Andrea Monda – L’umiltà di vivere la propria storia come commovente tristezza, senza disperazione

“Gli Hobbit siamo noi dicevo. Anche nell’aspetto della memoria che ora voglio trattare è cosi, vediamo come.

Il mondo iniziale degli Hobbit della Contea viene descritto come è il nostro mondo: un mondo dove l’uomo può vantare una longevità mai raggiunta prima e al contempo vivere di memoria. Il che non è una cosa brutta, ma bisogna chiarirsi su cosa si intenda per “memoria”, oggi è una parola ambigua. La memoria è fondamentale, ma è anche un rischio terribile.

Non ricordo chi fosse, forse Gustav Mahler, diceva: “Tradizione è custodire il fuoco, non venerare le ceneri“. Spesso noi veneriamo le ceneri, non alimentiamo il fuoco. Ed è il rischio proprio di chi possiede l’anello, il quale dona longevità e contemporaneamente fa vivere il possessore con lo sguardo rivolto al passato, nostalgico. Una condizione estrema, disperata, dove non si soccombe solo se si è davvero liberi di essere umili.

Forse però è per questo che gli Hobbit protagonisti della vicenda ce la fanno, gli elfi probabilmente non ce l’avrebbero fatta; gli Hobbit infatti paradossalmente sono più liberi, nonostante siano attaccatissimi alla piccola terra della Contea, perché non possiedono un lignaggio tradizionale nobile, tale da far rischiare gli possessore di tale nobiltà di sangue di cadere nel delirio di onnipotenza, difetto che capita spesso nel popolo elfico.

A me viene sempre in mente la trasfigurazione quando parlo di questo concetto. Durante questo episodio, Pietro dice “che bello stare qui, facciamo tre tende e fermiamoci!”. E’ la tentazione di fermare tutto, fermare l’istante bello, esagero, di vivere eternamente li, in questa pace ferma. Ma Gesù cosa dice? No, scendiamo, andiamo altrove. Guarda oltre, avanti.

Questa tentazione – tanto hobbit quanto umana – Tolkien l’aveva ben presente, tanto è vero che ritorna spesso nell’opera, perfino nel cosiddetto terzo finale, presente nelle appendici, nel quale si narra la conclusione della storia d’amore fra l’umano Aragorn, Re di Gondor e l’elfa Arwen. Tolkien stesso dichiara essere questo “il vero finale della storia” e scrive: “la considero la parte più importante dell’opera, quella principale, ed è piazzata lì solo perché non potevo inserirla nel racconto senza distruggerne la struttura programmata come Hobbit-centrica o per meglio dire come studio della nobilitazione o santificazione degli umili”. […]

Ecco il sunto: Arwen ha scelto di non partire per le terre al di là dal mare con gli altri elfi, cede il suo posto a Frodo sulle navi che salperanno per quelle mete, e decide di fermarsi nella Terra di mezzo e morire lì, a fianco del suo sposo Aragorn. In poche pagine Tolkien narra la loro storia che si chiude con il grandioso commiato di Aragorn verso la moglie elfica. Ecco le parole del Re di Gondor: “In tristezza dobbiamo lasciarci, ma non nella disperazione. Guarda, non siamo vincolati a ciò che si trova entro i confini del mondo. E al di là di essi vi è di più dei ricordi”.

Che bello. I ricordi, è vero, sono da sempre il sale della nostra vita, si vive di ricordi. Ma di ricordi si può anche morire, soprattutto se rimaniamo intrappolati nella nostalgia. C’è gente che vive come in un museo, con lo sguardo retroflesso. Invece noi sappiamo che il meglio è ancora da venire. Ecco lo sguardo cristiano, […] ecco la fede cristiana. Bisogna avere lo sguardo rivolto al futuro, “il migliore dei passati possibili” come diceva De Chardin, sapendo che non ci sarà alcuna ciclicità, nessun eterno ritorno e che la nostra storia ha senso perché ha una sua fine.

Quest’ultimo punto è davvero importante. Nemmeno nella cristiana Terra di Mezzo esiste una ciclicità. I protagonisti al termine della loro vicenda devono passare la mano, andarsene, e lasciare il campo libero agli altri. Chi si oppone al passare del tempo, fa la fine di Lothlorien o degli Ent o del vecchissimo Gollum. Conservarsi è sbiadire, fino a morire di inedia e di immobilità. Per fortuna arriva il vento cristiano degli Hobbit a spazzare tutte queste ragnatele. A parte Saruman e Denethor, tutti verranno travolti e capiranno che per vivere sensatamente bisogna imparare a morire. La morte è il dono che getta luce sul mistero della vita. Gli elfi, gli ent e i Rohirrim si risveglieranno e marceranno insieme agli Hobbit verso una probabile morte, ma anche una sicura affermazione che la storia ha un senso, che c’è qualcuno che mette tensione alla vicenda degli uomini, c’è un disegno che dona una direzione ad una storia altrimenti vuota e assurda e che spesso appare tale.

Tolkien parla di uomini che si mettono al servizio di questa storia che appare assurda e ce li rappresenta come uomini monchi. E’ una condizione che emerge spesso nelle sue storie, soprattutto nel Silmarillion nella storia di Beren. Ma anche nel Signore degli Anelli il protagonista Frodo si trova al termine della storia senza un dito, come Sauron. “Frodo dalle nove dita” viene ricordato nelle canzoni. Ferito, apparentemente in maniera inguaribile.

E ancora: i veri protagonisti, lo dicevo prima, sono gli Hobbit, i mezzi uomini. Nel cuore del XX° secolo che inizia con la morte di Dio e l’avvento del superuomo di Nietzsche, Tolkien si permette di rispondere dichiarando invece che la salvezza viene da un “mezzo uomo”, un monco, un incompiuto perché solo essi possiedono la virtù più preziosa: l’umiltà.

Tutto è dimezzato in Tolkien, anche la terra è “di mezzo”. Perché nulla sulla terra è ancora compiuto, il compimento è al di là, sta per avvenire. E’ un avvento, un’avventura potremmo dire, che ancora non si è realizzata del tutto. Per questo non c’è spazio nella terra di Mezzo per la memoria, per la pigra malinconia della longevità che è solo un disperato aggrapparsi al tempo.

Riconoscere la propria costitutiva “monchitudine” vuol dire evitare le strade facili e le scappatoie. Chi non vuole riconoscersi monco, ma si riterrà compiuto, allora sarà inevitabilmente portato ad essere tiranno nei confronti degli altri, rimanendo però debole verso sé stesso, cercando per sé scorciatoie e scappatoie che si rivelano surrogati del vero cammino.

Con questa storia Tolkien ci vuole dire che chi vorrà indugiare nelle scappatoie della longevità e della memoria, senza aprirsi al futuro di speranza e saper così cogliere la novità che sempre irrompono nella storia degli uomini, sarà destinato ad una esistenza di rimpianto nostalgico  e di amara disperazione. Bisogna essere pronti a perdere qualcosa di sè, anche di prezioso, un dito se necessario, e riconoscersi così monchi e bisognosi di aiuto esterno a sé. […]

Chiudo citando con parole mie una parte di una lettera di Tolkien, un passaggio che pare essere la descrizione della sua avventura umana e di scrittore. “L’uomo è un animale narrante. Gli uomini amano ascoltare e narrare storie. Per rispetto a questa natura narrante, l’uomo può essere redento soltanto da una storia e da una storia commovente.”

E che questa sia una grande verità ce lo conferma la Bibbia che è una raccolta di storie, non un trattato filosofico o una raccolta di consigli morali. E il protagonista della Bibbia, figlio di un falegname, oltre ad essere uno che è venuto per raccontarci storie, attraverso le parabole, vive a pieno una storia incredibile, commovente.

Chi legge Il Signore degli Anelli si commuove perché esso non è che una lunga parabola che aiuta la speranza e può insegnare a lanciare lo sguardo “oltre”. In questo senso quindi può anche redimere.”

Monda, Andrea. Epilogo de “Uscire e tornare al passo degli Hobbit. Terzo incontro”. Ciclo di conferenze sulla pedagogia esistenziale di J.R.R. Tolkien, in collaborazione con don Fabio Rosini. Video integrale qui.



Categorie:Aforismi

Tag:, , , , , , , ,

4 replies

  1. Grazie, bellissimo! Un semi-OT: mi hanno regalato il libro di don Fabio Rosini, “L’arte di ricominciare”, lo consiglio vivamente come regalo di Natale. Buon Avvento a tutti.

    Piace a 1 persona

  2. Il futuro della speranza.
    Si’ certo, basta che si legga e si tenga presente anche il futuro della grande prova , della grande apostasia , e dell’ inganno , alla luce dell’ Apocalisse di San Giovanni Apostolo e della Seconda Lettera di San Paolo ai Tessalonicesi.
    Con cio’ non voglio dire che dobbiamo sempre pensare al “ figlio della perdizione” e al katekon che ne trattiene il manifestarsi , ma che non dobbiamo neppure dimenticarcene. A differenza dei fantastici hobbit , i reali uomini secondo l’ Apocalisse non avranno un futuro di continuo progresso e felicità, ma avranno un futuro in cui il male e l’ Anticristo sembrera’ trionfare E trionfera’ proprio Nella apparente felicita’ , pace e prosperita’ Universale. Trionfera’ con una IMPOSTURA religiosa. A differenza del truce Signore di Mordor l’ Anticristo si presentera’ Come un affabile e affascinante filantropo pacifista da cui tutti saranno affascinati.
    Dunque oltre che Tolkien bisognerebbe leggere anche Benson e il suo “Il Padrone del mondo” , nonche’ Solov’ ev e il suo “ Raccont9 dell’ Anticristo”nonche’ l’ Apocalisse di San Giovanni per avere un senso cristiano del futuro al dila’ di ogni sentimentale ottimismo,

    "Mi piace"

  3. Fra l’altro a quanto pare Andrea Monda è diventato il neo direttore dell’osservatore romano…

    "Mi piace"

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: