Telesforo E Il Mondo- Prima Puntata

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Telesforo : Nonno ! L’altro giorno hai detto che sei un po’ daltonico e che certi colori non ti piacciono più di tanto. Te lo chiedo perché vorrei farti un regalo per il tuo prossimo compleanno ma vorrei che tu ne apprezzassi il colore.

Nonno: Si è vero, quando c’è meno del 30% di rosso in mezzo al verde non vedo più il rosso: allora finisce che un campo di papaveri rosso lo vedo verde. Il problema però è che il marrone, che è una miscela di verde e rosso, è un colore che non mi piace, immagino perché il mio cervello non riesce a risolvere e a decidere che colore esso sia. È la vita: finché vedo che al semaforo il color rosso è in alto e quello verde dabbasso, vuol dire che non incorro e non faccio incorrere nessun pericolo a nessuno.

Telesforo: Però, Nonno, se tu vedi le cose differentemente da me, e che per te il marrone non corrisponde alle stesse sensazioni che le altre persone ne hanno, cosa ci dice che siamo noi ad aver ragione e non tu che lo vedi più verde di noi, forse? Il fatto che siamo la maggioranza?

Nonno: Ma chi te lo dice che gli altri vedono il marrone come lo vedi tu? Io, ad esempio, ho scoperto il mio daltonismo solo da adulto durante la visita medica obbligatoria per la leva. Prima credevo che le mie sensazioni visuali erano le stesse di quelle di tutti.

Telesforo: Cioè nel tuo quotidiano ciò non aveva mai avuto alcuna incidenza pratica?

Nonno: Infatti, mai. Al semaforo il verde era sempre al suo posto giusto, sotto il giallo e sotto il rosso, ad esempio. Il reale quale lo percepisco è strutturato nello stesso modo che per qualunque altra persona e, quindi, finché non mi sono ritrovato in una situazione dove la struttura del reale quale io la percepivo era in collisione colla struttura del reale quale percepita da altri, non mi sono mai reso conto della differenza della mia sensazione personale dei colori rispetto a quella degli altri.

Telesforo: Non ci avevo mai pensato: ma forse la sensazione che provo io vedendo il color rosso corrisponde alla sensazione che tu hai vedendo il colore blu.

Nonno: Beh, visto che la tua esperienza personale delle sensazioni che provi è di per sé incomunicabile e non può essere quindi oggetto di scienza anche se tu sai con certezza assoluta che le provi, è certo che nulla garantisce che quel che tu chiami rosso non sia l’equivalente per me di quel che io chiamo blu.

Telesforo: Ma allora si può andare ancora più lontano di ciò e dire addirittura che quel che io esperimento come “visione” sia per  te “udito” o “tatto”!

Nonno: O, addirittura, che quando tu mi dici “vedo un cielo blu” in realtà le sensazioni che io provo soggettivamente sono l’equivalente di un “tocco una superficie ruvida” e che “quando fischio un suono stridente nei bassi” tu riceva la sensazione di leggere un mio scritto che ti dice “il suolo è verde”. In realtà nessuno ne sa niente di quel che soggettivamente un altro che noi sperimenta con i propri sensi.

Telesforo: Però, Nonno, nell’esempio del semaforo hai detto che finché la relazione tra le tue sensazioni “funzionava” ed era coerente con la struttura utilizzata dagli altri non te ne eri neanche accorto che percepivi differentemente la relazione tra verde e rosso da loro.

Nonno: Infatti. Se è vero che, a priori, le mie percezioni sono incomunicabili e sono una scoperta e una sorpresa irripetibile individuale, la relazione tra di esse è, invece, passibile di paragone con le mie esperienze precedenti e con le esperienze altrui.

Telesforo: Cioè se la relazione tra il verde , il giallo e il rosso che tu sperimenti al semaforo, il primo sotto il seguente e questi sotto l’ultimo è simile alla relazione che io posso provare tra un suono basso quando arrivo ad un posto dato che viene da sinistra, ad un suono medio che mi viene da davanti ad un suono acuto dalla destra, allora io e te, anche se soggettivamente proviamo cose differenti, non ci scontreremo mai a quel semaforo lì visto che le nostre due strutture che sorreggono le nostre sensazioni sono identiche. La sinistra corrisponde alla parte inferiore e la sinistra sempre emette un suono basso mentre la lampada inferiore sempre luccica verde e tra la sinistra e la destra c’è sempre quel che proviene da di fronte che corrisponde alla posizione media sul semaforo riservata al colore giallo.

Nonno: Proprio così: le due strutture sono isomorfe e finché sono tali non c’è modo di constatare uno iato tra le due esperienze. L’oggettività di una conoscenza non risiede nel fatto sperimentato stesso che è il solo ad essere certo, ma nella struttura che rilega tutti i miei fatti sperimentali.

Telesforo: Cioè assoluta certezza e oggettività non sono equivalenti? L’oggettività non ci dà la certezza?

Nonno: Né la certezza ci dà l’oggettività. Tu ad esempio sei certo di essere un essere umano in quanto ti pensi: io, invece, non ho questo tuo grado di certezza perché non sperimento il tuo “te stesso” come tu lo sperimenti nel tuo intimo con il tuo cogito. Però posso oggettivamente sapere che sei un essere umano, anche se non ne ho l’assoluta certezza che tu ne hai, osservando come partecipi nelle mie strutture logiche del reale, cioè quelle che posso, per l’appunto, operazionalmente compartire con altrui esattamente come nel caso della struttura del semaforo.

Telesforo: E qual è il legame, Nonno, tra la certezza di quel che sperimento con i miei sensi in prima persona e l’oggettività della struttura che rilega tutti questi fenomeni che per loro essenza stessa non sono  compatibili? Ci deve pur essere un legame, un ponte che riesca a connetterli.

Nonno: La struttura in questione è la logica del reale sperimentato, la sua grammatica e la sua sintassi. I fenomeni sono come il vocabolario che ci metti dentro: il legame è qualcosa di dinamico che non risiede né nelle parole  cioè i fenomeni isolati in quanto tali, né nella grammatica e la sintassi in sé, ma nel discorso che ne scaturisce; il legame è il significato stesso della frase espressa. Il legame tra l’oggettività della logica del reale e la soggettività delle sensazioni provate risiede nel significato che tu, e solo tu, dai all’insieme.

Telesforo: In altre parole, il legame tra la logica del reale e il mio vissuto sperimentale, risiede nel giudizio che pongo sulla qualità della logica che struttura i fenomeni sensoriali che sperimento?

Nonno: Esattamente! Quando io capii che la logica del reale in presenza di meno 30% di rosso nel verde non corrispondeva più a quella che avevo da sempre, ho realizzato che l’oggettività della nuova situazione non corrispondeva più con la mia assoluta certezza che ci fosse solo del verde in quella raffigurazione.

Telesforo: Allora questo legame tra oggettività e certezza, questo giudizio sulla qualità della logica del reale in relazione all’esperienza unica che ne faccio è quel che si chiama la verità!

Nonno: Sì, figliolo, proprio così. La verità è nella logica del reale in quanto oggettivamente giudicata confacente all’assoluto soggettivo sperimentale ed essa sgorga direttamente dalla tua volontà nell’accettare tale congruenza quando si presenta a te e nell’esprimerne un significato.

Telesforo: Ciò vuol anche dire che dobbiamo dare una massima attenzione sul piano intellettuale alla struttura logica del reale, giusto?

Nonno: Come anche educare la tua volontà nell’accettare di riconoscere tale congruenza quando essa appare e rischia di cozzare con i significati che davi precedentemente, cioè essere umilmente capace di cambiamento di paradigma, e questo è possibile se, e solo se, sviluppi le tue virtù umane.

In Pace

 

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Categorie:Sproloqui

23 replies

  1. “educare la tua volontà nell’accettare di riconoscere tale congruenza quando essa appare e rischia di cozzare con i significati che davi precedentemente, cioè essere umilmente capace di cambiamento di paradigma, e questo è possibile se, e solo se, sviluppi le tue virtù umane.”

    beh non è che se a un daltonico gli spieghi che quello che lui considera verde , tutti gli altri lo chiamano rosso, ci metta poi così tanto ad accettare questo fatto.
    Essendo un medico e avendo conosciuto tanti daltonici nessuno ha mai avuto problemi o ha dovuto fare sforzi eroici di “umiltà” e sviluppo di virtù umane per accettare la scoperta del proprio difetto visivo . ma forse non ho capito bene il paragone.
    >Piuttosto mi pare che la frase “cambiamento di paradigma” suoni molto simile a quella di Kasper:
    http://sinodo2015.lanuovabq.it/card-kasper-amoris-laetitia-e-un-cambio-di-paradigma-nella-chiesa/

    E’ sempre lì che si vuole andare a parare alla fine…. o no ????

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  2. Questo punto mi sembra “azzardato”:

    «Nonno: Beh, visto che la tua esperienza personale delle sensazioni che provi è di per sé incomunicabile e non può essere quindi oggetto di scienza anche se tu sai con certezza assoluta che le provi, è certo che nulla garantisce che quel che tu chiami rosso non sia l’equivalente per me di quel che io chiamo blu.»

    Certo la sensazione che provo nel vedere il rosso non posso comunicarla in modo esatto, tuttavia questo non implica che non sia possibile comunicare cosa provoca la sensazione.

    Inoltre sono del parere che le sensazioni si possono esprimere e quindi si possono comunicare.
    Certo l’esprimere una sensazione non significa che chi riceve l’espressione abbia la stessa sensazione ma questo significa che non la sensazione ma l’esperienza non è comunicabile. Per questo la filosofia a molti sembra una cosa astrusa e senza utilità, perchè per quanto la comunicazione sia fondamentale questa non è sufficiente se non c’è esperienza di ciò che si comunica.

    Ora se io vedo una mela rossa e dico al mio amico “Ehi guarda che bella mela rossa” e l’altro replica “Ao ma che staiaddi’ quella mela è verde” io so con certezza assoluta che quel che vedo io non è quel che vede lui.

    Mi si potrebbe contro-osservare: e se il tuo amico chiamasse “verde” quel che tu chiami “rosso”?
    In quel caso non è un problema di incomunicabilità ma di comunicazione non corretta, di chiamare “rosso” il rosso e “verde” il verde, o di chiamare “verde” il rosso e “rosso” il verde.

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    • “tuttavia questo non implica che non sia possibile comunicare cosa provoca la sensazione.” : questa tua frase non l’ho capita, se tu potessi svilupparla te ne sarei grato perché non mi sembra di averne parlato.

      “questo significa che non la sensazione ma l’esperienza non è comunicabile”: ovvio che intendo sensazione come esperienza; cosa ti farebbe credere che io abbia dissociato i due?

      “Ora se io vedo una mela rossa e dico al mio amico “Ehi guarda che bella mela rossa” e l’altro replica “Ao ma che staiaddi’ quella mela è verde” io so con certezza assoluta che quel che vedo io non è quel che vede lui”, ovvio in quanto le due strutture logiche che relazionano gli insiemi di sensazioni soggettive esposte “cozzerebbero” fra di loro.

      Grazie
      In Pace

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      • Non ne hai parlato tu ma il nonno 🙂

        «Nonno: Beh, visto che la tua esperienza personale delle sensazioni che provi è di per sé incomunicabile e non può essere quindi oggetto di scienza anche se tu sai con certezza assoluta che le provi, è certo che nulla garantisce che quel che tu chiami rosso non sia l’equivalente per me di quel che io chiamo blu.»

        Qui il nonno dice che la mia esperienza personale delle sensazioni è di per sè incomunicabile.
        Quindi se io ho un’esperienza del rosso questa esperienza è incomunicabile.

        Io non dissocio ma distinguo “esperienza” e “sensazione”, l’esperienza della sensazione non
        posso comunicarla perchè a fare esperienza è la mia persona e per comunicare l’esperienza
        della sensazione dovrei comunicare la mia persona il chè son d’accordo non è fattibile.

        Tuttavia posso comunicare ciò che della sensazione si può esprimere, la sua causa,
        la mia risposta ad essa. Ad esempio che ho visto una mela rossa. Chiaro, non sto comunicando
        la sensazione del rosso tuttavia sto comunicando che ho una sensazione del rosso, che ho fatto l’esperienza del rosso.

        Conseguentemente c’è la garanzia che quel che chiamo rosso è l’equivalente di quel che
        un’altra persona chiama rosso, è la garanzia che si ha con il confronto delle proprie sensazioni,
        confronto che è possibile proprio perchè è possibile esprimere e confrontare le sensazioni.

        “Try walking in my shoes” come cantano i DM 🙂

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        • Certo non comunichi sulla tua sensazione ma sulle relazioni tra le tue sensazioni: la mela rossa o il cielo blu indicano la struttura logica tra due sensazioni e comunicando con altrui e trovandoti in accordo (on in disaccordo) semplicemente consti l’isomorfismo (o la sua assenza) tra le tue relazioni logiche tra sensazioni provate, in esse stesse incomunicabili, con quelle delle relazioni logiche provate da altri.

          In Pace

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  3. Grazie Simon per questo nuovo dialogo socratico di Telesforo contro lo scetticismo idealista! Un pò ci mancava questo benedetto ragazzino troppo curioso per questo mondo di schiavi…

    e nel frattempo il nostro novizio continua a scrivere… (e chi ha orecchie per intendere intenda 😉 😛 )

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  4. OT, ma non troppo: http://ilgiornaleoff.ilgiornale.it/2017/02/22/290370

    Solidarietà a SILVANA DE MARI !

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    • Quelli hanno capito che più le andavano contro, più si facevano male. E infatti ora c’è silenzio di tomba in campo lgbt. Silenzio che, tranquilli, qui non rispetteremo 😉

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    • Infatti non solo l’omosessualità non esiste , ma solo persone con tendenze omosessuali e tra di loro c’è da distinguere che commette atti omosessuali e chi non li commette.
      In Pace

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    • Forse le sensazioni non saranno comunicabili ma la verità lo è eccome!

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      • Si parla della verità nel testo.
        In Pace

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        • Si si, in volevo darne un’ipersintesi. Tra l’altro nell’intervista del Giornale si coglie il contrasto tra il “sensazionalismo” (leggi: emozionalismo) del genderally-correct e il “dato grezzo” della verità.

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        • Affermano taluni che, come il daltonico non entra in crisi fino a quando una società daltonofoba puntualizza la sua diversità, così una PERSONA CON TENDENZE OMOSESSUALI [NB del Moderatore su questo blog mai identifichiamo una persona con le proprie tendenze per rispetto della sua umanità] non entra in crisi fino a quando una società omofoba non puntualizza la sua diversità.
          Io credo invece che il malessere delle persone con tendenze omosessuali sia connaturato alla stessa omosessualità.

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          • No, un daltonico non entra in crisi per essere daltonico ma solo quando le operazioni che deve compiere con i colori possono essere controproducenti per lui stesso e per gli altri per via del loro errare rispetto alla realtà delle cose: in questo caso la società ti dirà, ad esempio, che non puoi essere pilota di caccia, perché l’esercizio operazionale del tuo daltonismo sarebbe pericoloso per essa.

            È lo stesso per una persona con tendenze omosessuali: finché non esercita operazionalmente la propria tendenza non fa male a nessuno , né a se stesso né alla società. Quando la esercita, cioè compite atti erronei che sono propri, invece questa persona fa male a se stessa e alla società: una società ben ordinata al bene degli individui e dei vari gruppi che la compongono, impedirebbe quindi tali comportamenti.

            In Pace

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            • Forse non sono riuscito a farmi capire, eppure speravo che il termine “daltonofoba” avesse fatto intendere che il mio ragionamento era sarcastico.
              Specifico meglio:
              – le persone daltoniche (come afferma l’articolo) non entrano in crisi per essere daltoniche ma solo quando le operazioni che devono compiere con i colori possono essere controproducenti per loro stesse e per gli altri;
              – le persone con tendenze omosessuali entrano in crisi perché sono attratte sessualmente da persone dello stesso sesso e non perché le loro inclinazioni sessuali possono essere controproducenti per loro stesse e per gli altri;
              – taluni cercano di dare ad intendere, convincendo a quanto pare molte persone, che il malessere delle persone con tendenze omossessuali non è dovuto alle loro tendenze ma alla società che stimmatizza le loro inclinazioni sessuali.

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          • Infatti qui è in gioco ciò per cui un’atto è ordinato o meno. L’atto omosessuale non è disordinato perchè esistono gli omofobi. L’ordine non è dato da omofobi o normofobi.

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          • D’ora in poi cercherò di usare il termine “persona con tendenze omosessuali”: dimentico spesso che viviamo nella società del politicamente corretto nella quale le persone affette da trisomia 21 venivano chiamate mongoloidi, poi down, poi handicappati, poi disabili, poi diversamente abili…
            Vorrei però fare una domanda: perché il termine “omosessuale” dovrebbe identificare la persona con le sue tendenze?

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            • Infatti non dovrebbe 🙂 L’uso del termine “persona con tendenze” penso abbia come fine distinguere atto-persona da atto-della-persona in modo da focalizzare il dibattito sull’atto-della-persona. Dal punto di vista filosofico l’essere di una persona è atto a sè in relazione ad altre persone per cui l’atto-persona precede gli atti-della-persona.

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    • Fra parentesi Silvana nell’intervista usa l’esempio che gli abbiamo fornito sul fumo. 😉

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  5. Magnifica quando Silvana dice come noi (e la Chiesa) : “L’omosessualità non esiste, come non esistono gli omosessuali: esistono persone che si sono fatte incastrare in un ruolo adolescenziale.”

    Eppoi questo dovrebbe essere ricordato e ripetuto :

    “I gay costano una valanga di quattrini, si ammalano continuamente: un pene che entra nella cavità anorettale spacca le fibre dello sfintere interno e lacera la mucosa. Lo vedo quotidianamente. Ci parlo, con gli omosessuali. Bisogna curarli di sifilide, incontinenza anale, virus orofecale, vaccinazioni contro l’epatite A, farmaci antiretrovirali… Io amo moltissimo le persone omosessuali, per questo desidero il loro bene e che vivano appieno la loro vita. In una situazione di castità la loro vita si allunga, e di molto: non dovrebbe essere normale raccomandarla?”

    I comportamenti omosessuali NON sono una faccenda privata ma pubblica: un comportamento contro-natura i cui costi ce li dobbiamo sobbarcare tutti.

    In Pace

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