A chi dobbiamo il Nuovo Testamento?

Greek-Manuscript-New-Testament

Ripubblico questo mio breve articolo divulgativo di qualche anno fa.

Gesù riconobbe l’Antico Testamento come insieme di Libri sacri e, sulle Sue orme, così fecero i cristiani fin dai primissimi tempi. Agli insegnamenti presenti nella Bibbia ebraica, ovviamente, i cristiani affiancarono però quanto aveva insegnato Gesù. Tali insegnamenti, da principio, furono trasmessi solo oralmente. Gesù aveva detto ai Suoi di “predicare il vangelo” (Mt 28,18-20; Mc 16,15; Lc 24,47), non di mettersi a scrivere dei libri.
Però, a mano a mano che la Chiesa si andava allargando, sorse la necessità materiale di “fermare” una parte della Tradizione orale per iscritto: non a caso, i testi più antichi del NT sono le epistole di Paolo, il quale non potendo essere contemporaneamente nelle varie Chiese, cominciò a comunicare con queste per iscritto. Come ci attesta la stessa Scrittura (ICor 11,2; IITes 2,15; IITes 3,6; 2 Tm. 2,2), gli scritti non andarono a sostituire l’insegnamento orale, ma ad affiancarsi al medesimo.
Ecco le probabili date di composizione dei vari Libri neotestamentari secondo quanto stabilito dagli studiosi:

Vangelo secondo Matteo (45?) – 80
Vangelo secondo Marco 50 – 65
Vangelo secondo Luca 55 – 75
Vangelo secondo Giovanni 80 – 95
Atti degli Apostoli 62 – 75
Lettere:
ai Romani 57
I e II ai Corinzi 54 – 57
ai Galati 55
agli Efesini 61 – 63
ai Filippesi 61 – 63
ai Colossesi 61 – 63
I e II ai Tessalonicesi 50 – 52
I e II a Timoteo 60 – 67
a Tito 60 – 67
a Filemone 61 – 63
agli Ebrei 64 – 67?
di Giacomo 50 – 58?
I di Pietro 60 – 65
II di Pietro 64 – 125
I di Giovanni 80 – 100
II di Giovanni 80 – 100
III di Giovanni 80 – 100
di Giuda 70 – 80?
Apocalisse 75 – 96?

[Alcuni studiosi, comunque, hanno proposto datazioni diverse per alcuni degli scritti succitati]

Fu tra la fine del I e l’inizio del II secolo che alcuni di questi Libri cominciarono ad avere un’autorità uguale, o simile, a quella goduta dai testi dell’AT. Troviamo l’attestazione uno scritto propriamente cristiano considerato allo stesso livello di quelli della Bibbia ebraica nella II Lettera di Pietro (scritta tra il 64 e il 125) in cui l’autore, riferendosi alle epistole di Paolo, afferma che queste sono difficili a comprendersi “come le altre Scritture” (II Pt 3,16).Nel frattempo, la Lettera di Barnaba (scritta attorno alla fine del I secolo) aveva citato un passo del Vangelo di Matteo (Mt 22,14) facendo uso dell’espressione utilizzata nella tradizione giudaica per l’identificazione dei libri sacri: “sta scritto”. Verso il l’anno 96 (alcuni studiosi però posticipano la stesura di questo scritto all’anno 150), nella Seconda Lettera di Clemente romano ai Corinzi si cita invece il Vangelo di Marco (Mc 11,17) con la medesima formula.
Ignazio di Antiochia scrisse intorno al 107 alle chiese dell’Asia Minore mentre era trasportato in catene a Roma per essere martirizzato, in una di queste epistole (Ignazio agli Efesini 12,2) è tirata in causa come testimonianza di un uomo degno di fede, l’epistola di Paolo agli Efesini. Nelle lettere di Ignazio sono poi riconoscibili parecchie citazioni da scritti che poi sarebbero confluiti nel NT: dai vangeli “canonici” di Matteo (7 volte), Luca e Giovanni , e da I Corinzi (8 volte), II Corinzi (2 volte), Efesini (2 volte), Colossesi (1 volta), I Tessalonicesi (3 volte), I Timoteo (5 volte), II Timoteo (1 volta), I Pietro (2 volte), Apocalisse (3 volte).
Policarpo scrisse intorno al 107-108 d.C. una prima (di cui non ci resta che un frammento) ed una seconda lettera ai Filippesi, in quest’ultima egli cita, senza nominarli esplicitamente: i vangeli di Matteo (5 volte), e di Luca (2 volte), Romani (1 volta), I Corinzi (2 volte), II Corinzi (2 volte), Galati (2 volte), II Tessalonicesi (1 volta), I Timoteo (2 volte), II Timoteo (1 volta), Atti (2 volte), I Pietro (7 volte), II Pietro (1 volta), I Giovanni (1 volta), non operando nell’introdurre tali citazioni alcuna distinzioni rispetto a quelle tratte dall’AT.
Papia di Gerapoli scrisse un trattato “Sulle Parole del Signore” intorno al 130-140 d.C. , di cui alcuni brani sono citati dallo storico della Chiesa Eusebio nel suo scritto dal titolo: “Storia della chiesa”. Papia documenta i motivi che spingevano le comunità cristiane del suo tempo a ritenere autorevoli i vangeli di Matteo (la critica però ritiene che Papia non stia discutendo del vangelo che attualmente và sotto il nome di Matteo) e di Marco.
Giustino Martire scrisse intorno al 150 libri in difesa della fede cristiana. Nello scritto dal titolo “Prima Apologia” cita in modo non esplicito i vangeli dopo averli presentati come: “memorie degli apostoli” (cap.67). Giustino riconosce come autorevole anche l’Apocalisse e l’attribuisce all’apostolo Giovanni.
Quasi tutti scritti che oggi compongono il NT erano quindi ampiamente diffusi ed apprezzati nella Chiesa tra la fine del I e l’inizio del II secolo, anche se sappiamo che forse solo le Lettere di Paolo (ma non sappiamo se tutte o solo una parte di queste), il Vangelo secondo Marco ed il Vangelo secondo Matteo erano considerati alla stregua degli scritti veterotestamentari.
A questo punto, però, avvenne un fatto che cambiò le carte in tavola: l’avvento del Marcionismo. Come molti già sapranno, Marcione (85 ca – 160 ca.) era un eretico di ispirazione gnostica (mi rifaccio qui alla lettura che del Marcionismo ha fatto H. Jonas, uno dei maggiori studiosi dello gnosticismo), il quale rifiutò in blocco l’AT, che a suo avviso conteneva la parola di un Dio “malvagio”, da non confondersi col Dio di Gesù. D’improvviso, quindi, i suoi seguaci si trovarono privi di un Canone di Scritture Sacre (in quanto nessuno ancora aveva definito il Canone del NT). Egli stesso decise di sopperire a questa mancanza, stabilendo una lista di Testi ispirati, una lista molto breve, invero. A suo avviso, infatti erano da considerarsi ispirati esclusivamente il Vangelo di Luca (in una versione ampiamente rimaneggiata) e dieci Lettere di Paolo (furono escluse la I e la II lettera a Timoteo e la Lettera a Tito).
Come se questo non bastasse, nell’anno 155 un ex-sacerdote pagano convertito al cristianesimo, Montano, iniziò ad insegnare che egli era il Paraclito che Gesù aveva promesso di inviare sulla terra (Gv 14,16; 16,12-13) per rivelare la verità completa ai cristiani. Egli cominciò pertanto a proclamare che le sue parole dovevano essere considerate altrettanto sacre quanto le parole di Gesù, poiché contenenti le nuove rivelazioni promesse da Questi. Scrisse poi alcuni testi, i quali a suo avviso, dovevano essere considerati quali Libri Sacri.
A questa situazione, la comunità cristiana di Roma fu la prima a reagire, stilando (tra il 170 e il 190) una prima lista di testi onde fissare un Canone di scritti propriamente cristiani. Questa lista, nota come Canone Muratoriano (da Luigi Muratori, che la scoprì nel 1740 presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano) conteneva 24 libri: tutti gli scritti dell’odierno NT, tranne cinque (la Lettera agli Ebrei, la Lettera di Giacomo, la I e la II Lettara di Pietro e la III Lettera di Giovanni), più due scritti successivamente considerati apocrifi (la Sapienza di Salomone e l’Apocalisse di Pietro).
Questo primo Canone fu un gran passo avanti, anche se era ritenuto valido esclusivamente dalla Chiesa di Roma. Col passare degli anni, però, anche altre Chiese incominciarono a dotarsi di Canoni propri, i quali, pur se non sempre coincidenti, servirono a porre un freno al diffondersi delle eresie.
Quali furono i criteri che le autorità ecclesiastiche adottarono per discernere i Libri autentici da quelli che non lo erano? Possiamo dedurre dalle opere posteriori dei Padri della Chiesa che questi furono fondamentalmente tre:
1) La “conformità della fede”. Era necessario sincerarsi che il contenuto dei Libri coincidesse con quanto si insegnava presso le varie comunità cristiane. Qualunque testo riportasse dottrine in contrasto con la Tradizione in queste tramandata doveva essere necessariamente escluso.
2) L’”origine apostolica”. I Libri dovevano procedere, per tradizione e per insegnamento della dottrina, direttamente da un apostolo di Gesù o da qualcuno che era stato in stretta relazione con uno o più apostoli, in modo da poter garantire che il loro contenuto risalisse direttamente a Gesù.
3) L’”uso liturgico continuo”. Quei Libri che da molti anni si leggevano in occasione delle riunioni o delle assemblee liturgiche con sommo profitto spirituale, e che pertanto godevano di un prestigio indiscusso.
Alla fine del II secolo erano stati accettati come Canonici da tutte le Chiese i quattro Vangeli, le 13 Lettere di Paolo, gli Atti degli Apostoli, la I Lettera di Pietro e la I Lettera di Giovanni. Fu sempre in questo periodo che apparve per la prima volta (ad opera di Tertulliano) la dicitura “Nuovo Testamento”, adoperata per far riferimento all’insieme dei Libri propriamente cristiani considerati senza ombra di dubbio come Parola di Dio.
Sette Libri continuavano a destare perplessità da parte di alcuni, non sembrando disponessero dei requisiti necessari per poterli considerare effettivamente ispirati. Si trattava dei seguenti:
1) La Lettera agli Ebrei, che in alcuni paragrafi sembrava negare il perdono per i peccati commessi dopo il battesimo.
2) La Lettera di Giacomo, perché non dice una sola parola su Gesù Cristo (se non di sfuggita).
3) La II Lettera di Pietro, perché troppo differente dalla prima attribuita all’apostolo.
4) La II e la III Lettera di Giovanni, perché si tratta di scritti estremamente brevi, il cui contenuto appariva ad alcuni troppo “insignificante” per poter essere considerato Parola di Dio.
5) La Lettera di Giuda, poiché cita tre libri apocrifi (Il Testamento dei 12 patriarchi, il Primo Libro di Enoc e l’Assunzione di Mosè), oltretutto decisamente osteggiati dai cristiani.
6) L’Apocalisse, perché col suo contenuto altamente simbolico e a tratti nebuloso rischiava di condurre i più sprovveduti ad errori di interpretazione, facendoli così deragliare dall’ortodossia.
Il largo consenso che questi Libri avevano però da sempre goduto nella maggioranza delle Chiese cristiane, indusse, poco a poco, le autorità ad includerli nel Canone del Nuovo Testamento. Nel 235, Ippolito di Roma accettava la II Lettera di Pietro. Nel 240, Origène accettava la Lettera agli Ebrei e l’Apocalisse. Nel 250 Dionisio di Alessandria accetta la II e la III lettera di Giovanni.
Arriviamo così all’anno 367, quando Attanasio di Alessandria, nella sua Lettera Pasquale 39, per la prima volta elenca come canonici tutti e 27 i Libri del nostro attuale Nuovo Testamento. Tale Canone fu ufficialmente accettato in Occidente nel 382, con il cosiddetto Decreto Gelasiano di Papa Damaso I.
Tuttavia si trattava di decisioni prese in ambito locale e non dalla Chiesa nel suo complesso. Solo nel 393 un Concilio della Chiesa fissò i 27 libri del Nuovo Testamento. Si trattò del Concilio di Ippona, riunito da Sant’Agostino. Ma la cosa non finì lì, tanto che sempre Sant’Agostino riunì a Cartagine altri due Concili (rispettivamente nel 397 e nel 419) onde ratificare questa decisione.
Anche questi solenni pronunciamenti ed il consenso della collegialità ecclesiale non dissiparono i dubbi di alcuni. Solo a partire dal VI secolo, infatti, assistiamo alla definitiva accettazione del Canone dei nostri 27 Libri per il Nuovo Testamento.
Chi ha riunito dunque i Libri del Nuovo Testamento? A nessun individuo in particolare. E’ stata la pratica quotidiana, protrattasi anno dopo anno, delle Chiese locali, certamente ispirate dallo Spirito Santo, ad accettare, a poco a poco, alcuni Libri e a respingerne altri, finché, finalmente, a partire dalla fine del IV secolo, le autorità ne ufficializzarono la raccolta definitiva.
Quando si prende la Bibbia tra le mani e la si legge come se fosse un libro composto in un’unica modalità, non è possibile nemmeno immaginare le grandi discussioni e polemiche che lungo la storia della Chiesa si svolsero per chiarire quali Libri fossero ispirati da Dio e quali no. Sappiamo che Gesù aveva promesso che lo Spirito avrebbe guidato la Sua Chiesa alla verità tutta intera (Gv 16,13) e fu su questa certezza che la Chiesa seppe di aver in fine raggiunto la verità sul tema dell’ispirazione dei Libri neotestamentari.
Pertanto, quando oggi ci chiediamo “Perché devo credere che i Libri della Bibbia sono Parola di Dio?”, non possiamo che darci una sola risposta: perché così ha insegnato la Chiesa. Con buona pace di tutti i fautori della Sola Scrittura e di coloro che credono che possa esserci un Cristianesimo senza una Chiesa.

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