Bartolucci e il faldone 47: una provocazione!

Per quanto ancora sapremo sostenerla?

Un caro amico, direttore di coro e compositore, ha voluto scrivere un articolo sulla morte del Cardinal Maestro Bartolucci prendendo spunto da un episodio che ha visto direttamente coinvolto il Maestro e la schola cantorum che oggi dirige. Alle domande finali di questo articolo, meste e sommesse, mi permetto di rispondere con un provocazione utilizzando direttamente le parole (profetiche?) di Bartolucci stesso:
“[Mio padre] amava cantare in chiesa. E le romanze di Verdi e di Donizetti. Ma allora cantavano tutti: i contadini mentre potavano le viti, il calzolaio mentre rifiniva le suole. C’erano le bande in piazza, durante le feste arrivavano le guide musicali da Firenze e il teatro del paese aveva due stagioni d’opera all’anno. È tutto finito.”
Bartolucci, Domenico “Ho fatto un sogno”, intervista per l’Espresso, 21 luglio 2006

Anche oggi cantano tutti e tutti vorrebbero cantare. Ve lo dice uno che ha a che fare con scuole e accademie di musica.
Ma cosa? Questo è il dilemma.
Non è cambiato nulla, ma effettivamente sta finendo tutto.

Buona lettura.

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Quando la mattina dell’11 novembre sono stato informato da un amico organista della scomparsa del card. Bartolucci, non ho potuto fare a meno di pensare ad un fatto singolare, accadutomi cinque anni fa. Rovistando nell’archivio (e nel passato glorioso -in contrasto con un comunissimo presente) della schola cantorum che dirigo, cercando di stilare un programma per il trentesimo anniversario della morte del fondatore della nostra corale, mi sono imbattuto in uno spartito firmato Domenico Bartolucci. Firmato nel senso letterale del termine, in quanto l’autore, molti anni prima, aveva scritto un’appassionata dedica alla corale ed al maestro, al quale era legato da una modesta amicizia, sotto il suo noto mottetto “Christus natus est”. Ho appreso che quello spartito era un regalo, fatto da Bartolucci alla corale, in occasione di un concorso a Roma nella quale questa si era distinta. Quale miglior contesto, mi sono detto, per rispolverare un brano di un certo livello, utilizzandolo per impreziosire un concerto, narrare la storia di illustre amicizia e, non ultimo, con l’avvicinarsi del Natale, avere un bel pezzo in più da utilizzare nelle funzioni.

Pronti, via, proviamolo. Ricordo distintamente quella sera, i migliori propositi del sottoscritto diminuivano ad ogni stanghetta di battuta. Le corali parrocchiali sanno avere risvolti tragicomici, che legano forse ancor più il direttore a queste realtà: se i bassi si grattano la testa perplessi, qualche contralto intraprendente canta le parti nelle orecchie delle vicine per istruirle e la faccia di qualche tenore sta assumendo tinte sempre più tendenti al porpora, probabilmente il coro ti sta dando un segnale. Ho portato a termine la prova, ma alla fine di essa ho rimesso il brano nel faldone 47, dove salvo imprevisti dovrebbe trovarsi tutt’ora.

Le difficoltà legate al brano sono molteplici, nonostante si presenti come un mottetto pastorale all’apparenza di media difficoltà – fatta eccezione per quel che salta inevitabilmente subito all’occhio: una sorta di discanto affidato nell’ultima parte al soprano I, che oltre a salire fino ad un la, si muove in un ambito ristretto e faticoso. Tutte le voci presentano notevole difficoltà di fraseggio, di respiro e l’armonia non è delle più scontate. A questo si aggiunga che la corale moderna media è poco avvezza a cantare a cappella, i bassi non sono abituati a sostenere come si conviene (fosse anche solo per un fatto timbrico) una parte a cinque e poi sei voci, a quel punto pure l’intonazione ne risente, diventando precaria: la frittata è fatta.

In effetti, quest’anno (dopo svatiate perdite della corale, dopo innumerevoli vicissitudini interne ed esterne, dopo una decisione onesta e finalmente concordata da tutti di dedicarsi con maggiore attenzione ai servizi liturgici, visto che nella nostra parrocchia sono molto frequenti), a pochi giorni di distanza ormai dal concerto per il trentacinquesimo anniversario del maestro, mi sono accorto che a riprovare quel bellissimo mottetto non ci ho nemmeno pensato.

Così, riflettendo sulla grande figura di Bartolucci e sul suo operato, mi sono chiesto quanto la musica sacra “di spessore”, anche quella relativamente vicina al nostro tempo, possa essere ancora eseguibile dai nostri cori. E dico “ancora” perché, per chiarezza, tanti anni fa la corale della mia parrocchia il Christus natus est lo cantava. Mi sono scontrato con un gigante, è vero, ma non vale forse lo stesso per l’opera (intendiamoci, ancora artisticamente mirabile) dei successori di Bartolucci in Sistina? Quale è il senso della corale, allora, se la produzione sacra di riferimento è fuori dalla sua portata? Sarei stato in grado di riproporre lo stesso brano alla messa di mezzanotte un mese dopo il concerto, quando forse non avrei potuto contare sui cosiddetti “rinforzi esterni” che talvolta sono vitali per le corali sempre più a corto di ricambi generazionali? E ancora, perché questi ricambi non avvengono, quando invece gli aiuti esterni che ricevo sono quasi tutti elementi giovani, come d’altro canto lo sono io? Qual’è l’ostacolo che impedisce alle generazioni giovani di avvicinarsi a questo repertorio?

Per quanto queste domande dovranno restare nel faldone 47?

Franz

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Categorie:Sacra Arte

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2 replies

  1. Ciao Minstrel, articolo interessante.

    Io sono un dilettante in materia, ma qualche opinabile idea me la sono fatta. Per cominciare, ho ascoltato il brano che nomini. Sebbene sia conscio dell’opinabilita’ di quanto sto per dire, mi permetto di affermare che l’ho trovato sinceramente brutto, come trovo piu’ o meno brutto quasi tutto quanto ho sentito di Bartolucci. Un brano monotono, ripetitivo, modulazioni quasi assenti o altrimenti scontate, contrappunto o anche solo imitazioni del tutto assenti; stile simil-
    ottocentesco, con tutti i luoghi comuni armonici dell’epoca. Inoltre di lunghezza esagerata rispetto a quel che ha da dire
    (una sola idea musicale, ripetuta davvero troppe volte con qualche minima modifica armonica). Per un coro di dilettanti non e’ facile perche’ ha registri un po’ impegnativi, ma musicalmente mi sembra sinceramente poca cosa.

    Ora, la questione non e’ ammirare o criticare Bartolucci: certo, se devo scegliere tra lui (o meglio cio’ che rappresenta) e lo squallore della musica liturgica media di oggi be’, non c’e’ partita. Il punto e’ invece secondo me capire se il tipo di musicalita’ di cui lui e’ stato il miglior rappresentante sia quanto e’ realmente desiderabile o, piuttosto, non sia stato un sintomo della fine di cui parli nell’incipit dell’articolo. In realta’, mi sembra che la crisi venga da lontano. Da un secolo, l’ottocento, nel quale gli influssi della musica operistica sono stati talmente gravi da distruggere quasi completamente la tradizione musicale liturgica in questo paese, e hanno richiesto un motu proprio (si trattengano gli eventuali lettori col dito sul grilletto, non QUEL motu proprio, un altro di un secolo fa…) per risistemare le cose, cercando di rimettere il gregoriano (che TUTTORA dovrebbe avere il primo posto nella liturgia) e la polifonia classica al posto che spetta loro. Solo che non c’e’ riuscito: il gregoriano e’ completamente sparito, e provate un po’ a dire a un parroco OGGI che non sarebbe difficile far cantare al popolo almeno 3-4 brani gregoriani semplici. Vi fu, si’, un qualche ritorno alla polifonia classica, specificamente a Palestrina (non sono sinceramente mai riuscito a capire perche’ Palestrina e non Victoria, Lasso, Tallis, Byrd, o meglio perche’ costoro fossero in secondo piano). Ma con forme a mio parere quasi grottesche. La Sistina ai tempi di Bartolucci era, chiedo scusa, un coro terribile, quasi grottesco. Gli uomini scambiavano la polifonia rinascimentale per musica rossiniana, con un impostazione esageramente lirica perfino per Rossini peraltro. Il contrasto con i bambini non poteva essere piu’ stridente. L’intonazione era precaria, e si potrebbe proseguire. La Sistina non e’ ne’ migliorata ne’ peggiorata oggi, si veda ad esempio

    http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/06/17/perfida-albione-stroncato-a-londra-il-coro-della-sistina/

    Le motivazioni di questo disastro, a mio parere gia’ in atto ai tempi di Bartolucci, sono ovviamente molte e non sono competente nell’analizzarle. Certo la scarsa o nulla formazione musicale dell’italiano medio conta, cosi’ come la scarsa attenzione a livello ecclesiale (se andate in Austria, paese ecclesialmente in difficolta’ ma su altri fronti, troverete in tutte le
    chiese un libro dei canti che include gli spartiti, e quasi tutti saranno in grado non dico di leggere a prima vista, ma di seguirli in modo ragionevole si’). C’e’ anche la nefasta tradizione ottocentesca-simil-lirica in liturgia che, come dicevo, all’inizio del secolo scorso ha meritato addirittura un motu proprio papale per cercare di arginare il disastro. C’e’ il fatto che se i Sixteen o i Tallis Scholars si trasferissero da noi farebbero la fame, perche’ nessuno andrebbe a sentirli e perche’ la musica rinascimentale vera, fatta bene, con la timbrica e l’intonazione corretta, viene vista come un reperto storico morto e sepolto. Bartolucci, pace all’anima sua, si lamentava di qualcosa che secondo me ha involontariamente contribuito a portare a compimento purtroppo.

    Quanto al gregoriano, abbiamo ancora dei validissimi professionisti. Un nome su tutti: Rampi. Un gruppo su tutti: i cantori gregoriani. Rampi, invece di essere usato come risorsa per l’intera chiesa italiana, e’ stato di fatto cacciato da Cremona

    (http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2010/01/13/musica-sacra-se-roma-piange-cremona-non-ride) e i cantori gregoriani vivacchiano (con l’unica eccezione del ciclo su TV2000, peraltro ormai concluso).

    Penso possa essere interessante leggere alcune considerazioni di Rampi, che mi sembrano assolutamente istruttive.

    http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350251

    http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2011/08/03/rampi-come-cantare-il-gregoriano-nel-secolo-xxi/

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    • Grazie GG, commento ricchissimo di spunti. Attendo anche franz al varco che, oltre ad avere ‘sto originale di Bartolucci, sa chi è Baroffio e per un pò ha girato proprio la Cremona del Rampi. 🙂
      In attesa di avere due minuti anche io per ascoltare ‘sto benedetto Christus est natus e dire la mia. uff

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