Intervista a Stefano Nembrini: educazione come introduzione alla realtà totale – I° parte

Arrivo all’Istituto paritario VEST di Clusone, sede scelta per l’intervista, con un buon anticipo. Stefano Nembrini, avvisato per tempo, mi sta già attendendo con una chiavetta per la macchina del caffè pronta nella mano destra.

“Te ne va uno? Io lo prendo perché oggi è una giornata campale, finirò tardi”.

Ci avviamo quindi, con i due bei caffè bollenti in mano, verso una piccola accogliente aula nella quale per più di 2 ore e mezza parleremo di educazione, giovani, Dante, Cristianesimo e… fantasy. Ero certo che quest’ultimo argomento, passione comune ad entrambi, sarebbe stato toccato: Stefano non solo è coordinatore didattico (leggasi Preside) dell’Istituto VEST, ma è anche quell’insegnante che ha proposto alla classe di mio figlio, una seconda media, la lettura integrale de “Lo Hobbit”.

Sul fantasy appunto la nostra chiacchierata comincia e, in modo totalmente naturale, prende il largo.
Ci è bastato poco per capire che quella che voleva essere un’intervista, si stava trasformando in un vero e proprio dialogo, sereno e aperto, fra un genitore curioso e un docente ancora più curioso.

Come siamo riusciti a passare dal caffè a parlare di Tolkien e da Tolkien ad altri autori, resterà per sempre un mistero della fede. La spontaneità del fluire delle parole tra noi mi ha fatto dimenticare di accendere fin da subito il registratore. Per altro, quando l’ho fatto, ho sentito quasi di forzare le cose, come se pretendessi di registrare una serata con un amico. La chiacchierata non poteva partire, a mio avviso, meglio.

A metà del discorso dunque interrompo Stefano che cominciava a parlare di George R.R. Martins e pigio controvoglia “rec”. Dall’analisi di Game of Thrones inizio quindi a sbobinare.

A proposito di George R. R. Martin, mi sono reso subito conto che, pur essendo uno capace di scrivere, non desideravo dedicare del tempo a leggere la sua saga.

Per quale motivo?

Per il suo chiaro intento! Cioè spiegare che il mondo è fatto per chi sa vincere sugli altri. Per cui il potere vince, il male vince, il cinismo vince. Per altro la sua è una dichiarazione di realismo puro: pretende di descrivere il mondo dell’uomo per quello che esso è. Fa parte del filone fantasy cosiddetto “dark”, che in fondo presenta il male come fondamento stesso del tessuto umano. Ed è l’esatto opposto di Tolkien: basta leggersi “Albero e foglia”.

Albero e foglia?

Sì, Tolkien con questo scritto ci ha donato una delle pagine più straordinarie della critica letteraria, che aiuta a capire i motivi per i quali la fiaba è costitutiva della nostra storia. La fiaba intesa in senso ampio infatti ha come scopo una nuova comprensione della realtà. Per capirci: immagina un bambino che non ha voglia di mangiare la bistecca; se si inventa che il piatto di carne davanti a lui è stato letteralmente conquistato da una sua estenuante caccia al bufalo nella prateria, nascerà certamente in lui la voglia di mangiarla. E avrà tutto un altro sapore.
La fiaba vera ha il potere di farti rigustare la realtà! Ed è solo il primo passaggio di analisi che Tolkien compie. Ti lascio solo degli accenni per farti capire la portata del saggio. Il secondo scopo delle fiabe è quella che Tolkien chiama l’”evasione”, ma intesa come “la santa fuga del prigioniero”, per la quale la fiaba è liberazione dalle catene del mondo moderno, e terzo “la consolazione” perché la fiaba prevede una “eucatastrofe”, un finale positivo che lascia sottintendere che le storia (anche le più tristi) hanno sempre un destino buono. Conclude ovviamente il saggio volando alto, dichiarando che la “fiaba” più straordinaria si chiama Evangelo. Quella è la fiaba per eccellenza che è diventata realtà! Ecco il fascino di Tolkien.

Che figo. Per altro la sua proposta di fiaba mi pare sia talmente vera che oggi, periodo storico nel quale tanto si fatica a guardare il reale, sia di una pesantezza inaudita.

Esattamente! Spesso sono gli adulti i primi a dire “Non fare l’ingenuo. Non farti fregare, fatti furbo” e così via, ricalcando quel che va dicendo Martins: è il male che fonda l’uomo, non il bene.

Vorrei provare a proporti un parallelo forse un po’ azzardato, ma se mi riesce ora ci possiamo collegare ad uno dei punti che volevo trattare. Arrivo subito al dunque: non ti pare che la visione del mondo e dell’uomo di Game of Thrones sia, per così dire, una visione che deriva da una visione parcellizzata degli stessi, contro una visione integrale, generale, diciamolo pure “metafisica”, visione che oggi non viene più attuata? Mi spiego: la pretesa di Martins di dire ai lettori che il mondo è avvinto dal male non presuppone una visione parziale del mondo stesso? Perché se è vero che esiste una realtà maligna, è altrettanto vero che tu stai obbligandoti a non vedere quel che c’è di bello e di buono in questa stessa realtà! Quei momenti esistono e se non te li nascondi, necessariamente la visione negativa che sposi ti impone di etichettarli come mero opportunismo, pena il decadere della stessa ideologia della realtà di cui sei praticamente schiavo. Certo, Martins potrebbe dichiarare la modalità “positiva” di Tolkien (e nostra) di leggere il reale come una “ideologia opposta”; ideologia che per altro da un lato avrebbe le medesime criticità della sua, dall’altro non ne possederebbe l’utilità pratica!

Interessante provocazione. E come risponderesti?

A me viene da rispondere così: una “ideologia positiva”, alla Tolkien diciamo, presuppone una antropologia umana più integrale. Chi la pratica permette di vedere l’altro come un “uomo” in senso pieno, in modo più ricco, più capace. La fiducia che si dà quindi è scommessa sullo sconosciuto che ci viene di fronte ed è dono gratuito che fai in quanto riconosci nell’uomo, quindi a te stesso (!), la capacità di saper fare anche il bene. Lo sguardo che dono all’altro di fiducia gratuita è il medesimo sguardo di libertà che doni anche a te stesso, poiché esso non ti costringe ad un male che, Agostino insegna, ontologicamente non è che privazione di bene. In pratica il tuo sguardo ti libera dalle privazioni! Che ne pensi?

Assolutamente d’accordo. Totalmente. Guarda, reagisco così: oggi in seconda media parlavamo della Riforma, di Lutero e di altri aspetti della sua dottrina. Immagina, con tutto il dibattito sulle opere, il rapporto tra grazia e libertà e così via, lo spessore delle cose che dovevamo trattare. Ho subito notato che oramai ci sono concetti tradizionali che sono completamente estranei alla cultura della maggioranza dei ragazzi. Un esempio? L’indulgenza. Zero, nessuno sa cosa sia. Se da un lato questo è un dato di fatto, dall’altra ti accorgi che questa non conoscenza porta con sé anche l’assenza di preconcetti e pregiudizi e il risultato è un dialogo di una libertà incredibile. Ebbene, proprio oggi parlavamo della grazia e della fede, cioè di come l’uomo sia in grado o meno di compiere atti buoni e quindi di concorrere alla sua salvezza, che comunque viene da Dio. Salta fuori nel dialogo qualcuno che parla dei secondi fini, come facevi tu poc’anzi. Da lì poi abbiamo sfiorato le vite dei Santi e i ragazzi si chiedevano se anche loro avessero avuto o no secondi fini. Infine, interviene uno che chiude il cerchio: “mi sembra che il problema di Lutero sia vedere solo il male in un mondo di bene”.

Caspita…

Interessante, vero? È innegabile che Lutero ci vedesse benissimo. Ma è come se la prospettiva con la quale si impone di guardare ad un certo punto lo porti ad abbandonare la fiducia verso l’uomo, perciò verso sé stesso, e quindi necessariamente a guardarsi solo sotto uno sguardo che costringe a vedersi a pezzi.
Al contempo, la tua riflessione mi fa pensare che questo sguardo di benevolenza non è in sé un principio che uno si obbliga ad applicare, quanto nell’esperienza risulta – nonostante non sembri – il più efficace. Certo, bisogna intendersi sul significato di “efficace”! Ti porto un esempio: a mio padre ad un certo punto della carriera di insegnante fu chiesto di entrare in un ambito che dialogava a livello politico nel settore educativo. Gli fu detto: “in un ambito come questo serve o uno squalo oppure uno come te, un semplice”. Ebbene negli anni in cui contribuì alla causa – lo dice sempre – si ritrovò spesso “fregato” dalle persone che lo circondavano e di cui si era fidato. Eppure, questo non gli ha mai fatto cambiare lo sguardo con il quale si approcciava di fronte ad uno sconosciuto: fiducia e stima preventiva. E cosa è rimasto di quegli anni? Certamente le poche e sudate conquiste a livello politico e sociale sulla scuola, ma soprattutto i rapporti veri, di amicizia, nati in quegli anni con alcune persone. Ecco l’effetto di questo sguardo! Ecco l’efficacia! È la posizione nella quale si dialoga veramente, ci si incontra veramente, ci si dona veramente e quindi si vive a pieno la libertà dell’essere uomini. Ecco allora che il “sii astuto come serpe” non diventa “sii scaltro tanto da non farti mai fregare”, ma si coniuga e collabora attivamente ed efficacemente con il “sii candido come colomba”. Ecco l’intelligenza della fede che diviene intelligenza della realtà!

Siamo davvero riusciti ad arrivare al nuovo punto che volevo toccare con te: la visione parcellizzata del reale e le sue conseguenze, anche in ambito educativo! Spesso su web ci si imbatte a discutere con persone che, volontariamente o meno, mettono in discussione questa intelligenza della realtà. Perfino grandi scienziati a volte cadono in pretese assurde per il loro modo “cieco” di osservare il mondo (ad esempio l’ultimo Hawking divulgativo). Ripensavo a questo nel preparare il nostro incontro e mi chiedevo che razza di scuola si è costruito se essa permette contemporaneamente una preparazione tanto elaborata e profonda quanto parcellizzata del mondo che ci circonda. Il risultato finale di una simile visione è una aporia: da un lato si è espertissimi di realtà sotto precise prospettive, dall’altro non si sa descrivere a fondo la prospettiva di cui si è esperti e pertanto è come se non si comprendesse davvero la realtà. Pertanto, il punto è che mi pare ci possa essere oggi un rischio di mediocrità culturale derivante anche da questa specializzazione, la quale non permette una conoscenza di quel che succede al di fuori del tuo settore e al contempo, a volte, ti fa ignorare le teorie dell’integralità che permetterebbe di comprendere meglio le misure. Sembra quasi che sapienza oggi faccia rima con conoscenza, conoscenza con “pezzo di carta che me lo certifica” e quindi, visto il livello medio di preparazione della scuola, con tecnicismo se non addirittura formalismo.
Ma tutto mi pare abbia un senso: in fondo la specializzazione è la tipica modalità di indagine del reale del metodo scientifico, oggi molto osannato, contro quella integrale della metafisica. Si può dire quindi che la scuola, ad ogni livello, pare pretendere dall’alunno una visione del mondo tipicamente scientifico (per non dire scientista) e non metafisico? Che abbia – per pragmatismo! – una visione di mondo numerabile, dove le cosiddette qualità non esistono e se esistono non sono oggettive e se lo sono non si possono cogliere e se si possono cogliere… non servono? Il punto invece mi pare che nulla possa dirsi utile se non si ha la consistenza di cosa sia davvero l’uomo e quindi la sua vita. E le cosiddette qualità ne formano incredibilmente la consistenza, soprattutto pensando il bambino (quindi l’uomo) – come Tommaso lo pensa – come una lavagna bianca nella quale si forma un disegno che dipende dalla relazione con gli altri e con la realtà che lo circonda e come lui la vede.
Mi chiedo dunque: questa sfida che lancia lo sguardo opposto, che deriva da una “nuova vecchia antropologia”, è quello che ti ha spinto ad insegnare, quello che vi ha spinto ad aprire la Traccia più di 30 anni fa a Calcinate, quello che ti abbia spinto ad accettare di diventare preside di questo Istituto a Clusone? E come rispondono i ragazzi ad un approccio simile? C’è ancora questa efficacia che prima citavi? Non sarebbe invece più utile in questa società un approccio più… scientista, meno Tolkieniano e più “alla Martins”?

Quanto tempo hai detto di avere? (ride ed io con lui).
Allora, gli approcci per rispondere sarebbero tanti. Certamente il punto cardine è ritrovare quella concezione unitaria dell’uomo e del reale che si è perduta nei secoli e che si è invece cercata di vivere a pieno durante il medioevo: le cose stanno già insieme, sta a noi scoprire questa unità (universitas…), che esiste di per sé. Per contro la modernità ha puntato sulla sua parcellizzazione e il successo utile del particolare sull’ “efficacia” del vero, del totale. Questo Don Giussani lo illustra in modo straordinario ne “La coscienza religiosa dell’uomo moderno”, nel quale fa notare che questa perdita di unità ha coinciso con la necessità per l’uomo di realizzarsi non più come persona integrale, ma almeno in un aspetto particolare della realtà. Restasse solo accademia è un conto, ma tutto questo – lo sai – ha ricadute antropologiche immani. Un esempio su tutti: quando nella mia vita sono realizzato? Questa è una domanda che oggi nei ragazzi urge tantissimo, pressati come sono dagli adulti, genitori e insegnanti. Si sentono investiti dalla tensione che provoca questa urgenza: “almeno in una cosa devo riuscire! Nella scuola, oppure nello sport, oppure nell’essere il leader del gruppo…”, e così via. E se invece il ragazzo non brilla particolarmente in nulla? Dove sta oggi il valore di quella persona? Ecco la ricaduta sociale di quel che andiamo dicendo: l’essere visibili socialmente per una piccola parte di quel che è l’uomo perché in quella parte si eccelle! Naturalmente la nostra visione educativa tende ad essere cattolica in senso ampio del termine, cioè tende il più possibile ad inglobare nello sguardo del docente l’integralità della persona dell’alunno. Cerchiamo quindi di tendere all’obiettivo dell’educazione secondo la definizione che Don Giussani riporta ne “Il Rischio educativo”, di educazione come “introduzione alla realtà totale”. Quindi ecco le premesse: primo, questa realtà esiste; secondo, questa realtà è positiva…

Beh, è coerenza filosofica questa! Se la realtà è, come tale è già un positivo rispetto al non essere, non foss’anche perché ti si “pone” dinnanzi…

Esatto! E cosa è l’educazione se non l’introduzione a questo positivo che ti sta di fronte? A tale proposito mi piace citare la storia di Helen Keller, cioè la storia di una ragazzina cieca, muta e sorda la quale, proprio per non aver mai vissuto il positivo della realtà su di sé, non potendo rapportarsi alla realtà, viveva in uno stato animale. Grazie ad una istitutrice, Anne Sullivan, viene portata a conoscere il reale e quindi a conoscersi come persona. E come la Sullivan riesce? Facendole riguadagnare tramite il solo senso del tatto il rapporto con le cose ed insegnandole che le cose sono e hanno un nome. Ed è la storia di come questo rapporto ricucito con il reale abbia all’improvviso fatto risvegliare l’io della ragazza la quale diventa quindi scrittrice, saggista… una figura incredibile che è nata da una educatrice che l’ha “semplicemente” introdotta alla realtà. Non posso non citare la Zambrano, quando parla della nostra epoca: “Ciò̀ che è in crisi è questo nesso misterioso che unisce il nostro essere con il reale, qualcosa di così profondo e fondamentale che è il nostro intimo sostento”.
Comunque mi pare che le cose stiano lentamente cambiando, pian piano anche a livello scientifico stiamo riscoprendo che l’io è uno, che i neuroni funzionano in rapporto con tutto il resto, ad esempio i neuroni a specchio, che restano un mistero, mostrano il nesso profondo del nostro io con l’altro, perché una persona è tale solo se è relazione. Sempre di più ci stiamo accorgendo che la conoscenza, l’educazione, o viene fatta in modo affettivo oppure non avviene. Cioè, siamo fatti in modo per cui quel che viene insegnato in una situazione relazionale positiva, viene appreso molto meglio rispetto ad una situazione neutra o negativa.
E qui torniamo allo sguardo inclusivo che cerca di essere la tipica modalità delle scuole paritarie. Non inclusivo perché accudente, ma perché si cerca di guardare ogni singolo alunno nella sua integralità! E di questo si stanno accorgendo anche le statistiche della Fondazione Agnelli sulle scuole: quest’anno per la prima volta hanno accertato che mediamente le scuole più inclusive (spesso quelle paritarie) offrono una preparazione migliore. Ma non sono solo i programmi in sé, è il terreno dove semini questi programmi che fa la vera diversità. E i genitori lo sanno.

Guarda Stefano, capita a fagiolo quanto stavo leggendo su facebook poche ore fa, con una tristezza mista a una sorta di soddisfazione. Su di un post una signora che si professava atea (il cui profilo però pareva più quello di una wicca fans, come Dostojevsky insegna…) si lamentava del fatto che l’unico modo che ha trovato perché il figlio molto intelligente non venga bullizzato a scuola e al contempo venga valorizzato, sia stato iscriverlo ad una paritaria. Commenti sotto il suo post? Cose del tipo: “E’ uno schifo, ma ho risolto allo stesso modo” oppure “idem, ma sto attentissimo che non facciano proselitismo! Finora tutto bene…”. A me vien da ridere, però… Riflessioni?

Primo: non bisogna fare di ogni erba un fascio. Conosco tante realtà di scuole statali dove ci sono docenti che entrano in classe con quella idea di “stima previa” e sanno formare ed educare i giovani in maniera incredibile. Certo, in quei contesti può succedere che ci si possa scontrare con colleghi che utilizzano un modo opposto di preparare ed essere selettivi, modo che certamente permette di uscire preparatissimi, ma porta i giovani ad essere simili a bravi soldatini, spesso nauseati da quel che hanno studiato. Conosco tanti studenti che hanno frequentato scuole cosiddette d’eccellenza, con una selezione ferocissima. E tanti mi dicono che sono arrivati alla fine senza più alcuna voglia di studiare. E questa, se ci pensi, è la morte dell’educazione stessa.

È stato da poco celebrato il funerale dello storico Preside della Traccia, colui che ha fondato le scuole medie dell’Istituto e il metodo educativo delle stesse: Gianfranco D’Ambrosio. È stato nostro maestro e tante delle cose che oggi facciamo, sia qui a Clusone che nelle medie di Calcinate (come l’osservazione della realtà naturale in prima, il teatro fatto in un certo modo, l’orientamento di terza e così via), sono state sue intuizioni, derivanti da una fiducia piena nella realtà che ci parla di Dio. Ma per insegnare certe cose come docente devi viverle in prima persona, perché ogni anno sei chiamato a portare nuovi ragazzi ad esempio di fronte ad un albero (che per te è il solito albero del cortile della scuola) e sei chiamato ad insegnargli a osservarlo come fosse la prima volta. E non puoi metterti a “far teatro”, inventandoti cose oppure senza una volontà vera di riscoprire di nuovo questo albero, il quale è sempre uguale eppure sempre diverso. Tu adulto non puoi fingere, se ne accorgerebbero sicuramente, non saresti credibile. Devi per primo voler sempre riguadagnare quel rapporto con la realtà che sembra scontato ma che, appena dai per tale, viene perso.
Il metodo pertanto, a voler sintetizzare, è basato sulla fiducia. Nella realtà come nel cuore dell’alunno che hai di fronte. In una realtà sempre nuova e in un cuore capace di infinito. Da qui puoi prendere coraggio come professore nel fare le lezioni dialogate, parlando anche di argomenti complessi come la riforma protestante.

Stiamo arrivando al motto del nostro blog, Stefano. Non avere paura delle opinioni altrui significa in fondo sapere che l’opinione personale è per definizione parziale, cioè non può intercettare tutta una realtà in ogni singola sfumatura o comprendere la Verità completamente e così via. Inoltre, significa non aver paura di cambiare le proprie convinzioni attraverso uno scambio che diventi sintesi.

Nel Medioevo le lezioni erano fatte mediante dialogo, non solo senza la paura di ricevere domande, ma con la pretesa che chiunque domandi possa aiutare anche chi è chiamato a rispondere. Nelle nostre lezioni dialogate non facciamo semplicemente “salotto”, dove alla fine ognuno torna a casa con la sua idea, ma è dialogo vero – in salita, difficile – dove c’è in sottofondo quel gusto di approssimarsi sempre di più alla comprensione di quello che veramente sta al cuore delle cose.

Ed eccoci alla disputa! Su blog diciamo sempre che “disputa” significa ripulire uno le idee dell’altro per giungere sempre più vicini alla comprensione della Verità che entrambi sappiamo esistere. Oggi la contemporaneità invece pare puntare al “dibattito” che è più un prendersi a sberle fra sordi, dove vince il sordo più forte. Ma perché tale scambio divenga proficuo è necessario ci sia un punto fisso verso cui gravitare, come fossimo pianeti. E questo punto fisso è la certezza di senso comune che il reale esiste o che la Verità esiste o la certezza dell’esistenza di Dio…

Tutto questo è bellissimo, ma mi viene da rispondere che non sempre oggi puoi dialogare con questa certezza, anche con un undicenne. Uno in classe potrebbe benissimo dirti in faccia: “Dio? La verità? Per me non esiste”. Come fai quando l’altro non ha questa certezza a far diventare il dialogo una disputa? Come metti in gioco la tua certezza? Come si fa ad intercettarlo?
E torniamo a Giussani che nelle sue prime lezioni diceva sempre: “Non sono qui perché voi riteniate come vostre le idee che vi do io, ma per insegnarvi un metodo vero per giudicare le cose che io vi dirò.”. Ecco il metodo basato sulla realtà di cui abbiamo parlato finora: portare i ragazzi ad allargare sempre più la ragione, ad accorgersi delle cose, a dialogare in un certo modo, ad avere insomma gli strumenti per verificare personalmente se quello che stanno ascoltando è degno di approfondimento. Ed è la famosa verifica che l’alunno è tenuto a fare della “tradizione” che gli viene passata (tramandata appunto).
Ciò non di meno l’adulto non può che essere certo della tradizione che sta passando allo studente! Senza la certezza dell’adulto e la verifica del giovane, l’educazione sarà solo un passaggio sterile di idee sterili, che verranno presto o tardi dimenticate oppure rifiutate. L’educazione è offrire strumenti per indagare quella certezza che io ho e che ho per esperienza, cioè per compiuta verifica!

Ora capisco perché ho un bel ricordo del professore di italiano della mia maturità, nonostante egli sia un adulto con idee completamente opposte alle mie: un comunista fatto e finito, che raramente si poteva contrariare e a volte successe che diede un pessimo voto in un tema a causa dell’argomento poco di sinistra portato avanti dall’allievo più che sullo stile utilizzato per narrarli…
Mi sono sempre chiesto il motivo per cui egli per me è stato e resta tuttora una piccola pietra miliare della mia formazione…

… e il motivo principale è che egli era coerente e credeva in quel che diceva e faceva! È così.
E credimi: è cento volte meglio vivere un’esperienza simile alla tua, cioè avere a che fare con una persona che ha una sua visione precisa della realtà e ha il coraggio non solo di dirtela, ma perfino di importela, piuttosto che ritrovarsi in un ambiente di falso neutralismo per il quale tutto è uguale, senza alcuna opinione ritenuta valida e così via. Questa ultima situazione è il deserto che ti inaridisce! Ed è – diciamolo chiaro – mancanza di statura dell’insegnante. È dalla coerenza ideale con le proprie posizioni che nasce la statura di un uomo ed è da questa statura che nasce la stima dell’alunno nei confronti dell’insegnante. E questa stima deve essere reciproca e nell’adulto previa. Solo così nasce la fiducia del docente ad ascoltare di più e meglio l’allievo. La neutralità non esiste e di solito viene proposta per paura o disinteresse o disistima nei confronti del giovane.

(continua)

Annunci


Categorie:Attualità cattolica

Tag:, , , , , , , , , , , ,

2 replies

  1. Interessante.

    Detto ciò eviterei di avere una visione beatamente rousseauista della natura umana.
    Questa è intrinsecamente corrotta ed è un fatto indubitabile.

    I buono nell’uomo è necessario in quanto il male in lui non potrebbe “sostenersi” senza di esso, in quanto è assenza di bene ci vuole del bene da “sottrarre”: ragion per la quale non è il poco bene nell’uomo che lo può redimere visto che questo bene è in qualche modo “complice”, anche se involontario, del male.

    Non c’è neanche un’evoluzione positiva della natura umana lungo le età o le civiltà : essa resta ben stabile nella corruzione e appena lo può ci si tuffa ancor di più: basta vedere l’orrore abortista, eutanasico, omossessualista, malthusiano, libertariano sul pian economico e etico/morale, e così via di seguito, dell’epoca odierna.

    Solo Cristo salva.

    In Pace

    Piace a 2 people

    • Mi trovi d’accordo, come d’altra parte penso che anche Stefano sarebbe dalla nostra. Hai fatto bene a sollevare la questione in modo che si possa dirimere al punto giusto.
      Il discorso infatti non è dimenticare lo stato di peccato originale dell’uomo (uno come Don Giussani dubito non l’avesse in mente) o arrivare alle sparate dell’Emilio di Rousseau, ma comprendere in quale spazio l’educazione pare dia il meglio di sé. Questo spazio, Nembrini e chi lo segue in questa avventura lo ha individuato, come diceva, nella riproposizione allo studente della realtà, nel tentativo di visione integrale della stessa (questo lo spiegherà meglio nella seconda parte, dedicata al metodo educativo vs scuola italiana) e in una fiducia nell’altro preventiva.
      Proseguo con riflessioni mie personali.
      Proprio come dici tu Simon, il buono è necessario per cui il male si possa “aggrappare” per privazione. Il buono dunque è – per così dire – primordiale, fondamentale, pur nella condizione caduta dell’uomo qui e ora. Per altro dare all’altro fiducia significa in fondo sfidarlo anche a trovare questo buono che è in lui e che ne fa fondamento. In questo senso da un lato significa certamente dare all’altro la responsabilità propria delle sue azioni, anche cattive, nei confronti nostri o degli altri: non è sbagliato dare fiducia a priori, è sbagliato tradirla a mio avviso. Dall’altro il dare fiducia non significa pensare che l’altro non ne approfitterà o non si comporterà male o arrivare ad auto-ingannarsi pensando che l’uomo sia d’un tratto diventato buono: significa piuttosto, credo, semplicemente compiere un gesto buono, che crea vero dialogo, naturalmente se questa mano tesa viene presa. In caso contrario non potrò dire di non averci provato.
      In questa modalità di fare in effetti mi ci sono ritrovato, capisco comunque che non siamo tutti uguali, ed è lì il bello di relazionarci. 😉
      Spero di riuscire a concludere a breve anche la seconda parte.

      Piace a 1 persona

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: