Edward Feser – Il paradosso materialista oggi dimenticato

Escher – Drawing Hands

Contando di riprenderla a breve, lasciamo da parte la traduzione della disputa web sull’immaterialità dell’intelletto avvenuta fra il fisico Oerter e Ed Feser, pubblicando un ideale seguito a questa traduzione di qualche settimana fa. L’articolo di oggi ci aiuterà a comprendere meglio i numerosi problemi filosofici che il materialismo moderno solleva ai filosofi in generale e ai filosofi della mente in particolare. Specificatamente verrà descritto il cosiddetto “paradosso materialista” e quindi verrà illustrato come e perché sia stato oggi dimenticato dagli scienziati e dai filosofi che abbracciano questa concezione della realtà.
Buona lettura!

“Schrödinger, Democrito e il paradosso del materialismo”

Erwin Schrödinger fu un altro di quei pensatori del primo XX secolo consapevole del carattere profondamente problematico della concezione meccanicistica del mondo materiale, ereditato dal periodo moderno – e ancora, fu uno di quelli che compresero, in particolare, che questa concezione della materia, lontana dall’aprire la strada ad una soluzione materialistica del problema mente-corpo, in realtà non faceva che creare il problema in questione, rendendo qualsiasi soluzione materialistica dello stesso impossibile.

Il motivo per cui questa concezione non apre soluzioni (qualcuno potrebbe supporlo) non ha nulla a che fare con la meccanica quantistica, di cui Schrödinger è stato uno dei padri. Ha piuttosto a che fare con un punto filosofico relativamente semplice, avanzato per primo da signori del calibro di Cudworth e Malebranche e quindi ripetuto negli ultimi anni da scrittori come Nagel e Swinburne (come indicato nel secondo dei post precedenti linkati sopra). Due testi pertinenti sono il saggio di Schrödinger “On the Peculiarity of the Scientific World-View” (da What is Life? and Other Scientific Essays) e il capitolo 6 del suo Mind and Matter, dal titolo “The Mystery of the Sensual Qualities” (ristampato in What is Life? with Mind and Matter and Autobiographical Sketches  un volume più recente, che non include il saggio precedente).

Per riassumere quello che ho detto più diffusamente nei post precedenti, il punto filosofico in questione è la modalità con la quale i primi moderni ridefinirono il concetto di materia quale priva di aspetti come colore, odore, sapore, suono, e simili i quali, come il senso comune li comprende, necessariamente risultano qualità organolettiche inspiegabili in termini materiali. Quindi, se uno afferma sia l’esistenza della materia (come ridefinita dai moderni) che delle qualità sensoriali (o “qualia”, come oggi sono conosciuti una volta trasferite dal mondo esterno al mondo interno della mente), allora costui necessariamente pare impegnarsi in dualismo mente-corpo di qualche tipo (sia esso un dualismo di sostanza o di proprietà). L’unico modo per evitare tale dualismo è o rifiutare l’esistenza della materia (come ha fatto Berkeley), o rifiutare l’esistenza delle qualità sensoriali (come gli eliminativisti fanno esplicitamente e la maggior parte degli altri materialisti fanno implicitamente), o rifiutare la concezione meccanicistica della materia che ha letteralemente creato il problema (come fanno aristotelici; per quanto l’aristotelismo conduca ancora ad una forma dualistica non cartesiana – quella che David Oderberg chiama dualità ilemorfica – per ragioni che non hanno nulla a che fare con le qualità organolettiche o i cosidetti qualia).

A dire il vero, lo stesso Schrödinger non trasse una conclusione esplicitamente anti-materialista. Egli osservò semplicemente che ciò che egli chiama “oggettivazione” della materia – cioè la rimozione concettuale dalla stessa nozione di tutto ciò che ha a che fare con la persona o la sua mente (cfr. la distinzione “oggettivo/soggettivo” di Nagel) – rende la mente in sé profondamente misteriosa. Questo porta a punti di vista come il “misterianismo” di Colin McGinn o la posizione di “gap esplicativo” di Joseph Levine, i quali affermano il materialismo nonostante non siamo in grado di capirlo, o almeno (nel caso di Levine) che non siamo in grado di capire come il materialismo possa essere vero. Non che Schrödinger sposi questi punti di vista; semplicemente richiama l’attenzione sul problema sollevato dalla concezione moderna della materia senza cercare di risolverlo. (Da parte mia, ritengo le posizioni di Levine di McGinn come delle non partenze. Si potrebbe utilizzarne di simili per dire anche, in risposta a Gödel, “Forse la coerenza di un sistema formale che contiene l’aritmetica calcolabile in realtà è internamente dimostrabile. In realtà è la nostra mente ad essere costituzionalmente incapace di vedere come”).

L’enfasi di Schrödinger per altro è meno sul problema mente-corpo di per sé quanto piuttosto sul paradosso epistemologico che viene sollevato dalla “oggettivazione” moderna della materia. Come dice lui in “On the Peculiarity of the Scientific World-View”:

Siamo di fronte dunque la strana situazione seguente. Mentre tutte le pietre da costruzione per l’immagine [scientifica moderna] del mondo  sono fornite dai sensi quali organi usati dalla mente, e il quadro del mondo stesso – la cui esistenza non è dimostrabile – è e rimarrà per tutti una costruzione della mente, la mente stessa rimane estranea a questa immagine, non ha in essa né posto e né non può essere trovata. (P. 216)

 Vale a dire, l’immagine della scienza moderna (creata da una concezione meccanicistica “oggettivata” della materia) dipinge il mondo naturale presenta come priva delle qualità sensoriali e di qualcosa di personale. Eppure questa immagine stessa esiste solo nella mente delle persone – gli scienziati – e prende come base probatoria i sensi, e quindi le qualità sensoriali che si rifiuta di individuare nella natura.

Questo paradosso epistemologico è stato uno dei temi principali del libro di EA Burtt The Metaphysical Foundations of Modern Physical Science (Burtt fu, come ho già notato in precedenza, uno dei più importanti studiosi del XX secolo che sottolineò il carattere problematico della rivoluzione meccanicistica, per altro prima che questo tema divenisse di interesse accademico dopo il 1960). Lo stesso per altro nacque per altro molto prima – è lo stesso Schrödinger infatti che ci ricorda come il problema venne concepito fin al 5 ° secolo aC, ed in particolare da Democrito, uno dei padri di atomismo. In un famoso frammento, Democrito immagina una conversazione tra l’intelletto, che (come Democrito presume naturalmente) deve appoggiare la “cacciata” delle qualità organolettiche dalla natura, e i sensi stessi, che costituiscono la base probatoria per la teoria atomista stessa:

Intelletto: “Il colore è convenzione, il dolce convenzione, amaro convenzione; in realtà non ci sono che atomi e vuoto”

 Sensi: “Mente miserevole, da noi prendi le prove con le quali vorresti rovesciarci? La vostra vittoria è la vostra caduta.”

Si deve sottolineare che Democrito, lodevolmente, richiama l’attenzione su una difficoltà oggettiva della teoria che lui stesso approva; e non abbiamo alcuna idea di come, o se, abbia cercato di risolverla. Questo non significa che qualsiasi successivo materialista abbia fatto meglio di lui. Molti di loro hanno anzi fatto di peggio; ad esempio materialisti volgari come i New Atheist mostrano in genere di non avere nemmeno la consapevolezza dell’esistenza di questo problema. Purtroppo fra questi va incluso il noto filosofo della mente Daniel Dennett. Dennett sostiene esplicitamente una posizione eliminativista nei confronti delle qualità organolettiche (vedi ad esempio il saggio “Quining Qualia”) – cosa che per altro egli ritenga (mi pare) essere l’unica soluzione che egli crede coerente per qualsiasi materialista. Mi pare però che non s’avveda della sua cecità assoluta per i profondi enigmi filosofici che tale posizione apre, né veda il suo spudorato spaccio di caricature dei punti di vista anti-materialisti, e, in generale, il suo rifiuto a concedere che gli avversari del materialismo sono motivati ad esserlo a causa di gravi preoccupazioni filosofiche.

Schrödinger ci fornisce una spiegazione plausibile delle origini di questo tipo di cecità (che colpisce gli scienziati, in ogni caso i filosofi come Dennett dovrebbero saperle certe cose). In “The Mystery of the Sensual Qualities”, scrive:

Le teorie scientifiche servono per facilitare l’indagine delle nostre osservazioni e i risultati sperimentali. Ogni scienziato sa quanto sia difficile ricordare un gruppo moderatamente esteso di fatti, prima che su di essi non si sia plasmato almeno qualche quadro teorico primitivo. Non c’è quindi da meravigliarsi, e in questo non imputerei nulla agli autori dei documenti originali o dei libri di testo, se dopo la formazione di una teoria abbastanza coerente, gli stessi scienziati non descrivono più i fatti nudi che hanno trovato o che vogliono trasmettere ai il lettore, ma li rivestono della terminologia propria di quella teoria o varie teorie. Questa procedura, se da un lato è molto utile per ricordarci i fatti decrittati in un modello ben ordinato, tende però a cancellare la distinzione tra le osservazioni reali e la teoria nata dalle stesse. E dal momento le osservazioni stesse comprendono certe qualità sensoriali, le teorie sono facilmente pensate per esplicare tali qualità anche che, naturalmente, non lo fanno mai. (P. 164)

Nel caso in esame, i neuroscienziati cominciano con le osservazioni, come ogni scienziato empirico deve fare, – vale a dire, con esperienze coscienti il cui carattere è determinato da vari tipi di qualia o alle qualità organolettiche. Dopo di che procede da queste osservazioni per costruire una descrizione teorica della fisica e dei processi neurali associati con la percezione. Questa descrizione teorica assume allora, per così dire, una vita propria, arrivando a sembrare reale, o addirittura più reale delle esperienze concrete che hanno portato ad essa, e la lingua in cui la prima è redatta viene ad essere applicata quale descrizione del teorico di quest’ultimo. Così una spiegazione di “calore” inteso come mero moto molecolare pare divenire, specialmente quando accoppiato con dati neuroscientifici, una spiegazione di “calore” inteso come un certo tipo di qualità sensoriale tattile; e ancora una spiegazione del “rosso” nel senso di luce di una certa lunghezza d’onda pare divenire la spiegazione precisa del “rosso” inteso quale qualità sensoriale visiva di un certo tipo; e così via.

Ma questo è un pasticcio, anzi una sottile fallacia di ambiguità. I concetti teorici fondamentali – moto molecolare, lunghezze d’onda di luce, modelli di cottura neurali, e così via – sono sempre compresi alla luce di una concezione ampiamente meccanicistica del mondo naturale che segue il progetto dei primi moderni di escludere dalla materia le cause finali, le qualità sensoriali e quindi ridefinirla in termini matematici astratti. Per “spiegare” le qualità sensoriali o qualia in tali termini “scientifici” (cioè meccanicistici e “oggettivati”) è quindi necessario cambiare soggetto. Le prime generazioni di filosofi e scienziati lo capirono, ed è questo il motivo per cui pochi di loro erano materialisti – hanno compreso cioè che, per definizione, per così dire, le qualità sensoriali non potevano essere “materiali” data la nuova concezione della materia. Ma le generazioni successive – in particolare l’attuale generazione di scienziati, che tendono ad essere molto più specializzata e spesso meno preparati in generale sulla filosofia e della filosofia della mente in generale rispetto ai loro predecessori – hanno dimenticato tutto questo. E questa dimenticanza, condita dalla superficialità filosofica e unita ai successi pratici della scienza moderna hanno portato molti di loro – o almeno il più prolisso fra i loro scrittori scientifici pop – ad abbracciare uno scientismo sciocco che presuppone che non ci sono problemi filosofici, o almeno non tanto gravi, ai quali la scienza non è in grado di rispondere.

Così, quando altri filosofi si fanno avanti – non importa se dualisti o qualcosa di più sofisticato e coerente come i naturalisti (per esempio un Searle, un Nagel, o un Chalmers) – sottolineando come le “spiegazioni” neuroscientifiche della coscienza esistenti in realtà non spieghino per niente i fenomeni rilevati, si trattano come se stessero inventando un nuovo problema sofista, in un tentativo disperato e oscurantista di salvare una fede nella dignità e nella particolarità umana. In realtà si sta semplicemente richiamando l’attenzione su un vecchissimo problema che lo stesso modello teorico meccanicistico ha creato, e di cui le precedenti generazioni di filosofi e scienziati erano ben consapevoli. La realtà è che lo scientismo l’atteggiamento che favorisce l’oscurantismo, ignorando alcune chiare distinzioni concettuali e costringendo tutta la vita intellettuale in un metodologico letto di Procuste. Nei fatti la concezione meccanicistica “oggettivata” di materia ereditata dai primi moderni non è per niente una scoperta scientifica, bensì una ipotesi filosofica, per altro una ipotesi che crea problemi filosofici piuttosto che risolverli.

Naturalmente non penso di fondare queste affermazioni con questo scritto. (cosa che in gran parte faccio nel mio The Last Superstition). Ovviamente sono a conoscenza dell’esistenza di alcune “mosse” che un materialista potrebbe tentare per aggirare i problemi in questione (e io, altrettanto ovviamente, non ritengo che tali mosse possano aver successo). Il punto è che i problemi son questi, sono veri e sono gravi. Ogni naturalista che li liquida come paranoie motivate da fanatismo religioso irrazionale o è ignorante o è disonesto. Certamente Democrito, Schrödinger, Burtt, Searle, Nagel, Chalmers et al. non hanno “asce” teologiche da affilare. Va da sé che la nostra conoscenza del cervello umano ha fatto molta strada dal 5 ° secolo a.C.  Ma, filosoficamente parlando, appare chiaro che la storia del materialismo da Democrito a Dennett denota un declino spaventoso.

Addendum: Mi viene da pensare a ri-leggere il post che il riferimento Chalmers (e/o) nella prima frase del secondo e nell’ultimo paragrafo risulta fuorviante: Chalmers è un naturalista, ma è anche una sorta di dualista. Chiedo venia. Lo spazio concettuale che abbraccia questo argomento è estremamente complesso, la gamma delle possibili posizioni è molto grande, ed è brevemente difficile riassumere i problemi senza ipersemplificare – soprattutto quando (come nel caso di questo post) uno sta scrivendo di corsa, di sabato, a notte fonda!

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Categorie:Filosofia, teologia e apologetica

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17 replies

  1. Sapreste indicarmi dove posso trovare espresso il concetto di materia ridefinito dai primi moderni?

    Thx

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  2. Di scienziati impreparati dallo scientismo sciocco di cui parla Feser ne abbiamo visti passare più di un paio su Croce-Via…

    Rimane il fatto centrale che l”esperienza delle qualità sensoriali (alla stessa stregua che l’esperienza in prima persona che abbiamo del nostro stesso pensare) è la sola cosa certa sulla quale ognuno di noi può confidare.

    La problematica nasce quando si vuole oggettivare questa certezza cioè compartirla perché ciò è possibile solo se facciamo astrazione di quel che non è compartibile, cioè l’esperienza sensoriale stessa, e, quindi, facendo a meno della certezza che accompagna tale esperienza sensoriale.

    Il modo di risolvere questo dilemma è sia di ammettere che la ricerca di oggettività è da ricercarsi tra almeno due persone realmente distinte, in quanto non possono compartire la medesima esperienza qualitativa per definizione, cioè ammettere che il reale non è auto-centrato sul nostro ego conoscente ma al prezzo di perdere l’assoluta certezza delle esperienze sensoriali.

    Sia assumere che l’alterità non esiste davvero in sé, e che solo esisto io, e, quindi, che la certezza che sperimento è certezza la cui ricerca di oggettività è operazione superflua.

    Ancora una volta ripeto quel che ho già sottolineato a commento di altri articoli tradotti di Feser, l’ingenuità “scientista” ha le sue radici le più profonde nel credere che il sommo criterio necessario e sufficiente della certezza di un’affermazione risiede nella sua comprovata oggettività: qui abbiamo un ottimo contro-esempio.

    In Pace

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  3. Che ogni entità materiale abbia le sue caratteristiche è un fatto.
    Che le caratteristiche materiale vengano “percipite” dagli organi sensoriali è un fatto.
    I “qualia” non sono altro che codici utilizzati dagli organi sensoriali per “figurarsi” la materia.

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    • Il problema è proprio questo “figurarsi”, che materiale non è. Da una parte hai un codificatissimo e misuratissimo #CC0000 da cui non si “figura” affatto il rosso corsa. Ergo il rosso corsa, materialmente parlando, “di che cosa è fatto”? ‘ndo sta? Chi o che cosa se lo fila? 🙂

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      • Il materiale rosso corsa è semplicemente una determinata lunghezza d’onda che gli organo sensoriali riconoscono ed alla quale danno una codificazione diversa al fine di ottimizzare l’uso e la trasmissione di dati.

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        • Il problema è che il dato trasmesso non è colorato. In altri termini hai un input materiale che si dice non avere qualità, non ha colore, e ha un output che invece è qualità colore. Tu puoi usare qualsiasi materiale, qualsiasi codifica ma tutto ciò, ci viene detto, non è e non ha colore. Si può dare solo ciò che si ha. Quindi il problema dei qualia, per il materialista se resta tale, rimane senza spiegazione.

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          • Ho usato il termine materiale rosso corsa supponendo sottinteso che quel materiale, quando colpito dalla luce, assorbe tutte le lunghezze d’onda ad eccezione di quella che, riflessa, colpisce l’organo sensoriale e viene convenzionalmente conosciuta come rosso corsa.
            Se non è colpito dalla luce e l’organo sensoriale “non codifica i qualia”, quel determinato materiale ha forse caratteristiche diverse?

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            • L’aspetto fisico non è in discussione. Il fatto dove un materiale, colpito da fotoni, assorbe certe onde e ne riflette altre non è in discusione. Il fatto dove le onde riflesse colpiscano, o non colpiscano, un organo sensoriale non è in discussione. Il fatto dove l’organo sensoriale codifichi, o trascodifichi, le onde non è in discussione. Quello che è in discussione è il presunto, dai materialisti, fatto che il materiale, le onde, l’organo e la codifica non sono e non hanno qualità quali il colore. Tuttavia il rosso corsa è.

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              • Io non sono né filosofo né fisico ma, essendo un semplice giocatore di “sudoku”, è assai probabile che stessi percorrendo la tua stessa strada senza accorgermene: tuttavia questo breve scambio di opinioni mi ha fatto venire in mente che la forma degli enti materiali è un tipo di comunicazione.

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  4. Scusate la domanda, forse un po stupida, il pensiero e’ immateriale, pero’ ha dei correlati neurali, se penso ad una nacchina il mio pensare corrispindera’ a determinati segnali chimico/elettrici. Questo non crea entropia? Se crea entropia vuol dire che il pensiero non puo essere imnateriale?

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