Edward Feser – “Pigliucci e la metafisica”

una storia fantastica!

una storia fantastica!

Dopo la lettura del bell’articolo  di UCCR dedicato ad un post di Feser nel quale il filosofo difende la metafisica dagli attacchi insulsi di un Pigliucci, in attesa della chiusura del sondaggio, ho pensato di tradurre l’intero articolo, soprattutto perché la redazione UCCR non ha tradotto la seconda parte, certamente difficile, ma notevolmente interessante.
D’altra parte post che si apre con un immagine di Princess Bride non poteva che essere interessante…

“Pigliucci e la metafisica”

Al Scientia Salon, il filosofo Massimo Pigliucci ammette di “aver sempre avuto un rapporto tormentato con la metafisica.». Facendolo riassume le ragioni che hanno, nel corso della sua carriera, reso difficile prendere l’argomento sul serio. Sorprendentemente – visto che Pigliucci è, a dispetto della sua astensione alla metafisica, un filosofo di professione – nessuno di questi motivi è valido. O meglio, questo non sorprende affatto, dato che non ci sono semplicemente buone ragioni per respingere la metafisica – e non potevano esserci, dal momento che tutti i motivi presunti per farlo si incarnano mediante assunti metafisici non esaminati. Così, come notoriamente osservò Gilson: la metafisica seppellissce sempre i suoi becchini.

I dubbi di Pigliucci iniziano, ci dice, in primo luogo al liceo in Italia, quando ha incontrato gli scolastici medievali. Anche se ammette che “logici medievali in realtà hanno fatto un ottimo lavoro”, dice che “come un adolescente è intellettualmente incline alla ribellione, non ho potuto che respingere gli scolastici”. Aggiungendo inoltre che “gli Scolastici hanno ancora una cattiva reputazione nel mondo filosofico”. Naturalmente, né la ribellione adolescenziale, né l’appello alla moda intellettuale contemporanea costituiscono una seria discussione. Pigliucci ha un motivo di merito per respingere la metafisica scolastica? Lui non lo dice. Ha capito la metafisica scolastica? Ad esempio, conosce la differenza (profonda!) tra la metafisica dei filosofi razionalisti come Leibniz e quella della maggior parte dei metafisici contemporanei? Da altre cose che dice nel suo post, non sembra.

Ci ritorneremo. Prima prendiamo in considerazione gli altri fattori a causa dei quali, Pigliucci ci dice, si approfondì il suo sospetto sulla metafisica. Mentre era in università, dice, è stato colpito dal famoso verificazionismo dei positivisti logici, e l’applicazione di esso per una critica alla metafisica. L’idea di base, come è noto, è che qualsiasi dichiarazione significativa deve essere analiticamente vera (come “Tutti gli scapoli non sono sposati”) o empiricamente verificabile. Le affermazioni metafisiche non rispondono ai due criteri quindi, secondo tale argomento, sono strettamente prive di senso, anche se non necessariamente false.

Ci sono vari problemi con il verificazionismo, quello più noto è che si tratta di una auto-confutazione nella misura in cui il principio stesso non risulta vero (o verificabile) né analiticamente né empiricamente. Non sono quindi meno “senza senso” e anzi risultano “metafisiche” (come verificazionisti concepiti della metafisica) come le affermazioni contro le quali si è scagliato. Sono state tentate formulazioni alternative di tale principio, ma il guaio è che non c’è modo di formularlo senza evitare l’auto-confutazione, e c’è chi ancora abbocca a queste idee come gli antimetafisici e i positivisti contemporanei. Questi sono punti talmente noti che è improbabile che Pigliucci consideri ancora verificazionismo una seria sfida per la metafisica. Quindi, anche se l’argomento ha impressionato il Pigliucci studente, che cosa ha a che fare con il motivo per il quale oggi, filosofo di professione, è ancora sospettoso verso la metafisica?

La terza influenza che ha alimentato sospetti, dice, era “la forchetta di Hume” – la famosa dottrina di David Hume per la quale né “relazioni di idee” né “dati di fatto” possono contenere “sofismi e illusioni”, dottrina che potrebbe benissimo essere bruciata. Naturalmente, fra le proposizioni sospette Hume include quelle della metafisica tradizionale, e Pigliucci ci dice che al suo primo incontro ha trovato la posizione di Hume ” pulita e senza nessun tipo assurdità in vista”. Il problema, però, è che la “forchetta di Hume” è una anticipazione del principio di verifica dei positivisti ed è viziata dagli stessi problemi. In particolare anch’essa si auto-confuta in quanto tale teoria non è in sé né vera in virtù dei rapporti di idee che fanno parte della sua formulazione, né vera in virtù di questioni di fatto empiricamente discernibili. Quindi non è meno “metafisica” delle proposizioni che vorrebbe criticare. E come con il principio di verifica, si può tentare di riformulare la forchetta di Hume in modo tale da evitare che si auto-indebolisca, ma facendo così si spoglia anche della sua pretesa antimetafisica. E di nuovo Pigliucci presumibilmente lo sa bene, poiché è ben noto.

Finora, quindi, il risultato fra Pigliucci, che intende darci seri motivi razionali per essere sospettoso della metafisica, e la metafisica è 0 a 3. Ma egli cita una quarta influenza sul suo scetticismo: James Ladyman e Don Ross libro Every Thing Must Go, che, pur auspicando una o metafisica “naturalizzata” o “scientifica”, è contro la metafisica tradizionale. Su quali basi? Nella visione di Ladyman e Ross, il problema con ogni metafisica che non sia esclusivamente un’archiviazione di libri di scienze empiriche, è che significherà mera analisi concettuale. E “l’analisi concettuale” si fonda nel linguaggio comune, nelle intuizioni di buon senso e nelle nozioni “popolari” – le quali sono spesso in conflitto con l’immagine del mondo che la scienza ci dà. I concetti che analizza il metafisico e le intuizioni a cui si appella quindi potrebbe galleggiare liberamente della realtà oggettiva. Quindi qualsiasi metafisica che non è essenzialmente solo la sistematizzazione di ciò che le varie scienze hanno da dirci manca (così si sostiene) di qualsiasi fondamento solido.

Questa potrebbe sembrare la sfida più formidabile alla metafisica, rispetto a quelle di Hume o dei verificazionisti. Dopo tutto, Ladyman e Ross non evitano la metafisica del tutto, in quanto consentono che la metafisica sia rispettabile solo se opportunamente “naturalizzata” o resa “scientifica”. E molti metafisici contemporanei fondano i loro argomenti su “analisi concettuali”, “intuizioni”, e simili. Quindi, Ladyman e Ross potrebbe sembrare più sobrio di artisti del calibro di Hume, AJ Ayer, and Co., né sembrano dirigere i loro attacchi ad un uomo di paglia, sostenendo una posizione alternativa irragionevolmente estrema.

In realtà, però, la posizione Ladyman / Ross non solo non è un argomento migliore del Hume e gli argomenti verificazionisti, ma ad un esame più attento è sempre lo stesso argomento, soltanto superficialmente riconfezionato. Hume parla di “elementi di fatto”, i positivisti di “proposizioni empiricamente verificabili” e in questo ultimo caso si legge “metafisica naturalizzata (o scientifica)”. Tale tesi ha gli stessi problemi della tesi di Hume: essa non è una affermazione di metafisica scientifica/naturalizzata, né è conoscibile tramite “analisi concettuale”. è essenzialmente solo una variazione sulla forchetta di Hume. E ha lo stesso problema. La tesi Ladyman / Ross non è di per sé una pretesa di scienza naturale / metafisica “naturalizzata”, o conoscibile mediante “analisi concettuale.”

Naturalmente, alcuni “metafisici naturalizzati” potrebbero suggerire che le neuroscienze cognitive o scienza sostengono la tesi Ladyman / Ross, ma se è così stanno illudendo se stessi. I risultati effettivi empirici delle neuroscienze e delle scienze cognitive sostengono la tesi solo se interpretati alla luce di una metafisica naturalistica, ma non se interpretati alla luce di (diciamo) una metafisica aristotelica, o idealista, o panpsichista, o di processo alla Whitehead ecc Quindi ogni tentativo di fare appello ai risultati delle neuroscienze e delle scienze cognitive naturalisticamente interpretati, al fine di sostenere la tesi Ladyman / Ross, è una petizione di principio.

Così, questo quarto punto che influenza lo scetticismo di Pigliucci sulla metafisica non è una vera ragione, esattamente come i primi tre. E non è solo il problema di auto-confutazione l’unico problema con le critiche anti-metafisiche in questione. Un altro problema è che le obiezioni dei verificazionisti, Hume, e Ladyman / Ross presuppongono una concezione della metafisica troppo ristretta e parrocchiale. In particolare si tende solitamente ad inquadrare i problemi all’interno di una dialettica razionalista/empirista/kantiana ereditata dai primi moderni, ma la tradizione aristotelico-scolastica – contro la quale sono state definite queste posizioni- respinge le ipotesi di base loro sottostanti.

Come i razionalisti, i filosofi aristotelici-scolastici sostengono che ci sono verità metafisicamente necessarie, che possono essere conosciute con certezza, ma rifiutano la visione razionalista che tali verità siano innate o che la metafisica sia essenzialmente una disciplina a priori. Come gli empiristi, i filosofi aristotelici-tomisti ritengono che i nostri concetti e le conoscenze derivano dall’esperienza, ma rifiutano anche entrambi concezione di “esperienza” degli empiristi e la tendenza empirista di confondere l’intelletto con l’immaginazione. Essi piuttosto considerano l’intelletto capace di “tirare fuori” dall’esperienza molto più di quanto il razionalista o empirista supponga. Di conseguenza, rifiutano l’ipotesi che se una proposizione non è empirica come la intende l’empirista acuto (al contrario dell’ottuso aristotelico), allora deve essere una questione di “analisi concettuale”, con l’unica domanda che rimane è se la nozione di ” analisi concettuale ” sia da intendersi in termini razionalisti, Humeani, kantiani, Wittgensteiniani, Strawsonian, o Frank Jacksoniani.

Così, quando Ladyman e Ross – con, a quanto pare, l’approvazione di Pigliucci – descrivono l’”analisi concettuale” contemporanea e “l’intuizione” come basi della metafisica “neo-scolastica” dimostrano così solo la loro totale ignoranza (o, peggio , forse l’indifferenza) di ciò che Scolastici realmente credono. Da un punto di vista aristotelico-tomista basare la metafisica sull’”analisi concettuale” contemporanea e l’ “intuizione” è essenzialmente essere dei successori anemici della metafisica dei primi razionalisti moderni – una metafisica che gli scolastici avrebbero respinto, e che si definisce di  opposizione alla tradizione aristotelico-tomista.

Come esempio di qualcosa che guarda con sospetto, Pigliucci cita la tendenza alla “concepibilità” nei metafisici contemporanei, in argomentazioni come “se è concepibile, poniamo, che possa esistere un essere esattamente fatto come me, atomo per atomo, e che comunque non sperimenta alcun fenomeno di coscienza, questo basta a dimostrare una lacuna nel fisicalismo”. Scrive Pigliucci: “rigetto l’idea che la concepibilità sia una guida affidabile alla metafisica”.

L’esempio è ironico sotto due aspetti. In primo luogo, i metafisici aristotelico-tomisti sarebbero d’accordo che la concepibilità non ha l’importanza per l’indagine metafisica come molti metafisici analitici contemporanei suppongono abbia. Secondo è abbastanza comico per qualcuno che pensa a Hume come un paradigma di “nessun non sense” antimetafisico pensi di appellarsi alla concepibilità di tutte le cose, come un “Estratto A” parte di un gioco di prestigio metafisico. Il principio che “tutto ciò che concepiamo è possibile, almeno in senso metafisico,” è, come è estremamente ben noto, una componente chiave del metodo proprio di Hume. (La citazione è tratta dal Trattato di Hume sulla natura umana.) Ad esempio, questo principio di concepibilità è centrale per la critica di Hume del principio di causalità, una tesi fondamentale della metafisica tradizionale. Rifiutare tale principio è quindi respingere una delle armi principali di Hume contro Scolastici e razionalisti simili a loro.

Ma c’è di peggio. Hume fonde intelletto e fantasia, cioè “concepire” qualcosa è, per lui, essenzialmente formare un’immagine mentale di quanto concepito. Questo account dei concetti “immaginista” è stato considerato uno svarione filosofico dopo Wittgenstein (anche se qualsiasi scolastico o razionalista avrebbe potuto dire ciò che è sbagliato nel ragionamento). La tesi di Hume che possiamo rilevare delle conclusioni metafisiche generali dalle immagini mentali che formiamo è una tesi molto più assurda di tutti quelle sorrette ridicolmente da Pigliucci.

Un ulteriore ironia: Pigliucci (nessuna sorpresa) fa alcune osservazioni sprezzanti riguardo la teologia, un argomento su cui sembra di sapere tanto quanto conosce la metafisica scolastica, vale a dire gran poco. In particolare, evidentemente nulla conosce del ruolo cruciale svolto storicamente dal volontarismo teologico di Ockham e Nicola di Autrecourt, dell’occasionalismo di Malebranche, e della sostituzione cartesiana e newtoniana di forme sostanziali e poteri causali con “leggi della natura” intesi come decreti divini, ponendo le basi per la concezione di Hume che prevede oggetti naturali ed eventi come “sciolti e separati.” Intesa alla luce del suo contesto storico, la filosofia di Hume può essere vista come dovuta in gran parte dalla cattiva teologia.

Infatti, quando sono esposti i vari errori filosofici di Hume – le ipotesi ereditate dalla cattiva teologia, la fusione di intelletto e immaginazione, il carattere di auto-confutazione della forchetta di Hume, e così via – poco rimane in termini di argomentazione effettiva per supportare le conclusioni anti-metafisiche e anti-teologiche di cui è famoso. Nonostante la sua sopravvalutata reputazione, Hume risulta essere esattamente quello che ha detto Anscombe: “Un mero – brillante – sofista”.

Il perché di questa sopravvalutazione tutti lo conoscono: Semplicemente gli scettici adorano le conclusioni di Hume, e non si preoccupano di indagare troppo attentamente, alla fine della giornata, quanto plausibili siano gli argomenti mediante i quali egli giunge a quelle conclusioni. F. H. Bradley, nonostante sia un metafisico, notoriamente ha caratterizzato la metafisica come “la scoperta delle cattive ragioni per le quali crediamo all’istinto.” Non è mai stato più evidente quanto nel caso di Hume e dei suoi fan questo significhi essere avversari della metafisica.

Poiché non c’è null’altro da dire, molto di più si potrebbe dire. E molto ho scritto in Scholastic Metaphysics la differenza tra la metafisica scolastica e quello che passa per metafisica in gran parte della filosofia contemporanea, sullo scientismo, sulle manie di Hume e i suoi antenati intellettuali, sulle leggi della natura e molto altro. Al libro dirigo l’eventuale lettore interessato.

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Categorie:Filosofia, teologia e apologetica, Sproloqui

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