Il S.S. Concilio Vaticano II: Davvero Memorabile?

Prima di tutto mettiamo i puntini sulle “i”: il Sacrosanto Concilio Vaticano II è, a tutti gli effetti, per noi cattolici un Concilio Ecumenico perfettament valido, il 21esimo, in quanto convocato, celebrato e rato con tutti crismi dovuti al caso, cioè secondo come definito nella sesta sessione del secondo concilio di Nicea (787).

Gli elementi di riflessione che vorrei condividere riguardano il sapere se questo Concilio è stato messo in opera oppure se, semplicemente, non è stato recepito dalla Chiesa e sia, quindi, da considerare alla stessa stregua che una quindicina di concili del passato, le cui decisioni non furono mai applicate oppure completamente cadute nell’oblio in un secondo tempo.

Prima di tutto vorrei sottolineare una delle ragioni a causa delle quali il secondo Concilio di Nicea negò l’ecumenicità del concilio di Hieria (754): “Come può essere settimo [Concilio, NdR] quello che non è in armonia con i sei santi concili ecumenici prima di esso? Infatti quello che sarebbe stato celebrato come settimo, deve essere coerente con il novero delle cose decise prima di esso. Ciò che non ha niente a che vedere con le cose computate, non deve essere computato. Se uno per esempio mette in fila sei monete d’oro e poi aggiunge a queste una monetina di rame, non può chiamare quest’ultima settima, perché è fatta di materia diversa. L’oro infatti è prezioso e di grande valore, mentre il rame è materiale a buon mercato e senza valore.”

Applicando questa decisione della sesta sessione di Nicea II che è accettata sia dal cattolicesimo che dall’ortodossia, abbiamo come prima conseguenza che, se il S.S. Concilio Vaticano II non fosse in armonia con i 20 altri che lo hanno preceduto, allora si potrebbe negarne la validità. Quindi ogni lettura del S.S. CVII che “non ha niente da vedere con le cose computate non deve essere computato” da noi, cattolici romani.

La prima questione da dirimere è quindi la seguente: in quanto Concilio valido esso deve assolutamente essere considerato in armonia con i 20 concili precedenti, cioè applicando il concetto di ermeneutica della riforma nella continuità cara a Benedetto XVI per usare di un linguaggio contemporaneo; se però vogliamo vedere una cesura tra il suo insegnamento e quello dei 20 concili precedenti è ovvio che non vogliamo considerarlo come un Concilio Ecumenico valido della Santa Chiesa. Come ben sappiamo su questo punto si incontrano gli scismatici tradizonalisti condannati da San Giovanni Paolo II come anche gli scismatici post-cattolici che seguono Papa Francesco e che non riconoscono avere la stessa lex orandi, e quindi credendi, che quella praticata e ricevuta da duemila anni dai cattolici.

La seconda questione da dirimere è sapere se il S.S. Concilio Vaticano II non sia già da considerarsi come un Concilio, certo valido, ma che la Chiesa non ha recepito, come anche nel passato Essa, spessissimo, non ha recepito tantissime decisioni di concili ecumenici peraltro altrettanto assolutamente validi. Ovviamente, nella pratica, come d’altronde è stato nel passato, alcuni elementi particolari possono essere stati recepiti mentre altri no.

La tesi che sottometto alla vostra riflessione è la seguente: in realtà il S.S. Concilio Vaticano II, nel suo insieme, non è stato recepito dalla Chiesa e, in quanto tale, visto che non è applicato possiamo considerarne le decisioni alla stessa stregua che consideriamo il Concilio di Basilea, Ferrara e Firenze, cioè dimenticarcene.

Vorrei prendere come esempio la Sacrosanctum Concilium circa la liturgia, giacché tanto citata dal nostro Papa Francesco nella sua Desiderio Desideravi : aldilà dell’uso disonesto di citazioni estratte dal suo testo, è chiaro ed ovvio per tutti che il rito paolino novello nelle sue applicazioni concrete di gran lunga non soddisfa l’insegnamento ed il mandato dei padri conciliari. Come tutti sappiamo, l’applicazione della S.C. storicamente la più fedele fu il messale del 1965, ma essa fu abolita dallo stesso S. Paolo VI nel 1969. Questo vuole semplicemente dire che la Chiesa cattolica non ha recepito S.C.: punto e basta.

La decisione presa da S. Paolo VI, quindi, ha scavalcato la volontà del S.S. Concilio Vaticano II con brutalità. La questione è sapere se questo salto è stato lecito: se il rito paolino fosse stato una genuina ricezione ed interpretazione del S.S. Concilio Vaticano II, allora, in virtù del fatto che il CVII debba essere in armonia con i 20 concili precedenti, avremmo la stessa lex orandi et credendi del più che millenario rito romano. Se questo non fosse il caso allora il nuovo rito paolino non sarebbe un esempio di ricezione del Sacrosanto Concilio ma una realtà ad Esso spuria.

Nostro Signor Gesù Cristo ci ha insegnato come discernere la bontà delle azioni e delle decisioni umane giudicandone i frutti: molto chiaramente sono 53 anni che vediamo i frutti della riforma paolina e ben constatiamo che non sono buoni; per giunta, dopo i tentativi di S.S. Benedetto XVI di voler considerare la Santa Messa cattolica e la Messa Paolina come essendo due forme dello stesso unico rito romano, forza è di constatare che anche questo Magistero non è stato recepito dalla Chiesa cattolica. Ma il nodo finale è stato risolto dal Papa Francesco che ha affermato che la forma paolina è l’unica espressione della lex orandi della (sua) neo-chiesa: infatti posizionando, dopo mezzo secolo di applicazione, il rito paolino come esprimente una chiara cesura con quello tridentino, egli ha formalmente riconosciuto che esso non esprime una ricezione del S.S. Conclio Vaticano II, ma anzi una rottura di armonia, il che, abbiamo visto, è impossibile se vogliamo riconoscere il CVII come validamente ecumenico.

Siamo quindi in una situazione apparentemente un po’ complessa: da un lato, molto semplicemente, in quanto cattolici romani andiamo alla Santa Messa secondo la lex orandi del rito romano multisecolare, dall’altro abbiamo un Concilio che ha chiesto un adattamento di alcuni accidenti, ovviamente senza cambiarne la lex credendi; quel che l’istituzione ecclesiastica invece in realtà ha fatto è rigettare il CVII con un rito paolino che, come ormai sappiamo da sicura fonte papale, non ha la stessa lex orandi e credendi di quella vissuta e voluta dal Concilio Vaticano II. Allora, che cosa dobbiamo fare?

Secondo me, il S.S. Concilio Vaticano chiaramente non è stato recepito, non solo, ma non lo sarà mai visto che già non lo è stato per 57 anni: basta vedere quanto il CVII sia citato a iosa per nascondere il fatto che, in realtà, non lo si sia mai applicato, ma che, al posto, è stato applicato un “para-concilio” imbottito di ideologie moderne condannate già da sempre dalla Chiesa cattolica. Bisogna quindi semplicemente “dimenticarlo”, visto che la sua messa in opera genuina non esiste da nessuna parte sulla faccia della terra malgrado la buona volontà di tanti santi papi…

Bisogna essere “pratici” e cioè vivere l’incontro con il Cristo esattamente come è stato fatto da due millenni, senza adulterare la lex orandi e credendi che ci è stata trasmessa dagli Apostoli ad oggi lungo la storia e senza cedere alla tentazione di voler creare una nuova chiesa come ha fatto Papa Francesco sulla sponda modernista o gli scismatici tradizionalisti, sedevacantisti o altri sulla sponda opposta: già vediamo noi la forza vitale, i famosi frutti buoni dell’albero di N.S.G.C., che irrompe nelle realtà di coloro che vivono dei sacramenti come ne abbiamo vissuto per duemila anni.

In Pace



Categorie:Simon de Cyrène

4 replies

  1. Sorrido, ma senza alcun intento polemico, anzi; poiché questo mi ricorda un’osservazione che udii dal prof. De Mattei, con il quale su queste pagine non si è mai stati teneri.
    Era una piccola conferenza organizzata da un sacerdote che gli era ovviamente vicino nelle idee, all’incirca mentre era appena in pubblicazione il suo libro sul Concilio, perciò parliamo dell’anno… 2009-2010, giù di lì.
    Il professore la « vendette » come osservazione da storico, anche se non posso non credere che non avesse un intento polemico, in quanto fece un paragone tra CVII e dichiarazione dei diritti dell’uomo della rivoluzione francese del 1789. Disse sostanzialmente che, se ci si limitasse a leggere quel che dicono i testi (della dichiarazione) nonostante le problematicità, ci sarebbero diversi spunti validi o ammirevoli, ma che ciò allo storico non importa nulla, perché nessuno si ‘filò’ mai il contenuto della dichiarazione, sostanzialmente quasi nessuno sapeva (e sa) cosa ci sia scritto e ciò che interessa, in particolare allo storico, per dare un giudizio, è ciò che scaturì e venne da quella dichiarazione, come essa venne utilizzata dagli uomini di allora e di oggi.

    Allo stesso modo, diceva, al di là delle autentiche problematiche interpretative di alcuni punti del testo del CVII (la questione della libertà religiosa che il professore ha sempre sollevato, per esempio) l’intento di molti, o se non di molti della minoranza in assoluto e di gran lunga meglio organizzata, la modernista, non fu mai di applicare alcunché ma solo di utilizzare il CVII per intenti letteralmente rivoluzionari. L’inserimento stesso nel testo del Concilio di proposizioni ambigue, che pure possono essere interpretate in senso ortodosso attraverso l’ermeneutica della continuità, fu fatto allo scopo di creare appigli e fenditure da aggredire e allargare il più possibile per creare fratture e discontinuità nel Depositum Fidei.
    Concludeva perciò che poco valeva lo sforzo di molte valide menti di « mettere ordine », diciamo così, nei testi del Concilio, come per esempio si sforzava di fare allora papa Benedetto XVI stesso. Questo, a prescindere dalla posizione del professore, che come si sa, è di ritenere certi passaggi del CVII inconciliabili, e questo è assai problematico per altre ovvie ragioni.

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    • Il più preoccupante è quando quest’atteggiamento è applicato all’insegnamento dello stesso Gesù Cristo: l’intento non essendo mai di applicare a sé stessi il Suo esigentissimo insegnamento ma solo come strumento per avanzare le proprie ideologie, evitando di confrontarsi in prima persona e con onestà ai testi stessi del Nuovo Testamento. L’attuale pontificato ne è una caricatura, ma questo problema non è, di gran lunga, solo di oggi (cf. https://pellegrininellaverita.com/2022/02/07/il-baco-nella-chiesa-cattolica/).

      Comunque, per tornare nell’oggetto del post, la situazione sul piano pratico mi sembra semplice: sia riteniamo che il CVII non sia in armonia con i Concili precedenti e ce lo dimentichiamo; sia riteniamo quella che è la nostra posizione, e cioè che il CVII è valido ed in continuità, ma non è stato recepito in quanto tale come tanti altri suoi predecessori, e allora lo lasciamo perdere in quanto è cosa del passato che non ha avuto la possibilità di svilupparsi in quanto “abortito” dall’Istituzione, come il granello di frumento che è stato seminato tra le spine e le erbacce di evangelica memoria.

      La nostra vita spirituale la mandiamo avanti con quel che la Chiesa cattolica ci insegna, nel quadro della lex orandi e credendi di sempre, senza restrizioni mentali e morali di alcun sorta mentre lasciamo allo Spirito Santo il compito di guidare la Sua Chiesa dove Egli vuole: noi abbiamo i Sacramenti, le Scritture, la Tradizione ed il Magistero sempre in armonia con Se stesso per guidarci sicuramente a buon porto.

      In Pace

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  2. Avevo scritto un commento lungo, cassato dal browser: Il destino ha dunque parlato. E’ rimasto solo questo che riporto sotto, nel caso aggiungerò poi.

    dall’altro abbiamo un Concilio che ha chiesto un adattamento di alcuni accidenti, ovviamente senza cambiarne la lex credendi; quel che l’istituzione ecclesiastica invece in realtà ha fatto è rigettare il CVII con un rito paolino che, come ormai sappiamo da sicura fonte papale, non ha la stessa lex orandi e credendi di quella vissuta e voluta dal Concilio Vaticano II. Allora, che cosa dobbiamo fare?

    Semplice: ridere di gusto.
    Mi spiego. Non vorrei sembrare disfattista, sempliciotto o sbruffone, ma mi pare ci sia una forzatura nel ragionamento secondo il quale Papa Francesco è in aperto errore, ma quando scrive non può errare mai.
    Se il Papa non solo può sbagliare nel suo magistero, ma è completamente nell’errore allora banalmente lo stesso ha scritto una cazzata riguardo al rito paolino.

    O meglio, ha voluto scrivere una forzatura per far intendere quel che – come già dissi a iosa – poteva essere l’idea di Paolo VI o forse addirittura del CVII: il rito è unico, sono solo cambiati gli accidenti che stabiliamo noi, Chiesa gerarchica, come per altro si è sempre fatto.

    Sul resto concordo: il CVII ha prodotti frutti incerti finora. Forse c’è bisogno di 2 secoli, non di mezzo secolo. O forse fra due secoli tutto il Concilio si sarà dimenticato e superato. Il punto è che noi viviamo qui e ora e sul futuro tendo a non essere attrezzato. Il caos regna e dove esso regna di solito non si trova posto per Dio. Preghiamo che il divino ordinatore ci aiuti a riportare un pò di ordine, in primis in noi.

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    • È un ragionamento “pratico” il tuo e, pertanto, minimalista, ma non per questo erroneo: anzi!
      Dici, a livello di Francesco, quel che ormai dico a livello di tutti i discorsi clericali da 57 anni in qua sul Concilio e sulle sue applicazioni: cioè ma chissenefrega di questo Concilio (visto che nella pratica Esso non è mai stato applicato in quanto tale e certamente non in campo liturgico) anche se valido.
      Rimane la problematica di base però: come garantire per se stessi ed per i propri prossimi che non siano deformati, surretiziamente, da dottrine false e antri-cristiche (il principio della rana bollita); ma qui la soluzione è semplice e fa appello alla virtù della prudenza e cioè evitare gli “insegnamenti” che hanno bisogno di colabrodi ideologici sul “Concilio” per potersi imporre, ma, invece, attenersi strettamente alla dottrina millenaria, incluse la lex credendi et orandi perenni.
      In Pace

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