Quale Baco Nella Chiesa Cattolica?

È, quello di oggi, un soggetto semplice eppure, almeno per me, difficile da trattare in modo lineare, in quanto reso ingarbugliato da vari strati filosofici, etici, dottrinali, pastorale, esperienziali, paradigmi ideologici, teologici, culturali; strati che tutti si appellano gli uni gli altri senza apparente coerenza, benché sembrerebbe coerente.

La questione centrale che intendo dirimare è la seguente: quando debbo prendere una decisione etica, debbo ragionare da “giudice”?

Questa domanda me la sono posta qualche settimana fa, quando uno dei nostri utenti (“Viandante”) discutendo con un altro utente (“Daouda”) poneva il quesito seguente: “E’ vero che l’omicidio è un crimine, ma è anche vero che se commesso per legittima difesa non è più un crimine. Chi decide che in quel caso particolare si applica o meno la legittima difesa? il giudice, sulla base delle regole (scritte per la legittima difesa) e del suo giudizio sul comportamento del presunto assassino che è, e rimane, una valutazione umana in quanto ogni evento è diverso (davvero voleva sparare? non poteva fare altro? era in situazione psicologica che lo costringeva?)! Questi giudizi, benché si tenti di renderli oggettivi, alla fine dipendono dal giudizio personale che un giudice dà su una situazione.
Quindi conoscere il manuale di teologia va bene solo nei casi di scuola. Poi bisogna applicarlo, e come vedi c’è un giudizio molto contrastato su come sia stato applicato in questo caso.
Per questo volevo capire il «giudice» Simon come lo avrebbe applicato ad ogni attore della vicenda. Molto semplice.
»

Però non è il quesito in quanto tale che oggi mi interpella quanto il fatto, illuminante, al quale mi ha rimandato: in quanto agente morale cioè persona che sceglie, liberamente, la migliore decisione etica possibile, debbo ragionare da giudice?

Qui incominciano i primi ingarbugli: è la stessa cosa essere nella situazione di dover risolvere un dilemma etico, oppure essere il giudice che viene dopo il fatto e che valuta l’agire del detto agente in base ad una valutatine oggettiva?

Una prima risposta possibile immediata è di dire di no, facendo notare che la situazione psicologica, storica, circostanziale, epistemologica pure, delle due persone, l’agente e il giudice, non è la stessa: se però questo fosse il caso, allora proprio intrinsecamente mai nessun giudice potrebbe valutare la qualità morale dell’agente in questione. Il che rinviene a dire che il campo della valutazione etica particolare sfugge per definizione alla valutazione di terzi, l’agente morale diventando per definizione insindacabile, un giudice dovendo quindi limitarsi ad una valutazione oggettiva dell’assecondamento a regole societali dell’agente morale mettendo da parte ogni velleità di giudizio morale sul fondo. Questa è, in fin di conti, la posizione di tutti coloro che si affermano relativisti, della morale di circostanza, situazionisti, materialisti, storicisti, utilitaristi: in finis, per tutti costoro la moralità di un atto non ha uno status epistemico oggettivo che meriti di un interesse sociale oggettivo, rimane il campo del solo “foro interno”, qualunque cosa quest’ultima nozione significhi in bocca loro. Come ben sappiamo la Chiesa, tramite il Suo Magistero Autentico che non può mai errare né indurre in errore, ha sempre condannato questi tipi di teorie nelle vari forme che hanno preso lungo i secoli.

L’altra risposta possibile sarebbe di affermare che non ci può essere nessuna differenza di valutazione etica tra un agente morale al momento della sua decisione e quella di un giudice che la giudicherebbe a posteriori, in quanto l’oggetto etico considerato essendo lo stesso per i due, e le regole etiche essendo universalmente le stesse, allora le conclusioni dovrebbero sempre coincidere. Da questa concezione possiamo dedurre tutte le etiche fondate sulla deontologia, sull’assolutezza delle leggi etiche. Il solo problema è che, chiaramente, tali etiche non sono ottime nella loro applicazione pratica per tenere conto della realtà nella sua complessità e che è lo status epistemico dell’agente e del giudice non possono mai coincidere, salvo quando, ovviamente, l’agente è il giudice.

Le soluzioni proposte hanno come un piccolo sapore di “escamotage”: sia si affermerà con giustezza teologica (ma con ovvia debolezza epistemologica) che la coscienza dell’agente è graziosamente informata dallo Spirito Santo quando in stato di grazia e che, quindi, assume soprannaturalmente, nel suo processo decisionale, lo stesso sguardo oggettivo del giudice divino; sia si lascerà all’intensità dell’esercizio individuale della virtù di giustizia il ruolo di stabilire questo nesso tra la realtà oggettiva da giudicare e la propria situazione di agente morale, il grado di riuscita diventando così una misura del grado di virtù dell’agente in questione, senza però mai poter definitivamente stabilire o garantire che  tale scelta sia oggettivamente confacente all’oggetto etico considerato.

Tutta questa problematica non è di pura lana caprina: un agente morale è parte attiva del dilemma etico che deve districare; un giudice per definizione è parte terza; un agente morale è per definizione agente, svolge un’azione nel reale; un giudice non agisce, viene con il senno del poi, osserva e valuta; un agente morale ha bisogno di certezza; un giudice ha bisogno di oggettività.

Già da anni nel nostro blog nel nostro post intitolato “Filiazione E Autocoscienza” del 19/10/2019 ( ma questo fu anche discusso molto precedentemente in “Telesforo ed il Mondo” ad esempio) abbiamo messo in risalto il fatto che “certezza” e “oggettività” non sono affatto nozioni intervertibili: ad esempio, “da un lato sono assolutamente certo dell’esperienza che ho di essere, ma questa esperienza è di per sé stessa assolutamente incomunicabile, come tutte le esperienze fenomeniche che sperimento in prima persona. Ma, da un altro lato, qualunque conoscenza oggettiva non avrà assolutamente mai lo stesso grado di certezza che ho di me stesso.”

L’oggettività non è garante di nessuna certezza: l’affermazione della verità, cioè la constatazione esperienziale dell’adeguazione di un proprio concetto con la realtà, nel caso che stiamo discutendo, è propria dell’agente morale che deve prendere la decisione la migliore. La riflessione “oggettiva”, che sia quella scientifica o quella del comitato etico, o quella di chi giudica da un punto di vista terzo l’agire morale degli agenti coinvolti, non avrà mai quel grado di certezza che hanno questi ultimi.

Ma la questione fondamentale è sapere se in etica dobbiamo ricercare la certezza che è sempre incomunicabile, o l’oggettività della decisione, la quale non sarà mai certa ma solamente “verosimile”, in quanto per definizione condivisibile, una costruzione che potrebbe avere sapore di certezza da “agente” ma che ne è solo un succedaneo, un suo Ersatz per “giudici”.

Solo in Dio i due coincidono: ma questo non ci risolve il problema, perché in realtà, non c’è problema.

Stiamo parlando di due piani differenti: piano di azione e piano di riflessione. Errare è voler condurre la giusta azione definita dalla certezza dell’agente morale nel contesto giudiziale oggettivo e, quindi, senza certezza; come, specularmente, errato sarebbe voler giudicare del comportamento di un agente fuori dall’oggettività dell’oggetto morale considerato in sé nel suo insieme.

Eppure sembrerebbe che la Chiesa voglia imporci codici di condotta, dal Decalogo ordinato a Mosè, fin giù a tutte le leggi “naturali” ed “ecclesiastiche”, tutti i codici di deontologia fino ai Codici di Diritto Canonico o gli ultimi malintenzionati  “occasi” bergogliani. Per poter essere salvati, sembrerebbe proprio che dovremmo applicare le leggi oggettive, che sono quindi men che meno certe in quanto agenti morali, a scapito della certezza morale necessaria per risolvere i dilemmi etici sui quali ci si deve posizionare quotidianamente.

Ma, siamo davvero sicuri che è quel che il Cristo ci chiede, cioè l’essere oggettivamente allineati sulle ottime leggi morali oggettivamente stabilite in quanto agenti morali alla ricerca di certezza?

La legge morale descrive il mondo spirituale, come le leggi fisiche quello materiale: ma vivere in coerenza secondo l’ordinamento fisico è quel che fa di noi dei cristiani? E, analogamente, vivere secondo la legge morale fa di noi dei cristiani?

Seguire le leggi fisiche non ci santifica, ma evita di fare male a sé ed agli altri: andare contro le leggi della fisica però ci preclude il cammino della santità, ad esempio se insisto a comportarmi come se fossi un uccello tentando di volare ogni giorno dal balcone del terzo piano usando delle mie braccia come fossero ali, o peggio ancora, mettendomi in testa di convincere il viciname che tutti sono gallinacei, di certo non mi permette di realizzarmi fisicamente in quanto uomo e quindi tanto meno in quanto possibile santo.

Se seguo le leggi della morale naturale, sociale, religiosa mi garantisco non un benessere fisico che è la problematica precedente legata alla coerenza di vita con il mondo fisico materiale, ma certamente sono alla ricerca della felicità, dell’eudemonia, dell’armonia sociale, in campo familiare, sociale, professionale, religioso, ecclesiale, ma niente di tutto ciò mi dà accesso alla santità in quanto tale, sebbene non praticare tali leggi preclude l’accesso alla santità.

Questa domenica era la quinta dopo l’Epifania e il Santo Vangelo di S. Matteo ci parlava della parabola del loglio dal buon grano mentre l’epistola di San Paolo ai Colossesi ci ricorda quel che fa di noi membri del Corpo di Cristo come istruirsi gli uni gli altri in saggezza, esaltare i nostri cuori in Dio con salmi e cantici spirituali il tutto sempre ispirati dalle grazie dello Spirito Santo, il tutto sempre a nome del Cristo stesso pe rendere grazie al Padre.

La parabola di Gesù descrive la situazione dell’agente morale nella complessità dell’agire quotidiano al qual non è chiesto di emettere sentenze oggettive che solo possono esser prese dal giudice supremo quando, alla mietitura, egli può oggettivamente separare le erbacce da quelle buone. L’epistola di San Paolo risponde invece sul fondo della domanda che ci siamo posti sul ruolo dell’agente morale in campo etico per poter essere considerati giusti: ebbene, nessun ruolo!

Quel che risolve la tensione tra la certezza morale ricercata dall’agente  l’oggettività delle leggi del mondo reale quali l leggi fisiche ed etiche, tensione irrisolvibile se si rimane sul piano definito da queste sole due dimensioni di differente natura di ricerca di certezza  e oggettività è la Santità, cioè l’entrare nello spazio Sacro, cioè l’essere “messi da parte” per l’elezione del Cristo stesso, che gratuitamente e liberamente, per la grazia del Santo Battesimo e di tutti i Suoi Sacramenti, ci sceglie e ci chiama Suoi Eletti per una sola cosa: tramite Lui e ad opera dello Spirito Santo rendere grazie, onore e gloria la Padre.

In quanto Eletti abbiamo la certezza che ci dà la fede, la speranza la carità di essere salvati ma anche l’oggettiva situazione di essere membri del Corpo di Cristo.

Il ruolo specifico della Chiesa, che è quello della salvezza delle anime, non è quindi quello di dirci cosa sia bene oppure no per il nostro corpo, e neppure quello di dirci quel che va bene oppure no nelle nostre decisioni etiche, ma quello di “incarnare” il Corpo di Cristo negli Eletti scelti dallo Spirito Santo: il Suo ruolo è quello di assicurarsi la radicalità assoluta dell’adesione di ogni cattolico al Corpo di Cristo, alla propria sacralizzazione per la gloria del Padre.

Eppure, storicamente, vediamo che nell’istituzione ecclesiale nella sua dimensione umana vi è come uno slittamento apparentemente impercettibile da questo principio, ma ormai deviazione abbagliante, in quanto siamo nei tempi dove tutte le cose si rivelano, i quanto “in finis motus velocior” come già insegnava la fisica di Aristotele e che, ormai, siamo agli sgoccioli storici di questo processo di accelerazione della messa in evidenza di errori umani che corrompono l’immacolata veste della Santa Chiesa Una, Cattolica e Romana.

L’antico baco corruttore ha un nome femminile e si chiama “casistica”.

Possiamo risalire alla riflessione tomassiana sull’”Epikeia” di parlammo in lungo ed in largo già nel 2016 in più posts a proposito di Amoris Laetitia e che ricorda quanto la riflessione morale rilevi della ragion pratica e dove l’epikeia non è teoria ma modus operandi pratico. È l’epikeia che permette all’agente morale virtuoso di rendersi conto che uccidere un malfattore per salvare un innocente, qualora non ci siano altre scelte praticamente possibili, non è un’infrazione contro il quinto comandamento ma esercizio concreto di vera carità.

Tutta la casistica, in realtà cominciata a formalizzarsi nell’XI secolo e che ebbe il suo primo massimo rappresentante con San Raimondo di Penafort nel XIII secolo con il suo trattato Summa de casibus poenitentialibus continuò a svilupparsi in quanto tale fino al XVIII secolo: l’intenzione umana di questi moralisti era quella di fornire delle regole per poter giudicare situazioni eticamente complesse. In fin dei conti il loro pubblico era quello di confessori e dei direttori di coscienza, cioè dei “Giudici” di cui abbiamo parlato qui sopra alla ricerca di valutazioni oggettive.

Il problema però, che ormai appare chiaro a noi cattolici del XXI secolo perché con il senno del poi ne vediamo gli orrendi risultati nell’istituzione ecclesiastica contemporanea tutta, è che tale approccio si focalizza sulla ricerca di scusanti e attenuanti come se l’indebolimento delle leggi  di principi morali potessero fondare una nuova misericordia che nelle pratica si sostituisce a quella Divina, come creando dei “diritti” per chi beneficia di attenuanti per avere accesso alla salvezza, mentre questa solo dipende dalla sola decisione, unilaterale  gratuita dell’Elezione, che solo il Cristo può compiere.

Lo scontro con Lutero potrebbe anche essere letto in questa chiave: si è giustificati dal solo sacrificio del Cristo che ci elegge, senza predestinazione in senso protestante s’intende, alla salvezza e non dalle circostanze attenuanti vere o presunte o altre opere umane.

Lo sviluppo della casistica con questo scopo pseudo-misericordioso non era di per sé malvagio nella misura in cui era destinato a formare “giudici” e non fu mai proposto come cammino di santità e non poteva esserlo perché sarebbe stato contrario a tutti gli insegnamenti del Cristo stesso.

Però questo condusse teologi e moralisti a pensare che questi sistemi di valutazione fossero gli stessi di quelli usati dal Giudice Supremo, ancora una volta contro l’evidenza delle Sante Scritture e della Santa Tradizione. Tutte le condanne contro il modernismo, relativismo, liberalismo da parte del Magistero Autentico della Chiesa a cavallo tra il XIX e la metà della XX secolo ce lo ricordano.

Ma la formazione di base stessa alla casistica aveva già intellettualmente corrotto, senza che se ne rendesse conto, tutta la gerarchia dell’istituzione cattolica: tutto poteva trovare un’attenuante una buona ragione per non essere un peccato oggettivo agli occhi del giudice, dimenticando che esso rimane pur sempre un peccato reale nella certezza pratica dell’agente morale.

Già un’enciclica come Humanae Vitae, benché ineccepibile sul piano teologico e morale, prende, a ben leggere, cioè nella preghiera, mortificazione, carità, un discorso casistico e, pertanto, pastorlamente zoppicante: e personalmente lo posso testimoniare, il suo approccio, perfetto forse per un confessore, non mi poteva soddisfare con i suoi calcoli e la sua “Misura” in quel che si deve dare a Dio e quel che si deve ritener per sé (la nozione alquanto “borghese” di “paternità responsabile”), ragione per la quale ebbi 8 figli e ora sono già benedetto con 17 nipotini, alla faccia di H.V.

H.V. è un ottimo esempio di slittamento da riflessioni oggettive utili per “giudici” all’imposizione di queste regole a tutti gli agenti morali cattolici, cioè tutti i fedeli: è chiaramente il ritorno del farisaismo condannato dal Cristo stesso dove le regole vengono utilizzate per esonerarsi dal dover di convertirsi radicalmente con la ricerca di scusanti e altre cause attenuanti.

Amoris Laetitia è un caso ancora più appariscente: quel che non meritava nessun nuovo documento magisteriale, ma giusto un vademecum per confessori da parte della loro congregazione, è stato imposto contro ogni Magistero Autentico della Chiesa cattolica da duemila anni come novello insegnamento per la salvezza self-service degli adulteri.

Ma, più in generale, gli insegnamenti dei teologi, dei cattivi pastori a tutti i livelli della gerarchia ecclesiale sono bacati da questo approccio casistico-farisaico: tutti hanno circostanze attenuanti, non si può giudicare il foro interno, Giuda è in paradiso assieme a Hitler, Mengele e Himmler, Stalin; Mao e Polpot, tutti pedofili, stupratori e predatori di questo mondo, chi siamo noi per giudicare, oggettivamente non c’è più nessuna certezza, la missione della Chiesa non è più quella della salvezza delle anime che sono già tutte salvate, i sacerdoti non hanno il centro della loro vita nel Santissimo Sacrificio della Croce attualizzato in modo incruento sull’altare ad onore del Padre ma un ruolo di assistenti sociali, per ora ancora castrati e mal pagati e senza famiglia; la Santa Messa ormai ridotta ad un infame girotondo dove tutti si guardano gli ombelichi altrui e che non serve a niente visto ché tanto siamo già tutti giustificati per il solo fatto di esistere.

Non servono teorie, insegna il Signore, per giudicare: basta guardare ai frutti per valutare l’albero e sotto l’infausto regno del Papa Francesco ben vediamo cosa sia diventata oggigiorno l’Istituzione umana della struttura ecclesiale di quella che è la Chiesa Cattolica, Una, Santa e Romana.

Umanamente, con Francesco, i farisei hanno vinto nel secolo, cioè hanno distrutto l’istituzione: ma la Chiesa continua e sempre continuerà finché ci saranno cattolici “veri” e cioè che si lasciano scegliere ed eleggere dal Cristo Gesù rispondendo al Suo appello con radicalità, senza tergiversazioni e negoziazioni e ricerca di circostanze attenuanti per salvaguardare la loro tiepidezza, praticanti la lex orandi e quindi condividendo la lex credendi della Chiesa di sempre, Quella che da 2000 anni compie la missione che il Cristo gli ha dato: battezzare nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, il solo atto che salva gli uomini che ne beneficiano.

In Pace



Categorie:Attualità cattolica, Filosofia, teologia e apologetica, Magistero, Simon de Cyrène

13 replies

  1. Direi che il Papa Francesco e’ stato tranciante e ha spazzato via secoli e secoli di riflessione teologica ieri sera da Fazio, una trasmissione televisiva italiana tipo talk show. . Infatti ha detto che tutti noi “ abbiamo il diritto di essere perdonati” . Da Fazio ha detto che il figliol prodigo aveva il diritto di essere perdonato, ma non lo sapeva .
    Questo spazza via secoli di riflessione teologica sul peccato e la grazia.
    Se noi uomini infatti abbiamo il diritto di essere perdonati, come dice Bergoglio, quando siamo perdonati non c’e’ piu’ la grazia, la gratuita’ , la sovrabbondanza, la generosita’ divina del perdono ma una semplice esenzione di un diritto. Non lo sapevamo . Credevamo di essere peccatori e non avere diritto a nulla “ Domine non sum dignus” , ci battevamo il petto per il dolore di essere dei peccatori.
    Oggi il Papa ci ha aperto gli occhi : abbiamo diritto ad essere perdonati ! Non piu’ rimetti a noi i nostri debiti , ma dacci i nostri diritti !

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  2. Sono contento di aver suscitato , involontariamente , questo post.
    E trovo sia vero che la casistica abbia avuto come risultato “che tale approccio si focalizza sulla ricerca di scusanti e attenuanti come se l’indebolimento delle leggi di principi morali potessero fondare una nuova misericordia che nelle pratica si sostituisce a quella Divina”
    Ma non c’è solo l’esempio di AL
    Altro esempio tipico e moderno sono i migranti. Quanti cristiani non vedono alcun problema etico nel sostenere il “respingimento” di gente sulle barche, se non addirittura il mancato salvataggio degli stessi quando sono in mare , con la scusa etica che se si salvano ne verranno altri ? Eppure sanno bene che lasciarli in mare potrebbe significare la morte per qualcuno, ma cercano nei meandri di qualche regola morale la giustificazione anche Cristiana del loro comportamento (non li possiamo prendere tutti , lo facciano gli altri ) Magari gli stessi che gridano allo scandalo per AL poi approvano moralmente questi atti anti-umani.
    Quindi è vero che si cerca sempre la giustificazione per se stessi , mentre si accusano gli altri. Nulla di nuovo sotto al sole. “La Donna che tu mi hai messo accanto mi ha dato della mela , ed io l’ho mangiata”.

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    • Come dire: quanti cristiani non si rendono conto che facendo i propri doveri ed esercitando i propri diritti come rispettando le disposizioni positive si rendono complici per quieto vivere di peccati gravi o leggeri oltre risultare artefici del peggioramento del mondo?
      Parlare in generale il più delle volt è un non senso, come questa mia stessa domanda retorica

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      • Hanno già il loro bel daffare a combattere (se lo fanno) per la propria conversione e non cedere al peccato o al compromesso ben visibile e tangibile nelle loro vite.

        La singola, vera e profonda conversione, una vita santa, già sarebbe moltissimo e già darebbe un bello scossone a peccati più o meno reconditi, più o meno “universali”, che a detta di alcuni dovrebbero gravare sulle spalle di tanti singoli, spesso neppure consci del male del mondo, perché la porzione di mondo di cui Dio da loro di essere responsabili e ben più circoscritta, come Dio dispone secondo le possibilità spirituali, la forza e il discernimento che Egli concede.

        C’è anche chi pensando di combattere un battaglia giusta per salvare il mondo intero, perde se stesso e le Opere di Misericordia ben più umili, che la Provvidenza aveva disposto fossero da lui compiute.

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        • Nessuno chiede di salvare l’intero mondo. Ma l’adesione intellettuale a comportamenti palesemente anti-cristiani, tra l’altro con la pretesa di considerarli cristiani , è la forma più evidente e subdola di relativismo, e di sottomissione del vangelo alle proprie idee, che qualche volta (ma solo casualmente ) coincidono

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          • Quel che dici è ovvio e superfluo se e quando si parla di vera conversione e combattimento spirituale.
            Ma verosimilmente avevo frainteso io il senso del discorso.

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          • Sulla questione anche l’amico Fulvio di Blasi ha fatto un piccolo escursus, ricordando quel simpatico episodio nel quale vede protagonista il Papa sghignazzare per un’ora e mezza con un Presidente che finanza Planned Parenthood e non si oppone – come richiede coscienza, conoscenza, metafisica e dottrina cattolica – all’aborto. Alla fine della visita, il Presidente stesso se ne è uscito con un “mi ha detto che sono un buon cattolico e di fare la comunione”. Nessuna smentita ovviamente, non sia mai si metta in cattiva luce IL PRESIDENTE. Interessante vero? Ma probabilmente no, non è interessante…

            Appena ho tempo invece rileggo bene il tutto e vedo se ho qualcosa di intelligente da aggiungere/commentare.

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            • Il fatto che il Papa non abbia direttamente ammonito il Presidente U.S.A su uno specifico argomento, non significa che lo condivida.
              Il mio esempio invece fa riferimento a chi approva e condivide esplicitamente un comportamento peccaminoso, cercando al contempo di farlo passare come comportamento cristiano virtuoso, in modo di autoassolversi ben prima che lo faccia il confessore.
              E c’è una bella differenza.

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              • Da 13.09 in poi. In particolare da 21.55 dove il tutto è meglio spiegato, con tanto di implicazioni morali di quanto fatto. Meglio però da 13 perché il discorso pretende una intro sulla situazione che in quei minuti è ben spiegata.

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            • Ancora più interessante:
              https://www.ncregister.com/blog/pfizer-and-the-vatican

              Il Papa ha incontrato a più riprese Bourla il PDG di Pfizer già nel 2019 e 2020 proprio a monte dei cosiddetti documenti vaticani che scagionavano (contro l’insegnamento della Chiesa) dalla partecipazione al male dell’aborto chi utilizasse i sieri sperimentali o i vaccini.

              Si capisce anche che siano stati negoziati controparti per questo sbilanciamento della Santa Sede e questa dichiarazione, che è una vera B(o)urla: vaccinarsi è un atto d’amore. Immagino sia un atto di amore per le azioni della Pharma detenute dal Vaticano sperando che compensino le perdite dovute agli investimenti londoniani.

              Tutto è chiaro: hanno pagato per queste prese di posizioni criminali in primis i cittadini dello Stato Vaticano sottomessi all’obbligo vaccinale e, poi, tutti quei poveracci di cattolici che si sono lasciati iniettare tali schifezze sperimentali cooperando per giunta, formalmente, al successo di un’industria basata sull’aborto.

              In Pace

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