La Felicità: Un Diritto?

Qualcuno, durante una Via Crucis, ha fatto pregare i fedeli in piazza per un supposto diritto alla felicità dei bambini: è una frase alquanto insipida, rose bonbon, che “capiamo” cosa voglia dire e cioè che vorremmo tutti avere i nostri bimbi e quelli degli altri felici. Ah se ci fosse tale mondo ideale dove tutti i bambini sarebbero felici e dove tale diritto non sarebbe una vana parola!

Ma quanta ignoranza, assenza di senso pedagogico, mancanza di realismo, oblio dell’antropologia umana vi è dietro questa preghiera così inconsistente, populista, in fin dei conti materialista!

Un “diritto” consiste infatti nella legittima rivendicazione all’accesso ad un bene materiale, morale, intellettuale, spirituale che si dovrebbe e potrebbe possedere in proprio: il diritto alla Luna è ridicolo, il diritto all’istruzione può aver senso in quanto quest’ultima è un bene alla quale si può avere accesso, però non c’è un diritto a tutta l’istruzione in quanto tale, cioè conoscere tutte le lingue del presente del passato, a tutte le teorie scientifiche in ogni campo, a tutte le opere culturali in quanto è impossibile; c’è un diritto alla proprietà ma non il diritto a tutta la proprietà. Si potrebbe anche inventare un diritto al piacere, ma non fa senso il diritto a tutto il piacere. Infatti il tutto non è di accesso possibile all’umano concreto e non può annoverarsi tra i diritti.

La felicità, in quanto perfezione individuale che attua tutte le proprie capacità virtuose, può essere vissuta solamente in totalità: una sola virtù non bene sviluppata e non si può essere felici. Per giunta mentre i diritti si riferiscono a beni che la società possiede e che elargisce ai suoi membri con più o meno giustizia, la felicità non è nella tasca di nessuno, di nessun governo e di nessuna società e non può essere condivisa in quanto tale: parlare di diritto alla felicità è quindi una frase vacua, un voto pio da marxisti-lenisti o da ranocchio di fonte di acqua santa.

La felicità è il profilo della persona virtuosa: è accessibile solo dall’individuo interessato, nessuno gliela può dare o togliere. Essa non è oggetto di diritto ma di dovere morale: ogni essere umano ha l’obbligo di essere felice e deve adoperarsi per raggiungere tale felicità mentre nessuno gliela può dare.

E le modalità per essere felici sono molto semplici sul piano concettuale: e cioè il vivere una vita crescentemente virtuosa.

Nell immagine qui sopra abbiamo le quattro virtù cardinali e le tre teologali (manca la cattolicità …) che sottomettono i sette vizi capitali trascinati dal demonio e rappresenta in modo grafico cosa sia la felicità.

Allora sì abbiamo il dovere di sviluppare le nostre virtù in quanto abbiamo il dovere di essere felici: siamo messi in terra con un fine unico, essere felici e raggiungere tale fine vuol dire rimboccarsi le maniche e con eroismo, e con l’aiuto sempre garantito del Signore, sviluppare tali virtù con perseveranza e forza d’animo nutrite da una vita umana retta e dalla frequenza ai sacramenti della Chiesa.

Non possiamo pregare per il diritto alla felicità di chicchessia, ma possiamo e dobbiamo pregare perchè ogni bambino voglia essere felice nella sua vita e perchè abbia accesso ad educatori, genitori e società che li aiuti ad essere personalmente temperanti, prudenti, coraggiosi, giusti, con fede, speranza e carità.

I nostri bambini hanno il diritto non solo di essere permessi di esercitare le sette virtù sopramenzionate, ma anche di essere positivamente aiutati dalla società e dalla Chiesa a svilupparle con vigore.

Al posto di pregare per un inetto, vacuo ed evanascente diritto alla felicità dei bambini, preghiamo affinché sia dato loro accesso alle virtù bibliche qui sopra menzionate e affinché la società tutta intera, se vuole veramente che i suoi membri siano genuinamente felici, le valorizzi concretamente e pubblicamente.

Ma solo chi è felice può indicare ai propri figli la strada della felicità, vicolo stretto per antonomasia: tutti al lavoro con l’aiuto di Dio!

In Pace



Categorie:For Men Only, Simon de Cyrène

37 replies

  1. Al solito un problema di “ linguaggio” .Non solo cosa significa diritto ma anche cosa significa il termine “ felicita’” per chi oggi ha fatto pregare nella Via Crucis al “ diritto alla felicita’ “? Questo dovremmo discutere. La svolta antropologica del mondo moderno e della Chiesa moderna di basa su una sottile manipolazione del linguaggio. La parola felicita’ puo” essere avere tanti significati, Giacomo Leopardi riteneva che la felicita fosse inversamente proporzionale al grado di profondita’ e ampiezza di pensiero, per cui il garzoncello scherzoso che nulla sa e nulla comprende della realta’ della vita e’ certo piu’ felice del poeta colto e intelligente ma angosciato , e il gregge del pastore errante dell’ Asia che vive senza riflettere e’ senzaltro piu’ felice del pastore stesso che si chiede cosa faccia la luna nel ciel. Dunque felicita’ come ignoranza, mancanza di pensieri, di preoccupazioni, di ansie per il futuro, come beata innocenza.
    Diversamente la Bibbia dell’ Antico Testamento pensa che solo il giusto, il saggio, colui che segue e conosce La Sapienza divina con cui e’ stato fatto il mondo e quanto contiene, possa essere felice in quanto partecipe della Sapienza stessa . Felicita’ dunque non come mancanza ma come ricchezza di studio , di sapienza, di approfondimento, di vita vissuta profondamente.
    Cosa intendano gli attuali vertici della Chiesa che hanno fatto pregare per il diritto alla felicita’ lo sanno solo loro, sicuramente il mondo moderno intende la felicita’ come benessere, come mancanza di problemi fisici e psichici, come spensieratezza. Certo questo e’ un diritto dei bambini, nel senso che ogni bambino deve vivere da bambino e non essere oberato da problemi che non sono pertinenti alla sua eta’ . Ma questo stesso mondo poi ossessiona i bambini con la propaganda gender nelle scuole, sessualizzandoli precocemente e togliendo loro proprio quel diritto ad essere bambini che dice di voler difendere. Mai si sono visti bambini tristi come oggi( e adolescenti ed adulti depressi’) . Nelle antiche fiabe, piene di saggezza,( e che ora vengono cambiate e lette dalle drag queen mettendo al posto di Biancaneve e il Principe, due principi) i bambini e le giovinette sventurate perche’ orfani o abbandonati non sono mai descritti come “ tristi” . L’ atmosfera della fiaba , anche quella di Pollicino e’ una atmosfera appunto “ fiabesca” incantata dove veramente il bambino ritrova quella sua beata spensieratezza che gli e’ propria., dove le situazioni si ribaltano felicemente grazie a fate madrine o benevoli imprevisti.
    gli attuali vertici della Chiesa cattolica dovrebbero piuttosto pregare perche’ questo mondo moderno ossessionato dal sesso, dal consumo, non ottenebri le menti dei bambini fin dalla ‘ tenera eta’ con le sue ideologie mortifere, che le drag quel non siano chiamate a leggere fiabe gay-friendly ai bambini,
    La felicita’ in senso biblico invece, quella che viene dalla partecipazione alla Sapienza divina, i bambini non possono ancora averla perche’ e’ uno sforzo che presuppone una intera vita dell’uomo che si e’ posto al servizio di Dio, che cammina nella vita dell’ amore di Dio e del prossimo, e si dedica alla conoscenza di Dio ogni giorno sempre piu ‘ approfondita. Insomma la felicita’ dei saggi e dei giusti, che dovremmo pregare per noi stessi.

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    • Sottoscrivo il tuo commento Gian Piero.
      Quanto al Leopardi è ben noto il suo « pessimismo cosmico » che ahimè è molto poco cristiano…

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    • Gian Piero , hai utilizzato questa espressione :
       » Certo questo e’ un diritto dei bambini, nel senso che ogni bambino deve vivere da bambino e non essere oberato da problemi che non sono pertinenti alla sua eta’  »
      Sono perfettamente d’accordo con essa , ma non mi sembra invece che l’articolo sia in questo senso. Sembra anzi che i bambini debbano essere responsabili della propria felicità, e vadono soltanto educati per essa trasmettendogli le virtù bibliche menzionate nell’articolo.
      Il che è solo parte della verità, visto che essendo appunto bambini essi « subiscono » più che scegliere il proprio destino.Se fossero infatti in grado di autodeterminarsi non sarebbero bambini.
      E sappiamo benissimo che al mondo vi sono ancora milioni di bambini che vengono costretti a lavorare già in tenera età. Che vengono costretti a chiedere l’elemosina, che vengono minacciati sessualmente , che vengono considerati cose e non bambini. Per non parlare della fame e della sete di alcune zone del mondo.
      Di certo se la società in genere e gli stati in particolare non proteggono (con apposite leggi, e con l’educazione generale ) i bambini da queste situazioni è inutile parlare di virtù bibliche.
      Molti dei testi della Via Crucis 2019 sono stati scritti da suor Eugenia Bonetti, presidente di “Slaves No More”. Una persona certamente a contatto con realtà di morte e sfruttamento dell’infazia, e che quando parla di « felicità di un bambino » ha una idea ben precisa e ben concreta fatta di fame, sete, privazioni, sfruttamento. L’articolo fa riferimento ai bambini comodi occidentali, e per quelli è valido.
      Ma esiste anche il resto del mondo.
      Va molto di moda attaccare il Papa sia direttamente che indirettamente, approfittando di ogni parola e frase, che si presti a molteplici o generiche interpretazioni, per bacchettarlo continuamente!
      Ma siamo sicuri che questo sia l’atteggiamento giusto ? Forse che parlando di felicità dei bambini Francesco ha escluso che il gender sia un problema o che l’aborto esista? (mentre si è scagliato più volte con ferocia contro questi fatti?) . A me sembra che ci sia una superficialità enorme in questi continui attacchi , che irresponsabilmente spargono continui dubbi sulla Chiesa e sul Papa quasi fossero loro i veri nemici della fede. Attenzione che questo percorso non giova a nessuno e non porta verso la salvezza ma verso la distruzione.

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      • Infatti i bambini vanno da essere educati fin dall’infanzia all”esercizio delle virtù umane e teologali.
        Un bambino che già è fatto, o lasciato crescere, storto farà un adulto esecrabile.

        Tutti i bambini hanno il diritto di essere circondati da adulti che li educano alla felicità e cioè che li aiutano a vivere le virtù umane e quelle teologali fin dalla più tenera infanzia: ad esempio, un bambino capriccioso deve imparare a dominare se stesso; uno egoista a dare ai fratellini; uno pigro ad uscire dalla sua zona di conforto, l’accesso ai sacramenti , i quali agiscono ex opere operato, va da essere dato fin dalla più tenera età.

        Chiaramente il parlare di fame e di sete o di cose materiali non ha niente a che vedere con la felicità ma con un certo benessere, al quale tutti gli esseri umani, anche in fin di vita, hanno , per l’appunto, diritto.

        Dover lavorare in tenera età non impedisce lo sviluppo delle virtù personali o teologali, mentre chiedere l’elemosina invece si perchè non si si sviluppa il senso del lavoro ben fatto, necessario per essere un membro a parte intera della polis e delll’esercizio della virtù della giustizia, ad esempio. Minacce sessuali incluso il propagandismo gender che è uno strumento di perversione a larga scala sono ovviamente negative per la capacità di un bambino di essere felice.

        Qui nessuno attacca il Papa: mi sa che sei un pochetto ossessivo. Ricordare le cose del buon senso multimillenario e antropologicamente corrette non vuol dire andare contro Papa Francesco: secondo me si tu che sei convinto che Papa Francesco abbia delle posizioni insensate e ne deduci che un articolo qome questo sia “contro” di lui : questo è un blog cattolico e quindi rimaniamo uniti al vescovo di Roma per il quale preghiamo in particolare durante ogni eucaristia.

        In Pace

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      • “È tempo che papa Francesco dica una parola chiara per l’unità di tutti i cattolici nella Fede rivelata” (Card. Müller)
        https://www.die-tagespost.de/kirche-aktuell/Zeit-fuer-ein-klares-Wort;art312,198158

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        • Francesco dovrebbe semplicemente scrivere il suo “Credo” come fece anche Paolo VI : occasione per lui di ribadire la dottrina cattolica.in particolare sui punti che destano preoccupazione ai fedeli (nel senso proprio del termine) cattolici a vista dei suoi comportamenti e azioni.

          Comunque lui fa quel che vuole: questo non dovrebbe preoccuparci.

          Preoccupiamioci invece di educare i nostri figli, nipoti e pronipoti allo sviluppo delle loro virtù personali per farne umani capaci di felicità: questo sì che deve preoccuparci in quanto abbiamo una reale e diretta influenza su questo.

          Chi sarà dannato a causa dei cattivi insegnamenti della gerarchia omosessualista attuale, vuol dire che doveva esserlo: infatti lo Spirito Santo sempre soffia sulla loro coscienza per far loro presente cosa sia la cosa retta da fare e se ascoltano una gerarchia moralmente corrotta invece dello Spirito Santo essi ne sono i soli responsabili.

          In Pace

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          • « …Chi sarà dannato… vuol dire che doveva esserlo:… »
            Doveva o voleva esserlo?

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            • Nel senso evangelico dato da Gesù stesso, ovviamente.
              In Pace

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              • Stando allora all’insegnamento di Gesù, non saranno dannati tutti coloro che fanno il male « a causa dei cattivi insegnamenti della gerarchia omosessualista attuale », ma solamente coloro che amano fare il male « a causa dei cattivi insegnamenti della gerarchia omosessualista attuale »: la discriminante non è infatti fare il male, ma amare il male.

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                • Fare il male vuol dire amarlo.
                  In Pace

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                • « Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto.
                  Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona;
                  quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me.
                  Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo;
                  infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio.
                  Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me.
                  Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me.
                  Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio,
                  ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. »
                  (Rom 7.15-23)

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                • Infatti, leggi il mio commento immediatamente precedente a Bariom.
                  Mettiamoci già d’accordo sulle espressioni imprecise e polisemiche.
                  In Pace

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          • Quanto all’amare il male piuttosto che il bene e ciò che ne consegue, può venire in aiuto il commento al Salmo 18 di Sant’Ambrogio, peraltro tratto dall’Ufficio di oggi.

            Ne faccio un sunto per la parte specifica:

            «Vedi che io amo i tuoi precetti, Signore, secondo la tua grazia dammi vita» (Sal 118,159).

            «Amo», dice il salmo, «i tuoi precetti». Non dice li ho osservati, e nemmeno li ho custoditi, poiché gl’imprudenti non hanno custodito i precetti del Signore. Chi però è diventato perfetto nella mente e possiede la perfetta sapienza, questi ama; il che è più che averli custoditi; poiché custodire è segno di necessità e per lo più di timore; amare invece è segno di carità. Custodisce chi evangelizza e, facendolo volentieri, riceve ricompensa. Quanta maggiore ricompensa sarà data a colui che ama! Possiamo anche non amare quel che vogliamo; non possiamo non volere quel che amiamo. Ma per quanto grande possa essere la ricompensa dell’amore perfetto, chi ama chiede il soccorso della divina misericordia, per essere vivificato dal Signore. Non è dunque un presuntuoso esattore della mercede dovuta, ma un modesto supplicante della misericordia divina.

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            • Restiamo attenti alla polisemia di « volere »: c’è volere in quanto desiderio (e intenzione) e volere in quanto attuazione (carità). Per questo l’Apostolo può dire che non fa (non attua) quel che vuole (desidera), e ma fa (attua) quel che non vuole (desidera). Chiaramente il discriminante è il volere in quanto attua, cioè la caritas.
              Personalmente, nei miei articoli non utilizzo mai « volere » come sinonimo di desiderio o intenzione, ma come attuazione che rivela, in fin dei conti, dove stia davvero il nostro cuore, cioè il nostro amore.
              Per questo anche è comune dire che l’inferno è lastricato di « buone » intenzioni, cioè di pii desideri.
              In Pace

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              • « Se ora quello che non voglio questo faccio » (εἰ δὲ ὃ οὐ θέλω τοῦτο ποιῶ),
                come potrei poi sostenere che amo quello che faccio?
                Nella vita, infatti, talune cose si fanno pur non volendole né amandole,
                mentre talaltre si fanno sia volendole che amandole.

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                • Non puoi fare una cosa che non vuoi fare: mica le tue azioni sono sconnesse dal tuo volere; mica il tuo corpo è indipendente dalla tua volontà. Ma puoi fare cose che non desideri fare: infatti amore e desiderio sono due cose differenti e questo perchè l’amore è un atto di volontà non di desiderio. E così puoi anche desiderare quello che non vuoi. Per questo quel che conta è quel che fai e non quello che desideri: gli atti concreti discriminano, non i desideri e le intenzioni.
                  Se poi desideri quel che vuoi, o se non desideri quel che non vuoi, allora sei in pace.
                  In Pace

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                • θέλω:
                  1) volere, avere in mente, intendere
                  1a) essere risolto o deciso, avere il proposito
                  1b) desiderare, augurare
                  1c) amare
                  1c1) piacere fare una cosa, godere fare
                  1d) prendere delizia in, avere piacere
                  Se ogni peccato fosse voluto (piena avvertenza e deliberato consenso), tutti i peccati sarebbero mortali;
                  ed anche se i peccati mortali sono voluti, se non sono anche amati (là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore), le braccia del Padre sono sempre aperte alla misericordiosa giustizia.

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                • Come già detto, il verbo volere è polisemico: grazie everlo comprovato.
                  Un peccato è per forza un atto compiuto, quindi voluto e, pertanto, amato.
                  Per questo chi lo compie non ama Dio nel solo concreto che esiste: quello delle sue azioni.
                  In Pace

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                • Allora io sono diverso da te perché, pur amando profondamente Dio, non sempre sono in grado di resistere alle tentazioni: l’amore per Dio è però la linfa della mia vita e mi ha sempre aiutato a rialzarmi anche nei momenti più bui.

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                • No: ami l’oggetto delle tue tentazioni più di Dio quando vi soccombi.
                  Amare a parole tutti sono bravi: quando bisogna sacrificarsi per la persona amata, lì abbiamo la prova provata che amiamo realmente.
                  Non soccombere alla tentazione è prova di amore: l’opposto… che le dichiarazioni di amore sono chiacchiere.
                  In Pace

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                • Devo concordare con @Simon e non lo faccio per giudicare la vita o le debolezze altrui, ma perché ciò che senza mezzi termini afferma, lo vedo vero nella mia vita.

                  Ogni volta che « cediamo » alla tentazione facciamo una precisa scelta. Anche qui il « cedere » diviene un termine che trae in inganno… Si cede perché la tentazione o il « male » per dirla alla San Paolo è più forte di noi? O si cede perché al male si acconsente?

                  C’è bene da comprendere che noi in quanto uomini imperfetti, peccatori e feriti dal peccato originale, mai avremo le forze per resistere al male, ma è proprio perché scegliamo amando Dio, che possiamo uscire vincitori, perché è la Sua Grazia che vince in noi.

                  Ciò non toglie che il nostro peccato ci « resta sempre innanzi », come monito e perché non si monti in superbia, a ricordarci che senza di Lui non possiamo nulla.

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                • Caro Simon, grazie per le tue parole, però io mi identifico nelle parole di San Paolo quando scrive:
                  « c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo;
                  infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. »

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                • Infatti Paolo era un peccatore e lo sapeva e aveva una fitta nella sua carne per ricordarglielo.
                  Non era il suo desiderio di bene che lo ha salvato, ma il bene attuato che ha realizzato per grazia di Dio.
                  In Pace

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                • Caro Simion, quando scrivi che la persona viene salvata per « il bene attuato che ha realizzato per grazia di Dio », non posso che concordare appieno.
                  Quando invece scrivi che « chi sarà dannato (pur a causa degli insegnamenti altrui) vuol dire che doveva esserlo », nutro non poche riserve anche a motivo della deriva « evangelico-luterana » di taluni insegnamenti di uomini di Chiesa che arrivano ad affermare che se « Dio ti ha fatto gay »…
                  Per favore, non pubblicare questo mio intervento perchè sarebbe polemica inutile: mi interessa solo che tu lo legga e comprenda il perché della mia questione con te.
                  Sempre grazie per i tuoi interventi.

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                • Non vedo la differenza tra una persona con o senza tendenze omossessuali: tutti hanno da essere casti e puri come Cristo lo è.
                  Nessuna polemica ma non ho altro modo per risponderti.
                  In Pace

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                • Chiedo scusa se non riesco a spiegarmi.
                  Per taluni evangelico-luterani, noi saremo dannati o beati perché questo è quello che Dio ha deciso per noi: è il richiamo a questa dottrina (chi sarà dannato vuol dire che doveva esserlo) che mi è di difficile digestione, non altro.

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                • Qui siamo cattolici.
                  In Pace

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  2. Direi che avete commentato bene una frase sbagliata. Ora, come suggerisce Gian Piero, rimane la domanda:
    qul e’ il significato di tale, sempre piu’ frequente, scelta di un linguaggio impreciso quando non ambiguo, privo di rigore quando, parlando, insegnando!, sul rapporto tra l’uomo e Dio, dovrebbe esser limpidissimo, inequivocabile, prezioso, insomma, per chi lo riceva. Si tratta di volonta’ o di negligenza? Io credo che sia in atto una pericolosa « congiuntura » , una alleanza, cioe’, tra chi ha, di fatto, un « credo » diverso dal Credo cattolico, e chi, magari ci « crede ancora », ma non crede sia possibile oggi procramarlo. Il card. Caffarra disse che « […..] hanno l’ossessione dell’ annuncio », molti cioe’ , non avendo piu’ fiducia nel modo tradizionale di insegnare, si inventano qualsiasi cosa per esser ascoltati. Evidentemente a costoro si deve concedere, almeno al principio, la buona fede; certo pero’ che i danni son, ormai ben evidenti……Per tornare al tema,
    io voglio credere che l’ autrice della meditazione sappia che la vita felice sia data all’ uomo solo dalle virtu’ teologali, quindi dalla Grazia, ma evidentemente ella non crede che questa dottrina, oggi, non possa esser detta; m’ immagino che a sentir parlare di piano naturale e sovrannaturale, natura e Grazia, il celebre (e celebrato) « uomo d’ oggi » rifiuterebbe l’ascolto. Il risultato, tuttavia e’ disastroso: il linguaggio impoverito si corrompe, e non comunica piu’ la verita’; anche se chi lo usa non vorrebbe tale esito.
    Lascio a qualcuno di voi, se lo crede, il parlare, invece di coloro, non piu’ cattolici, che dall’ interno cercano l’ azzeramento della Chiesa visibile nel mondo

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  3. Ella non crede che questa dottrina possa esser detta…
    Scusate mi e’ partita la trasmissione, prima che la correggessi!
    Pax

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  4. Più che di diritto parlerei di dovere alla felicità. C’è semmai un diritto a sapere che i canoni della vera felicità non sono quelli mondani, e che quella che offre il mondo è una falsa felicità (cioè una vera infelicità).
    Più in generale si deve dire che Gesù non ha mai parlato di diritti perché i diritti attengono ai sudditi, mentre a noi, in quanto figli di Dio, si applica lo status di sovrano, uno status superiore alla legge e al diritto.

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  5. Molto bella e iconograficamente istruttiva (come solo nell’Evo Medio sapevano fare) l’immagine scelta.

    La *felicità* non è nell’uso del termine un male o un errore.
    Nella Scrittura il termine * felicità » appare in 16 versetti (neppure molti in confronto con i 280 del termine più pregnante *gioia*).

    Ma ad ogni modo, il termine è quasi nella totalità dei casi, legato alla fedeltà a Dio e ai suoi precetti.

    Salmi 22,6

    Felicità e grazia mi saranno compagne
    tutti i giorni della mia vita,
    e abiterò nella casa del Signore
    per lunghissimi anni.

    Siracide 2,9

    Voi che temete il Signore, sperate i suoi benefici,
    la felicità eterna e la misericordia.

    Isaia 35,10

    Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore
    e verranno in Sion con giubilo;
    felicità perenne splenderà sul loro capo;
    gioia e felicità li seguiranno
    e fuggiranno tristezza e pianto.

    Giacomo 1,25

    Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla.

    Per contro:

    2Pietro 2,13

    subendo il castigo come salario dell’iniquità. Essi stimano felicità il piacere d’un giorno; sono tutta sporcizia e vergogna; si dilettano dei loro inganni mentre fan festa con voi;

    Ciò che rende fallace il discorso (anche se credo non sia necessario tirare in ballo secondi fini o precisa ignoranza o ribaltamenti teologici) è l’accostamento del termine « diritto » con quello di « felicità », così come correttamente espresso nell’articolo.

    Se ci fosse realmente questo « diritto », allora si potrebbe anche affermare, guardando ad alcune vicende umane di Santi o di comuni mortali, che, scegliendo Dio la Croce e precisi avvenimenti dolorosi per i Suoi Figli, sia il primo a ledere questo « diritto ».

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    • All’ ottimo commento di Bariom aggiungerei che il Medioevo tanto oggi vituperato aveva nei suoi sommi esiti culturali ed estetici come la Divina Commedia di Dante una concezione della felicita’ del tutto diversa dal piattume diritto al benessere materiale di oggi .
      Nel Paradiso Dante da’ la definizione di felicita’ che deriva dalla conoscenza della Luce divina cioe’ della Verita’ e dell’ Essere:
      Luce intellettuale piena d’ amore
      Amor di vero ben pien di Letizia
      Letizia che trascende ogni dolore.
      La “ Letizia” o felicita’ vera deriva dall’ amore del vero Bene. Anche i grandi mistici da Meister Ekart a San Giovanni della Croce sostenevano questo.
      E anche San Francesco d’ Assisi quando insegnava ai suoi frati che la “ perfetta Letizia” non sta nel benessere materiale, anzi, nella poverta’ e privazioni materiali accettate e amate per amore di Dio.
      Quello che si e’ perso cammin facendo nella Chiesa dell’ Amoris Laetitia di oggi e’ questa dimensione trascendente della “ Laetitia” , della perfetta letizia francescana, dell’ Amor di vero Ben dantesco.
      Il materialismo piu’ bieco regna oggi fra prelati, teologi e cardinali che scambiano la luce elettrica con il FIAT LUX spirituale e i fedeli che scambiano la concessione ad ogni tipo di vita sessuale con l’ amore vero.

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      • Scusate , l’ errore del correttore, l’ ultimo verso della terzina dantesca e’:
        Letizia che trascende ogni dolzore
        ( felicita’ che trascende ogni dolcezza – sottinteso dolcezza materiale, sessuale, psicologica, umana)
        Se la felicita’ cristiana non “trascende” ogni dolcezza puramente umana, allora la nostra fede per parafrasare San Paolo, e’ vana.

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  6. Grazie per la definizione di felicità Simòn. Di quel commento più che il richiamo alla « felicità » che uno in spirito di carita puo suporre sia il corretto mi sorprende quello di diritto. Anche questo puo essere inteso correttamente, ma propio ricordando la Passione, il prezzo che l`Innocente a pagato per il nostro riscatto parliamo di diritti?

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