Il Testamento Del Magister Ludi (VII) 

Capitolo II: La convergenza discriminante dei riti

L’aria del mattino era trasparente come acqua sorgiva. Telesforo camminava tra i sentieri di lastre muschiose che separavano le celle dei monaci, scavate a picco nella roccia e rivolte verso il mare. L’abbazia in cui era stato accolto ormai da settimane non aveva nome, come non ne avevano gli oggetti realmente necessari. Qui, ogni cosa aveva valore solo in quanto rimandava a un Altro.

Sin dai primi giorni, gli era stato assegnato un compito particolare: aiutare il maestro miniaturista, frate Arsénius, nell’illuminazione dei codici liturgici della nuova sinossi, quella elaborata dopo il Concilio Vaticano V. Era una liturgia che si voleva universale, ma anche profondamente incarnata: aperta al respiro cosmico della creazione e, al contempo, piantata nella carne di un popolo sofferente.

Ogni giorno, Telesforo entrava nello scriptorium dove l’odore del pergamena e della colla d’ossa si mischiava al profumo tenue dell’incenso che proveniva dal coro monastico. I vetri spessi e colorati lasciavano filtrare una luce che sembrava già benedetta.

Frate Arsénius lo aveva accolto senza parole. Gli aveva solo indicato una postazione con un lume a olio, un pennino, pigmenti e un codice semi-trascritto: il Liber Sacrificii, manoscritto sperimentale che cercava di riunire, senza sincretismi, le più alte forme del rito latino, bizantino, copto, siriaco e armeno.

«Qui, non si inventa. Si contempla,» disse una volta il vecchio frate, mentre tracciava un’ornamentazione in oro attorno alla parola Mystērion.

Telesforo, inizialmente, si sentiva inadatto. Era venuto per cercare, non per ornare. Ma ogni tracciato lo costringeva alla precisione, ogni colore al discernimento. Ogni pagina era come un’ora di lectio divina.

Cominciò a comprendere: l’illuminazione non era decorazione, ma rivelazione. Il codice non era scritto per essere letto, ma per essere adorato.Cominciò a comprendere: l’illuminazione non era decorazione, ma rivelazione. Il codice non era scritto per essere letto, ma per essere adorato.

In una miniatura che gli fu affidata, doveva raffigurare la processione pasquale dei popoli dispersi. Seguendo le indicazioni del frate, disegnò uomini e donne di ogni continente: alcuni portavano cesti, altri bambini, altri ancora solo mani vuote. E alla fine della fila, un solo volto visibile: un uomo con il capo coronato di spine, i piedi sporchi di polvere, lo sguardo rivolto in avanti.

Non fu un giorno diverso dagli altri, almeno secondo l’apparenza, quando Telesforo ricevette il segno. La luce filtrava dall’alto del chiostro settentrionale con la stessa inclinazione delle mattine precedenti, e la nebbia che saliva dalla valle — quella nebbia lattiginosa e insistente che sembrava salmodiare lungo le pietre — si posava, come al solito, sui vetri spessi dello scriptorium, appannandoli con quella tenue umidità che ogni giorno costringeva i copisti a pulire con garbo i margini delle finestre. Il refettorio, quella mattina, era stato silenzioso, e la zuppa più tiepida del solito. Ma Telesforo non si lagnava. Aveva imparato da tempo a ricevere ogni elemento della giornata come un’intonazione di un canto più grande, che non sempre si comprende nell’immediato.

Eppure, c’era stato quel piccolo, quasi impercettibile, slittamento: il gesto del monaco più anziano, fratel Arsénius, che al momento della benedizione della tavola aveva cambiato l’orientamento della mano, tracciando il segno della croce con una curvatura insolita, quasi orientale. Non una variazione improvvisata, ma studiata, voluta, consapevole. Come se avesse voluto dire: “Oggi si inizia qualcosa.” E Telesforo, che era allenato a cogliere anche i più sottili segnali delle liturgie non dette, avvertì nel petto una tensione nuova. Non inquietudine. Ma presagio

Fu proprio fratel Arsénius, qualche ora più tardi, a condurlo nella sezione più antica dello scriptorium, un’ala raramente frequentata, dove le pareti non erano mai state ritinteggiate, dove l’odore delle resine era più forte, e dove il pavimento in cotto aveva una curvatura che testimoniava secoli di passi sempre nella stessa direzione. Lì, posato su un leggio basso, con una copertura in lino che sembrava nuova eppure odorava d’antico, vi era un codice aperto. La pergamena, di un bianco opalescente, era decorata ai margini con arabeschi che sembravano insieme armeni e tibetani, e al centro della pagina campeggiava una lettera iniziale — una “M”, forse, o una “Thau” stilizzata — dipinta in oro con minuscole inclusioni di polvere di lapislazzuli.

Telesforo non osò avvicinarsi troppo. L’impressione era quella di trovarsi di fronte a qualcosa di vivo, non nel senso metaforico o simbolico, ma in quello più ontologico: il codice sembrava respirare, come se ogni sua pagina trattenesse il fiato in attesa di essere letta.

Fratel Arsénius gli parlò con voce piana, ma con quel tono che si adotta quando si insegna a un novizio la struttura profonda di un canto sacro.

— Questo è il Liber Sacrificii. Non è un messale. Non è un sinottico. Non è nemmeno un codice di riti. È una proposta di convergenza. Non sincretismo. Non pastiche. Non relativismo. Ma convergenza. Come quando quattro fiumi, pur distinti, si gettano nello stesso lago.

Telesforo annuì. Aveva già sentito parlare, durante i suoi studi, del Liber Sacrificii. Ma nessuno gliene aveva mai mostrato una copia. Si diceva che fosse stato redatto in un tempo in cui le grandi liturgie — latina, siriaca, copta, armena, bizantina, ma anche quelle più remote dei riti etiopici e delle preghiere confuciane rivolte agli antenati — avessero cominciato a domandarsi se non esistesse una grammatica liturgica universale. Non una lingua comune. Ma un gesto. Una postura. Un respiro.

Fratel Arsénius gli chiese, con semplicità, se fosse disposto ad assisterlo nel lavoro di restauro di alcune miniature del codice, le più esposte alla luce, quelle i cui pigmenti avevano cominciato a sbiadire. Telesforo acconsentì, ma non con leggerezza. In quel momento capì che si stava aprendo per lui un nuovo sentiero.

Cominciarono il lavoro il giorno successivo. Il laboratorio era stato predisposto con estrema cura: il bancone in legno di cipresso coperto con lino grezzo, i pennelli di setola naturale, le ciotoline di vetro opalino con pigmenti calibrati secondo ricette medievali. Nessun uso di materiali sintetici. Nessun ausilio digitale. Solo mano, occhio e respiro.

Il primo foglio che affrontarono raffigurava una scena di offerta: al centro, una figura inginocchiata, i palmi rivolti verso l’alto, e davanti a lui un altare che non aveva né croce né idolo, ma solo una fiamma. Tutt’attorno, figure stilizzate di ogni etnia, di ogni epoca, disposte non in gerarchia, ma in cerchio.

Telesforo si soffermò a lungo su una miniatura in particolare: un uomo anziano, dai tratti asiatici, vestito di una tunica semplice, inginocchiato con la schiena dritta, le mani raccolte in un gesto che ricordava tanto l’offerta eucaristica quanto il rito del tè. Nella sua espressione non vi era estasi, ma equilibrio. Non fervore, ma determinazione mite.

— È il rito confuciano dell’antenato — sussurrò fratel Arsénius. — Ma non è l’antenato ad essere glorificato. È la continuità. È il legame. È la coscienza che ciò che siamo non ci appartiene.

Telesforo si fermò. Respirò. Sentì che una parte di sé si apriva a un’intuizione. La liturgia non è solo ciò che si celebra. È ciò che si tramanda non come informazione, ma come incarnazione.

I giorni si susseguirono come onde lente. Ogni miniatura era un continente. Ogni gesto che restauravano, un sentiero tra mondi.

Arrivarono alla pagina che mostrava la sinassi eucaristica: al centro, un altare con il pane spezzato, ma attorno non vi erano sacerdoti, bensì artigiani. Un fornaio. Un ceramista. Una tessitrice. E tra loro, un bambino che semplicemente osservava.

— Questo non è un simbolo — disse Telesforo. — Questo è un invito.

Fratel Arsénius annuì. — Ogni gesto umano, se fatto con intenzione pura, è liturgia. Ogni respiro consapevole è un canto.

E fu così che Telesforo cominciò a comprendere che ciò che stava vivendo non era una preparazione, ma una celebrazione già in atto. Che il restauro non era un compito, ma un rito. Che il Liber Sacrificii non era un libro, ma un corpo.

La svolta accadde una sera, mentre stava rifinendo i dettagli della figura di un pellegrino. Era concentrato sull’ombreggiatura di una piega del mantello quando, d’un tratto, vide il volto del pellegrino animarsi. Non in senso fisico. Ma nella sua immaginazione. Vide l’uomo alzarsi dal foglio, camminare, inginocchiarsi. E, nel gesto, capì qualcosa che nessuno gli aveva mai detto: il vero rito non è ripetizione. È riconoscimento.

Ogni volta che una creatura si riconosce come parte di un disegno più grande, accade un sacramento. Ogni volta che un uomo si inchina davanti al mistero, accade una messa. Ogni volta che qualcuno ama senza possedere, accade un’epiclesi.

Telesforo chiuse gli occhi.

Aveva finalmente compreso che non esisteva un Gioco puro. Solo una Verità che vuole essere giocata fino a farsi dono.E che ogni miniatura, ogni rito, ogni silenzio, era già una proesistenza eucaristica. Non servivano nuove regole.

Serviva solo una nuova adorazione.

Telesforo poggiò il pennello. Uscì. Camminò fino al bordo del chiostro. Si inginocchiò sulla pietra.

Non disse nulla.

Ma capì.

E in quel silenzio, iniziò il suo vero viaggio.

Inizio della Novella: https://pellegrininellaverita.com/2014/08/15/il-testamento-del-magister-ludi-i/

Episodio direttamente precedente: https://pellegrininellaverita.com/2014/09/25/il-testamento-del-magister-ludi-vi/



Categories: For Men Only, Simon de Cyrène, Sproloqui

1 reply

  1. Si, qui però voliamo eh!

    Sottolineo questo, al volo: Ogni gesto umano, se fatto con intenzione pura, è liturgia. Ogni respiro consapevole è un canto.

    E poi il fatto che a volte mi sembrava di leggere Hermann Hesse.

    E che sono pronto a fare il libro con le illustrazioni con le mani giuste. 😀 😉

    Grande Simon!

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