Il Testamento Del Magister Ludi (VIII) 

Il Testamento del Magister Ludi Capitolo VIII: La Regola dell’Eremo di Vetus

Quel mattino, l’aria aveva una densità particolare, quasi avesse assunto la consistenza del pensiero, come se il respiro stesso del mondo si fosse andato lentamente addensando nelle pieghe nodose dei rami e nei solchi impercettibili che le intemperie avevano inciso sulle pietre della balconata naturale che si apriva dietro l’abbazia, quella stessa balconata che Telesforo aveva scelto, giorno dopo giorno, come punto d’osservazione privilegiato, non per la bellezza del paesaggio — benché l’oceano, immobile e inquietante come un’icona bizantina incastonata tra cielo e roccia, si offrisse in tutta la sua ieratica potenza — ma perché in quel punto preciso si aveva la netta sensazione che il mondo, se interrogato nel modo giusto, potesse ancora rispondere.

Non era uomo da contemplazione passiva, eppure si rendeva conto che quell’alternarsi di luce e ombra sulla distesa d’acqua, quello sciabordio lento delle onde che mai si rompevano ma sempre ritornavano su se stesse, gli stava insegnando più di quanto avessero fatto in passato le glosse, i commentari, le miniature stesse del Liber Sacrificii. Il paesaggio non si offriva come spettacolo, bensì come enigma, come un segno quotidiano eppure ogni giorno una smentita del segno stesso.

Era stato fratel Pior, l’anziano il cui volto oscillava perennemente tra lo spavento e la beatitudine, a sussurrargli un giorno, senza preavviso, quella frase tanto oscura quanto definitiva: «Chi ha disegnato bene, può imparare a scolpire. Ma prima, deve disimparare a scrivere.» Poi gli porse, con la solennità dei gesti che precedono i sacramenti, un frammento di pergamena annerita dal tempo su cui era tracciata, in onciale, una sola parola: Vetus, seguita da un piccolo simbolo a spirale, inciso con mano incerta.

Nulla più: non diede nessuna mappa nè alcun invito esplicito, ma Telesforo comprese o forse si lasciò semplicemente attrarre da una comprensione che non si lascia mai afferrare pienamente e partì.

Il cammino che intraprese non si misurava in chilometri, ma in graduali spoliazioni. Ad ogni passo, il mondo abitato si rarefaceva: i sentieri battuti si facevano viottoli, poi tracce, poi intuizioni. Dormì tra rocce umide, bevve da fonti di dubbia purezza, si alimentò del poco che trovava ma mai patì poiché gni privazione diventava una sillaba nuova nella grammatica della sua trasformazione.

Dopo tre giorni, giunse a una fenditura nella montagna, protetta da una lastra di tufo che pareva essere cresciuta insieme alla roccia. Vi era incisa una frase, in un latino scomposto ma denso come il miele dei salmi:

Ubi veritas dormit, ibi vigilat qui amat.

Non bussò né annunciò il suo arrivo ma, semplicemente, passò.

L’Eremo di Vetus, se così si poteva chiamare quel complesso di tre ambienti scavati nel cuore vivo della pietra, si presentò fin da subito come un luogo disadorno, privo di ogni appiglio concettuale, quasi volutamente progettato per disinnescare ogni tentativo di comprensione prematura. Nessuna luce artificiale, nessun libro, nessun oggetto che rimandasse alla cultura scritta da cui proveniva: vi era solo una croce in ferro, rozza, poggiata su un altare in pietra calcarea.

I primi giorni furono segnati non tanto dalla fatica fisica quanto da una sorta di disorientamento interiore, come se il suo corpo, abituato ai ritmi solenni dello scriptorium e alla ritualità della comunità, si ribellasse all’improvvisa sospensione del linguaggio e della struttura. La mente, privata dei suoi strumenti abituali, sembrava vacillare, ma fu proprio nel vacillare che cominciò a sentire, in modo indistinto, una Presenza.

Iniziò così a compiere gesti semplici: lavava le pietre dell’oratorio con l’acqua di una piccola cisterna scavata nella roccia; raccoglieva legna con movimenti lenti e silenziosi; si inginocchiava per ore senza pronunciare parole. Ogni azione divenne segno, ogni segno si fece invocazione muta.

Il settimo giorno, fece un voto: non avrebbe più parlato, né a se stesso né ad altri, fino a quando non avesse udito.

E fu in quel silenzio che accadde il primo incontro: una capra selvatica, diffidente e silenziosa, cominciò a visitarlo ogni giorno, fino a sostare accanto a lui. Telesforo comprese allora che anche il mondo animale possiede una sua liturgia, più antica, più vera, meno contaminata da intenzioni e da quel giorno, si sincronizzò con lei: se si alzava, si alzava; se taceva, taceva.

Un mattino, la luce dell’alba filtrò dalla fessura orientale dell’oratorio e colpì una crepa nella pietra, generando un riflesso cruciforme sul pavimento: Telesforo si prostrò e rimase così fino a che la luce non svanì. Era cosciente che non aveva avuto una visione ma partecipato ad un segno.

Nella notte successiva sognò lo scriptorium: le miniature si animavano, gli ori si fondevano in occhi, le mani disegnavano da sole, e al centro, un volto: ferito, vulnerabile, infinitamente amante e si svegliò pronunciando una sola parola: Fiat.

Da quel momento, iniziò a riscrivere il Liber Sacrificii, ma non più con inchiostro: ogni gesto divenne parola, ogni pietra raccolta un versetto, ogni silenzio una pausa liturgica. Dopo quaranta giorni, l’altare era circondato da pietre irregolari, ognuna portava un graffio, una scheggiatura, una memoria.

Poi ci fu la tempesta una notte quando il cielo si oscurò malgrado la luna piena e l’acqua travolse tutto: il mandala di pietre fu dissolto, la croce fu rovesciata, l’eremo stesso sembrava volerlo respingere. Ma Telesforo, nel fango, inginocchiato, vide il proprio volto riflesso in una pozzanghera: sporco, esausto, ma trasfigurato e si sentì illuminato come miniature dei manoscritti da lui già contemplati e in un lampo di intuizione percepì che non si trattava di costruire bensì di lasciarsi fare.

Scese allora nella cavità più profonda dell’eremo e lì, dove il buio regnava senza appello, trovò un lavabo battesimale, asciutto e screpolato ove vi posò le mani e nel suo centro, come in un epifania, vide il volto del Crocifisso, ma non quello delle miniature ma besì del suo sogno.

Si inginocchiò e senza sapere come, cominciò a pregare:

«Accoglimi, Verbo, come Tuo piccolo fuoco.
Consumami, e fa’ che io divenga luce per un altro.»

Il mattino seguente, il quarantunesimo, lasciò l’eremo non portando con sé che il cofanetto con il Liber Sacrificii ed uno sguardo rinnovato.

Ma prima di scendere verso la città, verso i fratelli, verso la storia, disegnò nella polvere un segno come una spirale e con quella spirale, il mondo cominciò a girare in senso inverso.

Perché qualcosa lo attendeva che aveva nome: Luxor.

Inizio della Novella: https://pellegrininellaverita.com/2014/08/15/il-testamento-del-magister-ludi-i/

Episodio direttamente precedente:https://pellegrininellaverita.com/2025/04/10/il-testamento-del-magister-ludi-vii/



Categories: For Men Only, Simon de Cyrène, Sproloqui

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