Contraccezione e Eutanasia: Controletizia Etica

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Alcune osservazioni di ieri sera dell’amico Minstrel nel thread precedente mi inspirano le riflessioni seguenti che desidero condividere.

Cosa fonda l’etica? Ha essa un fine in sé stessa? Prima di tutto mettiamoci bene in testa una cosa: l’etica non ci piove dal cielo, sbattutaci sul nostro cranio da un dio legislatore. L’etica è come la matematica, come l’ingegneria e a musica: l’etica è un costrutto umano, un’arte, un saper fare che si sviluppa in differenti culture con più o meno successo.

A che pro l’etica? Essa è l’arte della felicità, del raggiungimento della letizia, dell’eudaimonia di aristotelica memoria. In quanto arte essa presuppone qualche conoscenza di base, ma soprattutto un saper fare: l’etica non si “impara”, ma la si pratica, essenzialmente per mimesi. Il miglior modo di condividere un’etica con i propri figli, o i propri seguaci e impiegati è di mostrare un saper fare riuscito nel produrre felicità nela nostra coppia di genitori o nel nostro essere un esempio. Bambini felici perché vivono della felicità dei propri genitori, diventano adulti “etici” che sanno cosa fare per essere felici; così ne va anche per i seguaci di leaders felici.

E durante la vita di un uomo due momenti sono particolarmente sintomatici del comportamento etico conduttivo di felicità e portatore di felicità: lo sbocciare di una nuova vita e la fioritura della sua fine. Si permette la nascita di chi ameremo, e si introduce alla fin della vita di chi amiamo, in funzione della letizia che abbiamo da condividere con loro: la qualità etica delle scelte che ci accompagnano in quei momenti è funzione diretta della felicità nella quale ci situiamo.

Cristo è magnifico in questo: l’Uomo felice per essenza, la cui anima contempla il Padre, malgradi le sofferenze della Sua Passione, decide quando il limite è stato raggiunto: quando pronuncia quelle misteriose parole “tutto è consumato” e rimette il Suo Spirito nelle mani del Padre. Cristo non si è suicidato, Cristo ha deciso quando morire: Cristo non ha vissuto un momento di più che necessario e non si è lasciato uccidere. Cristo uomo felice anche se orribilmente sofferente ha compiuto le Sue scelte fino alla fine con perfetta virtù umana e totale libertà quindi felicità. Come quando si è incarnato, all’inizio della Sua vita umana: liberamente, senza nessuna costrizione, non sottomesso ad alcun volere umano, fosse anche sponsale e benedetto fin dal paradiso terrestre, bambino felice in una famiglia felice, con un padre ed una mamma felici, e rendendoLo partecipe della loro felicità, malgrado i colpi duri della vita come indica, ad esempio, l’emigrazione in Egitto durante qualche tempo.

Ritorniamo alla problematica iniziale: restiamo precisi e cerchiamo di capire cosa questo mondo moderno ci offre come spunti di riflessione che le tecnologie hanno evidenziato in modo esplicito.

La prima confusione da sottolineare è la profonda differenza linguistica tra chi è fautore di eutanasia e contraccezione, e chi considera possibili accanimenti terapeutici o metodi naturali di controllo delle nascite.

Si consta l’accanimento terapeutico quando si considera la terapia futile; l’eutanasia quando si considera la vita futile: notate l’accento dove è messo, in un caso su un metodo, nell’altro sulla persona oggetto/soggetto del metodo.

Cessare l’accanimento è astenersi da un atto futile che impedisce il decorso naturale della vita; l’eutanasia è la volontaria omissione di un atto che permetterebbe il prolungamento della vita o il commettere un atto che esplicitamente termina una vita.

Abbiamo un corrispettivo parallelismo con la paternità responsabile e spirito contraccettivo: notiamo che l’opposto della paternità responsabile è la paternità intemperante, cioè l’uso futile di quello strumento che è la propria genitorialità fisica; mentre lo spirito contraccettivo considera la genitorialità stessa come futile e ciò  indipendentemente dal suo uso.

Usare di paternità responsabile consiste nell’astenersi dall’uso futile della propria genitorialità; la contraccezione è sia la volontaria omissione dell’efficacia di un atto che permetterebbe lo sbocciare della vita, sia un atto che esplicitamente impedisce l’apparire di una vita.

L’astensione da un atto, come ogni atteggiamento virtuoso, si posiziona tra due poli e si situa tra l’omissione di un atto buono e la produzione di un atto cattivo opposto a tale atto: l’astensione evita le conseguenze non desiderate di un atto; l’omissione impedisce il decorrere di un atto buono; un atto cattivo conduce all’infelicità. Per questo pecchiamo per omissione, ma non per astensione: saper astenersi è una virtù.

L’astensione si situa tra due poli, come un monte tra due valli, lungo una linea di cresta che non è esattamente al centro equidistante tra i due comportamenti riprovevoli dell’omissione e dell’atto cattivo: è in un punto aureo, specifico ad ogni umano e unico, che può muoversi nel tempo in funzione della felicità della persona cioè del suo saper fare etico effettivo. Il punto cambia posizione: quel che è il punto aureo per l’uno non lo è per l’altro e questo non è sindacabile da un terzo.

Chi omette o agisce male guarda all’alterità come ad un nemico inconoscibile di cui non si può conoscere nulla o la cui conoscenza (o sua assenza) può essere perfettamente dominata e sottomessa dal e al volere dell’individuo: contraccezione ed eutanasia esprimono sempre ignoranza, hybris, egoismo e violenza.

Invece, chi si astiene guarda l’alterità, ciò che non è lui, con meraviglia e la lascia svilupparsi anche in modo sorprendente, un po’ come chi accudisce un giardino rispettoso dei cicli vitali osservandone i ritmi e adattandosi ad essi, non ingerendosi con violenza nello sviluppo della vegetazione o degli animali che vi vivono, ma accompagnandoli per il meglio di ciascuno e dell’insieme di tutti, cioè con giustizia.

Chi si astiene si lascia prendere in mano dal mistero dell’alterità: mistero che non è inconoscibile ma che non si cessa mai di conoscere sempre meglio. Paternità responsabile e cessazione di accanimento terapeutico esprimono virtù come la temperanza, la prudenza, il coraggio, la giustizia: sono uno slanciarsi nell’ignoto che si svela sempre. Come lo scienziato che si lascia affascinare da quel che non ha ancora scoperto e non si lascia sopraffare dallo scettiscismo di chi non ha capito che il dubbio che non sia solo metodologico porta sicuramente alla tristezza, all’ignoranza, alla chiusura a quel che non è sotto il totale controllo del proprio io.

Spesso capita leggere qui o li, l’osservazione di chi non capisce la differenza morale tra l’uso di metodi contraccettivi ed il seguire i metodi naturali: i primi essendo sempre un atto di omissione o un agire negativo, mentre i secondi possono anche essere concepiti come astensione.

Così ne va anche della differenza tra atto eutanasico e cessazione di accanimento terapeutico: il primo è sempre un atto di omissione nel senso dato qui sopra, o chiaramente un assassinio, mentre la seconda può anche essere concepita come astensione.

Certo i metodi naturali possono essere anche utilizzati a sproposito con spirito contraccettivo; così anche l’astensione di certe cure possono essere usate con spirito eutanasico.

Siamo di fronte a due scelte, a due sguardi sul mondo, ad un bicchiere da considerare mezzo vuoto o mezzo pieno, a due stili etici:  quello che guarda la vita come un luogo di scettica ignoranza che nulla può aggiungere alla contemplazione del proprio io o quello che la guarda come un luogo di misteriosa conoscenza che si svela sorprendendoci nella sua radicale alterità; un luogo dove regna contraccezione, fabbricazione artificiale di essere umani, eutanasia e transumanesimo oppure un luogo che si lascia sorprendere da un bello ed un buono che rompono umane volute simmetrie e penetra con libertà nella sorpresa affascinante della vita prorompente che si svela sempre infinita, come il mistero, cioè sempre aperta al di là di sé, nell’alterità incontrollabile e mai pienamente conosciuta anche se sempre testimoniata a chi è pronto a rispettarla e a coltivarla come il suo paradiso terrestre; il primo sempre un luogo di tristezza, il secondo sempre di letizia.

In Pace

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Categorie:Attualità cattolica, Cortile dei Gentili, For Men Only, Risposte a critiche web, Simon de Cyrène, Sproloqui

5 replies

  1. Tu scrivi che ” l’etica non ci piove dal cielo, sbattutaci sul nostro cranio da un dio legislatore. L’etica è come la matematica, come l’ingegneria e a musica: l’etica è un costrutto umano, un’arte, un saper fare che si sviluppa in differenti culture con più o meno successo.”
    Scrive, riguardo all’etica, la Marzano: “Chi ne disegna i contorni? Chi detta le regole? Cosa si deve o meno fare?
    In realtà, a differenza del passato, le nostre società sono pluralistiche. Il principio cardine dell’etica contemporanea è quello di autonomia, in base al quale ognuno di noi deve poter essere libero di vivere seguendo i propri valori e le proprie credenze.”
    Che l’etica, come tale, sia un costrutto umano è un fatto, ma le basi dell’etica sono già poste e quindi devono essere dedotte o sono da porre e quindi vengono stabilite?

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    • Leggi l’etica nicomachea di Aristotele eppoi ne parliamo.
      In Pace

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      • La mia domanda non verteva a chiarire se il bene ultimo sia la virtù o la felicità o se debba essere ricercato il benessere del corpo piuttosto che quello dell’anima,
        volevo semplicemente sapere se, per te, le basi da cui partire per stabilire i fini dell’etica sono interni o esterni all’uomo?
        Detto in altre parole, ritieni che il cervello di tutti gli esseri umani sia “fatto” in modo tale da poter giungere, a parte talune sfumature di non primaria importanza, alle stesse conclusioni etiche oppure no?

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  2. Ti ringrazio Simon per questo bellissimo testo che tu dichiari essere stato ispirato da un mio commento a tratti davvero poco comprensibile. Nonostante questo il risultato della tua riflessione mi convince sotto alcuni punti di vista e mi conforta in altri. Soprattutto nella parte nella quale io, credo con molta onestà, ponevo di fronte a tutti i miei immensi limiti quando si parla di etica, probabilmente dovuti ad una scarsa autostima (che cerco di compensare ogni giorno con quello che so di saper fare, ma che fatica) e forse una buona coscienza ma mal supportata da un certo scrupolo…
    E’ questa attitudine al “chi sono io per anche solo dire ah” che mi porta in questi frangenti ad un silenzio tombale e – per chi mi conosce – inusuale. Il tuo contributo cerca di raddrizzare in qualche modo un albero storto, semplicemente indicando gli altri alberi storti che comunque procedono e dichiarando che Dio è maestro a scrivere dritto su righe storte e quindi a raddrizzare arbusti che sembrano impossibili da raddrizzare.
    Questo al di là di una parte della sostanza stessa del tuo articolo, cioè la parte dedicata alla contraccezione, che ora nemmeno sfioro seppur sia l’analogia con la quale muovi tutto. Quello che sento mio e che ho sentito essere sguardo positivo è, seppur nell’intransigenza dei due stili etici che metti a confronto, il parlare di “bicchiere mezzo pieno” perché credo che il fondo sia proprio lì e che tu continui a rimarcare ogni due per tre con il tuo anti-kantismo: la questione non è sentirsi inadeguati perché tristi, infelici in certi momenti, appesantiti da scarsi risultati, peccatori incalliti, portatori di menzogna ecc, ma chi avanza con una speranza in seno e che ci prova.
    So di dire cose che dovrebbero essere risapute e già dette. Ma il punto è che è proprio quando sei in mezzo alla burrasca che non ti ricordi quello che ti dicevano al corso da marinaio. E solo l’esperienza di esserci passato (quasi) indenne, ti permette di tentare di essere un vero marinaio. E magari davvero cominciare ad aprire bocca e parlare in certi frangenti… Grazie ancora.

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  3. Ho sperato inutilmente in una tua risposta per chiarirmi se intendi l’etica
    – come una legge fisica immutabile che non fa altro che rendere intellegibili cose stabilite con la Creazione
    o
    – come la musica i cui fraseggi melodici e ritmica variano con le epoche e la cultura.
    Pazienza!

    Debbo riconoscere che il tuo termine “mistero dell’alterità” potrebbe ben riassumere tutto quello che intendo io per Etica: a ben vedere non si riduce forse tutto all’amore per Dio e per l’altro?
    Se analizziamo attentamente il racconto del peccato originale, alla sua base non c’è forse una mancanza di amore che si esplicita nella mancanza di fiducia nella parola di Dio?

    Detto questo, nulla da eccepire sulle tue considerazioni riguardo alla contraccezione, mentre qualche ostacolo trovo nel tuo ragionamento atto a distinguere tra accanimento terapeutico ed eutanasia.
    Parto da una affermazione di papa Francesco il quale, riguardo ad Alfie, dice che è necessario “fare di tutto per custodire la vita” e rilevo che:
    – un conto è custodire una vita, con tutti i mezzi che la società nella quale vivo mi mette a disposizione, per accompagnarla al suo compimento,
    – un conto è supportare, con tutti i mezzi possibili ed immaginabili, una vita che non è più tale in quanto è ormai sopraggiunta, o sta per sopraggiungere a breve, la morte cerebrale.

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