Il Vangelo Apocrifo del Magister

Il testamento del Magister LudiCapitolo IX: L’Addio a Vetus e l’Esodo Interiore
Il sentiero oltre il portale dell’Eremo non accoglieva il passo del viandante, né si adattava alla sua misura: esso si offriva con la stessa indifferenza con cui il vento percorre una valle che non gli appartiene. Nessuna lastra indicava la direzione, nessuna voce ne sanzionava la meta e ogni impronta lasciata veniva cancellata dal movimento stesso dell’aria o dalla caduta ostinata di aghi di pino, però là dove altri avrebbero visto un’assenza, Telesforo intuiva la presenza muta di una legge più antica.
Non portava alcun oggetto con sé, e non per desiderio di nudità spirituale, ma per necessità di esattezza poiché ogni cosa superflua, anche minima, avrebbe falsificato il gesto. Era stato preparato all’Eremo secondo una disciplina che non tollerava compensazioni simboliche dove il rito, appreso nella sua essenzialità, non lasciava spazio a interpretazioni creative ma era la forma stessa del pensiero incarnato. E così, avanzava in silenzio, non come chi ricerca, ma come chi si dispone.
Aveva appreso all’Eremo che la verità non si mostra per ispirazione, ma si lascia indovinare nel rigore. La sua mente, svuotata di slanci, sapeva restare in ascolto.
Su una lastra disposta verticalmente vi era una frase come scolpita nel silenzio:
真教不傳,只可喚醒 (che si pronunciava, ovviamente: “Verum magisterium non traditur, sed excitatur”) — “Il vero insegnamento non si trasmette: si risveglia”.
Non era una sentenza da meditare, ma un criterio di giudizio: per chi praticava la virtù di proprietà qualsiasi pensiero che non obbediva a quella regola era scartato come fumo perché il resto del mondo, colui che ancora credeva che la verità potesse essere comunicata, apparteneva a una fase decaduta del pensiero.
Il paesaggio mutava senza svelarsi dove distese rocciose si alternavano a depressioni sabbiose, alberi bassi cedevano a siepi deformi, mentre, ogni tanto, un tratto nudo esponeva il viandante alla severità di un cielo incolore. In quel mutare si celava una volontà che non si offriva a chiunque, i cui segni non apparivano a chi li cercava, ma a chi li meritava. Così apparirono le prime croci.
Sembravano scaturite dalla pietra: alcune, inchiodate a frammenti di quarzo, portavano tratti incisi; altre, lasciate grezze, si fondevano con le venature del suolo; esse non erano né monito né ornamento, ma attestazione del passaggio di altri che avevano agito nel giusto ordine e Telesforo non si domandava chi le avesse poste. Alcune presentavano segni incisi con gesto infantile, ma non per questo meno rituale e una, in particolare, portava il segno 齋, sobrio e solenne, tracciato da una mano calligrafa.
Si fermò e si inginocchiò, ovviamente non per venerare, ma per conformarsi al rito corretto in tale luogo e tale ingiunzione: il suo corpo ritualmente si adattava così alla forma richiesta con le mani unite, il palmo destro rivolto verso l’interno e il sinistro a protezione del cuore egli compì con sincerità due inchini esatti. Non vi era da cercare significato, né da evocare intenzioni, perché rito è il significato.
Più oltre, il sentiero si fece più incerto con la presenza di radici spezzate, di pietre mosse, di terriccio smosso da antiche piogge. Telesforo vi avanzava senza cercare, neanche il suo occhio indagava, ma contemplava quel paesaggio che pareva respingerlo, cosciente che questi gli stava offrendo la possibilità di dimostrare rettitudine.
All’orizzonte si profilava una struttura la quale non apparve come una visione improvvisa, ma come la necessaria conseguenza della marcia. Era Luxor, finalmente, anche se nessun segno lo confermava. Non una città nel senso convenzionale, ma un organismo mineralizzato con i suoi edifici ridotti a spoglie ma che non si presentavano come ruderi bensì come forme concluse. In questi vie era un equilibrio pericoloso tra la rovina e il monumento e nessun rumore vi circolava mentre, stranamente, le ombre non erano di assenza, ma di presenza trattenuta.
Le biblioteche, in rovina, non attiravano per nostalgia. L’assenza di libri non era una perdita, ma, anzi, una liberazione e le pagine che si indovinavano sepolte dalla polvere erano ormai diventate parte dell’architettura. Nessun umano sfogliava o ancor meno leggeva e chi avesse cercato il sapere in quei luoghi avrebbe dovuto ascoltare il modo in cui il tempo aveva scritto sulle travi, sulle crepe, sulle fenditure.
In una piazza spaccata, al centro di un incrocio di strade inaccessibili, si ergeva un albero impossibile il cui tronco pareva aver assorbito parte di un preesistente antico monumento marmoreo, e i cui rami si insinuavano in fenditure che non erano state scavate da mani umane. Vi era un’apertura minima, visibile solo a chi stava fermo senza porta alcuna, chiaramente una soglia cheTelesforo la riconobbe ed oltrepassò.
Dentro, l’aria cambiavanon a causa della temperatura, ma per via di una maggiore densità delle sensazioni per cui ogni elemnto fisico sembrava contenere un’eco e ogni pietra umidità ed intrinseco silenzio che non si sommavano, ma si compenetravano. Solo una fiaccola, montata senza ornamento a mezza altezza, vibrando leggermente dava un segno di presenza anche se non proprio di luce.
Telesforo avanzò scoprendo le stanze, spoglie ma che conservavano segni d’uso perfetto: un calice posato con cura, una coperta ripiegata con metodo, un leggio inclinato nella giusta direzione e, sorprendentemente, nessuno di quegli oggetti parlava di passato, anzi accennavano che ancora tutto era ancora in opera, che non erano reliquie, ma strumenti.
In una sala ampia, al centro, su una colonna spezzata, giaceva un libro che non esibiva titoli dorati ma vi era una targhetta scritta a mano, con inchiostro ormai ritirato,e che recava: Evangelium Ludens — non canon. Nessuna formula formula vi era aggiunta, e nessuno cornice per renderla più estetica, in realtà era davverp come un oggetto privo d’inizio.
Le prime pagine, bianche, non chiamavano all’interpretazione in quanto erano espressamente silenzio disposto e Telesforo le sfogliava come si sfiora un volto amato: con assoluta attenzione, senza bisogno di sapere. Raramente, alcune pagine mostravano segni testimonianze di gesti congelati, in realtà ideogrammi interrotti, ricordi di una lingua franca che fu, tracce di senso che suggerivano un’origine senza obbligare alla conclusione.
Una frase sola si impose a lui: 與真理戲者,踏於深淵之緣,墜者亦可生焉 ( da pronuciarsi: Qui cum Veritate ludit, ambulat in margine abyssi: cadens tamen gignitur) “Chi gioca con la Verità, danza sull’orlo dell’abisso. Ma chi cade, nasce”.Non cercò spiegazioni in quanto la frase era completa nel suo richiamo di pericolo. Telesforo chiuse il libro con un gesto lento e rituale, non per sfizio, ma perché quel gesto era compiuto di per sé e nulla chiedeva di essere aggiunto.
Allora, senza preavviso, si rese presente il Magister ma senza apparizione e nemmeno definizione, la sua esistenza era piuttosto come una forma di spazio vuota. Ovviamente Telesforo non poteva guardarlo ma restò in piedi con le mani composte, misurando la propria respirazione mentre nel suo spirito una domanda si articolò da sola: “Perché il Vangelo è apocrifo?”. Appena questa riflessione fu formulata nel suo spirito che avvarve davanti agli occhi suoi la risposta, scritta, trasparente e tagliente: 因人之權不能定義天啟 ( da pronunciarsi: “Revelatio divina non subest potestate humana”) “Nessun potere umano può canonizzare la rivelazione divina”.
La chiarezza del messaggio era largamente sufficiente, il richiamo che la forma della rivelazione è la sua difesa in quanto nessuna autorità può contenerla, semplicemente perché la verità non si lascia ridurre.
In seguito andò seguire il rito del fuoco in un’altra sala rotonda e senza decoro dove figure silenziose offrivano oggetti che non erano memorie loro, ma vere parti di sé. Quanto a Telesforo egli estrasse una sola pagina bianca dal suo Liber, custodita fin dal giorno della partenza e la pose sulle braci e quasi sembrava che il fuoco non la divorasse ma che la leggeva sussurrand, ogni crepitio come un’intonazione e ogni piega che si anneriva come una sillaba.Quando non rimase più che cenere allora si manifestò come un vuoto perfettamente tracciato, evidenziando fisicamente cheIl sacrificio era completo e che tutto era già registrato.
Telesforo finalmente uscì e sulla soglia della piazza, una bambina sorridente che giocava nei dintorni si presentò lui e comprese che doveva prorgli il libro: lo fece senza parole in quanto il gesto stesso era bastante nella sua significazione: la piccola sorrise, non come qualcuno che riceve, ma come una che riconosce, eppoi corse via e scomparve, in realtà nulla fu da lui trasmesso ma tutto fu da lui compiuto.
Dopo questo scambio, Telesforo camminava ormai senza più interrogarsi sulla direzione da prendere, ogni passo, diventando ora, una misura da solfeggio. Non vi era in lui alcun sentimento di compimento ma solo una dilatazione della responsabilità perché non era portatore di una verità, ma proprio della forma con cui essa si rende presente.
Camminava così attraverso Luxor come chi percorre le navate di un tempio senza volta con una profonda sensazione che, nei fatti, le rovine non erano morte ma che conservavano la vibrazione di ciò che era stato compiuto secondo la virtuosa proprietà del rito. Non vi era ormai nulla da salvare, nulla da restaurare perché ognii frammento di muro, ogni porzione di mosaico ed ogni ruggine sulle ringhiere era parte della liturgia silenziosa che la città ancora celebrava.
Il cielo, che per giorni era rimasto opaco, si fece improvvisamente vicino come schiacciante, cioè mon più alto o profondo, ma quasi tangibile e Telesforo comprese che il cielo non è un luogo, ma una qualità dello sguardo che non lo si attraversa, ma ci rettifica. In quel cielo le nubi, ferme e dense, sembravano come sospese non nel tempo e lo spazio, ma in una volontà superiore e nessuna di esse suggeriva mutamento perché erano come fossero state poste là per delimitare l’invisibile.
Per giunta ogni elemento intorno a lui cominciava a manifestare una densità ed un significato nuovi, addirittura le finestre spezzate dei palazzi, le grate divelte, i lampioni piegati, tutto pareva comporre un alfabeto non umano. Telesforo non cercava di interpretare e la sua mente non formulava pensieri, ad ogni tentativo di significazione egli reagiva interropmendolo con una compostezza più grande. L’ordine umano ed universale non nasce da intenzione, ma da obbedienza e persino gli uccelli, i cui canti giungevano da lontano, sembrano aver modulato il loro suono secondo una metrica non musicale eppure nessuna nota è lasciata al caso come pure nessun silenzio è interruzione.
Si inoltrò verso un cortile chiuso, dove alcune figure, da lontano simili ologrammi digitali, sedevano in cerchioe e si sedette anch’egli davanti al centro del cerchio dove bruciava una piccola brace in quanto non è necessario alimentare ciò che brucia con misura. Così, Telesforo comprese che ormai doveva prepararsi: si alzò e si avvicinò ancor più al centro, inspirò profondamente, si inginocchiò, e tracciò sulla terra, con il dito indice, una sola linea senza dire una parola, senza disegnare oltre eppoi si alzò, ma Luxor aveva registrato il suo gesto, la terra non lo dimenticò perché la linea era oramai parte della struttura.
Telesforo restò il tempo necessario eppoi se ne andò da Luxor: il paesaggio che si apriva oltre i limiti della città non differiva visibilmente da quello già attraversato, eppure ogni cosa pareva respirare un’altra legge. Già i monti in lontananza non dominavano, ma si ritraevano quando sentieri non guidavano più, ma attendevano il viandante occasionale.
Nelle ore che seguirono, la luce rimase costante in quanto il sole, pur muovendosi, non alterava l’ordine e le ombre da esso generate come sua mancanza dagli oggetto che illuminava. non si allungavano, né si accorciavano con usuale impazienza in quanto, in realtà, non c’erano fenomeni ma solo processi non inscrivibili nella misura.
Camminò per giorni e lunghe serate mentre le stelle, quando apparivano, si ponevano come suoi testimoni: fu allora che giunse nei pressi di una torre alta, mutila, interamente nera, senza essuna finestra con una porta chiusa e senza serratura. Sulla pietra dell’ingresso era incisa una frase:非禮勿視,非禮勿聽,非禮勿言,非禮勿動 (pa pronunciarsi: “Quod non est secundum ritum, non aspicias, non audias, non loquaris, non agas” ) “Ciò che non è conforme al rito: non guardarlo, non ascoltarlo, non dirlo, non compierlo.”
Telesforo si fermò e, ovviamente, non tentò di entrare ma neanche bussò. Rimase lì, seduto ed immobile.All’alba, la porta si aprì senza nessun rumore né la presenza di alcun guardiano e Telesforo ne varcò la soglia ed entrò in una sala circolare al centro della quale troneggiava una pietra sferica mentre intorno, lungo le pareti, vi erano aperte sei nicchie, ciascuna contenente un oggetto diverso: una ciotola, una corda, una lama, una piuma, una maschera, una pietra nera tutti oggetti presenti senza nessuna spiegazione. Telesforo si avvicinò alla nicchia della corda per prenderla poi si voltò verso la sfera e la legò, senza stringere, con un nodo semplice, ma esatto nella sua proprietà e ogni cosa fu compiuta come doveva esserlo ed allora egli intuì con ferma certezza che era ormai pronto per prendere parte al Gioco delle Perle di Vetro e che ormai il momento era venuto di incamminarsi verso il Tabellarium per farlo.
Telesforo lasciò la sala sotterranea come era entrato mentre la corda era rimasta sulla pietra, pietra il cui nodo non era solo simbolo, ma ormai evento. Risalì i gradini, uno ad uno, con la stessa usuale compostezza del gesto iniziale però la porta dell’uscita era chiusa: appoggiò calmamente entrambe le mani contro gli stipiti e dopo un tempo senza misura, la porta si riaprì obbedientemente ed egli uscì.
Inizio della Novella: https://pellegrininellaverita.com/2014/08/15/il-testamento-del-magister-ludi-i/
Episodio direttamente precedente:https://pellegrininellaverita.com/2025/04/11/il-testamento-del-magister-ludi-viii/
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