Laputa, castello nel cielo: un film di formazione antigender!

E’ con una sfilza ininterrotta di “Si, signore!” e con una buona dose di responsabilità nello svolgere per la prima volta una mansione delicata come manovrare un ascensore minerario, che si presenta Pazu, l’orfano co-protagonista del capolavoro del regista nipponico Hayao Miyazaki intitolato Tenkū no shiro Rapyuta (lett. “Laputa, il castello dei cieli).

Un piccolo uomo di non più di quattordici anni a guardar l’entusiasmo con il quale suona la tromba mentre i suoi piccioni volano dal tetto della casa dove egli vive solo; un operaio adulto vista la dedizione con la quale lavora in miniera come l’ultimo fra gli ultimi e accetta i rimproveri dei suoi capi; un “fanciullino” in cuor suo poiché – nonostante il lavoro sotterraneo – non dimentica mai il cielo (tema centrale del regista giapponese) e alza spesso gli occhi, ad osservare quelle nuvole e quei venti che tanti anni fa gli imposero di maturare, portandosi via suo padre insieme alla sua infanzia e che di nuovo, all’inizio della vicenda narrata dal film, gli regalano inaspettatamente un’occasione per crescere. Questa volta definitivamente.

Un ragazzo in crescita che scruta il cielo: ecco come si presenta. Per questo egli è il solo ad accordersi della “ragazza caduta dal cielo”, cioè della protagonista Sheeta, caduta per errore durante una collutazione da un’aereo; caduta attutita magicamente dalla pietra che la ragazza porta al collo. Pazu, dicevamo, è l’unico a notarla ed è quindi il solo che può riuscire a salvarla, in modo che non finisca in fondo all’immenso buco della miniera. E in quel primo abbraccio/salvataggio, che fa sorridere, che già si intravede nel co-protagonista quel moto di responsabilità virile che poi sarà la cifra stilistica del personaggio per l’intero film. Ed è per questo che ne scrivo qui. Ed è sempre per questo che lo riporto, fin dal titolo di questo mio scritto, come un’opera “antigender”. Cioè come un’opera dove appare chiara una differenza lampante, chiara, sia negli atteggiamenti che negli obiettivi, fra i due protagonisti Pazu e Sheeta. Nessuna confusione all’orizzonte: Pazu è un maschio in crescita, sognatore e lavoratore, pronto a prendersi le sue responsabilità; Sheeta è una ragazza gentile, disponibile, dedita ai suoi obblighi, anche “di famiglia”, e coraggiosa. Letteralmente una boccata di aria fresca.

Volete infondere coraggio ai vostri figli maschi, far capire quanto sia difficile e al contempo bello prendersi le proprie responsabilità e sobbarcarsene di nuove per difendere l’amata, anche a costo della vita? Fategli vedere Laputa di Miyazaki! Così ho fatto personalmente qualche giorno fa con i miei figli e il loro entusiasmo mi ha spinto a scrivere queste righe.

Li vedrete sorridere, come ho notato con i miei, quando Pazu ricorda con piacere i mal di testa che gli derivano dai pugni che gli dà il capo. E li vedrete attenti mentre Pazu narra delle gesta di suo padre, morto durante la ricerca (di)sperata di una città meravigliosa, Laputa appunto, che galleggia nel cielo. E insieme a loro sentirete uno strano moto d’orgoglio e stima nei confronti di questo ragazzino quando, guardando negli occhi Sheeta, le dirà “nessuno gli credeva. […] Ma, mio padre non un era bugiardo. E uno giorno io lo provero’!”.
Li vedrete correre insieme ai due protagonisti per sfuggire dai pirati e dall’esercito che, in concorrenza fra loro, cercano la ragazzina e la sua pietra magica. Insieme a Pazu si lanceranno legati, da un veicolo in volo, per salvare Sheeta da una torre infuocata, con un abbraccio fra i due che dice tuttto. E si meraviglieranno di quel senso di comunità che si crea durante l’inseguimento, quando il vilaggio intero si allea con Pazu ed una ragazzina sconosciuta, anche di fronte all’esercito e alle sue armi, arrivando a ridere di gusto durante le scazzottate degli adulti che seguono, mentre tentano di proteggere la fuga dei due.

A tale proposito in quel frangente appare un altro tema importante per il regista: i veri bambinoni della storia sono gli adulti maschi e se c’è una segreta speranza per un futuro migliore, questo sta nelle mani degli adolescenti: grandi abbastanza per essere uomini d’un pezzo, non così lontani dall’infanzia per ricordare di non essere solo animali. Certamente è una visione umana discutibile, soprattutto perchè appare basata sul principio cretidiota rousseauiano che i bambini non abbiano in sé cattiveria, o meglio (detta teologicamente) non abbiano il peccato originale. Ma questo neo di fondo non compromette il messaggio lungimirante che  questa “avventura sfrenata tutta giocata su due estremi, il cielo e la terra, il peso (della vita) e la leggerenza (dell’infanzia)” (recensione di Fabio Ferzetti, Messaggero, 27 aprile 2012) sa regalare.

I successi che Pazu conquista non derivano dalla fortuna o da una “magica” mancanza di pigrizia, bensì dalla sua ferrea volontà di ricerca, dal suo darsi coraggio e dalla perseveranza contro la sorte avversa. E questa cosa i vostri ragazzini maschi la percepiranno. E, ve l’assicuro, ne saranno entusiasti.

E non vi inganni il mio continuo insistere sui maschietti, anche le signorine in questo film avranno da sognare non poco. E non solo per il “principe” Pazu, pronto appunto a tutto pur di salvare Sheeta, ma anche per i comportamenti regali, forti, coraggiosi e al contempo sensibili che ci sa regalare la protagonista, la quale – alert spoiler – si dimostrerà essere nei fatti una vera principessa.

Ma in fondo aveva in parte ragione l’amico Gualtiero Cannarsi (direttore del doppiaggio dei film di Miyazaki per la Lucky Red) a scrivere ai tempi dell’uscita al cinema del film che “Laputa è il romanzo di formazione di Pazu, e ben mostra la sua crescita, al contrario di Sheeta”. Ella è nei fatti una donna fatta e finita, pur con dei momenti di fanciullezza comprensibili. Quando Sheeta abbandona Pazu per ‘sacrificio’ nella prima parte del film, ella infatti appare già donna di fronte ad un bambino cocciuto che vuol giocare a fare l’adulto. E’ una situazione molto realistica in fondo: quante volte ci siamo meravigliati di fronte ad una ragazzina di 13 anni che parla e agisce come una donna, confrontandola agli atteggiamenti di un coetaneo maschio che ancora si perde nei giochi innocenti senza responsabilità?

Laputa dunque è il grande romanzo di formazione di Pazu e come tale fulgido esempio di maturazione responsabile per gli adulti maschi di domani. Partito dalle fondamenta fatte di lavoro, ottimismo, fiducia nel padre ed entusiasmo, Pazu costruisce una “casa del sè” meravigliosa e potentissima, grazie soprattutto al rapporto progressivamente sempre più stretto con Sheeta, rapporto che giungerà al culmine durante il gioioso abbraccio fra i due, in quel meraviglioso “Eden” che è divenuta la citta volanto di Laputa, e nella disponibilità al sacrificio – anche estremo – del coprotagonista nelle battaglie finali.

Un film ricchissimo, che fra l’altro gioca con le paure e le pulsioni più universali, come il volo, il vuoto e la paura di cadere, che “fra un’avventura e l’altra accenna riflessioni mai ovvie sulla Natura, la scienza e le sue responsabilità” (sempre Ferzetti). Ma quel che conta è quello che disegna con un solco elegante e al contempo nitido: l’esempio netto, denso, potente di come si possa essere uomini (e donne) e di quanto bello sia esserlo.
In questo momento storico di confusione voluta e mancanza di esempi precisi, non è poco: è tutto.

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Categorie:Sacra Arte

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