Kanye West, Monteverdi, Spongebob e… l’apeiron

Alcuni utenti e lettori del blog si saranno probabilmente chiesti dove sia finito. Presto detto: un inizio d’anno particolarmente intenso ha reso difficile trovare un momento di tranquillità per scrivere. Ma non solo: come annunciato qualche settimana fa, mi sono iscritto al corso universitario “Introduzione alla razionalità filosofica” della Thomas International Center University e mi sono ritrovato, guidato dalle mani esperte di Fulvio di Blasi, catapultato nella affascinante e tortuosa vicenda dei primi filosofi presocratici.

La quinta settimana di corso che ho appena concluso mi ha stimolato ad un piccolo approfondimento filosofico che potrebbe essere interessante anche per i lettori di queste colonne poiché sfocia in una finale intuizione teologica. Chi ha voglia, mi segua.

Il corso, in breve, sta approfondendo le geniali intuizioni dei primi filosofi greci, i quali raggiunsero vette razionali invidiabili grazie al loro sguardo inedito verso la realtà del mondo e il suo divenire. Essi furono i primi a comprendere la necessità di un principio primo che esplicasse proprio quest’ultima caratteristica del reale e ogni pensatore, come probabilmente molti di voi già sapranno, teorizzò un diverso principio: per Talete ad esempio era l’acqua o per Eraclito il fuoco.

Certamente la soluzione più particolare fu quella di Anassimandro, il quale propose come principio primo del reale il cosiddetto “apeiron”, termine greco indicante il senza limite, il senza confine.

La forza del limite

Per esplicare meglio questo concetto che potrebbe apparire fumoso, Fulvio invita a visualizzare un’esperienza precisa: immaginate di essere in un enorme oceano senza alcun punto di appoggio e senza nessun tipo di isola all’orizzonte. Certamente in una simile situazione, oltre a essere angosciati, ci sentiremmo dispersi, perduti, incapaci di orientarci, di comprendere dove siamo. Soltanto intravedendo un’isola lontana o una zattera fra i flutti, la confusione e lo smarrimento comincerebbe a cessare. Quanto meno comincieremmo a capire dove andare. Attraverso questa splendida immagine Fulvio ci fa comprendere un concetto di gnoseologia fondamentale: la conoscenza dell’uomo non è possibile all’interno di qualcosa di indefinito, di caotico. Questa conclusione è davvero fondamentale e bisogna intenderla bene. Ripetiamola con diverse parole: per la razionalità umana, la conoscenza di un ente comincia soltanto quando quest’ultimo viene in qualche modo differenziato dagli altri enti o quando alcune sue caratteristiche uniche emergono da un insieme altro o indifferenziato. La conoscenza umana cioè inizia quando isoliamo un concetto proprio di quell’ente rispetto all’essere di tutte le altre cose che osserviamo: “conoscenza è mettere i confini e limiti intorno alle cose: è circoscriverle in essi” (Di Blasi). Ogni volta che in qualche modo identifichiamo in modo univoco qualcosa nel reale, questo implicitamente avviene sempre e soltanto perché quel particolare qualcosa è stato isolato rispetto al resto.

Se ci pensate bene, questo concetto è talmente vero e semplice che possono venirci in mente molti esempi a comprova. Fulvio suggerisce ad esempio lo smarrimento che proviamo di fronte ad un discorso complesso a noi incomprensibile: appena troviamo una frase che capiamo, partiamo da quella e a ritroso cerchiamo di comprendere anche le altre, è una zattera, un limite compreso che ci permette di osservare il resto indefinito e renderlo meno tale. L’articolo nasce per sviluppare due esempi musicali che potrebbero meglio esplicarvi il tutto.

Da Kanye West a Monteverdi

Sicuramente a causa dei miei trascorsi musicali, ho personalmente collegato questo concetto con il complesso rapporto esistente fra le note, rapporto che influenza enormemente il nostro ascolto. Le caratteristiche che ora tratteremo sono ben conosciute dai compositori e tutti le utilizzano, chi più sapientemente e chi meno, per produrre risultati emotivi nelle persone.

Partiamo da un esempio estremo e procediamo da qui ad approfondire.

Immaginate di essere immersi in una notte oscura, senza stelle, dove non è possibile distinguere nulla. Sentite un urlo sgraziato. Non riuscite a distinguere da dove sia venuto e chi o cosa l’abbia prodotto. L’unica conoscenza pregressa che avete è il fatto che un urlo risulta essere il risultato di uno spavento o di un dolore. La conoscenza che il suono nel buio ha prodotto è soltanto la forza straziante del grido e la sua durata. Stop. Risultato? Smarrimento totale, angoscia.

Altro esempio meno estremo: la stessa notte si fa meno oscura, appare ai nostri occhi un bosco illuminato da una luna fioca e ora sentiamo molto distintamente il suono di un violino lontano, ben suonato. Esegue una nota unica, sempre la stessa sia in altezza che in durata. In questo caso abbiamo la conoscenza della provenienza, possiamo anche pensare di avvicinarci procedendo fra gli alberi. Questo perchè probabilmente arriveremo a pensare che quel suono gradevole non possa essere prodotto da una situazione spaventosa. Eppure lo faremmo con cautela. Ci chiederemmo infatti i motivi per i quali una persona stia suonando imperterrito solo quella nota in quel ritmo ossessivo e cadenzato. Eccoci al punto: l’assenza di altre note diverse nel ritmo e nell’altezza non ci permettono di conoscere quello che il musicista, con questa esecuzione, ci vuole dire. Ci sembrerà un non canto, in un certo senso come il grido di prima, però “educato”. Di più: questa “educazione del grido”, in caso di suono determinato, fisso e continuo (come quello del nostro esperimento mentale), non ci permette di distinguere il carattere dello stesso, cosa che invece il grido faceva benissimo. Per intenderci: “grido? Dolore, paura, scappa!”. E ora? “Suono ossessivo sempre uguale? … Che significa?”. Anche in questo caso il risultato può essere angosciante. Cosa manca per comprendere meglio il carattere di questo suono? Gli manca un limite. E questo limite verrà da una rottura (ritmica, melodica o armonica) della sua ossessività.

Seguitemi: usiamo la stessa immagine, sempre meno estrema. Il suonatore sconosciuto aggiunge una nuova nota, diversa dalla precedente. Grazie a questo nuovo appiglio ecco che anche la nota precedente acquista senso perchè si è venuto a creare un rapporto fra la nota ossessiva di prima e questa nuova. Il rapporto fra queste due note distanti e conseguenti l’una all’altra, ha creato quella che in gergo viene definito “intervallo melodico”. Una precisazione sul concetto di melodia: in senso teorico va considerata melodia anche il rapporto precedente fra le note ossessive e sempre uguali: sono sempre due note che si susseguono. Semplicemente quella fissità ritmica e melodica, senza altri limiti sonori, senza appunto “intervalli melodici” (se non di unisono, ma non entriamo nel dettaglio), non dava appigli all’ascoltatore per comprendere il cosiddetto “carattere” della melodia. Ora, grazie al nuovo suono, ecco giungere una nuova consapevolezza: il rapporto fra le due note di diversa altezza ha creato un “intervallo melodico” e questo intervallo ci dice qualche cosa. Ci domanderemo implicitamente: il secondo suono è più acuto o più grave del primo? E che sensazione crea in noi? Ecco nascere il primo seme di esperienza musicale complessa: il secondo suono “limita” il primo e ne dona contemporaneamente il carattere perché la distanza fra un suono e l’altro determina l’intervallo e ogni intervallo provoca in noi una sensazione diversa. Capitava con le note uguali, con note diverse è ancora più forte.

Ultima immagine: immaginate ora se da quella nuova nota parta un’intera sezione di archi con una serie di accordi che accompagnano il canto del primo violino. Sarebbero tantissime note diverse che suonano contemporaneamente, creerebbero quelli che in gergo vengono definiti “intervalli armonici” e in noi creerebbero emozioni ancora diverse. Se l’intera composizione risultasse ai sensi dolce ed evocativa, certamente avremmo la conoscenza necessaria per avvicinarci all’orchestra silvana non solo senza sospetto, ma con una gioia particolare nell’anima. Ecco dunque spiegato, naturalmente in modo superficiale, come il concetto di “limite gnoseologico” lavora in musica.

Vorrei lasciarvi due esempi musicali che possono aiutare nella compresione. Li ho scelti volutamente molto lontani nello stile per farvi meglio comprendere come questo gioco sia l’essenza stessa dell’emozione che la musica in generale regala.

Ascoltate l’inizio pianistico di Runaway di Kanye West. La prima nota, ossessiva e pulsante, viene seguita dalla stessa nota all’ottava sotto. Fin qui tutto è molto strano, quasi angosciante. Il ribadire la medesima nota più grave rende tutto ancora più pesante. La seconda torna in acuto, ma dista mezzo tono discendente dalla primissima: questo rapporto di distanza fra la prima e questa seconda ci fa capire il carattere della prima! Vado nel tecnico, chi riesca mi segua: grazie a questa distanza la tonalità del brano, prima sconosciuta, diventa conoscibile (anche se non ancora chiara), in quanto la seconda suona come una “sensibile” della prima che suona ora come tonica. La nota seguente poi, distando dalla prima una terza minore, ci fa capire come la sensazione che avevamo era quella giusta: la tonalità è mi maggiore e la melodia sta semplicemente declamando in modo pulsante note discendenti della scala maggiore. Qui la prima pagina della partitura per capirci.

Ora seguitemi tutti. Grazie ai limiti conoscitivi che ogni nota dona all’altra, lo smarrimento è ora quasi sparito, cominciamo ad ascoltare incuriositi. Ma le sorprese non sono finite: quando entra l’intera band ci sentiamo estraniati! Davamo per scontato che la pulsazione fosse un battere, un suono all’inizio di battuta. E invece no: era un levare! E solo con l’ingresso della batteria in battere ce ne rendiamo conto. Di nuovo si resta confusi e sorpresi da questa nuova conoscenza. La band aggiunge l’ultimo limite che il pulsare ininterrotto delle note non poteva togliere: quello ritmico. Ora conosciamo quasi tutto della musica di questa canzone: melodia, armonia, ritmo e orchestrazione. Non ci resta che ascoltare quel che il cantante voleva dirci nel testo.

Altro esempio, un po’ più raffinato. Nel madrigale a voce sola “Se i languidi miei sguardi” di Claudio Monteverdi, il canto inizia con un recitar cantando su due note che insieme non fanno percepire il carattere della melodia. Il tutto è dovuto anche dal basso continuo, lasciato volutamente fisso in una posizione armonicamente equivoca. Il discorso qui si farebbe lungo e dovremmo farlo dal vivo con davanti un pianoforte. Vi basti sapere che le note che Monteverdi ci presenta sono “sospensive” di conoscenza, non ci danno i limiti per capire la tonalità (mi maggiore oppure la minore?) e con essa il carattere di quel che il canto sta esprimendo. La sensazione è di sospensione eterea e di incomprensione delle emozioni dell’esecutore. Solo a battuta 8 (dell’edizione proposta sopra), nella frase “non han sinor potuto”, la melodia si alza di un semitono e ci fa capire che tutto il declamato iniziale non era un “lagrimar di gioia” bensì un dolore amoroso trattenuto. Siamo in la minore. Monteverdi non si sofferma molto su questa illuminazione, riprende subito l’ascoltatore muovendo la melodia in modo geniale e creando ancora dei contrasti che poi appianerà nella frase “il cor stillai” che chiude il primo verso di questa lettera amorosa. Lo fa con quella che alcuni critici ritengono una delle melodie più raffinate e meravigliose mai scritte dall’uomo per descrivere il tormento d’amore.

Anche in questo caso è chiaro come l’insistere su una melodia e armonia equivoca sia un effetto esplicitamente voluto dal compositore per “creare un’assenza”, una non conoscenza completa di quel che sta accadendo durante il fatto musicale in atto. Credo sia inutile dirvi che l’intera lettera rappresenta uno dei vertici della produzione musicale umana. Ascoltatela.

L’inferno di Squiddi

Concludo questo mio piccolo approfondimento, certamente inusuale, ma spero interessante, con un esempio finale che potrebbe in qualche modo ricollegarci alle materie di solito trattate su questo blog.

In una puntata di Spongebob, a causa di una cabina che viaggia nel tempo e nello spazio (Dottor Who docet), l’irritante Squiddi Quincy Tentacolo si ritrova sperduto in un epoca indefinita, immerso in un fotogramma quasi completamente bianco. Lui cerca di capire l’ambiente che lo circonda, ma non distingue nulla; cammina, ma è come se non camminasse (sembra volare e insieme non procedere); parla, ma è come se non parlasse (le sue parole si ingigantiscono e quasi non hanno più senso). L’assenza completa di appiglio gnoseologico data da quel caotico nulla è talmente angosciante che colpì anche mio figlio più grande il quale mi disse: “altro che film dell’orrore, questo si che fa paura”. Ha davvero detto una grande verità: l’assenza di possibilità di conoscenza è, letteralmente, un inferno.

Se dovessi infatti pensare ad una immagine potente dell’inferno cristiano personalmente tralascerei il tradizionale fuoco o il contemporaneo ghiaccio. Opterei per immaginare uno stato dell’anima nel quale la stessa è dispersa, sola, in un tutto caotico ed incomprensibile, un “luogo” ove non sia possibile trovare appigli e quindi risulti impossibile comprendere alcunché. Un fotogramma bianco. Il bianco è il colore amalgama di tutti i colori: il bianco significa pieno, non vuoto. Eppure in quel bianco incomprensibile Squiddy è perduto, disperso, angosciato, solo. Riportandolo in una visione teologica, chiudo con una domanda: chiunque non abbia grazia divina di “comprendere” il “bianco” di Dio (perché appunto da lui troppo distante e quindi lontano dal voler la grazia), si sentirà così perduto e solo al suo cospetto di Essere per sè sussistente senza limiti?

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Categorie:Filosofia, teologia e apologetica

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3 replies

  1. Molto interessante.

    L’ultima frase però mi è ostica, non capisco se c’è un refuso:
    “si sentirà così perduto e solo al suo cospetto di essere senza limiti?”

    manca una virgola, due punti, qualcosa? Non la capisco.

    Aggiungo che è proprio il limite a generare l’identità, si potrebbe quasi affermare che noi siamo i nostri limiti.

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    • Grazie di avermi letto e dell’appunto! Ne ho approfittato per editare la frase cercando di renderla un poco più leggibile. Una sottolineatura forse importante, la mia immagine parte dall’idea che la presenza di Dio c’è ovunque, anche all’inferno il quale, se esiste, Dunque necessariamente in qualche modo partecipa dell’essere divino. Ma ne parteciperà in modo particolare, non pieno. Per questo mi pare efficace l’immagine di un’anima dispersa in un indefinito bianco angosciante, bianco che invece un’altra anima potrebbe trovare come eterna felicità In quanto quest’ultima partecipa della comprensione Divina che Dio ha di se stesso. Ovviamente non c’è dato sapere come sia possibile comprendere per un’anima l’indefinito essendo come dicevo nell’articolo la comprensione In questo mondo dovuta ai limiti. Ma se ci pensiamo noi possiamo intuire l’indefinito anche se non comprenderlo appieno. Un esempio potrebbe essere la cosiddetta materia prima Aristotelica. Questo Quindi ci fa pensare che l’indefinito può esistere e con la potenza Divina potrebbe anche diventare comprensibile.

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      • Da come scrivi mi vengono a galla deduzioni un po’ malsane. Te ne faccio subito un esempio : il peccato. Esiste e non può essere oltre ed aldilà di Dio eppure Dio non è per realtà propria mai in esso.
        Inoltre “be quiet” : non ci è dato sapere come sia possibile comprendere ( ma anche godere o quant’altro ) semplicemente perché non è possibile! E’ molto suggestiva la descrizione che ne dà comunque Gregorio di Nissa riguardo l’epictasi.

        Saluti

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