Invenzione Teologica: Violino e Pianoforte

TET

La teologia è un’invenzione umana alla stessa stregua della filosofia, della matematica, della musica e delle varie scienze naturali e umane. Quando parliamo di invenzione parliamo di ideazione di nuovi strumenti atti a facilitare il raggiungimento del fine ricercato.

Prendiamo ad esempio la matematica: essa, di per sé, è la somma di una serie di invenzioni che si basano sulla necessità di sempre esprimere una tautologia in tutti i suoi aspetti. Essa tenta di esprimere tutto quel che significa un insieme dato di postulati che ne definiscono le regole di funzionamento: è l’invenzione umana per antonomasia, il darsi una serie di strumenti e svilupparne tutte le potenzialità e conseguenze.  Lo spirito umano non ha da dire se una matematica è “vera” , può solo validare se i ragionamenti applicati nella dimostrazione sono quelli autorizzati dai postulati e dai teoremi e altri lemmi che ne sono stati originati. La matematica è la scienza della tautologia.

Prendiamo il caso della fisica, scienza interessante in quanto usa dell’invenzione matematica per descrivere il mondo, ma non proprio il mondo in sé e per sé. Essa, nella sua attività sperimentale, osserva il reale in un modo peculiare: inventa degli strumenti come bilancie, cronometri, metri che gli permettono di paragonare due realtà tra loro indipendenti, ma aventi un’analogia quantitativa. Ad esempio: la massa può essere pesata, la durata del loro moto la cui ciclicità può essere paragonata, l’estensione è dimensione che può essere comparata. Il peso, il lasso temporale, la lunghezza non sono realtà in sé, ma sempre e solo l’espressione di un raffronto tra un ente fisico considerato ed un altro che serve da calibro: essi sono relazione quantitativa che si esprime in termini numerici.

A differenza del precedente discorso sull’ “invenzione matematica” – cioè non ha da essere “vera” ma solo intrinsecamente integra e coerente rispetto ai propri postulati – la fisica in quanto scienza si pone la domanda del “vero”, in quanto ha due termini che possono o non possono corrispondere: da un lato l’insieme delle relazioni quantitative a disposizione fornite dagli strumenti di misura inventati (e a questi ultimi circostanziali) e dall’altro le proposizioni espresse in linguaggio solitamente matematico. Lo spirito del fisico deve decidere se vi è o meno adeguazione tra l’oggetto della sua scienza, e cioè l’insieme dei dati (relativi) delle sue esperienze (la “res”),  e la proposizione o insiemi di proposizioni matematiche che sono l’espressione delle invenzioni del suo “intellectus”.

State attenti al fatto che il “vero” del fisico non è il riconoscimento dell’identificazione tra il “reale” e  la teoria matematica, come generalmente creduto dal servum pecus di oraziana memoria, ma è il riconoscimento dell’adeguazione tra un insieme di grandezze quantitative relative misurate (non assolute) da un lato e una tautologia matematica dall’altro. Da un lato cioè vi è una rappresentazione quantitativa del mondo costituita su strumenti inventati e dall’altra una serie di proposizioni che esprimono una tautologia essa stessa risultato di invenzioni, in una sorta di “meccano” intellettuale. Il fatto che i due termini del giudizio di verità siano stati generati da azioni di invenzioni umane giustifica in sé la possibilità e la consistenza di tale giudizio, in quanto l’uomo ha perfettamente il diritto di paragonare tra di loro le sue proprie invenzioni o il loro prodotto. Su questa congruenza inventiva si fonda la validità della narrativa scientifica, ne esplica la potenza mitologica e ne delimita la frontiera epistemica.

Vi sono invenzioni umane il cui fine però non è di per sé fare appello ad un solo giudizio di verità, ma conducono ad un assentimento della volontà: un tipico esempio è quello degli strumenti musicali. Il risultato di un’opera d’arte in generale, e della musica in particolare, è quello di attrarre la volontà dello spettatore sull’oggetto prodotto dall’invenzione. Se il brano è composto e suonato bene, allora lo volontà di chi ascolta si polarizza su di esso, per far beneficiare del detto pezzo il resto del corpo e tutte le altre facoltà spirituali e piscologiche. La questione in sé non è sapere se il suono ascoltato corrisponde ai codici espressi nella partitura, il che è una questione di verità (cioè sapere se quel pezzo davvero corrisponde a quel brano di quel compositore), ma verificare se la volontà si lascia avvincere e girare verso i suoni emessi dagli strumenti.

Certamente, vi sono dimostrazioni puramente matematiche che per l’eleganza, la semplicità e l’eterea nobiltà della loro dimostrazione, richiamano un sentimento estetico della volontà e permettono così allo spirito umano di gustare la bellezza della tautologia proposta.

E ancora: vi sono scoperte in fisica che, inquadrate in un linguaggio matematico elegante, immediatamente attraggono la capacità estetica dello scienziato per la loro finezza, audacia e potenza esplicativa e ne comandano l’ossequio della volontà fino l’affermazione di verità alla luce della bellezza del sistema esplicativo stesso.  Tutto ciò trova la sua giustificazione in quanto tutte queste dinamiche nascono e si realizzano nel fondamentale atto inventivo che pone l’umano nel reale.

Quid, adesso, della filosofia…  Il discorso filosofico ha un’altra radice come fondamento al suo discorso: da una parte sviluppa un linguaggio che è un’invenzione umana, alla stessa stregua della matematica, ma al pari di uno strumento musicale, da un altro lato, produce quella “musica” che fa appello direttamente al reale che rappresenta. Abbiamo un’invenzione quindi non sottomessa alla necessità di una tautologia come la matematica e nemmeno limitata come la scienza sperimenale ad un insieme artificialmente costruito di sole quantità misurate o misurabili al quale fare corrispondere le proprie proposizoni. Il discorso filosofico ha il dovere di dare un nome ad ogni cosa, come uno strumento da un suono per ogni nota. Un nome che contiene esplicitamente tutte le caratteristiche dell’ente nominato, deve, cioè, ricercare di mantenere l’integrità del reale senza spezzettarlo nella ricercata universalità del giudizio proposto dall’intelligenza alla volontà del filosofo.

In altre parole, quando afferma “Socrate è un uomo”, il filosofo coglie la bellezza dell’ universale concetto di uomo al quale egli rilega in verità l’integrità della persona di Socrate (e non solamente dati misurabili o statistici più o meno in relazione con lui), mentre la volontà del filosofo accetta ormai convinta quest’identità come vera constatando meravigliato l’estetica adeguazione tra l’ente reale Socrate e il concetto costruito e da lui inventato di “uomo”.

La filosofia è dunque tenuta ad un dovere di integrità e di universalità: deve quindi essere capace di un discorso che chiameremo “logico” nel senso che si riferisce al logos degli enti sulla quale si esprime poiché è nell’esplicitazione del logos che essa stabilisce con intellettuale chiarezza il legame tra l’integrità dell’ente considerato e l’universalità delle proposizioni che lo descrivono: in questo la filosofia è radicalmente differente dal discorso scientifico che si limita alla sola costruzione di un mito che rilega invenzioni sperimentali ad invenzioni concettuali.

Il fatto di dover essere la fonte di giudizio integro e universale al contempo obbliga il discorso filosofico ad un equilibrio dinamico simile al nostro camminare: da una lato guardando “in alto” all’universale e dall’altro salvaguardando  “piedi in terra” l’integrità del proposito. A volte il filosofo individuale si sbilancia di più su un discorso che si vuole universale, ma al costo di rischiare di perdere di vista il valore dell’ente particolare; altre volte si perde nella metodologia che gli garantisce l’integrità del suo discorso e dimentica la necessità di uno sguardo universale.

Il filosofo che cerca di raggiungere l’universale direttamente, fa un po’ pensare a chi suona il violino: tenta di creare la nota giusta da solo e quella nota sarà sempre unica e mai garantita nella sua integrità; il vantaggio è che se il violinista è un virtuoso tutti saranno attratti dalla sua musica, lo svantaggio è che se il violinista è appena meno che un virtuoso, il suono prodotto è inascoltabile, un altro svantaggio è che nessun altro violinista suonerà esattamente quanto contenuto nella partitura.  I discorsi filosofici di stampo platonico, agustiniano, idealistico hanno questa caratteristica: di essere di facile accesso per chi li ascolta e il rapire immediatamente questi ultimi grazie all’accesso quasi immediato degli universali che vi sono espressi. In una battuta: leggere le Confessioni di Agostino è molto più facile e attraente che leggersi la Summa di Tommaso.

Il filosofo che si preoccupa dell’integrità della sua conoscenza deve garantirla nel metodo stesso con il quale egli vuole giungere l’universale: è come chi suona un pianoforte e deve assicurarsi che ogni nota suonata sia ben calibrata, perfettamente integra e ripetibile; il vantaggio è che anche un debuttante può emettere suoni non stonati, visto che gli stessi sono calibrati dall’invenzione; lo svantaggio è che ci sono persone che suoneranno il pianoforte senza mai rendersi conto che non saranno mai dei virtuosi, questo solo perché credono che premere la tastiera produca sempre il suono giusto o la sequenza di suoni voluta.

Il discorso filosofico di stampo aristotelico, tomista, scolastico o neo-scolastico può essere paragonato al pianoforte: il suo accesso richiede uno spirito sistemico e sistematico e molto lavoro personale, della stessa stoffa di quello scientifico, ma il rischio è  di lasciarsi dominare dal metodo il quale diventa fine e non più strumento, impedendosi così di raggiungere  la dimensione universale che caratterizza un discorso filosofico pienamenete “logico”. Così, accanto a virtuosi come Aristotele e Tommaso, abbiano decine (centinaia) di scolastici – specialmente della bassa scolastica – e alcuni neo-scolastici, che sono incapaci di dominare il metodo ma ne sono ad essi sottomessi.

Tanti  violinisti e pianisti da strapazzo: troppi pseudo filosofi credono fare filosofia perché si lanciano in discorsi personalistici “flamboyants” senza doversi dare la pena di garantire l’integrità delle loro proposizioni e, a fronte,  troppi quelli che credono che la filosofia inizia e finisce nel metodo e penso qui alla filosofia analitica contemporanea o a cattiva neo-scolastica senza fiato.

Ma il filosofo, quello vero, è colui che è capace di rendere conto dell’universalità delle sue proposizioni nell’integrità degli enti considerati:  sarà sempre dal lato di chi ha sublimato, integrandolo e non rigettandolo, il metodo.  La miglior poesia sublima sempre, intregrandoli e non rigettandoli, la grammatica, la sintassi e le regole oratorie in una lingua data.

La teologia stessa, in quanto usante uno specifico linguaggio filosofico, sarà quindi naturalmente esposta alla stessa tensione del linguaggio filosofico: da una lato grandi afflati e questionamenti poetici come da Plotino, Agostino, Lutero, Rahner e Theilard de Chardin che fanno accedere direttamente a problematiche universali e alle loro possibili  soluzioni, tutti ottimi violinisti; dall’altro coloro che preoccupati di integrità intellettuale e non di sola ellisse poetica tentano di costruire un discorso logico universale.  Al sommo abbiamo un Tommaso d’Aquino, la cui teologia basata su solide fondamenta filosofiche aristoteliche, ha perfettamente integrato l’ottimo di un Agostino. O un Joseph Ratzinger, capace di un discorso che integra le preoccupazioni di un Rahner, ignorante di tomismo, assieme ad un approccio teologico sempre rispettoso delle categorie filosofiche aristoteliche ben stabilite in sottofondo: questi sono i veri virtuosi di teologia e filosofia, capaci di esprimere con bellezza verità universali e perfettamente rispettose dell’integrità del loro oggetto di studio.

Però c’è bisogno di violini e di pianoforti per fare buona teologia: così lo richiede l’anima umana. L’afflato del violinista virtuoso chiama il pianista a sorpassarlo. Prendiamo ad esempio une delle problematiche avanzate da Karl Rahner che, eppure, sembrava “risolta” dai pianisti della scolastica: quale fine fanno le persone che non sono state battezzate?

Extra Ecclesiam nulla salus, insegna il dogma e il dovere di annunciare il kerygma a tutti i popoli è sempre stato capito come il farli accedere alla salvezza universale : solo il battezzato si salva, colui che è unito al Cristo nella comunione alla Sua Chiesa. I “pianofortisti” avevano sì elaborato concetti per rendere conto con integrità della situazione delle persone virtuosamente giuste ma non battezzate, come la nozione del limbo, luogo di felicità naturale senza visione beatifica. Però era un po’ spostare il problema senza rispondere al questionamento universale: quid infatti dei bambini nati nel peccato originale ma morti prima di aver potuto fare scelte “giuste”?  Per un tempo furono collocati in inferno visto che macchiati del peccato originale, poi furono spostati nei limbi, ed infine, sotto l’influenza implicita di Rahner, si è inventato il concetto di battesimo di “desiderio”. Il problema però è  che, strictu sensu, per essere salvati bisogna essere battezzati, non solo desiderare essere battezzati. Già nei primi tempi la questione si poneva: cosa avviene di un catecumeno non battezzato che viene a morire prima del battesimo o è martirizzato prima di esso? Le risposte ad hoc introdussero il concetto, extra scritturale, di battesimo di desiderio o di battesimo del sangue, dove la Chiesa “compenserebbe” l’atto battesimale non ancora avvenuto. Ma nel caso dei bambini morti prima del battesimo essi non desideravano nulla e non si capisce bene perché il desiderio dei genitori dovrebbe compensare quello dei loro bambini o, allora, il battessimo degli antenati di “mormonica” memoria potrebbe anche avere senso. Senza dimenticare della collocazione in inferno, o nel limbo, o in cielo degli antenati di Gesù, come Adamo, Abrahamo e altri Davide, o la virginale concezione della Vergine, il tutto esprimendo un effetto retroattivo delle grazie acquistateci da Cristo in Croce.

Abbiamo cioè durante 2000 anni costruito delle ipotesi, che sono come pezze, per rispondere ad un aspetto misterioso della chiamata di Gesù venuto per le moltitudini anche se non per “tutti”: ma, diranno alcuni , moltitudini vuol dire tutti, forse si forse no si risponde loro, perché intanto fu il termine moltitudini che fu recepito e tramandato dalla Chiesa, Sposa di Cristo,  e non il termine “tutti” ; e Gesù stesso è chiarissimo circa il fatto che se chiama molti ben pochi saranno gli eletti. Niente giustifica quindi la necessità di fare accedere ad una qualunque visione beatifica  persone che intrinsecamente non potevano conoscere il Cristo per via della loro collocazione storica, geografica o religiosa.

Rahner da violonista della teologia ha messo in evidenza l’incongruità di questa problematica e ha tentato di risolverla con la nozione di “cristiano anonimo” : una pezza intellettuale che risponde al bisogno di soluzione universale del problema posto ma che va contro l’integrità della situazione oggettiva di chi cristiano non è, perché non può esserlo. E poco importa entrare in discorsi del tipo “ma se tizio fosse nato in un contesto cirstiano , allora sarebbe stato cristiano e se caio lo fosse stato in contesto musulmano sarebbe musulmano” perché questi sono discorsi ipotetici che non rispettano l’integrità della realtà del fatto che Tizio è nato in un contesto non cristiano ed è quello che fa che Tizio è chi è e non Caio.

Ma la risposta che può fornire un pianista centrato solo sul metodo sarà altrettanto insoddisfacente in quanto apparirà allo spettatore che l’ascolta come quella che è: piatta, senza sapore e senza generosità.

Come spessissmo avviene, la soluzione a questa problematica verrà un giorno risolta dall’alto e non dall’invenzione di un concetto di “cristianesimo anonimo” che quasi sembrerebbe un'”assoluzione originale” che farebbe da contrappeso al “peccato originale” ma di cui le Scritture non hanno mai parlato. La soluzione risiede molto probabilmente in un approfondimento ulteriore che la Chiesa ha da fare di Se Stessa: cioè in quanto Corpo di Cristo, Essa stessa salva in quanto crocefissa  mentre implora la Misericordia di Dio per coloro che non sanno quel che fanno. Extra Crucem nulla salus; extra Ecclesiam nulla salus.  E la Chiesa, come la Croce, è anche una realtà temporale e spaziale, benché per natura altrettanto atemporale e universale: è il ruolo della Chiesa di salvare le moltitudini,  è il ruolo di tutti i suoi membri di mettersi al servizio della salvezza dei loro fratelli in umanità, in quanto nessuno è giustificato a priori senza la Chiesa.

In Pace

 

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Categorie:Filosofia, teologia e apologetica

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18 replies

  1. “solo il battezzato si salva, colui che è unito al Cristo nella comunione alla Sua Chiesa”.
    Beh, per i bambini che muoiono prima dell’età della ragione è sufficiente che siano validamente battezzati, anche se in una Confessione scismatici o eretica, per gli adulti però occorre ben più che essere solo battezzati, occorre convertirsi alla Chiesa Cattolica.
    Certo, se non sono cattolici non per loro colpa e, pur conoscendo l’esistenza della Chiesa Cattolica rifiutano la conversione perché innocentemente convinti che la Chiesa Cattolica non sia la Chiesa fondata da Gesù Cristo, possono salvarsi comunque venendo uniti alla Chiesa invisibilmente, pur non essendo parte del Corpo visibile.
    Ogni non cattolico che è in Grazia di Dio, in fin dei conti, appartiene alla Chiesa, anche se non visibilmente, anche se fosse islamico, ebreo o pagano.
    Cito Pio XII
    “An act of love is sufficient for the adult to obtain sanctifying grace and to supply the lack of baptism” (Allocution to midwives, October 29, 1951)
    Certo, la problematica dei bambini morti prima del Battesimo non è ancora risolta, ma io sono convinto che in qualche modo Dio riesca a salvarli. Il “come” è ancora da vedere, la Chiesa afferma soltanto che li affida alla Misericordia di Dio.
    “Quanto ai bambini morti senza Battesimo, la Chiesa non può che affidarli alla misericordia di Dio, come appunto fa nel rito dei funerali per loro. Infatti, la grande misericordia di Dio, « il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati » (1 Tm 2,4), e la tenerezza di Gesù verso i bambini, che gli ha fatto dire: « Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite » (Mc 10,14), ci consentono di sperare che vi sia una via di salvezza per i bambini morti senza Battesimo. Tanto più pressante è perciò l’invito della Chiesa a non impedire che i bambini vengano a Cristo mediante il dono del santo Battesimo.” (Catechismo della Chiesa Cattolica 1261)
    Poi riguardo al fatto se gli eletti siano effettivamente molti o pochi (relativamente ai dannati) non lo sappiamo con certezza, questo è un punto sul quale sono possibili più tesi, come dimostra anche l’enciclica di Papa Benedetto XVI Spe Salvi, la quali ai paragrafi 46 e 47, checchè se ne dica, si distanzia abbastanza dal sostanziale pessimismo agustiniano sulla salvezza.

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  2. Bellissimo articolo! Una domanda per l’autore. Avendo fatto studi di matematica sono abituato ad un’esposizione, appunto, sistematica dei concetti: mi è molto difficile aumentare le poche conoscenze filosofiche a causa del cambio radicale di metodo (complice, talvolta, anche una pessima divulgazione che si trova in giro specialmente del tomismo). Esiste, almeno per il realismo, un libro adatto a un approccio maggiormente orientato su questo verso, che l’autore conosce bene? Sono molto attratto dall’ontologia formale e ho letto qualcosa di Strumia ma fatico a vedere se c’è un testo introduttivo e “molto rigoroso” allo stesso tempo su questioni più basilari. Grazie del prezioso aiuto.

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  3. Gente di poca fede, perché mettete in dubbio che anche tutti quelli che non sono battezzati e che pertanto vivono nel peccato originale saranno salvati?

    Infatti un giudizio negativo su una situazione oggettiva, come chi vive in peccato originale, non implica un giudizio sull’imputabilità o sulla colpevolezza della persona coinvolta perché quella è la risposta generosa che un non battezzato può offrire a Dio, è la donazione che Dio stesso sta richiedendo in mezzo alla complessità concreta dei limiti: è meschino allora soffermarsi, come state facendo voi, a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale, perché questo non basta a discernere e ad assicurare una piena fedeltà a Dio nell’esistenza concreta di un essere umano.

    Non sapete forse che, a causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che chi non è battezzato e vive entro una situazione oggettiva di peccato – purché non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – possa vivere in grazia di Dio, possa amare, e possa anche crescere nella vita di grazia e di carità ed essere iscritto tra gli eletti?

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    • Nessuno mette in dubbio questi punti, Lorenzo.
      La questione posta nell’articolo di cui sopra non vuole mettere questo in dubbio, ma semplicemente esplicitare il perché sia così: è un questionamento squisitamente intellettuale, per chi cerca di andare fino in fondo al dogma e al suo sviluppo.
      In particolare, chiamo ad un approfondimento e sviluppo del dogma della Chiesa circa Se Stessa: e, personalmente, penso che la soluzione non sia in pezze di rattoppo stile “cristiano anonimo” alla Rahner, ma si trovi nel fatto che il battesimo è un vero partecipare alla morte (e risurrezione) di Cristo ed è in quanto tale che può salvare anche chi non è battezzato, in quanto solo chi partecipa del sacrificio del Cristo può chiedere a Dio il perdono dei peccati altrui.
      In Pace

      P.S.: Ad esempio una cosa è conoscere e accettare la dottrina delle circostanze attenuanti insegnata dalla Chiesa nel CCC, CIC e in AL: altra cosa capire perché ciò sia, intrinsecamente, possibile. Secondo me, la dottrina delle circostanze attenuanti non sgorga da un “diritto umano” automaticamente riconosciuto dalla Chiesa, ma è il risultato della difesa che fa il Paraclito del peccatore di fronte al Trono di Dio, tramite la preghiera impetrata dalla Chiesa, il cui “diritto divino” sgorga dal fatto che sta espiando tutti i nostri peccati in Croce con il Cristo in quanto Suo Corpo. All’opposto dell”Accusatore….

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      • Il battesimo è il « sacramento della fede » ma la fede, come testimoniano i Vangeli, è precedente al battesimo e quindi non dipende dal battesimo.
        Quello che salva è la fede, non il battesimo.
        Le circostanze attenuanti poi, premesso che un Padre che ami tutti i suoi figli secondo giustizia sarà maggiormente ben disposto nei confronti dei figli meno « fortunati », dovrebbero far riflettere sul fatto che se un battezzato liberato dal potere di satana tramite esorcismo e consacrato re, sacerdote e profeta tramite unzione può essere in grazia anche se oggettivamente vive nel peccato, quanto più un non battezzato può essere in grazia pur vivendo oggettivamente in peccati anche maggiori: « A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più. ».

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    • Lorenzo crede di essere ironico, ma non sa, evidentemente, che ciò che ha affermato in queste sue ironiche (o meglio, che vorrebbero essere ironiche) righe era stato già affermato da Pio XII

      “An act of love is sufficient for the adult to obtain sanctifying grace and to supply the lack of baptism” (Allocution to midwives, October 29, 1951)

      Eh si, Lorenzo, un islamico o un ebro, per esempio, può essere in Grazia di Dio e appartenere alla Chiesa Cattolica (fuori dalla quale non vi è salvezza nè remissione dei peccati) seppur invisibilmente.

      Lo stesso vale per i battezzati in confessioni eretiche e scismatiche, i quali possono appartenere alla Chiesa Cattolica in virtù della loro sincera buona Fede.

      Perciò queste tue parole

      “Non sapete forse che, a causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che chi non è battezzato e vive entro una situazione oggettiva di peccato – purché non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – possa vivere in grazia di Dio, possa amare, e possa anche crescere nella vita di grazia e di carità ed essere iscritto tra gli eletti?”

      Erano state sostanzialmente già affermare da Pio XII nella citazione di cui sopra.

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  4. @Simon

    È estremamente interessante il concetto secondo il quale

    “Secondo me, la dottrina delle circostanze attenuanti non sgorga da un “diritto umano” automaticamente riconosciuto dalla Chiesa, ma è il risultato della difesa che fa il Paraclito del peccatore di fronte al Trono di Dio, tramite la preghiera impetrata dalla Chiesa, il cui “diritto divino” sgorga dal fatto che sta espiando tutti i nostri peccati in Croce con il Cristo in quanto Suo Corpo. All’opposto dell”Accusatore….”

    Potresti espanderlo? Non avevo mai pensato alla questione in codesti termini, perciò vorrei comprendere meglio cosa intendi.

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  5. Grazie Simon per questo articolo e ai commentatori per il dibattito interessante. La questione mi interessa assai perché tante persone che amo sono lontane dalla Chiesa, ripiombate in un paganesimo “invincibile” (i miei nipoti ad esempio non sono battezzati, non ostante i miei fratelli come me lo siano stati). A volte mi pare che il Signore mi abbia cercata e chiamata insistentemente perché da convertita preghi per loro, e lo faccio continuamente, e sia per loro testimonianza con la mia vita, che cerco di vivere il più cristianamente che posso, con l’aiuto del Signore. Quello che mi consola e rincuora è sapere che il Signore è giusto e misericordioso e che la Sua giustizia e misericordia si applica a tutti, perché tutti ha creato per amore.
    Da poco abbiamo celebrato il Natale e ho in mente che la pace di Dio gli angeli la proclamano non soltanto agli uomini che credono in Dio, ma agli uomini di buona volontà; mi sembra che già la buona volontà possa essere una buona propedeutica alla fede stessa.

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    • Cara LidiaB,
      la convinzione che basta essere un uomo di buona volontà è tipicamente rahneriana: secondo me questa concezione non è né cristiana né ebraica, dove la nozione di popolo eletto non sa che farsene per la giustifiazione.
      Eppure la tua preoccupazione, come quella di Rahner, è molto legittima: sola la soluzione non la è.
      Il fatto di essere un uomo di buona volontà non salva di per sé, né il Cristo è venuto solo per i giusti, quelli di buona volontà.
      In altre parole non è nell’oggetto della salvezza che si trova la soluzione ma nel suo soggetto: il Cristo e la Chiesa che ne è il Corpo crocefisso e risorto.
      È perché c’è la Chiesa che gli uomini si salvano, quelli di buona e quelli di meno buona volontà, quelli battezzati e quelli non battezzati: è perché lì dove c’è la Chiesa, cioè noi e il nostro cuore, che possiamo implorare il perdono di Dio per noi e per il nostro prossimo per via del riscatto che offriamo nella nostra vita in quanto unita al Sacrifico di Cristo. Non è possibile concepire la Salvezza senza la Croce di Cristo che La guadagna: queste nozioni rahneriane “buoniste” in realtà svuotano la Croce e il significato stesso di Chiesa del loro significato e divina necessità.
      E certamente quel che salverà con certezza i tuoi nipoti non sarà se loro si comporterannno “bene”, ma la tua preghiera al Padre, con le Parole di Cristo che ti ispira lo Spirito Santo. Come insegnava il grande cardinal Journet: la frontiera della Chiesa passa per i nostri cuori.
      In Pace

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      • Impeccabile.

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      • Rompo per un attimo il mio silenzio: chapeau.

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      • Si, certo, so bene che la buona volontà non salva (il Gloria parla di fatto di pace e non di salvezza) ed è per questo che prego in continuazione e cerco di capire e fare la Sua volontà, frequento Messa e Sacramenti, ascolto e medito la Parola e tutti i giorni nelle mie intenzioni c’è la conversione in Cristo dei non credenti. E’ soprattutto mi affido completamente alla Sua Giustizia e Misericordia.
        E’ solo che mi tocca da anni fare fronte a una chiusura ostinata e quelle poche volte che mi pare di percepire un piccolo spiraglio di interesse, o per lo meno di non indifferenza, la tentazione e quella di aggrapparmici. Sono umana e la fede non è sempre salda. Ma ho sempre ben presente che in fine è tutto nelle Sue mani e non nelle nostre.
        Ti ringrazio e ringrazio i commentatori perché riesco sempre a imparare cose nuove e avere utili spunti di riflessione.
        Non vedo l’ora di leggere l’articolo su HV.

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  6. Rompo per un attimo il mio silenzio: chapeau.

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  7. Il Gloria fra L’ altro non dice pace ai uomini di buona volontà’ ma pace agli uomini che Egli ama.
    L’ accento e’ posto su Dio non su L’ uomo. Il passaggio all’ antropocentrismo rahneriano ha ribaltato la prospettiva. Arrivando fino a gli odierni Mons. Chiodi , della Pontificia Accademia della vita, che ispirandosi a Rahner e AL, arriva ad affermare il  » dovere » della contraccezione in certi casi.

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    • Da come sono state presentate nella NBQ, le esternazioni di Chiodi sono innammissibili e in opposizione frontale al Magistero Autentico, in particolare a quello di HV, FC e AL di cui fa una lettura personale e non autorizzata. Ma sono due millenni che preti, teologi e laici dicono castronerie: noi ci affidiamo al Magistero Autentico, quello del Vicario di Cristo e dei Vescovi in unione con lui e questo tipo di esternazione non ci tange più di tanto.
      Però è vero che c’è un attacco contro HV da quando è stata pubblicata dal Beato Paolo VI: nulla di nuovo sotto il sole e i risultati della disobbedienza a HV sono sotto gli occhi di tutti, da una popolazione europea che non si rinnova più e si lascia soppiantare, a famiglie atrofizzate con appena uno o due figli, separate, impoverite, senza educazione, completamente atomizzate e manipolate dal pensiero unico mercantile dominante, il crollo delle vocazioni, il deserto spirituale e religioso che constatiamo.
      Sto preparando in questo momento un articoletto su HV tanto per circostanziarne l’insegnamento e che potrà sempre essere utile in ulteriori discussioni che potrebbero apparire in questo cinquantesimo anniversario della sua pubblicazione.
      In Pace

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