse , non può che essere cosa del tutto palese, il problema risultando dal fatto che non un sacerdote od un profeta od un dio faccia miracoli, ma che uno da sé stesso uccidendosi si possa ridestare da sé.
        Questo è il nocciolo della nostra Fede, questa è la realtà della “corporeizzazione kenosistica” la permanenza di Dio nell’assenza creaturale, unica vera giustificazione metafisca per ogni via gnostica altra riguardo al Cristianesimo.
        Non c’è Amore se non si è, non si ama ciò che si ignora. E’ tutta apparenza.

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        • Caro Dauda,
          L’infallibilita’ papale e quella della Chiesa sono compatibili, non in concorrenza, almeno secondo i cattolici. Sulla teologia orientale (o meglio le numerose teologie orientali) non sono in grado di discutere perche’ termini simili in contesti differenti acquistano significati diversi.

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    • Questo ovviamente dando per scontato che in nessuno qui ci sia la presunzione di ritenere che quel che il metodo storico descrive come “storia di un evento” sia la sicura descrizione dell’evento stesso.

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      • Caro Minstrel,
        ma anche la tradizione di per se stessa, cioe’ senza un particolare aiuto divino, non garantisce nulla. Per questo essa convince, quando convince, per mezzo della testimonianza di quel vangelo che viene annunciato.
        Dobbiamo comunque essere riconoscenti per i chiarimenti che la ricerca storica ci ha portato relativamente alle scritture e alla tradizione. Se fosse solo aria fritta i soldi spesi per il Biblicum e i numerosi istituti simili sarebbero buttati via.

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    • Anyway bentornato Andrea in questi lidi. 🙂

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