Edward Feser – Addizione o Quaddizione, questo è il problema

Una immagine impossibile

Una immagine impossibile

Quanto fa 57+68? 125! Ma ne siete sicuri? E se uno scettico vi dicesse che fa “5” perché in realtà quel + nasconde una quaddizione e non una addizione? Vedo i sorrisi e li capisco. Eppure, al di là del fatto che non sia proprio così facile smontare l’argomento che Feser mutua dal filosofo Kripke, lo stesso ci aiuta a cogliere alcune difficoltà insormontabili che i filosofi della teoria computazionale della mente non sanno risolvere. La lettura di questo articolo è essenziale per la comprensione del prossimo nel quale Feser si dedica all’immaterialità del pensiero e alla confutazione di una opinione del fisico Oerter.
Buona lettura!

“Kripke contro il computazionalismo”

Che il cervello sia un computer digitale e la mente un software che gira su questo computer è una tesi che a molti sembra essere confermata dalla scienza, o almeno dalla nostra migliore fantascienza. Recentemente abbiamo esaminato alcuni argomenti di Karl Popper, John Searle, e altri che espongono serie (oserei dire fatali) difficoltà al modello di mente computerizzata. Saul Kripke presenta un altro argomento del genere. Non è molto conosciuto. E ‘stato accennato in una nota nel suo famoso libro Wittgenstein on Rules and Private Language (WRPL) e sviluppato in alcune lezioni inedite. Nel recente articolo “Not Even Computing Machines Can Follow Rules: Kripke’s Critique of Functionalism”, Jeff Buechner offre una esposizione molto utile della tesi di Kripke. (È possibile trovare l’articolo nell’antologia di Alan Berger: Saul Kripke.)

Anche se a mio avviso non è essenziale per la tesi di Kripke, il paradosso “quus” sviluppato nel libro fornisce un modo utile di affermarla (naturalmente è per questo che è stato sviluppato in WRPL). Diamo un’occhiata a questo paradosso. Immaginate di non aver mai calcolato alcun numero più alto di 57, oggi ti viene chiesto di calcolare la somma “68 + 57” Naturalmente rispondete “125”, fiduciosi che questa sia la risposta corretta aritmeticamente e nel contempo fiduciosi che tale risposta concordi con il modo con il quale avete sempre usato il “più” in passato, vale a dire che la funzione di somma  quando è applicata ai numeri che si chiamano “68” e “57”  fa il numero chiamato “125”. Ma ora, dice Kripke, supponiamo che uno strano scettico si chieda come tu possa essere così sicuro che questo è davvero quello che volevi dire in passato, e quindi ti chieda come si può essere certi che “125” sia davvero la risposta corretta. Forse, suggerisce, la funzione che si intende veramente in passato da “più” e “+” non era l’addizione, ma piuttosto ciò che Kripke chiama la funzione “quus”, che egli definisce come segue:

x quus y = x + y, se e solo se x, y <57;
…. = 5 in tutti gli altri casi.

Quindi, forse avete sempre portato avanti incosciamente la “quadditione” piuttosto che l’addizione. Questo dal momento che quaddare e aggiungere produce lo stesso risultato quando i numeri sono più piccoli di 57. Ciò significa che ora che si sta computando “68 + 57”, la corretta risposta dovrebbe essere “5” piuttosto che “125.” E forse pensare il contrario solo perché ora si sta interpretando male tutti i vostri usi precedenti del segno “più”. Naturalmente, questo sembra assurdo. Ma come fai a sapere lo scettico è sbagliato?

Lo scettico di Kripke sostiene che qualsiasi prova si abbia di significato di somma, sia in realtà la prova di quanto è coerente la quadditione e di come tu abbia sempre usato quest’ultima. Ad esempio, non puoi dire di aver sempre detto “Due più due fa quattro” e mai “Due quus due fa quattro”, perché ciò che è in questione è proprio quello che si intende per “più”. Forse, lo scettico dice , ogni volta che si dice “più” si intende “quus”, e ogni volta che dici “addizione” si intende “quadditione”. Non aiuterà nemmeno fare appello ai ricordi di ciò che vi stava consapevolmente passando per la mente quando hai detto cose come ” due più due fa quattro “. Anche se ti fosse passato per la mente che le parole “intendo più come più, e non ‘quus’! ” questo che avrebbe sollevato solo la questione di  cosa si intende con questi termini.

Si noti che è irrilevante il fatto che molti di noi abbiano di fatto calcolato numeri maggiori di 57. Per ogni persona c’è sempre un numero, anche se estremamente grande, uguale o superiore a quello qui esemplificata, che non ha mai calcolato, e lo scettico può sempre portare l’argomento usando quel numero incalcolato, invece del 57. Si noti inoltre che il punto può essere fatta su cosa si intende oggi col  “più”. Su tutto il vostro comportamento linguistico attuale e sulle parole che state consapevolmente usando, lo scettico può chiedere se si intende con il “più” l’addizione o la quadditione.

Ora, il “quus” di Kripke solleva notoriamente tutti i tipi di domande nella filosofia del linguaggio e filosofia della mente. Questo non è il luogo per entrare in tutto questo, e l’argomento di Kripke non credo sia così risolutivo contro il funzionalismo visto quel che il suo paradosso “quus” in ultima analisi, ci dice sul pensiero umano e il linguaggio. Il punto per i nostri scopi è che l’esempio “quus” fornisce un esempio utile di come i processi materiali possono essere indeterminati tra le diverse funzioni. (un filosofo aristotelico-tomista come me, tra l’altro, è felice di utilizzare che le immagini mentali – come ad esempio trattenere le immagini visive o mentali di parole come “più” o frasi come “voglio dire più, non quus!” – che sono materiali quanto il comportamento del corpo. Da un punto di vista AT, tra le varie attività spesso classificate dai filosofi contemporanei come “mentali”, è solo l’attività intellettuale in senso stretto -. attività che comporta la comprensione di concetti astratti , ed è irriducibile alla divertente di immagini mentali – che è immateriale e che è fondamentale per capire come un filosofo si avvicinerebbe alla tesi di Kripke Ma tratteremo questo argomento un’altra volta).

L’esempio “quus” di Kripke può essere utilizzato per esprimere la sua tesi sul computazionalismo come segue. Qualunque cosa vogliamo dire su quel che intendiamo quando usiamo “più”, non ci sono caratteristiche fisiche di un computer in grado di determinare se si sta effettuando l’addizione o la quadditione, non importa quanto lontano estendiamo i suoi outputs. Non importa quale sia stato il comportamento passato di una macchina infatti, si può sempre supporre che il suo prossimo output potrebbe indicare che sta portando avanti qualcosa di simile alla quadditione piuttosto che addizione (ad esempio con un risultato “5” quando si calcola il numero più grande mai calcolato prima) . Naturalmente si può dire in risposta che, se questo accade, dimostrerebbe solo che la macchina è malfunzionante e non che sta effettuando una quadditione. Ma Kripke sottolinea che se alcuni conteggi in uscita vengono visti come un malfunzionamento dipende solo dal programma in funzione nella macchina, e il fatto se sia in funzione il programma per l’addizione piuttosto che per la quadditione è precisamente ciò che è in questione.

Un altro punto infatti che solleva il paradosso è la questione di quale programma sia in esecuzione  sulla macchina, il che comporta sempre un’idealizzazione. In ogni macchina reale in una miriade di modi la macchina può farci capire che il programma non sta funzionando a dovere (ad esempio gli ingranaggi si bloccano, i componenti si fondono e così via). Ma non c’è nulla nelle caratteristiche fisiche in sé o nelle stesse operazioni della macchina che ci dice che essa non riesca alla perfezione ad istanziare il suo programma idealizzato. Per altro a causa di un eccentrico programma, anche una macchina con un ingranaggio bloccato o un componente fuso potrebbe essere il risultato esatto ciò che il programma comanda di fare alla macchina stessa. Dunque in questo strano caso un ingranaggio non bloccato o un componente integro potrebbe essere un malfunzionamento. In soldoni non vi è nulla nel comportamento di un computer, considerato in sé, che ci può dire se il suo dare “125” in risposta a “quanto fa 68 + 57?” sia il risultato di un programma creato per l’addizione, o sia invece un malfunzionamento di una macchina che dovrebbe essere programmata per la quaddizione. E non c’è nulla nel comportamento di un computer, considerato in sé, che ci può dire che “5” in risposta a “quanto fa 68 + 57?” sia necessariamente un malfunzionamento della macchina che dovrebbe effettuare il programma creato per l’addizione e non, in alternativa, il risultato corretto a seguito di un programma creato per la quaddizione.

Come Buechner fa notare, non è bene fare appello ai controfattuali per cercare di aggirare il problema – ad esempio rivendicando che ciò che la macchina avrebbe fatto, se non funzionasse male, è rispondere “125” piuttosto che “5.” Questo controfattuale presuppone che il programma creato per la macchina sia fornire l’addizione in risposta piuttosto che la quaddizione, ma questo è esattamente ciò che è in questione.

Naturalmente, si potrebbe sempre chiedere al programmatore della macchina ciò che aveva in mente. Ma questo rafforza semplicemente il punto: non c’è nulla nelle proprietà fisiche della macchina stessa che ci possono dire sulla questione, serve qualcuno esterno! Se non vi è nulla di intrinseco ai computer in generale che determina quali programmi sono in esecuzione, non c’è dunque nulla di intrinseco al cervello umano in particolare, se considerato come una sorta di computer, che determina quale programma è in esecuzione (posto che ve ne sia uno in esecuzione). Quindi non vi può essere alcuna possibilità di esplicare la mente umana nei termini di programmi in esecuzione nel cervello.

Potremmo ricorrere a Dio come il programmatore del cervello che determina quale programma è in esecuzione? Ovviamente la maggior parte dei difensori del modello di computer della mente non vorrebbe arrivare  a questo punto, dal momento che essi tendono ad essere materialisti e i materialisti tendono ad essere atei. Ma anche a volerlo fare, non sarebbe una buona idea.  Essa fa del pensiero umano qualcosa di estrinseco all’essere umano stesso come il programma in esecuzione su un computer è estrinseco al computer stesso, esattamente come estrinseco è il significato di una frase alla frase stessa. Proprio come il significato di “Il gatto è sul tappeto” non è realmente nei suoni, nei segni di inchiostro o nei pixel con i quali la frase è realizzata, ma piuttosto è nella mente di chi ascolta quella frase, così anche l’idea di Dio come una sorta di programmatore o utente del computer (aka cervello) comporterebbe che i significati dei nostri processi di pensiero non sono realmente nostri, ma solo realmente suoi. Il risultato sarebbe quindi un ritorno all’occasionalismo solo più strano del solito – una versione nel quale è Dio che, a rigor di termini, pensa realmente per noi!

Né, sottolinea il Buechner, si potrà suggerire che è stata la selezione naturale ad aver determinato che stiamo eseguendo un programma piuttosto che un altro. Qualsiasi programma noi ipotizziamo che la selezione naturale abbia messo in noi, ci sarà sempre un programma alternativo con valore uguale in termini di sopravvivenza, e i fatti biologici non potranno determinare nulla al riguardo. Non ci sarà quindi nessun motivo di principio per pensare che l’unico programma che la selezione naturale ha messo in noi sia uno piuttosto che l’altro.

Supponiamo invece che esista quello che Buechner chiama un “telos nella Natura” che determini precisamente quale programma (Addizione o quaddizione che dir si voglia) il cervello sta realmente eseguendo. In quel caso avremmo un fine o scopo intrinseco al mondo naturale che determinerebbe quale programma il cervello istanzia e al contempo eliminerebbe il problema occasionalista dell’appello a Dio come programmatore. (Naturalmente, qualcuno potrebbe ora fornire la quinta via come argomento per questo telos intrinseco, ma questo non proverebbe che Dio è il “programmatore”, non più di quanto la quinta via stessa di san Tommaso pensa a Dio come ad un riparatore stile Paley).

Buechner stesso non è in sintonia con questo suo suggerimento di “telos nella Natura”, mentre, naturalmente, un aristotelico a questa possibilità drizza le antenne e la prende sul serio. Sia quel che sia, di certo questo suggerimento non aiuta il modello di “mente come computer”, almeno non nella versione materialista. Per affermare che vi è teleologia intrinseca nella natura è necessario infatti abbandonare la concezione materialistica della materia e tornare a qualcosa di simile alla concezione aristotelico-scolastica che i materialisti, come altri filosofi moderni, pensavano di aver seppellito per sempre fin dai tempi di Hobbes e Descartes .

Forse se il modello di computer della mente porta le persone a riconsiderare aristotelismo in una sorta di vendetta aristotelica, non può essere considerato completamente cattivo. (Cfr James Ross in “The Fate of the Analysts: Aristotle’s Revenge: Software Everywhere”).

 

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Categorie:Filosofia, teologia e apologetica

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97 replies

  1. Vorrei farti una domanda: sei 7?

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      • Non capisco la tua risposta.

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        • E io la domanda. 🙂

          ps. ho corretto alcune sintassi nell’articolo. Chiedo venia per chi l’avesse letto con frasi in lingua sconosciuta…

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          • Semplice: con “7” io intendevo “tomista”…
            Può forse instaurarsi un dialogo razionale tra le persone se i codici di linguaggio non sono unirvici?
            Che senso ha affermare che 57+68=5 perché io non intendo “più” ma “quus”?

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            • Il fatto è che l’esperimento mentale non ti dice che fa 5 o 125, ma che potrebbe anche fare 5 oppure non fare 125. E qualora facesse 5 tu diresti che è un malfunzionamento, ma qui sopra si spiega che quella sarebbe una ipotesi che non si può provare fermandosi a quel che un computer o un software è in sé.

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              • Se non usiamo codici univoci, come possiamo dialogare o scambiare opinioni?
                Non ti sembra un dialogo tra sordi?

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              • Ma appunto, il punto di Kripke è che se la mente è un computer come teorizzato dall’approccio in esame, necessariamente non può realmente esistere codice univoco certo!

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              • Se non usiamo lo stesso codice, nemmeno con un computer riusciamo a comunicare: puoi forse vedere in JPEG una immagine codificata in GIF?
                Non è forse vero che chi non usa un codice mentale riconoscibile viene definito pazzo?

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              • Non mi pare che il paradosso possa portare ad una analogia come il jpeg vs gif. Tant’è che Feser dichiara che non è questione di sola linguistica, cioè di chiamare il più, quus come un semplice erroneo nominalismo. Ma proprio che non è possibile chiarire QUALI situazioni avremo in output: banalmente se esce “125” tutte le volte non puoi essere sicuro che tale risultato è il risultato di un computer programmato per fare l’addizione, potrebbe benissimo essere che invece il computer è programmato per la quaddizione ma ha un malfunzionamento! Il punto è questo e non c’è alcuna “incomunicabilità” al rigaurdo come noterai.
                Il problema è che Kripke fa notare che qualsiasi computazione software necessita di sapere cosa voleva dal software stesso il suo creatore perché il software in sé che gira su una macchina presa in sé non SI può fornire tale “telos” da solo realmente.
                Ergo la teoria computazionale con approccio materialista (cioè il pensare che il software semplificando può spiegare le sue computazioni in modo certo) è sbagliata.
                A me pareva chiaro , ma forse non lo è; aiutiamoci a vicenda a comprendere meglio.

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              • Non a caso ho introdotto il concetto che chi usa un codice non riconoscibile viene definito pazzo: pazzo viene definito infatti chi ha comportamentali che si discostano dalla massa.
                Se il tizio definito pazzo fossa solo, sarebbe forse possibile definirlo tale senza confrontare il suo comportamento con altri?

                Se il computer programmato per “quaddizionare” fosse il solo, sarebbe possibile, senza alcun termine di paragone, anche solo dubitare qualche anomalia nel risultato?
                Non credi che perché sorga il dubbio dell’indeterminatezza del risultato si debba avere almeno un altro computer che sia programmato per “addizionare”?
                Quale dei due avrebbe però la giusta programmazione?

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              • “Se il computer programmato per “quaddizionare” fosse il solo, sarebbe possibile, senza alcun termine di paragone, anche solo dubitare qualche anomalia nel risultato?” : certo, proprio nel fatto che non funziona, cioè che non è capace di dimostrare come vera o falsa una proposizione. Non c’è bisogno di altri computer per paragonare, anzi avranno tutti lo stesso problema allo stesso momento, stante il fatto che sono tutte macchine di Turing/von Neumann.
                In Pace

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              • Se poi fosse anche vero che per un determinato risultato non è possibile stabilire se il computer è un quaddizionate malfunzionante o un addizionate, per altri risultati la differenza risulterà evidente: in modo analogo infatti anche i pazzi son riconoscili solo per alcuni e non per tutti i loro comportamenti.

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              • Questo ultimo minsunderstanding sull’analogia forse mi fa chiudere il cerchio. Il problema non è che l’addizione qui è intesa come UNA operazione dlela coscienza in analogia (come dire è UN comportamento del pazzo), ma come LA coscienza stessa (come dire che è la coscienza del pazzo PRESA TUTTA insieme, in sé). COme dire che un uomo non riuscirà mai a capire se una persona è pazza oppure no se tale persona si comporta sempre con output non da pazzo. Ma è una supposizione improvabile se si vede tale persona SOLO come un software. Basterebbe una cosa inedita e quello darebbe output da pazzo. Ma non è che forse lo è sempre stato e la coscienza è quello? E se non è quello come si fa a dire che sta malfunzionando visto che il cervello non ha nulla di diverso dal giorno prima (=zero componenti fusi ecc).
                Per la teoria in questione la coscienza è un software (mind) che gira su una macchina (body) e Kripke dice “ammettiamo che diciamo che la mind si scopre essere (grazie a questa teoria implicita) un software di addizione eprché, accidenti, i suoi output sono sempre stati output giusti per l’addizione!”. Il problema è che un’altra coscienza (come fa notare Simon) non potrà mai essere certa di questa affermazione, perchè per la teoria la coscienza necessariamente è una operazione simile a “più”, ma il paradosso fa notare che questa conoscenza è fittizia perché mai si potrà dire con certezza che è così. Se l’outpout è 5 (cioè è impazzito), perché per forza deriva da un “più” non funzionante? E se fosse un quus perfetto perché quell’operazione inizia solo ad un numero successivo a quello che quel “più” sta calcolando? Cioè se quel “più” nascondesse un “quus”? Impossibile dirlo. I numeri sono infiniti come sono infinite sono le cose che si possono pensare nella coscienza.

                A mio avviso è un paradosso devastante per tutti i westworldiani sparsi nel pianeta. Attenzione non dice (nella parte in cui dice “lasciamo perdere se demolisce o meno il funzionalismo ecc”) che la teoria è sbagliata, ma proprio fa notare che non produce conoscenza reale, ergo non è essa stessa nemmeno conoscenza reale!
                Intendiamoci: Westworld è una meraviglia, ma è quel che dice Feser: la nostra migliore fantascienza!

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              • Simon@Non c’è bisogno di altri computer per paragonare, anzi avranno tutti lo stesso problema allo stesso momento, stante il fatto che sono tutte macchine di Turing/von Neumann.

                E qui chiudi il cerchio! L’uomo software non può spiegarsi, punto! Quindi o mette in campo un Dio che pensa per l’uomo software oppure mette in campo un telos, entrambe soluzioni odiate da 3/4 della fil contemporanea per pregiudizi meccanicisti.
                Ovviamente questo telos mi pare abbia molte differenze rispetto a quello AT, ma quel che conta qui per Feser è che – per assurdo – da un errore iniziale si giunge inaspettatamente alla verità dle reale riscontrabile con premesse non erronee (esistenza del telos). E questo “seme di realtà” serve ad uno che sposa una teoria sbagliata per non entrare in contrasto con la sua teoria stessa. Per questo alla fine dice “forse forse potrebbe essere un sentiero che porta alla virtù”… 😉

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              • Intendiamoci: in realtà il telos ci sarà sempre in qualunque realtà artefatta: neanche il più ottuso dei materialisti non può negare che la Pietà di Michelangelo è causata dal telos che ne aveva lo scultore e che qualunque computer conosciuto è causato dal telos che ne hanno gli ingegneri.

                Quel che è sconcertante è il ragionamento “materialista” seguente “il pensare è l’operazione di una macchina”, “tutte le macchine che conosciamo hanno un telos”, ergo “il pensare non ha un telos” (non vi preoccupate, non c’è logica).
                Però altrettanto sconcertante è il ragionamento opposto degli “spiritualisti” seguente “il pensare non è l’operazione di una macchina”, “tutte le macchine che consociamo hanno un telos” , ergo “il pensare ha un telos” .

                Molto più saggio, secondo me affermare, “il pensare chiaramente non è l’operazione di una macchina”, “non solo le macchine hanno un telos”, ergo “il pensare può avere un telos”…

                In Pace

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  2. Devo confessare che questa volta non ho colto il punto 😐

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    • Il punto che mi pare centrale (al di là di tutti i distinguo che Feser fa e che a volte davvero rendono la lettura difficoltosa) è che l’esperimento mentale del paradosso della quaddizione di Kripke ci permette di far intendere perché se la teoria computazionale della mente fosse giusta, questo significherebbe l’incompleta impossibilità di dire qualcosa di certo su quel che la mente davvero elabora poiché – analogicamente – quel che per noi potrebbe sembrare “una computazione mentale di addizione” potrebbe essere invece “quaddizione”. COme dire che chi vuole esplicare la mente come fosse un computer si autocondanna a non dire nulla di veramente certo o, peggio ancora per coloro che la seguono e sono materialisti, a ritrovarsi a dover accettare o un Dio che pensa per noi o ad un telos naturale pericolosamente vicino a quello AT.
      Prova a rivedere il tutto con questo punto in mente.

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      • Forse hai acceso un lumicino. Il sostenitore della teoria “computazionale” per sostenerne la validità deve assumere una distinzione (non separazione, visto che sto imparando?) tra elementi fisici ed elementi non fisici poichè dai soli elementi fisici non è possibile rilevare quali istruzioni (elementi non fisici) gli elementi fisici stanno seguendo e di conseguenza non avremo modo di rilevare il funzionamento corretto (compreso quello della teoria computazionale). A poco servirebbe un appellarsi ad una certa “fisicità” del software rispetto alla durezza fisica dell’harware, non si farebbe altro che rimandare l’aspetto verificativo, istruttivo, ad un ulteriore livello di “meta-fisicità”.

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  3. Cioè in altre parole se il cervello fosse una macchina di Turing/ von Neumann allora ci sarebbero delle proposizioni indecidibili dalla macchina stessa.

    Cioè… il teorema di incompletezza di Gödel del 1932 ? Oppure non ho capito bene?

    In Pace

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    • A breve metterò online anche l’articolo contro Oueter e forse sarà più chiaro l’intero quadro. Faccio notare di nuovo che Feser mette in campo questo paradosso semisconosciuto (a me è piaciuto scoprirlo!) per far notare come esso può fornire il destro alla demolizione della teoria mind/body computazionale in senso materialistico, anche se le migliori sono quelle che elenca a inizio articolo di Popper e Searle. Magari tradurrò anche quell’articolo.

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      • Non tutto quello che scrive Feser deve essere per definizione geniale eh ….c’è pure il caso che abbia scritto una banalità….

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        • Feser non scrive cose geniali, sl massimo riporta quelle di altri. In questo caso invece mi pareva un contributo inedito di un paradosso poco conosciuto che ben esplicava i problemi di una teoria della mente peoblematica su molti fronti. Davvero giuro che per me è lampante l’argomento, ma forse non sono riuscito a renderlo nella traduzione perché ho usato termini sbagliati, da me comprensibili, ma di solito diversi in ambito accademico (ad esempio idealizzazione).
          Chiedo a Claudio se dà un’occhiata al tutto.

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    • Se però fossero tutte macchine di Von Neumann, potrei dire:
      – se non avessi un termine di paragone: le macchine di Von Neumann funzionano esattamente così come funzionano;
      – se avessi un temine di paragone: le macchine di Von Neumann funzionano in modo difforme da come mi aspetterei dovessero funzionare.

      Supponiamo invece che uno strano scettico sostenesse che 68 + 57=5: gli chiederei in prestito 68 euro, poi altri 57 e ne restituirei solo 5.
      Nel caso invece questa fosse una programmazione del computer, per potersi insinuare il dubbio se sia un quaddizionale o un addizionale malfunzionante dovrei pur sempre avere nella mia testa un risultato: ogni persona prende le misure in base alla propria unità di misura e calcola le distanze in base a quella specifica unità di misura.

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      • Togliti dall’immagine dell’analogia. Quando si parla di “più” si parla della tua “coscienza tutta intera”, non di una (o una serie) di operazioni della stessa! La teoria computazionale pretende di osservare la “mind” tutta intera come fosse un software di una macchina di Von Neumann, ma se osserviamo la coscienza (cioè le operazioni di output che si riverberano sul body) in questo modo non vi è alcuna reale conoscenza di quello che sono quelle operazioni.
        Ovviamente questa non è l’unica teoria e soprattutto non è la teoria meccanicistica preferita dai materialisti. Come non è l’idea dei funzionalisti alla Fodor (che per altro Kripke mette in crisi con questo paradosso). Entrambe queste ultime cadono sotto la mannaia della realtà. Finora, per quel che mi è dato sapere, l’unico a non cadere è l’approccio AT

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        • Se “Quando si parla di “più” si parla della tua “coscienza tutta intera”, l’esempio diventa ancora più ostico da capire;
          scrivi infatti: “… non ci sono caratteristiche fisiche di un computer in grado di determinare se si sta effettuando l’addizione o la quadditione…”
          Questo non corrisponde alla realtà perché, al fine di ottenere un computer per addizionare od un computer quaddizionare, bisogna utilizzare operatori booleani diversi che hanno caratteristiche fisiche diverse.

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          • Infatti, così inscatoli un computer in un altro computer…
            In Pace

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            • Talune apparecchiature funzionano con tre computer che, indipendentemente uno dall’altro, compiono le medesime operazioni: se almeno due computer non concordano sul risultato, l’apparecchiatura non procede.
              Se nel cervello umano immaginassimo i neuroni come dei potenti computer indipendenti che dialogano tra loro, dobbiamo non dimenticare che ognuno di noi ne possiede approssimativamente 100 miliardi.

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              • @Simon
                Quindi non ho capito perché sopra hai scritto: “così inscatoli un computer in un altro computer…”

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              • Mi riferivo al teorema di incompletudine di Gödel di cui già accennato più volte nei miri interventi.
                In Pace

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              • Non conoscendolo, digito “teorema di incompletudine di Godel”, ed in internet mi imbatto in esemplificazioni come questa:

                “Qual è il significato dell’affermazione
                “questa frase è falsa”
                Se la frase è vera allora è vero che è falsa e, quindi, non può essere vera; se, invece, la frase è falsa allora è falso che la frase è falsa e quindi deve essere vera. La frase è semplicemente indecidibile, ovvero è sia falsa che vera e sia non-falsa che non-vera.”

                … ed arrivo a concludere che quanto sopra è un ragionamento fondato sul nulla partendo da un presupposto senza senso.

                Se infatti affermo:
                “il 5 è falso”,
                quale è il termine di paragone che mi porta ad affermare che il 5 è falso?

                Il chiedersi se sia vera o falsa la frase: “questa frase è falsa” è solo un artificio per sviare l’attenzione dal fatto che detta preposizione è un non senso: con cosa posso infatti confrontarla per stabilire se sia vera o falsa?

                Una determinata cosa o è o non è, e pretendere di confrontare una cosa con se stessa al fine di stabilire se sia vera o falsa è solo un dilettevole esercizio dialettico che non ha nulla a che spartire con la realtà.

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              • Infatti, concordo con te al 100%, molto curiosa esemplificazione che c’entra con il teorema di Gödel come un capello nella zuppa.
                Cerca altrove.
                In Pace

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              • Ho trovato su wiki il teorema di Gödel: stai volando troppo in alto per me…
                La Pace sia anche con te.

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              • Mi sono arrenato:
                ” …sapere se una proprietà ED il suo contrario possono essere entrambe positive o entrambe negative.”
                – Il male ed il bene sono uno il contrario dell’altro…
                – Il male e un minor bene…
                – Un bene minore ed un bene maggiore possono essere uno il contrario dell’altro?

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              • lorenzo, ti sei arenato perché non hai letto il seguito.

                Minstrel, quella, da te citata da “Anima”, è la dimostrazione formale, e ineccepibile, che fa Gödel dell’esistenza di Dio basata sulla nozione di perfezione, ma il teorema d’incompletudine di Gödel del 1932 di cui è parlato in questo thread è altra cosa: dimostra che non è possibile descrivere l’insieme di tutte le proprietà dei numeri interi con un insieme finito di postulati. In altre parole, che non esiste un computer di dimensioni finite che sia capace di risolvere tutte le proposizioni possibili sui numeri interi senza intervento dal suo esterno.

                In Pace

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              • @Simon
                Hai scritto il seguito?
                Se i numeri interi sono infiniti, come possono essere descritti da un numero finito di postulati pur con un intervento esterno?

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              • Chi parla di un numero finito di postulati, Lorenzo?
                E dove ci sarebbe una ovvia relazione tra infinità di un insieme e l’infinità dei postulati necessari a decsriverne le proprietà?
                Ad esempio lo stesso Gödel dimostrò come questo non fosse il caso nel suo primo teorema di completudine.
                Di che stai a parlare?
                In Pace

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              • Ora ho inteso perché non comprendevo come potevano stare insieme quel che qui Feser ha scritto e quel che sapevo io di Gödel… che gnuranza uff

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              • @Simon
                Sai se per caso il nonno ha spiegato a Telesforo il teorema di Gödel?

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              • Nel capitolo quinto che Minstrel ha linkato hai le dimostrazione dell’esistenza di Dio di Gödel spiegata con parole comuni più una mia piccola aggiunta che ritengo necessaria
                In Pace

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              • E’ ben vero che se ” non capisco una spiegazione è perché non sono stato capace di  risalire da una lista di attributi ad un concetto che l’esprima”,
                però è anche vero che chi fornisce le spiegazione potrebbe aver fornito la lista incompleta o poco chiara degli attributi atti a risalire al concetto.
                Sbaglio?
                .

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      • “Supponiamo invece che uno strano scettico sostenesse che 68 + 57=5: gli chiederei in prestito 68 euro, poi altri 57 e ne restituirei solo 5.” : ecco questo è un buon esempio di indecidibilità à la Gödel. Non sai come risolvere quest’operazione, allora “esci” dal sistema computazionale e rompi l’indecidibilità compiendo un’azione fuori del sistema.
        Ottimo esempio.
        In Pace

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        • Matematicamente, ci si potrebbe anche trovare a chiedere un prestito di 5 per poi trovarsi a dover restituire 68+57. Il problema pratico della matematica adduzionale nasce solo quando si passa dai numeri puri a quelli dimensionali (2kg, 3lt, ecc).

          La matematica adduzionale potrebbe però tornare utile per “l’adduzione” di valori dimensionali differenti, cosa impossibile nel modello addizionale che abbiamo appreso a scuola (non si sommano le mele con le pere). Questo modello potrebbe infatti rappresentare, ad es, fenomeni di natura economica come lo scambio e il baratto (68 tappeti + 57 caftani = 5 cammelli).

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          • Si, ma qui quel che fai è tener conto del contesto nel quale opera il sistema: se dici che il contesto è il sistema non risolvi il problema in quanto prima o poi avrai una proposzione indecidibile che si presenterà a te, se invece affermi che il sistema è nel contesto (cioè questo è esterno al sistema) allora puoi risolvere un tale problema di indecidibilità, che poi è quel che hai fatto tu.
            In Pace

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  4. @Lorenzo provo a darti qualche dritta ammesso che io abbia avuto una sufficiente comprensione del “core” del’articolo. La questio non è tanto sul mettersi d’accordo su come codificare un’istruzione ma come verificare il risultato. Nell’ambito della programmazione l’errore più temuto è quello che non genera crash e che, attenzione, genera risultati corretti. A questo punto qualcuno può farmi gentilmente notare: scusa? da quando un risultato corretto è un errore? Al che io rispondo: non solo è un’errore, ma è il più grave degli errori perchè un risultato corretto non garantisce che le istruzioni con cui è stato elaborato siano corrette e potrebbero esserci dei casi in cui tali istruzioni, elaborando dati diversi da quelli con cui si ha un risultato corretto, diano un risultato errato. L’errore però non si colloca nelle istruzioni in quanto tali ma nelle istruzioni in quanto date. Quel “dare” è ideale rispetto alla “concretezza” dell’istruzione e del “segno” con cui si codificano, ovvero l’istruzione in quanto istruzione. Per questo non è possibile ottenere da un programma in esecuzione gli elementi che ci permettono di verificare il risultato, perchè un programma in esecuzione non ha e non può avere il “dato ideale” e di conseguenza da un programma in esecuzione, da istruzioni in esecuzione, non potremmo sapere se funziona correttamente o meno.

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    • Perfect!
      E faccio notare che questi problemi li abbiamo noi che siamo i creatori del software. Figuriamoci se tutti i nostri ragionamenti SONO il software… assurdo pensare di trovar la quadra.

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      • Io non ho nessun problema ad identificare il cervello in un computer: quello è l’arbitrio.
        L’essere umano però è conscio che esiste per un fine e per tal motivo è in grado di usare liberamente il computer che gli è stato dato.

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        • Ed è l’ipotesi finale di Feser per salvare capra e cavoli. No problem, se non fosse che Searle e Popper fanno il resto per demolire la teoria.

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          • E’ pur sempre una teoria: se razionalmente ne trovo una migliore non ho nessuna difficoltà ad abbandonarla.
            La mia formazione filosofica non va oltre quella scolastica e quindi non ho una grossa conoscenza delle varie filosofie: le accetto o le rifiuto in base a quella che io ritengo (ben felice che il mio ragionamento venga messo in discussione) una razionale analisi della loro aderenza alla vita reale.

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            • Questo è la premessa per essere filosofi. La premessa per esserlo infatti non è il sapere le idee di tanti filosofi, quanto l’apertura alla meraviglia di un reale sempre misterioso. E poi apertura alla dialettica (citando Platone) 😉

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    • ” Per questo non è possibile ottenere da un programma in esecuzione gli elementi che ci permettono di verificare il risultato”: verissimo, in quanto questa è proprio com’è stata concepita la macchina di Turing cioè come hardware che esegue un software proveniente, e sempre modificabile, dall’esterno del computer considerato.

      Però, quel che farà la grandissima, anzi sostanziale, differenza tra un computer e lo spirito umano è nel fatto che anche senza errore qualunque del computer, per via del teorema di incompletezza di Gödel, quest’ultimo incontrerà un numero infinito di proposizioni che non gli sarà possibile risolvere come vere o false, senza un intervento esterno al computer stesso: questo è, secondo me, il punto centrale (ne avevamo un po’ parlato senza usare di questa terminologia nei commenti all’articolo di Minstrel su Matrix) e discriminante tra intelligenza artificiale che, per quanto complessa essa sia, per forza “matematicamente” giungerà prima o poi a queste proposizioni indecidibili senza uscire dal proprio quadro e senza riprogrammazione dall’esterno e l’intelligenza naturale la quale, per definizione, è esterna a se stessa, cioè capace di verificare la presenza di una proposizione indecidibile e di aggiungere un nuovo fatto o postulato estraneo al ragionamento / logica/ calcolo precedente al fine di risolvere tale indecidibilità.

      In Pace

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      • C’è voluto un pò carissimo, ma forse con questo articolo abbiamo chiuso anche la disputa avviata da te sul Matrix e che per colpa mia non è mai andava avanti come si deve. 🙂

        Adesso vediamo il prossimo come dicevo dedicato all’immaterialità. Con quella pubblicazione, vedrà la luce il nuovo libro dlela collana Iperurania in cui raccoglierò le traduzioni finora fatte di questo round up! 🙂

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      • Forse perché quella che noi riproduciamo nei nostri modelli di intelligenza artificiale è (molto) più simile all’intelligenza animale che non a quella umana, per lo più limitata alla capacità di apprendere, piuttosto che di capire.
        Può darsi che un giorno qualcuno riesca a dimostrare che il delfino è più intelligente dell’uomo, e l’affermazione potrà anche essere vera in termini strettamente empirici (il solo fatto di aver messo in piedi una tale comparazione ne potrebbe essere la riprova). Infatti, ciò che non è vera è la rappresentazione dell’intelligenza umana operata dal modello d’intelligenza del delfino.
        La verità è che sappiamo molto poco dell’intelligenza umana, cioè di un essere fatto a immagine e somiglianza di Dio. Per fare le cose davvero per bene, dovremmo conoscere il modello di Dio. E’ solo nella specularità con lo Spirito di Dio che noi troviamo l’occhio esterno a noi che ci dà lo sguardo e la prospettiva di riferimento, la distinzione tra vero e falso, tra bello e brutto e il concetto, nonché la coscienza di errore.

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        • Circa l’intelligenza umana:

          Già sappiamo che è autoriflessiva e che si pensa pensandosi, cioè proprio quel che non è una macchina di Turing il cui software è sempre manipolato dall’esterno.

          È un meccanismo il cui telos è se stesso.

          È capace di risolvere di per se stessa i problemi di indecidibilità che gli si pongono.

          È messa in moto per risolvere problemi che concepisce come futuri (cioè senza metodo di soluzione predeterminato e con dati parziali) in quanto tali all’opposto delle macchine di Turing che risolvono problemi futuri in quanto provenienti solo dal passato o dal presente (cioè il software e i dati che ha in possesso).

          In Pace

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    • Il problema che io mi pongo non è: “quando un risultato corretto è un errore?”
      ma: come posso stabilire che un risultato è corretto o no?

      E’ vero infatti che se sono a conoscenza del risultato corretto non posso essere certo che il procedimento per arrivarvi sia corretto: hai presente quando a scuola si eseguiva un’equazione, poi si controllava il risultato e, se non era esatto si correggevano gli ultimi passaggi per dar ad intendere al professore che tutto il procedimento fosse esatto?

      Quando però non era possibile controllare il risultato finale, noi eravamo convinti che il risultato fosse esatto… fino a quando il professore non affermava il contrario.

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      • Il problema è che non c’è né risultato e neppure professore.

        PS: e ti comprendo benissimo. L’unica volta che mi uscì una equazione fu per un errore! E sai quale è il bello? Che tale errore non era intenzionale, fatto apposta per farla uscire, ma io ero convinto di averla fatta giusta. Ero cioè convinto di aver fatto “più” e invece era un “quus”.

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        • Ciò che ti è capitato si spiega col fatto che in matematica non è corretto il risultato, ma il ragionamento. Il risultato è solo uno strumento pratico e immediato per verificare la correttezza del processo applicato, ma, come tu stesso hai verificato, può indurre conclusioni erronee.

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        • In un computer il risultato c’è sempre e può solamente essere:
          – vero,
          – falso.

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          • Peccato che il computer non lo sa e se pensa di saperlo in realtà può essere benissimo un inganno.

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          • No Lorenzo: per un computer una proposizione può essere vera, falsa o indecidibile (cf Gödel, Turing, etc)
            In Pace

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            • Indecidibile è semplicemente una posizione che può essere o vera o falsa indipendentemente dal fatto che siano vere o false le preposizioni precedenti: un computer potrebbe infatti essere più semplicemente immaginato come una serie di interruttori che possono essere posizionati solamente su aperto o chiuso.

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              • “Può essere”, appunto.

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              • Infatti: prendendo due computer identici, programmati allo stesso modo ma con ipotesi opposte non vedi varianza nel risultato; oppure entra in una loop senza fine; insomma il calcolo effettuato dalla macchina non è capace di darti un risultato, semplicemente perché l’insieme di ipotesi dal quale si è cominciato il calcolo non era sufficiente per portare il calcolo a termine.

                Bisogna quindi aggiungere almeno un’altra ipotesi supplementare allo scopo di costringere sufficientemente il sistema e la scelta di quest’ipotesi è per sua natura ortogonale a quelle già esistenti, cioè non può essere inventata dal sistema stesso in quanto tale e implica un intervento esterno.

                Orbene si può concepire un sistema meccanico dentro un altro sistema meccanico il quale deciderà quale sarà la nuova ipotesi da ritenere, ma ben si capisce che per emulare quel che fa l’intelligenza umana naturalmente , ci vorrebbe, secondo Gödel e Turing, un’infinità di inscatolamenti; il che neanche il volume dell’universo visibilmente può contenere.

                Ciò vuol dire che la natura stessa dell’intelligenza umana, che, visibilmente, non occupa tutto l’universo, deve essere di natura diversa che una macchina di Turing.

                Riflettere sulla sua natura eviterebbe a certi materialisti ingenui certe grossolane affermazioni o false e idiotiche speranze transumanistiche.

                In Pace

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          • In realtà nel computer non esistono risultati veri o falsi, anzi se vogliamo proprio essere precisi dobbiamo dire che nel computer non esistono nemmeno dei risultati. Sarebbe come dire che in un orologio c’è l’ora esatta. L’unica cosa che c’è in un computer sono degli stati di esecuzione e quello che il computer fa è confrontare questi stati tra di loro. Di per sè, stando il solo stato non è possibile dire vero o falso, corretto o errato: del solo stato “la palla entra in una rete” non puoi dire “goal!”

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            • Vero-falso sta per 1-0, livello alto-basso, circuito aperto-chiuso…
              Credevo questo fosse sottinteso. 😉

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              • Sottinteso perchè sei un’intelligenza umana che in ultima analisi non è della stessa natura dei circuiti aperto-chiuso, per quanto possa anche agire in modi analoghi ai circuiti aperto-chiuso. Solo così puoi sottintendere, ma forse è più giusto dire “intendere”, che vero=1 e falso=0. La regola tale per cui vero=1 e falso=0 non è implicita nello stato 1 o 0, quindi non può essere data, esplicitata, dal solo stato 1 o 0.

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      • “come posso stabilire che un risultato è corretto o no?” : Ecco un’altra formulazione dell’indecidibilità che, secondo me, è l’essenza del paradosso descritto più su da Feser e che è solvibile solo da un’intelligenza non Turing/von Neumann

        In Pace

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      • Quando e come sono due aspetti della stessa domanda: è vero?. Domanda che un programma non si può porre per il semplice motivo che un programma non si fà domande 🙂 Certo è possibile istruire una macchina affinchè si faccia delle domande, si può forse anche fare in modo che la macchina crei delle domande, ma quello che non è possibile fare è istruire la macchina affinchè possa verificare la correttezza della risposta. Verificare è un’atto per cui in ultima analisi non si possono dare istruzioni: in ultima analisi per verificare un risultato concreto è necessario avere un dato universale. La verità del risultato non è data dal risultato (ricordi? un risultato corretto dato da un procedimento sbagliato è un risultato errato) ma da come il risultato è posto rispetto l’universale. La macchina non ha accesso agli universali, l’unico universale che può essere simulato nelle istruzioni è l’infinito matematico o meramente sequenziale. La macchina può sicuramente elaborare utilizzando l’infinito matematatico, può anche utilizzare l’infinito come mera sequenzialità per simulare una verifica ma questo causerebbe un loop senza fine per cui non si avrebbe mai la verifica bensì l’overflow e la “necrosi” del programma.

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        • Un programma è semplicemente legare delle preposizioni assunte per vere o false con degli operatori booleani (AND, OR, NOT ecc.) al fine di attenere un risultato: il risultato dipende da quali preposizioni assume per vere o per false il programmatore e dipende quindi da quello che si prefigge il programmatore.

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            • Il programmatore, appunto.
              Come posso infatti stabilire se un determinato risultato, il 5 nel caso in questione, è frutto di un errore o se è intenzionale senza avere già in testa un risultato prefissato e senza sapere se e perché sia stata fatta quella determinata programmazione?

              Come avresti infatti potuto rispondere correttamente alla mia domanda: “sei 7?”,
              senza sapere se:
              – il 7 era un errore di battitura,
              – il 7 era un gioco di parole dopo il sei (non a caso hai risposto Notto),
              – il 7 era una abbreviazione di mia invenzione che stava per tomista?

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          • Si, certo: al fine di ottenere un risultato. Risultato che ci si aspetta sia corretto. Certo è possibile porre istruzioni nella macchina affinchè avvenga una segnalazione, o scarto, dei risultati errati. Ma torniamo al problema delle istruzioni. La macchina produce la segnalazione di un risultato errato perchè ci sono le istruzioni che de-finiscono cosa è corretto e cosa non è corretto, ma non c’è nulla nell’istruzione che possa permettere di rilevare la correttezza o meno dell’istruzione! Se ti è mai capitato di fare del reverse engineering su spaghetti code perchè l’owner dell’applicazione non ha più la conoscenza funzionale sai cosa intendo dire 😉

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            • Non ho mai praticato la programmazione perché mi sono fermato molto più a monte: mi divertivo però moltissimo a trasformavo i problemi in algebra booleana e, dopo aver risolto l’equazione, a progettarne il circuito.

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              • Quindi prima risolvi l’equazione e poi progetti il circuito, qualcuno invece sostiene che siano i circuiti, progettati a caso, a risolvere l’equazione 🙂

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              • Beh è certo che non c’è niente che abbia “più” telos che un computer e il suo software….
                In Pace

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              • Invece l’informatica è la mia materia, ed è quello con cui do da mangiare alla mia famiglia. E concordo su quello che dici.
                Si fa troppa filosofia su questo argomento. un programma, dato lo stesso input e senza modificazioni del contesto di riferimento, produrrà all’infinito sempre lo stesso output, per quanto complicato.
                L’intelligenza aritificiale di fatto , appredendo progressivamente nuovi “input” , produce diversi output. a quantità di input può anche essere immensa, e quindi gli output anche moltssimi. Ma mentre la quantità di input può anche essere indefinita, quella di output sarà sempre finita per quanto grande, perchè ci sarà sempre una situazione di “eccezione” finale, che sarà il comportamento di output di fronte a tutti i casi non previsti.
                Sinceramente per dismostrare che la macchina non potrà mai sostituire l’uomo (cosa sulla quale concordano peraltro moltissime persone , senza necessità di essere credenti) non credo che ci fosse bisogno di inventarsi la quaddizione, che non a caso è stata non capita da tante persone qui dentro, pur con intelliggenza medio/alta.
                Vi ringrazio per pubblicare i miei post…tanti ne mancano e non mi pare di scrivere cose assurde …

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              • In un primo momento non è stata capita. Forse… se la coscienza è un computer chi può dirlo?! 😛
                Senpre il benvenuto ml 😉

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  5. @ML65-3, collega, faccio anche a te la domanda: senza un’analisi funzionale tu dal solo reengineering del codice puoi dire che l’elaborazione è corretta?

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    • Direi che vale solo per processi estremamente semplici. In genere il solo reverse engeneering del codice da una visione molto parziale delle intenzioni reali di chi la pensato, che sono di fatto sconosciute.
      Quindi la risposta , dovendone dare una sola è NO.

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  6. ciao minstrel! mi sa che su uccr sono stato definitivamente bannato, dato che qualsiasi commento viene messo in moderazione e mai pubblicato…mi frega poco, tanto non mi cambia l’esistenza…….prima però che mettessero i miei interventi in moderazione, ti ho scritto per ringraziarti del fatto che traduci gli articoli di Feser, che purtroppo essendo tutti in inglese danno non poche grane alle capre in lingue come me… 🙂
    Probabilmente questo è l’unico sito filo-cristiano, unito agli articoli di giorgio masiero su CS,
    serio in italia…….continuerò a leggere così come ho fatto con i link che hai postato su uccr…ciao!
    ….

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  7. @Lorenzo un paio di osservazioni:

    La questione dei contrari, per certe realtà, è sostenibile solo a livello concettuale. La questione acquista maggiore significatività se guardiamo a ciò che sostanzia il concetto. In questo senso il bene è una sostanza che ha ragione di per sè, il male no perchè per essere necessita del bene. Dunque il bene per essere non necessita del suo contrario, il male invece si.

    Quanto sopra dovrebbe darti un’indicazione sul perchè il male non è un bene e non si può neppure dire un
    bene minore.

    La questione dei contrari all’interno della stessa sostanza invece non si pone, un bene maggiore non è il contrario di un bene minore. La questione del “grado” all’interno del bene non è un problema per l’esistenza di beni con grado diverso (e attenzione non è solo limitata al grado, il maggiore in certi casi non è solo una questione di grado ma di qualità), diventa un problema quando si sceglie un bene minore al posto di un bene maggiore.

    Nota come il problema non è tanto scegliere un bene minore piuttosto che un bene maggiore ma scegliere un bene minore AL POSTO di un bene maggiore. Al primo tipo di scelta c’è rimedio perchè c’è spazio sufficiente affinchè ci si renda conto di essersi sbagliati, il secondo tipo di scelta è quasi fatale.

    Ora per un computer non c’è storia, se si sbaglia si parla sempre del secondo tipo di errore e nessun’altro computer potrà correggerlo perchè la scelta è a priori rispetto le istruzioni e la correttiva non potrà mai essere trovata tramite istruzioni.

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  8. Tutta questa discussione sulle decisionalità dei calcolatori risente , secondo me, di un approccio eccessivamente teorico.
    E’ come se si volesse cercare una ragione filosofica al perchè quest’anno in Formula 1 la McLaren correva più della Ferrari.
    La ragione è invece scientifica , e risponde a logiche di fisica applicate allo sviluppo dei materiali, del progetto meccanico/eletronico e del software di gestione dell’auto.
    Per quanto sia quindi poi difficile identificare tutte le cause singole o concatenate che facevano perdere la Ferrari (e infatti non lo hanno capito) , è fuor di dubbio che oggettivamente esse esistevano, e non c’era quaddizione che le potesse cambiarle.
    Simulare quindi che le operazioni abbiano risultati imprevedibili anche quando sono invece prevedibili, altera la realtà e ne crea una simulata che non risponde a nessuna esigenza.
    Più in generale ci avviciamo ad un tempo in cui i software che girano sui computer che guidano le “macchine” dovranno prendere in autonomia decisioni complesse, che li faranno sempre più assomigliare a menti umane. Ma sarà semplicemente una illusione , una sensazione, una semplificazione. In realtà ogni comportamento sarà rigido e codificato ab origine (cioè all’origine, e non al momento in cui si applica)
    Pensiamo alle automobili senza guidatore, che dovranno decidere, ad un certo punto , se effettuare una manovra che mette a rischio i passeggeri o effettuarne un’altra che mette a rischio dei pedoni , potendo scegliere solo tra queste 2 opzioni.
    Per quanto sembri incrediblle e sofisticato, sarà stato l’uomo che ha programmato la macchina a decidere quale è il comportamento da tenere in questi casi , sulla base di una infinita serie di parametri (per esempio il numero dei passeggeri rispetto al numero dei pedoni, e la percentuale calcolata attarverso mille sistemi matematici alimentati da mille sensori, di rischio di morte per ognuno degli attori della vicenda), che potrebbe portare a decidere se limitare al minimo il numero dei morti potenziali, oppure prediligere sempre l’incolumità dei passeggeri.
    E’ fuor di dubbio che in situazioni IDENTICHE, la stessa macchina con lo stesso programma aggirebbe SEMPRE nello stesso modo.
    Se invece al posto del computer, alla guida ci fosse un essere umano, ci troveremmo di fronte a decisioni diverse pur nelle medesime situazioni.
    Perchè si fa tanto parlare di sostituire l’uomo con la macchina, ma in realtà non esiste “l’uomo”, ma milioni di uomini diversi (con le loro emozioni , paure, sensazioni , etc etc) e quindi non esiste un singolo comportamento umano da confrontare con quello della macchina, ma mille comportamenti diversi.
    Chi programmerà la macchine sceglierà a monte quale è il comportamento da tenere in certe situazioni, secondo una valutazione razionale (magari discussa con tante altre persone) , e che sarà quindi sempre applicata allo stesso modo a fronte delle stesse situazioni e contesto esterno.
    Questo comportamento non sarà ne giusto ne sbagliato, ma sarà semplicemente quello ritenuto genericamente valido per limitare al massimo i danni non del singolo incidente , ma della totalità complessiva degli incidenti. E’ quindi possibile che non potendo isolare casistiche diverse, si decida di prediligere un comportamento che in certi casi porti putroppo alla morte di un numero maggiore di persone.
    Invece gli uomini, al di la delle intenzioni generali e dell’addestramento, decidono al momento il loro comportamento in situazioni impreviste ed imprevedibili, sulla base anche di una quota irrazionale alimentata dal sistema simpatico.
    Per quanto rigurda l’indecidibilità, che francamente ho letto e riletto ma va su concetti oltre la mia comprensione. Posso solo dire che nella vita concreta tale concetto non esiste, in quanto anche il non decidere è una decisione, che magari non impatta sul merito ma impatta sul contesto esterno, finendo col modificarlo e quindi rendere la decisione decidibile. Ad ogni ciclo di pensiero , quindi, il contesto è variato e l’indecidibile si avvicina al decidibile. Se non si avvicina vuol dire che è indifferente al contesto , ed allora è possibile sostituire l’indecidibilità con la casualità.
    Spero di non aver detto troppe sciocchezze…

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    • Nessuna sciocchezza , anzi!

      Per associazione d’idea questa tua affermazione “Chi programmerà la macchine sceglierà a monte quale è il comportamento da tenere in certe situazioni, secondo una valutazione razionale (magari discussa con tante altre persone) , e che sarà quindi sempre applicata allo stesso modo a fronte delle stesse situazioni e contesto esterno.” , mi rimanda alla discussione su Amoris Laetitia, tra quelli che vorrebbero che i confessori abbiano da seguire meccanicamente un manuale di casistica pre-preparato, e un Papa Francesco che ci ricorda che, per l’appunto, il confessore non sarà mai un’intelligenza artificiale.

      Ora possiamo dirlo : la risposta ai cinque dubia è nel teorema di incompletezza di Gödel….

      In Pace

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  9. @ML65-3 la questione potrebbe essere anche posta in termini più “pratici”: i calcolatori prendono oppure operano delle decisioni? Domanda retorica, ovviamente 🙂

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