Ripensare al Protezionismo: Trump e Dazi

In un mondo sempre più definito dall’interdipendenza globale e dai flussi digitali di capitale, informazioni e merci, la rinnovata spinta di Donald Trump verso un regime tariffario protezionista può sembrare un anacronismo. Eppure, la sua recente decisione di ampliare i dazi reciproci sulle importazioni negli Stati Uniti ha risvegliato un dibattito antico: il protezionismo, spesso screditato negli ambienti economici liberali, può ancora essere uno strumento razionale per lo sviluppo nazionale?

Non è la prima volta che il protezionismo ritorna in auge. Dal Tariff Act del 1816 al McKinley Tariff, dalla strategia industriale giapponese del periodo Meiji al miracolo sudcoreano trainato dalle esportazioni, l’uso strategico dei dazi ha storicamente giocato un ruolo chiave nello sviluppo delle capacità produttive interne. Persino gli Stati Uniti, oggi sostenitori del libero scambio, devono gran parte della loro ascesa industriale del XIX secolo a una deliberata protezione contro i giganti europei.

Perché il Protezionismo a Volte Funziona: Casi di Successo

1. Stati Uniti (dal 1816 in poi): Il Tariff Act del 1816 proteggeva le industrie nascenti americane da un’ondata di prodotti britannici a basso costo dopo la guerra del 1812. Questo consentì lo sviluppo di settori come tessile e siderurgia. In un secolo, una successione di politiche protezionistiche contribuì alla crescita industriale, facendo degli USA la prima potenza economica mondiale entro il 1900.

2. Germania – Zollverein (1834): L’unione doganale tedesca introdusse dazi protettivi contro le merci britanniche, permettendo alle industrie locali di rafforzarsi. Affiancata da investimenti infrastrutturali e riforme educative, questa politica contribuì all’ascesa industriale dell’Impero tedesco.

3. Giappone – Era Meiji: Il governo giapponese applicò dazi e investimenti pubblici per sviluppare settori strategici come la cantieristica e la siderurgia. Con una gestione intelligente delle tecnologie occidentali, il Giappone passò da paese feudale a potenza industriale in meno di mezzo secolo.

4. Corea del Sud (anni ’60–’80): Sebbene orientata all’export, la Corea del Sud applicò dazi e quote per proteggere settori chiave come l’acciaio e l’elettronica. I dazi furono accompagnati da obiettivi di esportazione precisi e investimenti statali, assicurando efficienza e competitività.

5. Stati Uniti (anni ’80 – semiconduttori): Davanti alla concorrenza giapponese, l’amministrazione Reagan impose dazi selettivi e restrizioni volontarie. Parallelamente, investì in ricerca e sviluppo, rafforzando aziende come Intel e ponendo le basi per il futuro dominio nel settore tech.

6. Brasile (1950–1970 – settore auto): Il Brasile utilizzò dazi e requisiti di contenuto locale per sviluppare un’industria automobilistica nazionale. Aziende come Volkswagen e Fiat stabilirono impianti produttivi locali, creando un ecosistema industriale solido.

7. Francia (XVII–XVIII secolo – colbertismo): Le politiche mercantiliste di Colbert protessero la manifattura francese con dazi e sussidi, favorendo settori come il tessile e la cantieristica navale. La Francia poté così competere con la potenza industriale britannica fino alle guerre napoleoniche.

Quando il Libero Scambio è Stato Dannoso: I Costi della Mancata Protezione

1. Argentina (anni ’90): Aprì il proprio mercato troppo rapidamente, senza una base industriale solida. L’afflusso di importazioni distrusse le industrie locali e l’economia collassò nel 2001, causando default e crisi sociale.

2. Ghana (anni ’60–’70): Liberalizzò il commercio su consiglio esterno, senza proteggere l’industria nazionale. Senza barriere doganali o investimenti, la manifattura interna scomparve, rendendo il paese dipendente dagli aiuti esteri.

3. Regno Unito (anni ’80–’90): L’abbraccio totale al libero mercato portò al declino di molti settori manifatturieri tradizionali. Le regioni industriali entrarono in crisi strutturale, alimentando disuguaglianze e tensioni sociali.

4. Russia (anni ’90): Dopo il crollo dell’URSS, la liberalizzazione improvvisa distrusse l’industria nazionale. Senza protezione né investimenti, il paese subì una deindustrializzazione violenta e un aumento della disoccupazione.

Quando il Protezionismo Fallisce: Esempi da Tenere a Mente

1. Stati Uniti – Smoot-Hawley Tariff Act (1930): In risposta alla Grande Depressione, gli Stati Uniti adottarono uno dei regimi tariffari più protezionistici della loro storia. Il risultato fu una guerra commerciale globale che peggiorò la recessione, ridusse drasticamente il commercio internazionale e aggravò la disoccupazione.

2. India (dopo l’indipendenza – anni ’50-’70): L’India applicò un modello di sostituzione delle importazioni con dazi altissimi e un’economia pianificata. Sebbene abbia costruito una base industriale, la mancanza di concorrenza e gli eccessi burocratici portarono a inefficienze croniche, bassa qualità produttiva e stagnazione economica fino alle riforme liberiste degli anni ’90.

Fattori Chiave del Successo del Protezionismo

Non tutti i protezionismi sono uguali. Quelli che funzionano condividono alcune caratteristiche comuni. Primo: la temporaneità. I dazi efficaci sono transitori e mirano a proteggere settori emergenti finché non diventano competitivi a livello globale. Secondo: devono essere accompagnati da investimenti pubblici in infrastrutture, istruzione, ricerca e innovazione. Terzo: funzionano meglio quando sono inseriti in una strategia export-oriented—non per chiudersi al mondo, ma per prepararsi a competere.

Infine, il contesto istituzionale conta: trasparenza, meritocrazia e accountability impediscono che la protezione si trasformi in rendita parassitaria. Il ritorno desiderato dall’amministrazione trumpiana ad una cultura meritocratica a scanso di ogni wokismo e pseudo-inclusivismo sembra andare in questa direzione come anche l’accento sull’accountability e la trasparenza ppoggiati dall missione del DOGE.

Perché il Protezionismo può Fallire

Il protezionismo diventa controproducente quando è permanente, generalizzato, o serve solo a proteggere gruppi d’interesse consolidati. La mancanza di concorrenza può causare stagnazione tecnologica, sprechi e perdita di competitività. Se non è supportato da una visione industriale chiara e da investimenti in produttività, diventa un boomerang.

Inoltre, se i dazi portano a ritorsioni sistemiche, l’economia globale può entrare in una spirale di contrazione, come negli anni ’30. Infine, protezionismo senza una base industriale o tecnologica su cui costruire rischia di proteggere il vuoto.

I Dazi di Trump: Strategia o Simbolismo?

I nuovi dazi annunciati da Trump, giustificati in nome della reciprocità, cercano di riequilibrare non solo il commercio ma anche la percezione politica. È un appello al concetto di giustizia, più che all’efficienza economica. Ma la giustizia è sempre relativa: la vera domanda non è se i dazi siano giusti, ma se siano efficaci. Servono a obiettivi economici di lungo termine o sono solo retorica elettorale?

Esistono comunque situazioni in cui i deficit commerciali possono essere tollerati o addirittura utili. Gli Stati Uniti dell’Ottocento importarono macchinari e capitali per industrializzarsi. La Corea del Sud fece lo stesso negli anni ’60. Oggi, con una valuta di riserva globale e un’economia basata sui servizi, gli USA possono reggere squilibri che sarebbero fatali per economie meno robuste.

Cosa Dovrebbe Fare l’Europa. E la Svizzera?

L’UE deve evitare reazioni impulsive. Il rischio è quello di una spirale protezionista globale che danneggerebbe tutti. Invece di rispondere con ritorsioni, l’Europa dovrebbe investire nei suoi punti di forza: manifattura di alta qualità, tecnologia verde, regolamentazione digitale e diplomazia multilaterale. Gli squilibri commerciali con gli USA andrebbero affrontati con investimenti comuni, non guerre doganali.

Una risposta intelligente e costruttiva da parte dell’Europa e della Svizzera potrebbe consistere nello sviluppare progetti di investimento congiunti con gli Stati Uniti in settori strategici condivisi. Invece di competere attraverso barriere tariffarie, le parti potrebbero rafforzare la cooperazione industriale in aree come l’energia verde, l’intelligenza artificiale, la sicurezza informatica, le biotecnologie e le catene di approvvigionamento critiche (come semiconduttori e materiali rari). Questi progetti potrebbero essere cofinanziati da programmi pubblici o da consorzi misti pubblico-privati, incentivando innovazione e creando occupazione su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Per l’UE, ciò rappresenterebbe un’opportunità per allineare gli interessi strategici con il partner americano, riducendo al contempo le tensioni commerciali. Per gli USA, significherebbe condividere i costi della reindustrializzazione con alleati fidati. Per la Svizzera, significherebbe rafforzare la sua posizione come partner neutrale, tecnologicamente avanzato e affidabile.

Questa cooperazione economica non eliminerebbe tutte le divergenze, ma creerebbe una base di interessi condivisi in grado di attenuare l’impatto negativo delle misure tariffarie. È un modo per passare dalla logica della punizione a quella della costruzione.

Il protezionismo non è un dogma da accettare o rifiutare in blocco. È uno strumento: utile o dannoso a seconda del contesto, delle modalità e degli obiettivi. Può essere uno scudo o una prigione. La sottile linea tra le due cose richiede discernimento, non ideologia.



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3 replies

  1. Perfetto. Aggiungo che non si poteva pensare di vivere di surplus estero per sempre e che la Germania dovrebbe imparare (a sue spese se possibile) che non si può sempre vivere di export forzato da una svalutazione competitiva a spese dei salari interni.
    E chiudo con un riassunto di questo video che ho trovato molto interessante e assolutamente coerente con la realtà, nonostante forse forzi sulle previsioni del futuro e volontà dell’amministrazione.
    https://www.youtube.com/watch?v=sHlMu8QH0U8&t=5s
    qui il sunto fatto da Grok:

    “1. Contesto storico: il passato del sistema economico globale e il dollaro
    Il dilemma di Triffin e il Nixon Shock (1971): Mazzoni parte dal passato per spiegare il funzionamento del dollaro come valuta di riserva globale. Negli anni ’60, l’economista Robert Triffin evidenziò un conflitto: gli USA, fornendo dollari al mondo, dovevano mantenere un deficit commerciale (esportare dollari e importare merci), ma questo indeboliva la loro economia interna, portando industrie all’estero. Nel 1971, Nixon ruppe la convertibilità del dollaro in oro (Nixon Shock), causando il primo “default” del sistema e svalutando il dollaro per ridurre il debito. Da lì nacque il petrodollaro: un accordo con l’Arabia Saudita per vendere petrolio solo in dollari in cambio di protezione militare, obbligando il mondo a procurarsi dollari.

    Il sistema dell’euro-dollaro: Dopo il 1971, i dollari iniziarono a essere creati fuori dagli USA (soprattutto a Londra) tramite banche internazionali, dando vita al circuito dell’euro-dollaro. Questo sistema ha sostenuto l’economia globale, ma ha spostato parte del problema del dollaro sugli europei, che dovevano generare dollari per acquistare materie prime.

    2. Situazione attuale: Liberation Day e la strategia di Trump
    Liberation Day (2 aprile 2025): Mazzoni descrive il 2 aprile 2025 come il giorno simbolico in cui Trump avvia una rivoluzione economica, rompendo con il passato globalista. L’obiettivo è “distruggere il dollaro per salvarlo”, ossia svalutarlo drasticamente per ridurre il debito USA e rilanciare l’industria interna, indipendentemente dalle conseguenze globali.

    Obiettivi principali di Trump:
    Ricostruire l’industria americana: Riportare manifattura e posti di lavoro negli USA, soprattutto per la difesa, riducendo la dipendenza dalla Cina (che fornisce componenti chiave, anche militari).

    Svalutare il dollaro: Creare inflazione interna controllata e “esportarla” al resto del mondo, alleggerendo il debito pubblico americano.

    Spostare il focus da Wall Street a Main Street: A differenza del primo mandato, Trump non punta sulla borsa come indicatore di successo, ma sull’economia reale (lavori, industrie).

    Strumenti:
    Dazi: Non sono un fine, ma un mezzo. Servono a proteggere l’economia USA, creando una “linea Surovikin” finanziaria (riferimento alla difesa russa in Ucraina) che blocca l’inflazione importata e spinge capitali verso gli USA.

    Caos mediatico: Trump crea confusione (es. dichiarazioni assurde nei weekend) per far crollare la borsa, sgonfiare la bolla creata da Biden e attirare investimenti nei titoli di stato USA.

    Due dollari: Mazzoni ipotizza una dualità monetaria simile alla Cina: un dollaro interno (protetto) e uno esterno (svalutato e distrutto).

    3. Meccanismi economici in atto
    Eredità di Biden: Durante il mandato Biden, sono stati iniettati enormi quantità di denaro nell’economia USA (spesso sprecate), creando una bolla borsistica e un’apparenza di forza economica. Trump vuole farla scoppiare subito, dando la colpa a Biden, per poi ricostruire.

    Titoli di stato: Con la borsa in calo, gli investitori si rifugiano nei titoli di stato USA, che Trump usa per rifinanziare il debito a tassi più bassi. Inoltre, forza la Federal Reserve a invertire il ritiro di liquidità, pompando dollari nell’economia interna.

    Inflazione esportata: L’inflazione generata dalla svalutazione del dollaro sarà “scaricata” su Europa e altri Paesi tramite i dazi, che avranno un effetto deflazionistico interno agli USA, bilanciando l’impatto per i cittadini americani.

    Gestione dell’energia: Trump si allea con Russia e Arabia Saudita (superpotenze energetiche) per controllare l’energia globale, un elemento chiave nella crisi in arrivo. L’attacco agli Houthi in Yemen, ad esempio, è un favore a sauditi ed Emirati, che in cambio investono trilioni negli USA.

    4. Conseguenze globali: il presente e il futuro immediato
    Crisi finanziaria imminente: Mazzoni prevede una crisi simile al 2008, che durerà fino al 2028, con il picco nei prossimi anni. Gli USA si schermeranno con dazi e politiche interne, mentre il resto del mondo soffrirà di più.

    Europa in difficoltà: L’UE è vista come irrilevante da Trump, che tratta con singoli Stati o con Londra (centro dell’euro-dollaro). L’eurozona, legata al sistema dell’euro-dollaro, rischia di collassare o svuotarsi di importanza senza dollari USA. Gli Stati europei dovranno ipotecare beni reali (risparmi, risorse) per generare dollari autonomamente.

    Cina e altri attori: La Cina, con grandi riserve di titoli USA, le venderà sottocosto, aiutando gli USA a ridurre il debito. I ricchi cinesi investiranno negli USA (es. Visa d’oro da 5 milioni). Russia e nazioni autosufficienti (con energia e risorse) resisteranno meglio.

    Oro e criptovalute: L’oro fugge dall’Europa verso USA e Medio Oriente come bene rifugio. Trump userà stablecoin e Bitcoin per attrarre capitali e innovare il sistema finanziario USA.

    5. Previsioni per il futuro secondo Mazzoni
    Dollaro vs Yuan: Alla fine, resteranno solo dollaro e yuan come valute dominanti. L’euro e altre monete minori potrebbero sparire o diventare marginali.

    Autarchia o dipendenza: I Paesi autosufficienti (USA, Russia) prospereranno; gli altri (es. Europa) dovranno allearsi con un “protettore” (USA o Cina) o fallire.

    Svuotamento di UE e NATO: Trump non distruggerà queste istituzioni, ma le renderà vuote di risorse e rilevanza, trattando direttamente con Stati sovrani.

    Demolizione del globalismo: Il sistema globalista è in fase di smantellamento rapido. Mazzoni vede questo come inevitabile (non solo per Trump) e non necessariamente negativo, ma il risultato dipenderà da cosa lo sostituirà.

    6. Consigli pratici di Mazzoni
    Seguire l’oro: Per capire dove va la ricchezza, osserva i flussi di oro (ora verso USA, Cina, Russia, Medio Oriente).

    Criptovalute: Investire in stablecoin e Bitcoin, strumenti che gli USA useranno per il futuro economico.

    Focus sul reale: Ignorare la confusione mediatica di Trump (specchi) e concentrarsi sui movimenti concreti di capitali e risorse.

    Collegamento logico tra passato, presente e futuro
    Passato: Il sistema del dollaro post-1971 ha creato dipendenza globale, ma ha indebolito gli USA industrialmente.

    Presente: Trump sfrutta questa dipendenza per svalutare il dollaro, esportare inflazione e ricostruire l’industria USA, usando dazi e caos come armi.

    Futuro: Gli USA si isolano e si rafforzano, mentre il resto del mondo (soprattutto l’Europa) affronta una crisi, con un nuovo equilibrio tra dollaro e yuan.”

    In una parola? Il Globalismo pagato dagli USA è morto.

    • Si, la tua ultima parola riassume la situazione odierna
      In Pace

      • Ci sarebbe troppo da scrivere ( Stanislav Lunev sull’ 11/9/2001, Tennent H. Bagley su Kennedy, chiedersi « cui prodest » la probabile disclosure sui vari casi di abusi sessuali o lo pseudo vaccino, del perché l’esercito europeo al defilarsi degli USA porta dritti dritti al progetto di Gorbachov – di casa a San Francisco, che ha begli intrallazzi occultistici ) ma il piano è esattamente ridimensionare gli USA e favorire la nascita delle federazioni continentali. In poche parole passare la palla all’eurasiatismo di quel buffone di Dughin che è un mero propagandista a seduzione delle destre coltivate in 20 anni, alla faccia della carenza strategica…

        Farò solo alcune precisazioni, d’altronde basta un esempio per far comprendere che il protezionismo ha senso in certi momenti. Una nazione che non ha un proprio fabbisogno alimentare in casa, in tempi di crisi non può che estinguersi. Inoltre per chiunque si sia accostato all’anarcocapitalismo, ogni stato di per sé è soggetto anarcoide rispetto all’altro ( giusto a rammentare che non solo lo stato è inevitabile ma insostituibile, ergo l’anarchismo come approccio esistenziale è un conto, come azione politica in realtà spesso ha dietro di sé altri manovratori ).

        1) Il caso Argentina è incomprensibile senza guardare alla storia del paese che era ad inizio novecento fra i primi 10 al mondo. Il problema fu il socialismo ed anche nei 90 l’inflazione. Il debito pubblico non è un’invenzione se non si vendeva morivano di fame e crimini…

        2)Ugualmente la Thatcher – come Reagan – adottò in realtà politiche anti-liberiste checché ne possa dire il troglodita titolato.

        3) Il caso russo è poi imparagonabile perché descriverlo in quel modo non rende né l’idea della totale inefficienza sovietica né l’autosmantellamento depistatorio che i sovietici hanno attuato.

        Per quanto riguarda sta cosa del dollaro…la Cina esiste perché gli USA hanno voluto esistesse. Possiamo farci infinocchiare dalla spiegazione anti sovietica dei maoisti, ed allora, permettetemi, non si comprenderà niente.
        Ormai undeground vs mainstrem, alternative vs officiale, sò tutti compari.

        Ma che è Grock?
        Segnatevela sta cosa: l’unico modo per abbattere il debito è l’inflazione ( arma segreta che pagheranno gli altri )…vedremo, mi vien da piangere quasi.

        Se fossimo seri…gli USA sono sempre stati un paese burattinato. Se finisce la loro fase, non riderete per quella dopo.

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