Arcana Amoris Laetitiae

Arcanum

Arcanum è il nome dato ad una categoria di rose e ci è sembrato il nome appropriato per questo articoletto di Croce-Via sul mistero il più insondabile dell’Esortazione post-sinodale di Papa Francesco , Amoris Laetitia ma al contempo luogo dove si può respirare a pieni polmoni il Buon Odore di N.S. Gesù Cristo : il bellissimo capitolo ottavo, intitolato “ACCOMPAGNARE , DISCERNERE E INTEGRARE LA FRAGILITÀ”, letto da troppo pochi in intero e con filale ossequio della volontà e dell’intelligenza come si addice al cattolico che vuole imitare l’Obbedienza del Figlio di Dio a Suo Padre che è nei cieli.

Questo articoletto può essere letto da solo, ma giova alla sua piena comprensione la previa lettura dei nostri quattro interventi precedenti in materia Amoris Laetitia e Epikeia, Algebra et Amoris Laetitia, Magistero: Costruzioni e Rappresentazioni, Amoris Laetitia: Nuovo Paradigma Cattolico.

Per ben capire e gioire pienamente di questo capitolo ottavo bisogna aver ben presente due dimensioni: la prima dimensione è  che non c’è nessuna sospensione di alcuna legge né di alcun precetto quando si applica l’epikeia, ma, in realtà, essa è come un un processo di “incarnazione” di precetti sempre validi enunciati in modo astratto alla realtà concreta. E questo non può avvenire secondo “l’umore” del giudice (la Chiesa tramite il confessore), ma deve sempre seguire una logica che rispetta la struttura stessa che lega le varie leggi e precetti tra di loro. Non tutti i precetti hanno lo stesso valore ma sono subordinati gli uni con gli altri in un traliccio abbastanza complesso che solo l’esercizio delle quattro virtù cardinali permette di dipanare nel mondo reale.

La seconda dimensione è la legge della gradualità espressa esplicitamente nel punto 295 di Amoris LAetitia: “In questa linea, san Giovanni Paolo II proponeva la cosiddetta “legge della gradualità”, nella consapevolezza che l’essere umano « conosce, ama e realizza il bene morale secondo tappe di crescita ». Non è una gradualità della legge”, ma una gradualità nell’esercizio prudenziale degli atti liberi in soggetti che non sono in condizione di comprendere, di apprezzare o di praticare pienamente le esigenze oggettive della legge. Perché anche la legge è dono di Dio che indica la stradadono per tutti senza eccezione che si può vivere con la forza della grazia, anche se ogni essere umano « avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio e delle esigenze del suo amore definitivo ed assoluto nell’intera vita personale e sociale dell’uomo ».”

Tutto il capitolo ottavo è imperniato intorno a queste due dimensioni già dal punto di vista della sua struttura generale: già il titolo del capitolo stesso ci dà l’intenzione generale della Chiesa intorno alle tre tappe della Sua riflessione che sono l’accompagnamento , il discernimento e l’integrazione; dopo aver inquadrato il contesto del capitolo mette immediatamente in evidenza La Gradualità nella Pastorale, procede in seguito sulla nozione di Discernimento delle Situazioni dette Irregolari, guarda alle Circostanze Attenuanti nel Discernimento Pastorale,  stabilisce poi quale debba essere la relazione tra Norme e Discernimento  e conclude detto capitolo traendone la sostanziosa Logica della Misericordia Pastorale.

Siamo quindi di fronte ad una struttura chiara che inizia con il porre il problema, segue con il ricordare la metodologia da applicare, poi applica tale metodologia al caso particolare in un primo tempo analizzandolo, in un secondo tempo guardandone tutti gli aspetti e in particolare le circostanze attenuanti, in un terzo tempo paragonandone le osservazioni fatte alle norme e, infine, conclude deducendone i principi euristici da applicare: questo capitolo ottavo è, in fin dei conti, una bellissima e universale catechesi su come razionalmente valutare le situazioni umane con lo sguardo dell Chiesa e fare quel che la Chiesa vuole sia fatto e cioè, non un giudizio di tipo Si Si No No, ma un processo di integrazione del peccatore che sia infallibile se applicato  con misericordia.

Guardiamo adesso nel dettaglio quel che ci sembrano i punti nevralgici di ogni tappa del ragionamento proposto dal Magistero dell Chiesa.

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Descrizione del Problema

Nel punto 291 la Chiesa ritiene “che ogni rottura del vincolo matrimoniale « è contro la volontà di Dio, [ma, NdR] è anche consapevole della fragilità di molti suoi figli »”  e  si deve di volgersi “con amore a coloro che partecipano alla sua vita in modo incompiuto, riconoscendo che la grazia di Dio opera anche nelle loro vite” .

Essa ricorda con fermezza nel punto 292  quanto espresso negli altri 7 capitoli precedenti questo e cioè che “Il matrimonio cristiano, riflesso dell’unione tra Cristo e la sua Chiesa, si realizza pienamente nell’unione tra un uomo e una donna, che si donano reciprocamente in un amore esclusivo e nella libera fedeltà, si appartengono fino alla morte e si aprono alla trasmissione della vita, consacrati dal sacramento che conferisce loro la grazia per costituirsi come Chiesa domestica e fermento di vita nuova per la società.” 

E puntualizza nello stesso punto che “Altre forme di unione contraddicono radicalmente questo ideale, mentre alcune lo realizzano almeno in modo parziale e analogo” (mi si permetta a titolo personale di apprezzare questa nozione di analogia che indica l’impregnazione tomista di tutto questo capitolo)

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La metodologia da applicare : la gradualità nella pastorale fondata sull’analogia delle situazioni

È in questa tappa che il punto 295 citato più sopra è inserito e dove viene espressa “una gradualità nell’esercizio prudenziale degli atti liberi in soggetti che non sono in condizione di comprendere, di apprezzare o di praticare pienamente le esigenze oggettive della legge”.

Nel punto 293 si sottolinea ancora una volta il carattere analogo, anche se solo parzialmente, dei matrimoni civili e anche delle convivenze e illustra come vi sia tra esse una gradualità nell’analogia stessa con il matrimonio al punto che, arrivata al massimo ” quando l’unione raggiunge una notevole stabilità attraverso un vincolo pubblico, è connotata da affetto profondo, da responsabilità nei confronti della prole, da capacità di superare le prove, può essere vista come un’occasione da accompagnare nello sviluppo verso il sacramento del matrimonio”.

Però ad un livello ben più basso di queste unioni civili “quasimodo” matrimoniali c’è però anche il dato “preoccupante che molti giovani oggi non abbiano fiducia nel matrimonio e convivano rinviando indefinitamente l’impegno coniugale, mentre altri pongono fine all’impegno assunto e immediatamente ne instaurano uno nuovo.”

Anche in questo casi di pauperizzazione estrema dell’impegno matrimoniale “ai Pastori compete non solo la promozione del matrimonio cristiano, ma anche « il discernimento pastorale delle situazioni di tanti che non vivono più questa realtà », per « entrare in dialogo pastorale con tali persone al fine di evidenziare gli elementi della loro vita che possono condurre a una maggiore apertura al Vangelo del matrimonio nella sua pienezza” e proprio basandosi sugli elementi concreti dell’analogia con il matrimonio è possibile sviluppare un approccio pastorale che sia genuinamente graduale poiché è [n]el discernimento pastorale [che]conviene « identificare elementi che possono favorire l’evangelizzazione e la crescita umana e spirituale »”

Nel punto 294 sono date tutta una serie di illustrazioni esplicite di situazioni dove possono “essere valorizzati quei segni di amore che in qualche modo riflettono l’amore di Dio”, ad esempio quando ” « La scelta del matrimonio civile o, in diversi casi, della semplice convivenza, molto spesso non è motivata da pregiudizi o resistenze nei confronti dell’unione sacramentale, ma da situazioni culturali o contingenti »”

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Analizzando concretamente e cioè il discernimento nel caso delle situazioni irregolari

Dopo aver indicato la metodologia da applicare il documento si accinge a guardare da vicino dette situazioni per analizzarle con uno sguardo che sottende la su menzionata legge della gradualità.

Avevamo sottolineato nel nostro post precedente che Amoris Laetitia ha cambiato definitivamente il paradigma pastorale della Chiesa portando a termine un processo allora cominciato con il Sacro Santo Concilio Vaticano II e abbiamo nel punto 296 un’esplicita illustrazione di questo nuovo paradigma pastorale della Chiesa di posizionarsi di fronte al mondo come una realtà spirituale e umana integrativa al servizio dell’umanità intera:

” Il Sinodo si è riferito a diverse situazioni di fragilità o di imperfezione. Al riguardo, desidero qui ricordare ciò che ho voluto prospettare con chiarezza a tutta la Chiesa perché non ci capiti di sbagliare strada: « due logiche percorrono tutta la storia della Chiesa: emarginare e reintegrare […]. La strada della Chiesa, dal Concilio di Gerusalemme in poi, è sempre quella di Gesù: della misericordia e dell’integrazione […]. La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero […]. Perché la carità vera è sempre immeritata, incondizionata e gratuita! ». Pertanto, « sono da evitare giudizi che non tengono conto della complessità delle diverse situazioni, ed è necessario essere attenti al modo in cui le persone vivono e soffrono a motivo della loro condizione ».”

Mi permetto di ripetere e di rimettere in evidenza questa frase chiave: poiché la logica da seguire è quella dell’integrazione e della carità  allora “sono da evitare giudizi che non tengono conto della complessità delle diverse situazioni”.  In altre parole, ancora un bellissimo punto di vista tomista, e cioè che la carità sta nella concreta oggettività del reale e non nella sua espressione teoretica la quale, seppur necessaria, può peccare sia di assolutismo che di relativismo.

Questo realismo pratico si esprime immediatamente nel punto 297 dove il Santo Padre, benché sottolineando che “si tratta di integrare tutti” che “nessuno può essere condannato per sempre” aggiunge con ovvio buon senso che “ovviamente, se qualcuno ostenta un peccato oggettivo come se facesse parte dell’ideale cristiano, o vuole imporre qualcosa di diverso da quello che insegna la Chiesa, non può pretendere di fare catechesi o di predicare, e in questo senso c’è qualcosa che lo separa dalla comunità (cfr Mt 18,17)” ma che questa persona ” Ha bisogno di ascoltare nuovamente l’annuncio del Vangelo e l’invito alla conversione”. 

Il primo dovere della Chiesa rimane la stessa “« In ordine ad un approccio pastorale verso le persone che hanno contratto matrimonio civile, che sono divorziati e risposati, o che semplicemente convivono, compete alla Chiesa rivelare loro la divina pedagogia della grazia nella loro vita e aiutarle a raggiungere la pienezza del piano di Dio in loro » sempre possibile con la forza dello Spirito Santo.”

Continuando nello stabilire la lista dei possibili punti di discernimento il documento ricorda che Una cosa è una seconda unione consolidata nel tempo, con nuovi figli, con provata fedeltà, dedizione generosa, impegno cristiano, consapevolezza dell’irregolarità della propria situazione e grande difficoltà a tornare indietro senza sentire in coscienza che si cadrebbe in nuove colpe.” “Altra cosa invece è una nuova unione che viene da un recente divorzio, con tutte le conseguenze di sofferenza e di confusione che colpiscono i figli e famiglie intere”.

Una cosa quando ” l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione”, altra cosa ” la situazione di qualcuno
che ripetutamente ha mancato ai suoi impegni familiari”

Una cosa  “il caso di quanti hanno fatto grandi sforzi per salvare il primo matrimonio e hanno subito un abbandono ingiusto” e ancora una cosa “quello di « coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido”, ma sempre “Dev’essere chiaro che questo non è l’ideale che il Vangelo propone per il matrimonio e la famiglia.”

Discernere è anche vedere quel che è possibile e non possibile fare ad esempio nel punto 299 si sottolinea che nel caso specifico dei divorziati e risposati civilmente “Essi non solo non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa, sentendola come una madre che li accoglie sempre, si prende cura di loro con affetto e li incoraggia nel cammino della vita e del Vangelo. Questa integrazione è necessaria pure per la cura e l’educazione cristiana dei loro figli, che debbono essere considerati i più importanti »”

A tutti coloro che vorrebbero avere risposte prefabbricate, sterilizzate e liofilizzate è ricordato che “I Padri sinodali hanno affermato che il discernimento dei Pastori deve sempre farsi « distinguendo adeguatamente », con uno sguardo che discerna bene le situazioni. Sappiamo che non esistono « semplici ricette »”  . Considerazione ancora reiterata al punto 300: “Se si tiene conto dell’innumerevole varietà di situazioni concrete, come quelle che abbiamo sopra menzionato, è comprensibile che non ci si dovesse aspettare dal Sinodo o da questa Esortazione una nuova normativa generale di tipo canonico, applicabile a tutti i casi. È possibile soltanto un nuovo incoraggiamento ad un responsabile discernimento personale e pastorale dei casi particolari, che dovrebbe riconoscere che, poiché « il grado di responsabilità non è uguale in tutti i casi », le conseguenze o gli effetti di una norma non necessariamente devono essere sempre gli stessi.”.  È epistemologicamente impossibile trattare problematiche della ragion pratica con metodologie della ragion pura!

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Le circostanze attenuanti  nel discernimento pastorale

Una volta fatta la cernita e valutate in modo astratto le varie tipologie delle situazioni irregolari, prima di emettere un giudizio circostanziale, bisogna anche essere capaci di guardare alle circostanze attenuanti che potrebbero, in alcuni casi e a livello individuale e mai generale, diminuire la responsabilità oggettiva degli interessati ma anche per assicurasi di mai ridurre le esigenze del Vangelo!

Cita il punto 301: “Per comprendere in modo adeguato perché è possibile e necessario un discernimento speciale in alcune situazioni dette “irregolari”, c’è una questione di cui si deve sempre tenere conto, in modo che mai si pensi che si pretenda di ridurre le esigenze del Vangelo. ”  e continua ricordando che ” La Chiesa possiede una solida riflessione circa i condizionamenti e le circostanze attenuanti “: in effetti qui si tratta di pratiche e riflessioni bimillenarie secondo metodi e sensibilità che si sono raffinati lungo i secoli.

Amoris Laetita ricorda qui alcuni punti essenziali di questa riflessione della Chiesa che da secoli ha chiaramente in vista che “non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta “irregolare” vivano [automaticamente, NdR] in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante. I limiti non dipendono semplicemente da una eventuale ignoranza della norma. Un soggetto, pur conoscendo bene la norma, può avere grande difficoltà nel comprendere « valori insiti nella norma morale » si può trovare in condizioni concrete che non gli permettano di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa. Come si sono bene espressi i Padri sinodali, « possono esistere fattori che limitano
la capacità di decisione »”

In questo paragrafo ci si rifà direttamente a secondo perno citato all’inizio dell’applicazione dei principi di valutazione etica sviluppati dall’Aquinate: ” Già san Tommaso d’Aquino riconosceva che qualcuno può avere la grazia e la carità, ma senza poter esercitare bene qualcuna delle virtù, in modo che, anche possedendo tutte le virtù morali infuse, non manifesta con chiarezza l’esistenza di qualcuna di esse, perché l’agire esterno di questa virtù trova difficoltà: « Si dice che alcuni santi non hanno certe virtù, date le difficoltà che provano negli atti di esse, […] sebbene essi abbiano l’abito di tutte le virtù »”

Chiaramente Amoris ALetitia non inventa niente al soggetto e rimanda direttamente al CCC in modo esplicito nel punto 302 “Riguardo a questi condizionamenti il Catechismo
della Chiesa Cattolica si esprime in maniera decisiva: « L’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere diminuite o annullate dall’ignoranza, dall’inavvertenza, dalla violenza,
dal timore, dalle abitudini, dagli affetti smodati e da altri fattori psichici oppure sociali »  …. Per questa ragione, un giudizio negativo su una situazione oggettiva non implica un giudizio sull’imputabilità o sulla colpevolezza della persona coinvolta …  « In determinate circostanze le persone trovano grandi difficoltà ad agire in modo diverso. […] Il
discernimento pastorale, pur tenendo conto della coscienza rettamente formata delle persone, deve farsi carico di queste situazioni. Anche le conseguenze degli atti compiuti non sono necessariamente le stesse in tutti i casi ».”

Ancora una volta l’Esortazione non si limita ad un blando ricordo di ben capire le scusanti ma ricorda con forza ai confessori e a chi ha carica di anime nella chiesa che malgardo tutte queste circostanze attenuanti  “Naturalmente bisogna incoraggiare la maturazione di una coscienza illuminata, formata e accompagnata dal discernimento responsabile e serio del Pastore, e proporre una sempre maggiore fiducia nella grazia. Ma questa coscienza può riconoscere non solo che una situazione non risponde obiettivamente alla proposta generale del Vangelo; può anche riconoscere con sincerità e onestà ciò che  per il momento è la risposta generosa che si può offrire a Dio, e scoprire con una certa sicurezza morale che quella è la donazione che Dio stesso sta richiedendo in mezzo alla complessità concreta dei limiti, benché non sia ancora pienamente l’ideale oggettivo. In ogni caso, ricordiamo che questo discernimento è dinamico e deve restare sempre aperto a nuove tappe di crescita e a nuove decisioni che permettano di realizzare l’ideale in modo più pieno.”

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Le norme e il discernimento

Questa tappa è quella che espone in modo non ambiguo la centralità della dottrina dell’Aquinate sull’epikeia: infatti dopo aver descritto alcune situazioni concrete possibili vi è ora un giudizio che deve essere espresso esplicitamente e concretamente sulla relazione tra le norme e la realtà concreta nella quale si trova la persona considerata nella sua situazione irregolare.

Il Santo Padre Francesco prega ” caldamente che ricordiamo sempre ciò che insegna san Tommaso d’Aquino e che impariamo ad assimilarlo nel discernimento pastorale: « Sebbene nelle cose generali vi sia una certa necessità, quanto più si scende alle cose particolari, tanto più si trova indeterminazione. […] In campo pratico non è uguale per tutti la verità o norma pratica rispetto al particolare, ma soltanto rispetto a ciò che è generale; e anche presso quelli che accettano nei casi particolari una stessa norma pratica, questa non è ugualmente conosciuta da tutti. […] E tanto più aumenta l’indeterminazione quanto più si scende nel particolare ». È vero che le norme generali presentano un bene che non si deve mai disattendere né trascurare, ma nella loro formulazione non possono abbracciare assolutamente tutte le situazioni particolari. Nello stesso tempo occorre dire che, proprio per questa ragione, ciò che fa parte di un discernimento pratico davanti ad una situazione particolare non può essere elevato al livello di una norma. Questo non solo darebbe luogo a una casuistica insopportabile, ma metterebbe a rischio i valori che si devono custodire con speciale attenzione.”

Sono personalmente felicissimo di queste sottolineature tomiste e della loro giustificazione perfettamente razionale: se c’è un testo perfettamente ortodosso nella sua formulazione dottrinale è proprio Amoris Laetitia.

E ancora, nel punto 305 ricorda la diffrenza, da noi sempre messa in evidenza tra legge assoluta e legge oggettiva, quando ricorda che “In questa medesima linea si è pronunciata la Commissione
Teologica Internazionale: « La legge naturale non può dunque essere presentata come un insieme già costituito di regole che si impongono a priori al soggetto morale, ma è una fonte di ispirazione oggettiva per il suo processo, eminentemente personale, di presa di decisione »”.

Nell’applicazione della norma generale ai casi particolari viene in seguito ricordato il Principio generale al quale ogni epikeia deve sottomettersi che è la Salus Animarum espressa nel punto 306 come Via Caritatis: “In qualunque circostanza, davanti a quanti hanno difficoltà a vivere pienamente la legge divina, deve risuonare l’invito a percorrere la via caritatis. La carità fraterna è la prima legge dei cristiani (cfr Gv 15,12; Gal 5,14). “

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Alcuni principi euristici da applicare concretamente o la logica della misericordia pastorale

(A)  Dal punto 307 :  Per evitare qualsiasi interpretazione deviata, ricordo che in nessun modo la Chiesa deve rinunciare a proporre l’ideale pieno del matrimonio, il progetto di Dio in tutta la sua grandezza: …. La tiepidezza, qualsiasi forma di relativismo, o un eccessivo rispetto al momento di proporlo, sarebbero una mancanza di fedeltà al Vangelo e anche una mancanza di amore della Chiesa verso i giovani stessi. Comprendere le situazioni eccezionali non implica mai nascondere la luce dell’ideale più pieno né proporre meno di quanto Gesù offre all’essere umano. Oggi, più importante di una pastorale dei fallimenti è lo sforzo pastorale per consolidare i matrimoni e così prevenire le rotture.”

(B) Dal punto 308 : “Tuttavia, … , bisogna accompagnare con misericordia e pazienza le possibili tappe di crescita delle persone che si vanno costruendo giorno per giorno », lasciando spazio alla « misericordia del Signore che ci stimola a fare il bene possibile ».”

(C) Sempre dal punto 308 : “Comprendo  coloro che preferiscono una pastorale più rigida che non dia luogo ad alcuna confusione. Ma credo sinceramente che Gesù vuole una Chiesa attenta al bene che lo Spirito sparge in mezzo alla fragilità: una Madre che, nel momento stesso in cui esprime chiaramente il suo insegnamento obiettivo, « non rinuncia al bene possibile, benché
corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada »

(D) Dal punto 309 : “« la Chiesa ha la missione di annunciare la misericordia di Dio, cuore pulsante del Vangelo, che per mezzo suo deve raggiungere il cuore e la mente di ogni persona. La Sposa di Cristo fa suo il comportamento del Figlio di Dio che a tutti va incontro senza escludere nessuno ». Sa bene che Gesù stesso si presenta come Pastore di cento pecore, non di novantanove. Le vuole tutte. A partire da questa consapevolezza, si renderà possibile che « a tutti, credenti e lontani, possa giungere il balsamo della misericordia come segno del Regno di Dio già presente in mezzo a noi »”.

(E) Dal punto 311: “ L’insegnamento della teologia morale non dovrebbe tralasciare di fare proprie queste considerazioni, perché seppure è vero che bisogna curare l’integralità dell’insegnamento morale della Chiesa, si deve sempre porre speciale attenzione nel mettere in evidenza e incoraggiare i valori più alti e centrali del Vangelo, particolarmente il primato della carità come risposta all’iniziativa gratuita dell’amore di Dio. … . Pertanto, conviene sempre considerare « inadeguata qualsiasi concezione teologica che in ultima analisi metta in dubbio l’onnipotenza stessa di Dio, e in particolare la sua misericordia ».”

(F) Dal punto 312 : “Invito i fedeli che stanno vivendo situazioni complesse ad accostarsi con fiducia a un colloquio con i loro pastori o con laici che vivono dediti al Signore. Non sempre troveranno in essi una conferma delle proprie idee e dei propri desideri, ma sicuramente riceveranno una luce che permetterà loro di comprendere meglio quello che sta succedendo e potranno scoprire un cammino di maturazione personale. E invito i pastori ad ascoltare con affetto e serenità, con il desiderio sincero di entrare nel cuore del dramma delle persone e di comprendere il loro punto di vista, per aiutarle a vivere meglio e a riconoscere il loro posto nella Chiesa.”

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 CONCLUSIONE

In fin dei conti questo capitolo è un sunto di teologia morale applicata sviluppando il meglio della riflessione ecclesiale, teologica e morale in materia.

In fin dei conti chi “ha avuto ragione” lungo questi anni è stato il  Rev. Andrew McLean Cummings dell’Arcidiocesi di Baltimora che già il 12 giugno 2014 aveva annunciato la soluzione e che avevamo già allora vivamente caldeggiato nel nostro post del 13 giugno 2014 intitolato Rischio di scisma: una possibile via d’uscita e la Chiesa profetizzerà

 Il testo è chiarissimo nel suo metodo, nel suo fine e nelle sue fondamenta dottrinali: la Chiesa ha profetizzato anche in questo campo.

In Pace

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Categorie:Ermeneutica della continuità, Filosofia, teologia e apologetica, Magistero, Sinodi della famiglia

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17 replies

  1. Bellissimo articolo questo.

    Sottolineo questo

    “Nell’applicazione della norma generale ai casi particolari viene in seguito ricordato il Principio generale al quale ogni epikeia deve sottomettersi che è la Salus Animarum espressa nel punto 306 come Via Caritatis: “In qualunque circostanza, davanti a quanti hanno difficoltà a vivere pienamente la legge divina, deve risuonare l’invito a percorrere la via caritatis. La carità fraterna è la prima legge dei cristiani (cfr Gv 15,12; Gal 5,14). “

    Ed è proprio così, non è un caso che anche la prima lettera di Pietro dica che “la carità copre una moltitudine di peccati” (1 Pt 4,8)

    Anche questo concetto è molto importante

    “E ancora, nel punto 305 ricorda la diffrenza, da noi sempre messa in evidenza tra legge assoluta e legge oggettiva, quando ricorda che “In questa medesima linea si è pronunciata la Commissione
    Teologica Internazionale: « La legge naturale non può dunque essere presentata come un insieme già costituito di regole che si impongono a priori al soggetto morale, ma è una fonte di ispirazione oggettiva per il suo processo, eminentemente personale, di presa di decisione”.

    Poi direi che uno dei concetti più importanti dell’articolo sia decisamente questo “È epistemologicamente impossibile trattare problematiche della ragion pratica con metodologie della ragion pura!”

    Purtroppo molti cattolici, come ho già detto, si approcciano a queste tematiche in modo assolutista, come se fossero dei kantiani, ma non c’è un approccio più lontano di quello kantiano, secondo me, da quello che è l’approccio giusto in queste situazioni.

    Spero che questo commento verrà pubblicato e che non si continui con una censura che mi ricorda l’indice dei libri proibiti. 🙂

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  2. “la carità copre una multitudine di peccati”

    La vera carità cristiana non “copre” proprio nessun peccato , non almeno nel senso comune che si da’ alla parola”coprire” Altrimenti gli adulti del palazzo di Caivane in cui è stata uccisa la povera bambina Fortuna sarebbero dei modelli di carità cristiana: hanno coperto per anni una moltitudine di peccati!
    La vera carità non può mai essere complice del peccato, semmai può essere misericordiosa col peccatore, la più grande misericordia però è denunciare il peccato e anche il peccatore se fa qualcosa di male . questo non è kantiano è semplicemente cristiano.
    quando mai Gesù ha “coperto” un peccato? quando mai ha rinunciato a gridare contro il male? soprattutto contro il male travestito da bene che è poi l’ipocrisia? Non prese forse a nerbate i mercanti del tempio? non insultò in tutti i modi i farisei razza di vipere? quando mai è stato connivente? Quando mai nella sua infinita misericordia ha “coperto” il peccato?
    anche nel caso dell’adultera non ha coperto proprio nulla perchè le ha ingiunto “va e non peccare più”
    c’è una nuova mentalità forse, la mentalità mafioso-cristiana, in cui si debbono “coprire” i peccati?

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    • Giacomo, ma cosa hai capito? Stai parlando sul serio o mi prendi in giro? 😀

      Davvero credi che quando Pietro scrisse, nella sua prima lettera, ” Soprattutto conservate tra voi una grande carità, perché la carità copre una moltitudine di peccati. ” (1 Pt 4,8) intendesse quello che intendi tu nel tuo post? 😀

      Semplicemente voleva dire quello che ha ripetuto anche Simon nell’articolo, ovvero che “In qualunque circostanza, davanti a quanti hanno difficoltà a vivere pienamente la legge divina, deve risuonare l’invito a percorrere la via caritatis. La carità fraterna è la prima legge dei cristiani (cfr Gv 15,12; Gal 5,14). “

      E francamente non ci vedo nulla di strano in questo. Come ho avuto modo di dire mille volte, a parte i santi che sono coloro che riescono a vivere più o meno tutte le virtù in modo eroico, il cristiano comune ha sempre delle mancanze più o meno spiccate in questa o quella virtù.

      Infatti è il concetto di San Tommaso D’Aquino, anch’esso riportato nell’articolo. Riporto da lì “già san Tommaso d’Aquino riconosceva che qualcuno può avere la grazia e la carità, ma senza poter esercitare bene qualcuna delle virtù, in modo che, anche possedendo tutte le virtù morali infuse, non manifesta con chiarezza l’esistenza di qualcuna di esse, perché l’agire esterno di questa virtù trova difficoltà: « Si dice che alcuni santi non hanno certe virtù, date le difficoltà che provano negli atti di esse, sebbene essi abbiano l’abito di tutte le virtù »”

      Che cosa centri questo con l’omicidio del palazzo Caivane lo sai solo tu, davvero. È evidente anche ad un non senziente che con “la carità copre una moltitudine di peccati” Pietro non intendesse affatto dire ciò che hai detto tu, semmai voleva dire che gli atti di carità sono talmente graditi agli occhi di Dio che possono appunto “coprire” eventuali mancanze nel seguire in toto la legge divina. Per fare un paragone bruttissimo, se certi peccati sono argento, gli atti di carità sono oro agli occhi di Dio. Ripeto, non prendere l’esempio letteralmente ma cogli ciò che voglio dire, per piacere.

      (1 Cor 13,1)

      “Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli,
      ma non avessi la carità,
      sarei un bronzo risonante o un cembalo squillante.

      Se avessi il dono della profezia
      e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza
      e avessi tutta la fede in modo da spostare le montagne,
      ma non avessi la carità,
      non sarei nulla.

      Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri,
      se dessi il mio corpo per essere arso,
      e non avessi la carità,
      non mi gioverebbe a nulla.

      La carità è paziente,
      è benigna la carità;

      la carità non invidia, non si vanta,
      non si gonfia, non manca di rispetto,
      non cerca il proprio interesse, non si adira,
      non tiene conto del male ricevuto,
      ma si compiace della verità;

      tutto tollera, tutto crede,
      tutto spera, tutto sopporta.

      La carità non verrà mai meno.

      Le profezie scompariranno;
      il dono delle lingue cesserà, la scienza svanirà;
      conosciamo infatti imperfettamente,
      e imperfettamente profetizziamo;
      ma quando verrà la perfezione, sparirà ciò che è imperfetto.

      Quando ero bambino, parlavo da bambino,
      pensavo da bambino, ragionavo da bambino.
      Da quando sono diventato uomo,
      ho smesso le cose da bambino.

      Adesso vediamo come in uno specchio, in modo oscuro;
      ma allora vedremo faccia a faccia.
      Ora conosco in parte, ma allora conoscerò perfettamente,
      come perfettamente sono conosciuto.

      Ora esistono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità;
      ma la più grande di esse è la carità.”

      Di certo il “coprire” di cui parlava Pietro, quindi, non ha nulla a che vedere con ciò che dicevi tu, ne tantomeno qui, quando si parla di gente che ha difficoltà a seguire la legge divina, si parla di assassini o di pedofili.

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      • O meglio, anche un assassino e un pedofilo possono trovare perdono agli occhi di Dio, non nego questo, ma è completamente ovvio che verso di loro non ci possa essere una “pastorale graduale”, come ci può essere verso un semplice convivente e un divorziato risposato. Spero che tu non voglia chiedermi il “perché”, altrimenti sarò io a chiederti il perché gli abortisti sono scomunicai latae sententiae mentre ciò non avviene per due coniugi che usano il preservativo o la pillola anticoncezionale.

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        • Non puoi paragonare un atto cattivo con l’essere in una situazione viziosa: di per sé questa ultima situazione è peggiore in quanto induce alla reiterazione di atti cattivi.
          Coniugi che utilizzano preservativo o pillole anticoncezionali non possono comunicarsi prima di essersene veramente pentiti e, idealmente, confessati e assolti.
          In Pace

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  3. “Dev’essere chiaro che questo non è l’ideale che il Vangelo propone per il matrimonio e la famiglia.”

    Questa sola frase dovrebbe averti fatto saltare Simon, a te che sei un “realista”. Il Vangelo non propone nessun “ideale” propone vie pratiche per raggiungere il Regno. Il matrimonio cristiano é una via pratica, reale, a la santitá non é un ideale da raggiungere. Per questo quelli che sono fuori di questa via non possono essere “accompagnati” ma chiamati a prendere la giusta.

    quando l’unione raggiunge una notevole stabilità attraverso un vincolo pubblico, è connotata da affetto profondo, da responsabilità nei confronti della prole, da capacità di superare le prove, può essere vista come un’occasione da accompagnare nello sviluppo verso il sacramento del matrimonio”.

    Questo concetto applicato alle convivenze é contrario a quanto detto dal magistero. Perche lo legittima, lo vede come una via di raggiungere il matrimonio, non come un peccato che come diceva la Chiesa mette in pericolo il futuro matrimonio.

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    • Per Blaspas

      “Questa sola frase dovrebbe averti fatto saltare Simon, a te che sei un “realista”. Il Vangelo non propone nessun “ideale” propone vie pratiche per raggiungere il Regno.”

      Il Vangelo propone una via talmente difficile che solo pochi riescono a seguirla in toto sotto tutti gli aspetti. Hai venduto tutto, Blaspas? Porgi l’altra guancia? Dai da mangiare agli affamati, bere agli assetati e copri gli ignudi? http://www.laparola.net/wiki.php?riferimento=Mt25%2C31-46&formato_rif=vp

      Le fai tutte queste cose? Perché mi pare che Gesù, dalle sue stesse parole, vi abbia dato ancora più importanza, ma per voi esistono nel Vangelo solo le tre righe scarse di quando ha parlato del matrimonio.

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      • Mentre tu Vincent vorresti depennare “le tre righe scarse” che cambiano una civiltà, una cultura, e che in definitiva cambiano l’Uomo.

        Non concordo certo con Blas o con Giacomo … ma tu vuoi confondere troppo le acque (e le confondi parecchio coi post kilometrici 😀 copiaincollati ovunque).

        Nessuno nega che ci siano casi particolari, casi difficili, casi che a ragione devono spezzare legami matrimoniali (e qui sto rispondendo anche all’ultimo post di MenteLibera, se mi legge) ma il fatto è che certe correnti di pensiero vogliono far passare questi casi come la norma.
        E non solo: pretenderebbero la ratificazione cattolica e “assoluzione assicurata” – vedi un pò il discorso che fai sempre sugli Ortodossi, facendoli passare come quelli che autorizzano 2 matrimoni e relazioni prematrimoniali a volontà.
        (Un pò è anche vero nella percezione del loro “fedele medio”, ma il fondamento teologico è molto, molto diverso, e NON prevedrebbe, almeno in origine e nei suoi intenti, la possibilità generalizzata di 2 unioni, se non in casi eccezionali).

        Tu mi dirai di no, che non stai dicendo questo. E invece lo affermi di continuo. Come ad esempio affermi il tuo diritto “cristiano” di “provare fisicamente le ragazze” finché (forse ma non si sa) troverai quella da sposare. Lo dici in tutti i modi.
        Ora: (a parte che le implicazioni di questa ‘teoria della prova’ sta provocando da anni molte vittime, “psicofisiche” diciamo così, nel mondo maschile più che femminile) quello NON è un diritto di provenienza cristiana, in nessuna maniera. Non potrà mai esserlo. È anti-evangelico in tutti i sensi. Mentre tu che fai? Lo vuoi far passare come assolutamente evangelico.

        Secondo punto: fai il solito gioco di mettere in contrapposizione, fare classifiche dei diversi peccati. O delle diverse virtù. I comandamenti sono tutti validi. Non puoi scegliere quello che ti è più facile rispettare e che rispetteresti comunque anche se tu fossi ateo.

        Terzo punto: sembra che contratti e mercanteggi con Dio. Sembra che dici “se faccio così , Dio mi deve perdonare del peccato che faccio cosà!”. Questo traspare continuamente da quello che scrivi.
        Dio ti perdona fondamentalmente perché è misericordioso. Non A CAUSA di due robine che puoi fare tu.
        Come ti facevo già osservare altrove: hai preso il peggio dai tuoi ‘insegnanti’ tradizionalisti e l’hai trasportato in una specie di progressismo sentimentalista…. svuotato dal Fondamento cristiano.

        Se compi atti di Carità, se fai opere, se aiuti i poveri: fai esattamente quello che DEVI fare secondo il Vangelo. Non è che fai qualcosa per cui ti SPETTA qualcos’altro. Non ti spetta proprio niente.
        Secondo me questo non ti è ancora sufficientemente chiaro.

        Quella frase della lettera di Pietro che citi sempre sta a significare che, impegnandoti in tutti gli aspetti della vita cristiana, compreso il pentirsi degli errori che fai (e NON il rivendicare che è GIUSTO farli) – ecco, con questo atteggiamento puoi “riparare” a tante manchevolezze personali.
        Non c’è nessuno di noi che sia esente di peccati, di qualsiasi tipo.
        Ma magari non è il caso di farli passare come cosa buona e giusta.
        Se lo pensi davvero che lo siano,buoni e giusti: fornisci chiare giustificazioni teologiche, fornisci Scrittura, fornisci Tradizione, ecc.

        Finora hai sempre fatto lunghissimi post contenenti magari anche prassi pastorali del passato (peraltro non pertinenti)…. MA mai niente di concreto che supportasse quello che intendi supportare.
        Come si diceva nell’altro sito, c’era una domanda fondamentale a cui tu non rispondevi. Affermavi, tue parole, che il cristiano “ha diritto ad una vita sessuale e sentimentale” (anche fuori dal matrimonio, casomai si sposasse a 40 anni, come dicevi tu).
        E io ti chiedevo: dove si afferma nelle Scritture (o Tradizione o dove vuoi) che il cristiano “ha diritto ad una vita sessuale e sentimentale” ???
        L’enfasi sta sul termine: DIRITTO. In che senso “ha diritto”? Diritto su chi?

        Riguardo alla “scelta” della ragazza, ti linko uno spunto interessante di Don Vincent Nagle http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2015/10/25/Uomo-donna-la-crisi-della-liberta/649591/

        Ciao

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  4. Cito dall’articolo

    “Sempre dal punto 308 : “Comprendo coloro che preferiscono una pastorale più rigida che non dia luogo ad alcuna confusione. Ma credo sinceramente che Gesù vuole una Chiesa attenta al bene che lo Spirito sparge in mezzo alla fragilità: una Madre che, nel momento stesso in cui esprime chiaramente il suo insegnamento obiettivo, « non rinuncia al bene possibile, benché
    corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada”.

    Questo è un concetto addirittura Paolino, che non mancava mai di ricordare che “siete sotto la Grazia non sotto la Legge” e di scagliarsi contro i legalisti.

    (1 Cor 9,19-22)
    ” Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: mi sono fatto come Giudeo per i Giudei, per guadagnare i Giudei. Per coloro che sono sotto la Legge – pur non essendo io sotto la Legge – mi sono fatto come uno che è sotto la Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la Legge. Per coloro che non hanno Legge – pur non essendo io senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo – mi sono fatto come uno che è senza Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono senza Legge. Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno.”

    Questo Papa mi ricorda San Paolo, come anche le resistenze che ebbe l’apostolo delle genti all’epoca dai giudaizzanti legalisti.

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  5. O.T. 😮
    Mi piacerebbe leggere una difesa d’ufficio della comunione sotto la sola specie del pane. Conosco l’argomento elaborato per giustificare questa prassi liturgica, ma mi piacerebbe sentirne l’articolazione dalla voce di qualche zelante paladino dell’ortodossia cattolica. C’è qualcuno che voglia farsi avanti?

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    • È un OT che non c’entra niente e quindi lo censuro da qui in poi.

      Sarei però, invece, interessato da un tuo commento circostanziato sulla’ottavo capitolo della AL…

      In Pace

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      • L’OT non era inteso ad avere un seguito in questo post. Era una richiesta di approfondimento con un post dedicato (per esempio a cura di Trianello).

        La carne al fuoco in AL 8 è molta e richiederebbe, in effetti, una serie di considerazioni molto ampia. Ma almeno qualche parola la vorrei spendere.

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      • Dunque, Simon, mi hai chiesto un commento circostanziato sull’ottavo dell’AL. Ti partecipo qualche semplice pensiero.

        Devo previamente chiarire che pur non trovandomi in sintonia su tutto ciò che papa Francesco va dicendo e facendo nel corso del suo pontificato, non condivido in nulla la posizione di chi prova verso di lui un’avversione personale, psicologica, se non antropologica. Trovo che adottare nei riguardi di un pontefice e delle sue parole una predisposizione d’animo ostile e/o sospettosa sia, in generale, un modo di porsi viziato da contaminazioni di natura maligna. Così come, d’altronde, trovo insottoscrivibile ogni posizione pregiudizialmente orientata all’elogio, quando non all’esaltazione, di quanto un particolare pontefice dice e fa. Non sono, insomma, affetto né da francescofobia né da franceschite.

        AL è un buon documento. A tratti un po’ verboso e ridondante, ma nel complesso piuttosto nitido. I principi di sempre vi vengono riesposti, ribaditi e, per certi versi, positivamente approfonditi. Prendiamo, ad esempio, gli esordi del Capitolo ottavo: l’enumerazione delle caratteristiche essenziali del matrimonio – 1) unione fra uomo e donna; 2) in dono reciproco; 3) in amore esclusivo; 4) in libera fedeltà; 5) per sempre; 6) con apertura alla vita; 7) in vincolo sacramentale – riesce, per esempio, a esplorare in poche battute la poliedrica ricchezza del legame nuziale. Così come in poche e chiare battute viene operata un’intelligente distinzione fra le unioni che rappresentano l’antitesi dell’ideale matrimoniale e quelle che lo realizzano in modo parziale e analogo (“e” non “o”: attenzione, quindi, a non entusiasmarsi eccessivamente per quest’ultimo aggettivo). L’idea che il capitolo miri a introdurre puntelli per future fughe in avanti mi sembra del tutto priva di fondamento, e lo dico da irriducibile avversario dei mai troppo deprecati tibicines disseminati in testi come la Costituzione del Vaticano II sulla Liturgia. C’è, semmai, un ampio e positivo sviluppo nel quadro generale che emerge dal capitolo – ma poi da tutta AL – ed è l’affermazione, operata in più riprese e sotto svariati angoli di prospezione, dell’irriducibilità della vita e della sua sostanza spirituale agli articoli della codifica normativa. Chi sogna che con ciò si voglia negare l’importanza – di più, la necessità – di tale codifica, sogna, appunto: sia che lo auspichi sia che lo aborra.

        Merita spendere qualche parola sul termine “ideale”, che ricorre in più punti nel capitolo. Esso non andrà inteso nel senso di “chimera imperseguibile”, ma in quello di perfezione cui tendere e, con l’aiuto del Padre Eterno approdare. Si chiarisce, anzi, che chi intendesse spacciare come un tratto dell’ideale cristiano ciò che è e resta oggettivamente un peccato, si porrebbe fuori dal seminato (e dalla comunità dei credenti).

        Sintomatico che il punto più fumoso del capitolo risieda, almeno a mio avviso, in una citazione dalla Relatio Synodi: “In ordine ad un approccio pastorale verso le persone che hanno contratto matriomonio civile, che sono divorziati e risposati, o che semplicemente convivono, compete alla Chiesa rivelare loro la divina pedagogia della grazia nella loro vita e aiutarle a raggiungere la pienezza del piano di Dio in loro”. È un linguaggio che, purtroppo, conosciamo ormai bene e cui, fortunatamente, non ci abitueremo mai. Mi sembra però che AL, inserendolo in tutt’altro registro, riesca a disinnescarne, o almeno a moderarne, il potenziale entropico.

        Il punto più fragile del capitolo sta, mi pare, nel punto in cui, con riferimento ai battezzati risposati, si legge: “Occorre […] discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate”. Perché fragile? Perché esprime un’istanza lasciandone indeterminata l’evasione.

        Un esame minuto del Capitolo ottavo richiederebbe pagine e pagine. Ci sono finezze che andrebbero messe in luce, come il passaggio: “È meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale, perché questo non basta a discernere e ad assicurare una piena fedeltà”, dove la finezza sta nelle espressioni limitative che ho sottolineato (e ci sono sviste che possono far sorridere, come l’attacco “In altri Paesi…”, al punto 294, dove il lettore si domanderà, giustamente smarrito: altri rispetto a quali?). Spero, con questi pochi cenni, di avere soddisfatto almeno in parte, Simon, la tua curiosità circa la mia opinione, che è nel complesso più che positiva.

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        • Con questa visione profondamente cattolica che oggi è merce rara, rarissima, non mi dispiacerebbe leggere dove Navigare non si sente in sintonia col pontificato di Francesco (uno degli atteggiamenti/punti che non le vanno a genio l’ho già letto – e non credo che la dovremo cedere agli Ortodossi 😀 causa introduzione di nuovo dogma di fede nella Chiesa).

          Anzi… esagero: a me piacerebbe leggere anche la sua valutazione critica del pontificato del mio amato Giovanni Paolo II.
          Con calma. Se e quando avrà tempo. Se le sembra opportuno.

          Per il resto: bellissimo il post qua sopra.
          Passaggio fondamentale:
          ” l’affermazione, operata in più riprese e sotto svariati angoli di prospezione, dell’irriducibilità della vita e della sua sostanza spirituale agli articoli della codifica normativa.

          Chi sogna che con ciò si voglia negare l’importanza – di più, la necessità – di tale codifica, sogna, appunto: sia che lo auspichi sia che lo aborra.

          Grazie Navigare.

          P.s. Minstrel, Simon, l’avete già ingaggiato, vero, il Navigare perché rediga qualche blogpost di approfondimento …ad esempio sulla liturgia, problematiche/criticità attuali, di cui qualche volta si accenna?
          (Sono anche interessata, quasi sicuramente, anzi sicuramente per motivi diversi dai suoi all’argomento che richiamava qua sopra sulla comunione con la specie del pane)

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  6. il cosiddetto “discernimenTo” a cui sarebbe demandata ogni decisione in merito al fatto di permettere ad un divorziato risposato di fare la comunione ( lasciamo stare il fatto che fino ad oggi una miriadi di divorziati risposati hanno fatto la comunione come per esempio Berlusconi ed altri vip) questo famoso discernimento cosa è alla fine =? cosa significa?
    cosa significa discernimento?
    questa è la domanda. cosa significa discernimento? E’ qualcosa di soggettivo? di legato al singolo prete/vescovo? E’ qualcosa di etereo, di in-descrivibile’ e’ qualcosa di soggettivo? e ì UNA SUBITANèA ISPIRAZIONE DELLO SPIRITO SANTO? lo Spirito Santo appare al singolo prete e gli ingiunge sì questo divorziato risposato può fare la comunione?
    Cosa è. vi prego, questo famoso “discernimento”?
    e ‘ quello che il prete crede/ spera/ auspica/ in cuor suo?

    la verità vi prego sul “discernimento”
    (citazione da “la verità vi prego sull’amore! di W. H , AUDEN)

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    • Il primo punto fermo del “discernimento” è la conoscenza approfondita del confessore della parte normativa.
      Quindi siamo sul fronte oggettivo: sia della norma che della situazione concreta del penitente.

      Su tutto il resto, lascio a Simon.

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      • Rimane sempre e comunque il fondamento evidenziato da AL.

        Nell’ottima esposizione di Navigare:
        ” l’irriducibilità della vita e della sua sostanza spirituale agli articoli della codifica normativa. “

        Tuttavia:

        “Chi sogna che con ciò si voglia negare l’importanza – di più, la necessità – di tale codifica, sogna, appunto: sia che lo auspichi sia che lo aborra.”

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