L’inganno della forza. L’eresia del tecnicismo


Quando la tecnoscienza si assolutizza diventa un’ideologia che sacrifica ogni valore sull’altare della forza e asservisce l’uomo a una dittatura. Al campo della forza appartiene anche il regolamentarismo, l’ideologia relativista che impone di regolamentare ogni forma di ingiustizia. Ecco perché la Chiesa, anche prima di Francesco, ha sempre condannato il «paradigma tecnocratico».

È ancora abbastanza diffuso un luogo comune piuttosto inesatto  secondo cui solo di recente la Chiesa sarebbe passata, da una posizione originaria di ostilità – o quanto meno di diffidenza – nei riguardi della scienza e della tecnica, a una sorta di adulazione degli scienziati.

Le cose non stanno affatto così, come mostra un’antologia dei documenti pontifici curata nel 1985 dal fisico Mario Gargantini (“I papi e la scienza”). Già il Concilio Vaticano I affermava che la Chiesa non ha nulla da temere di fronte al progresso scientifico, e anzi ne incoraggia gli sforzi. Una idea questa che avrebbe trovato rinforzo in varie encicliche di Leone XIII. Ma è soprattutto con Pio XII che il magistero pontificio comincia ad elaborare nei confronti della tecnoscienza una tesi organica e coerente.

Come amava ricordare Augusto Del Noce, erano quelli gli anni in cui dominava la scuola filosofica dell’idealismo, incline a minimizzare il valore della scienza. La critica cattolica alla cultura idealistica aveva perciò portato a una specie di alleanza tra scienza e religione basata sul riconoscimento di un atteggiamento condiviso detto allora «realismo». Per realismo si deve intendere, come scrive Gargantini, «la percezione della realtà come qualcosa che «esiste», che si pone di fronte a noi, che ci precede, che è altro da noi, che ci sorprende come un gratuito». È una tale gratuità a stimolare quella «meraviglia» in cui, a detta della metafisica classica a partire da Aristotele, si trova il principio della filosofia.

Nel secondo dopoguerra, tramontato l’idealismo, abbiamo assistito al risorgere dello scientismo.

Che cosa è lo scientismo?

Qui bisogna fare attenzione: lo scientismo non è la scienza, ma la scienza elevata a religione. Tipicamente scientista è l’assolutizzazione della ragione scientifica come sola forma lecita di conoscenza. Questa religione della scienza si è poi legata al «tecnicismo», il cui vanto stava – e sta ancora – nella capacità di sfruttare le risorse naturali al fine di ricavarne un benessere materiale, reputato il valore supremo. Avrebbe così preso forma un «sistema tecnico» (Jacques Ellul) orientato a considerare la natura (umana e non umana) come una vasta riserva impiegabile.

La nascita del «sistema tecnico» segna il fallimento della filosofia idealistica, che si era sforzata di limitare il dominio della scienza. E così lo scientismo, già attivo nel tardo illuminismo e nel positivismo della seconda metà dell’Ottocento, ha potuto riaffermarsi.

Da allora in poi l’avversario della Chiesa non sarebbe più stato l’idealismo, ma lo scientismo. Sicché la posizione attuale del pensiero cattolico, diceva Del Noce, può essere sintetizzata con questa espressione: «difesa umanistica contro lo scientismo, pur nel riconoscimento del valore della scienza».

Una società dove la scienza diventa la misura di tutte le cose infatti è a rischio di tirannia.

Questa affermazione vi sembra irragionevole?

Non lo è più se consideriamo che la scienza studia il mondo come un sistema di forze, non di valori. La scienza studia i fatti. Ma dalla “forza dei fatti” non si può mai derivare un valore.

Se così fosse – se il fatto coincidesse cioè col valore – nemmeno sarebbe pensabile il diritto, il quale presuppone che i fatti sociali non sempre coincidano con le norme. Quel che esiste (di fatto) in società non sempre equivale a ciò che dovrebbe esistere (la norma o il valore). “Fare qualcosa” non è identico a “fare qualcosa di giusto”. La legge che punisce il furto esiste perché registriamo un “fatto” indesiderabile, ovvero che qualcuno ruba. Ma il fatto che qualcuno rubi non è un buon motivo per regolarizzare il furto (sul piano legale) né per giustificarlo (sul piano morale). La forza è necessaria al diritto. Ma serve a far valere le ragioni del diritto, non è essa stessa la ragione del diritto.

Il regno delle “cose di fatto” circoscrive il dominio della forza. Per questo della scienza, che indaga le forze, si può fare buono o cattivo uso. Ma una morale o una religione della scienza sarà sempre una morale o una religione della forza.

Ora, questa è esattamente la posizione di chi propugna la “regolamentazione” dei fatti sociali più abietti. Una posizione che si esprime negli slogan menzogneri da cui siamo quotidianamente bombardati. C’è chi abortisce in clandestinità? L’unica soluzione sta nella regolamentazione dell’aborto! Ci sono già figli prodotti e comprati con l’utero in affitto? Dunque l’utero in affitto va regolamentato! C’è chi crea esseri umani in provetta? Allora la provetta va regolamentata, e così via.

La regolamentazione oggi si è fatta sistema, trasformandosi così in una ideologia: il regolamentarismo. Regolamentare tutto, il dogma del regolamentarismo, non vuol dire altro che questo: elevare il fatto a regola, cioè sancire il primato della forza. Se il fatto diventa la regola, allora è l’uso della forza a essere diventato la regola (ovvero la normalità). Il regolamentarismo non altro che la normalizzazione della forza.

La penna di George Orwell ha ben rappresentato questa perversione del diritto a mero strumento di potere. «Se vuoi un’immagine del futuro, immagina uno stivale che calpesta un volto umano — per sempre», dice O’Brien, il terrificante psicopoliziotto di “1984”. Credete che O’Brien sia una figura lontana, irreale? Quanto vi sbagliate! C’è anche la variante politicamente corretta dello stivale di O’Brien. Pensate solo agli usi contumeliosi del dito medio da parte di qualche comunista col rolex

Non stupisce allora che i fanatici della “regolamentazione” invochino a proprio sostegno la “Scienza” per silenziare i loro oppositori. Se tutto per il regolamentarista va visto in termini di forza, allora tutto sarà consentito purché abbia il placet della “Scienza”.

Una società dove è la scienza a dettare legge può significare una cosa soltanto: che nella vita pratica resterà spazio solo per rapporti di potere e di dominio. «Si avrà così – scrive Del Noce – la forma più completa di totalitarismo, quale disconoscimento dei diritti umani portato alla più estrema radicalizzazione che mai si sia dato, e poco importa se essa sia diversa dalle forme totalitarie che oggi si sono conosciute e che sarebbero destinate ad apparire come sue anticipazioni; o se magari possa presentarsi come democratico, nel senso che la scienza moderna è democratica (accessibile a tutti) rispetto alla scienza gnostica antica; è verso questo nuovo totalitarismo che l’Occidente è già in cammino».(Quando la tecnica rende schiavi, «Corriere della Sera», 04/12/85, p. 3)

Un totalitarismo di tipo nuovo si avvia a nascere dalla copula necrofila di questi due «ismi»: lo scientismo e il tecnicismo. Sono temi già toccati nel 1953 dalla critica di Pio Pio XII al materialismo utilitaristico dello «spirito tecnico» (o «concetto tecnico della vita»). Papa Pacelli paventava il costo sociale di una tecnica autoregolamentata: la trasformazione della società umana «in una folla anonima, in qualche cosa di impersonale e di schematico».

Un importante sviluppo della critica cattolica all’idolatria della tecnica si trova nei discorsi di Giovanni Paolo II, dove è costante il riferimento alla fondamentale ambivalenza dello sviluppo tecnologico contemporaneo. All’inizio del suo pontificato Giovanni Paolo II aveva mostrato, ispirandosi al libro della Genesi, quanto fosse preziosa la definizione dell’uomo come «immagine di Dio», espressione essenziale per evidenziare la distinzione dell’uomo da tutte le altre creature del mondo visibile, dalla quale dipende la signoria che esercita su di esso (anche se una signoria sui generis, più simile a una custodia). Se però si spezza il rapporto tra la trascendenza dell’uomo rispetto alla natura e la sua dipendenza rispetto a Dio, questa libertà degrada nella peggiore delle schiavitù.

A questo orizzonte teologico si ricollegherà papa Wojtyla ad Hiroshima, dove nel 1981 terrà un importante discorso sulle tre tentazioni indotte dal progresso tecnoscientifico.

La prima tentazione affrontata da Giovanni Paolo II nella città simbolo della devastazione atomica è quella di uno sviluppo tecnologico fine a se stesso, al quale ogni attività umana deve adeguarsi. È da questa prima tentazione che prende le mosse «un tipo di sviluppo che ha per sua unica norma quella della sua stessa crescita e affermazione, quasi realtà autonoma fra la natura e la realtà propriamente umana, e che impone all’uomo l’inevitabile realizzazione delle sue sempre nuove possibilità, come se si dovesse far sempre ciò che è tecnicamente possibile». Questa prima tentazione corrisponde al principio di «sfruttabilità» elaborato cinque anni prima del discorso giapponese del papa polacco dal filosofo Günther Anders, che vedeva il mondo contemporaneo sempre più ridotto a una gigantesca miniera da sfruttare. Esistente, secondo questa mentalità tecnicistica, è sinonimo di usabile: «essere è essere materia prima».

La seconda tentazione additata da Giovanni Paolo II non è meno attuale: è il tentativo di dare vita a una società dell’«avere» attraverso l’asservimento dello sviluppo tecnoscientifico alla pura logica del profitto o all’espansione economica illimitata (i due dogmi del neoliberalismo).

Dopo aver esaminato la tecnologia come strumento al servizio di una «ideologia dell’avere», il papa polacco concentra infine la sua attenzione su una terza tentazione: l’insidia della tecnologia come strumento di potere che finisce per «asservire lo sviluppo tecnologico alla acquisizione, o al mantenimento del potere come accade quando lo si usa per scopi militari, e dovunque si manipolano i popoli per poterli dominare».

Il grande Benedetto XVI ha proseguito il discorso del suo illustre predecessore. Tanto la Spe salvi quanto la Caritas in veritate si soffermano infatti sull’ambiguità del progresso tecnologico, che «offre nuove possibilità di bene, ma apre anche possibilità abissali di male» (Spe salvi, 22). Anche papa Benedetto invita a non disprezzare la tecnica, la quale va invece considerata una facoltà autenticamente umana, legata com’è all’autonomia e alla libertà dell’uomo. È grazie alla tecnica che trova espressione e conferma la signoria dello spirito sopra la materia. Così lo spirito, affrancatosi dalla schiavitù della pesantezza materiale, può più facilmente elevarsi alla contemplazione del Creatore. Per dirla con le parole di Hannah Arendt, la «vita activa» è una preparazione alla «vita contemplativa».

«La tecnica, pertanto, – insegna Benedetto – si inserisce nel mandato di “coltivare e custodire la terra” (cfr Gn 2,15), che Dio ha affidato all’uomo e va orientata a rafforzare quell’alleanza tra essere umano e ambiente che deve essere specchio dell’amore creatore di Dio» (Caritas in veritate, 69). Il pericolo non viene dalla tecnica, quanto dall’«assolutismo della tecnica» che spiega tutti in termini materiali facendo così coincidere il «vero» con il «fattibile». Un assolutismo che porta, come già aveva intuito Giovanni Paolo II, all’«autosufficienza della tecnica» che si interroga solo sul «come» senza mai considerare i «perché» del suo agire.

L’eredità di questi due grandi papi è stata raccolta infine dalla Laudato si’ di Francesco, confluendo nella critica mossa dall’enciclica al «paradigma tecnocratico dominante» (n. 101). Il paradigma tecnocratico discende da una «fiducia irrazionale nel progresso e nelle capacità umane» spintasi al punto di considerare la natura non come creazione con un proprio ordine, ma come materiale informe manipolabile e impiegabile a piacere. Gli effetti dell’applicazione di questo modello a tutta la realtà si constatano anzitutto nel degrado dell’ambiente. Ma questo, avverte il Papa, è solo un sintomo di un degrado più generale che colpisce la vita umana e quella sociale in tutte le loro dimensioni. Occorre perciò riconoscere che «i prodotti della tecnica non sono neutri, perché creano una trama che finisce per condizionare gli stili di vita e orientano le possibilità sociali nella direzione degli interessi di determinati gruppi di potere» (n. 107).

La stessa cultura alla base del paradigma tecnocratico, osserva papa Bergoglio, è responsabile anche della dittatura del relativismo che ispira sempre più la cultura contemporanea, un relativismo pratico «ancora più pericoloso di quello dottrinale» che tratta tutto, anche le persone, come oggetti da sfruttare.

Con Francesco si colpisce al cuore la presunta «neutralità» della tecnocrazia, la quale non è altro che il travestimento dei devoti del potere, l’ideologia degli adoratori della forza.

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Categorie:Filosofia, teologia e apologetica, Transumanesimo

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2 replies

  1. «un tipo di sviluppo che ha per sua unica norma quella della sua stessa crescita e affermazione, quasi realtà autonoma fra la natura e la realtà propriamente umana, e che impone all’uomo l’inevitabile realizzazione delle sue sempre nuove possibilità, come se si dovesse far sempre ciò che è tecnicamente possibile».
    Lo sviluppo della robotica e dell’intelligenza artificiale sta rendendo tecnicamente possibile la costruzione di armi letali autonome. Vi riporto il link alla lettera aperta inviata alle nazione unite dai responsabili di aziende che lavorano in tali campi perchè prima che sia troppo tardi venga tali armi vengano bandite.

    https://futureoflife.org/autonomous-weapons-open-letter-2017
    Francesco Girardi

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  2. Grazie Andreas per questo strepitoso debutto sulle colonne di Croce-Via. Un contributo che, nella prima parte, fa pendant con gli scritti apologetici di Adriano alias Trianello, dedicati alla confutazione dello scientismo, scritti poi confluiti nel libro “incontro a Gesù” pubblicato da quelli del Cerchio.

    Lascio i link per coloro che magari si sono persi questi passi che, a mio avviso, delinano il quadro da un punto di vista filosofico e ne completano l’analisi iniziale, analisi della quale Andreas qui ha perfettamente delineato i bui contorni delle conseguenze.
    Grazie ancora!

    L’analisi critica dello scientismo (e del suo contraltare, il relativismo): https://pellegrininellaverita.files.wordpress.com/2016/12/01-contro-lo-scientismo-ed-il-relativismo.pdf
    Il libro: http://www.ilcerchio.it/incontro-a-gesu-saggio-di-apologetica-cristiana.html

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