Edward Feser – “Possiamo dare un senso al mondo?”

I don't care how impossible it seems!

I don’t care how impossible it seems!

Ritornano le nostre traduzioni dei post più interessanti del blog di Edward Feser, il celebre filosofo tomista americano. Quest’oggi ci soffermiamo su di un tema generale che è quello dell’intellegibilità del reale. E’ possibile pensare che il reale non sia totalmente intellegibile? Ci sono posizioni metafisicamente indifendibili? E l’ateismo in buona sostanza quale posizione dovrebbe riuscire a difendere per difendere sé stesso e i suoi presupposti? Ci sembra una buona lettura per avviarci ad una prima comprensione di cosa si intenda per causalità e del cosidetto argomento cosmologico. A ben pensarci infatti l’argomento cosmologico solleva domande circa la spiegazione ultima: il mondo è in definitiva spiegabile o è un fatto bruto incomprensibile?
Ne avevamo già parlato su Croce-via, in termini certamente più grezzi, ma non credo totalmente incomprensibili, discorrendo nel “cortile dei gentile” con Sam su caso e casualità.
L’articolo originale  di Feser invece è reperibile qui.
Buona lettura!

“Possiamo dare un senso al mondo?”

È intelligibile la realtà? Possiamo darle un senso? O il mondo è, in fondo, un incomprensibile “fatto bruto” senza alcuna spiegazione? Siamo in grado di approfondire queste domande distinguendo diverse interpretazioni per le quali il mondo potrebbe essere definito intelligibile o meno. Fare queste distinzioni è vedere che tali domande non sono suscettibili di un semplice sì o no quale risposta. Esistono infatti una serie di posizioni che ognuno di noi potrebbe far proprie sulla questione della intelligibilità del mondo – anche se questo non significa affatto che siano tutte ugualmente plausibili.

Consideriamo in primo luogo la distinzione tra l’essere del mondo comprensibile di per sé e il suo essere comprensibile a noi. Supponiamo che ci sia, oggettivamente, una spiegazione del perché il mondo esiste nel modo in lo stesso è. L’essere in grado di comprendere tale spiegazione è un’altra questione. Può essere che le nostre menti siano troppo limitate per scoprirla, o forse siano troppo limitate per capire la spiegazione, anche se siamo in grado di scoprirla.

Potremmo cambiare questa idea e suggerire che il mondo potrebbe essere comprensibile per noi, ma non comprensibile di per sé? Questa proposta sembra incoerente. Se il mondo non è comprensibile di per sé, come potrebbe essere comprensibile a noi? Necessariamente dovremmo pensare che abbiamo colto qualche spiegazione anche quando non l’abbiamo colta, ma che non è la stessa cosa. Potrebbe essere un caso di sola apparente comprensibilità per noi, pur non essendo in realtà comprensibile di per sé, e non un caso di vera comprensibilità per noi pur non essendo in realtà comprensibile di per sé (qualunque cosa questo potrebbe significare). Qui abbiamo una asimmetria: mentre qualcosa potrebbe essere comprensibile di per sé, ma non necessariamente comprensibile per noi, se è davvero comprensibile a noi – e non solo sembra esserlo – allora deve anche essere comprensibile di per sé.

Una seconda distinzione che possiamo trarre è tra un essere del mondo completamente comprensibile e il suo esserlo solo parzialmente. Questa distinzione è ovvia per riflettere se pensiamo in termini di intelligibilità per noi. Perché potrebbe essere che il mondo è comprensibile di per sé, ma, pur non del tutto comprensibile per noi, lo è almeno in parte.

Potrebbe il mondo essere parzialmente (ma non completamente) comprensibile di per sé? Filosofi come Bertrand Russell e J. L. Mackie sembrano pensarla così, in quanto pensano che possiamo spiegare vari fenomeni naturali in termini di leggi scoperte dalla scienza empirica, ma dichiarano anche che il livello più fondamentale di leggi non può di per sé essere spiegato, e deve essere considerato come un fatto “bruto”. Per le ragioni di cui sopra, tuttavia, sembrerebbe incoerente sostenere che il mondo è completamente comprensibile per noi, mentre solo in parte comprensibile di per sé. Se è solo parzialmente comprensibile di per sé, potrebbe essere solo in parte comprensibili per noi.

Con queste distinzioni in mente, possiamo individuare i seguenti possibili posizioni sulla questione dell’intelligibilità del mondo:

A. Il mondo è completamente comprensibile di per sé e completamente intelligibile a noi: Potremmo chiamare questa posizione “razionalista forte”. Pochissimi filosofi sembrano averla mai sostenuta, Parmenide potrebbe essere un esempio di qualcuno che l’ha fatto.

B. Il mondo è completamente comprensibile di per sé, ma solo in parte comprensibile per noi: Potremmo chiamare questa posizione “razionalista moderata”. E’ stata la visione di Platone, Aristotele e Tommaso d’Aquino e sembra essere stato la posizione dei filosofi razionalisti continentali. (La parola “razionalità” è, ovviamente, utilizzato in molti sensi. Aristotele e Tommaso d’Aquino non erano “razionalisti” come un “razionalista continentale” il cui pensiero d’essere è unito a idee innate). I razionalisti continentali non erano “forti razionalisti” nel nostro senso, in quanto nessuno di loro sembra aver affermato che il mondo è completamente comprensibile per noi. Ad esempio, Cartesio non pensava che avremmo potuto capire gli scopi di Dio nella creazione di natura come Egli l’aveva concepito; Spinoza pensava che noi conosciamo solo due degli infiniti attributi della sostanza infinita, vale a dire. il pensiero ed estensione; e Leibniz non pensava che le nostre monadi finite avessero la chiarezza di percezione della monade infinita, che Dio ha.

C. Il mondo è completamente comprensibile di per sé e completamente incomprensibile a noi: non è chiaro se nessuno abbia mai difeso una simile posizione. Naturalisti “Mysterian” come Colin McGinn e Noam Chomsky non sarebbero esempi di filosofi che assumono questa posizione, perché nel sostenere che ci potrebbero essere alcuni aspetti della realtà che non possiamo mai a capire, non sostengono che ciò sia vero per ogni aspetto della realtà e neppure, necessariamente, che questo possa essere meticolosamente applicabile ad ogni aspetto.
La loro posizione sembrerebbe piuttosto essere una variante di B o di D cui tratto di seguito. Ne sembrerebbero essere C i casi di naturalismo dell’ancora più scettico come Eraclito, Hume, o Nietzsche. Se avete intenzione di presentare una teoria secondo la quale la metafisica è una semplice proiezione di tendenze psicologiche umane, o espressione di una volontà al potere, o qualsiasi altra cosa, allora si sta implicitamente affermando che almeno una parte della natura (cioè noi e la nostra tendenza verso teorizzazioni metafisiche) è almeno in parte comprensibile. Questi pensatori sembrano più impegnati invece a qualche variazione su entrambi B o D.

D. Il mondo è solo parzialmente comprensibile di per sé e solo in parte comprensibile a noi: Come indicato in precedenza, questa sembra essere la visione dei filosofi orientati naturalisticamente come Russell e Mackie, i quali hanno creduto che la scienza ci dà vera conoscenza del mondo, ma che le leggi fondamentali della natura nei termini delle quali le altre si spiegano sono “fatti bruti”, che non possono rendersi in definitiva intelligibili.

E. Il mondo è solo parzialmente comprensibile di per sé e completamente incomprensibile a noi: Come con C, non è chiaro se qualcuno abbia mai in realtà difeso questa posizione.

F. Il mondo è completamente incomprensibile in sé e completamente illeggibile a noi: tempo fa questa sembrava essere una posizione che nessuno pretendeva di difendere. E ancora una volta, i pensatori che potrebbero sembrare di averlo fatto in realtà, a ben pensarci, non lo fecero. Ad esempio, Gautama Buddha potrebbe sembrare un esempio di un pensatore impegnato in questa ipotesi, ma in realtà non lo era. Infatti, anche per pensare (come ha fatto il Buddha), che non c’è un sé costante o una realtà permanente di qualsiasi tipo è quello di fare un richiamo ad un mondo destinato ad essere sia intelligibile che vero. E anche il raccomandare (come ha fatto anche) di non indulgere in speculazioni metafisiche nell’interesse di perseguire l’illuminazione è presupporre che vi sia un obiettivo, infatti ciò che risulterebbe intellegibile è ciò che potrebbe ostacolare l’Illuminazione. Anche il Buddha sembra dunque essersi impegnato in una posizione a cavallo fra B o D.

In effetti, è molto difficile pensare come si possa difendere che il mondo sia completamente incomprensibile in sé o che sia completamente incomprensibile per noi. Come si potrebbe difendere un tale argomento? Se si dà un argomento la cui conclusione è che la realtà risulta incomprensibile in sé, certamente dovrebbe appoggiare su delle premesse della medesima realtà. Sarebbe come dire: “La realtà è così e così, e quindi è incomprensibile”. Ma per quanto si compila il “-così e così,” sarà sempre con riferimento a qualche caratteristica intelligibile della realtà, e comunque non ci sarà nessun argomento per il quale tale posizione possa divenire sia comprensibile e convincente. In questo caso si dovrà in effetti ammettere che la realtà non è dopo tutto completamente incomprensibile. Per lo stesso motivo, se si dà un argomento la cui conclusione dichiara che la realtà è incomprensibile per noi, allora si dovrà fare appello a premesse o a qualche caratteristica intelligibile della realtà stessa, oppure sulle nostre facoltà cognitive – che sono essi stessi parte della realtà – e anche in questo caso, ancora una volta, si dovrebbe implicitamente ammettere che la realtà è almeno in parte comprensibile.

Così, D sembrerebbe l’ipotesi più coerente per poter dichiarare che la realtà è inintellegibile. Ma ritengo che anche D non sia davvero coerente. Supponiamo che vi dica che il fatto che un certo libro non sia caduto a terra è spiegabile dal fatto che è restato su una certa mensola, ma che il fatto che il ripiano stesso non sia caduto a terra non ha alcuna spiegazione, è un fatto bruto incomprensibile. Ho davvero spiegato la posizione del libro? E ‘difficile vedere come. Il ripiano non ha in sé alcuna tendenza a rimanere appeso – è, per ipotesi, solo un fatto bruto per il quale lo fa. Ma se non ha tale tendenza, non può impartire una tale tendenza al libro. La “spiegazione” che lo scaffale fornisce in questo caso sarebbe del tutto illusorio. (e non sarebbe d’aiuto imputare al libro alcuna tendenza dopo tutto, se l’avere delle tendenze è di per sé solo un fatto bruto incomprensibile. L’illusione sarà solo trasferita, ma non eliminata).

Per lo stesso motivo, è inutile dire “L’operazione di legge di natura C si spiega con il funzionamento della legge di natura B, e l’operazione di B dal funzionamento della legge di natura A, ma l’operazione di A ha alcuna spiegazione ed è solo un fatto bruto incomprensibile. L’apparenza di aver spiegato “C e B è completamente illusoria se A è un fatto bruto, perché se non c’è né nulla dello stesso A che possa spiegare il funzionamento proprio di A o qualcosa interno ad A può esplicarlo allora A non ha nulla da compartire a B o C che potrebbe spiegare il loro funzionamento. Come gli scolastici direbbero, una causa non può dare quello che non ha in primo luogo. Una serie di “leggi di natura” sempre più fondamentali è assimilabile ad  una serie di cause strumentali ordinate per sé. La nozione di “un regresso nomologico esplicativo che chiude in un fatto bruto” è, quando esaminato con attenzione, una nozione incoerente similare a “una serie causale ordinato per se in cui ogni causa è puramente strumentale.” E così la posizione di Mackie e Russell è di per sé in definitiva incoerente.

Le sole posizioni veramente coerenti che si potrebbero utilizzare per la questione della intelligibilità del mondo quindi sono A e B.
A, manco a dirlo, non molto plausibile, anche se coerente. Così, qualche variazione di B sembra essere la visione più plausibile per assumere l’intelligibilità del mondo. Ma perché le persone si disturbano a seguire D, allora? La risposta è, credo, ovvia. E ‘molto difficile affermare A o B, senza impegnarsi a favore del teismo classico o del panteismo. Una volta che si ammette che il mondo è almeno in sé del tutto intelligibile, è difficile vedere come questo potrebbe essere così senza pensare ad un livello fondamentale della realtà che diviene qualcosa di assolutamente necessario – qualcosa che non è una miscela di potenza e atto, ma piuttosto pura attualità (come direbbe il aristotelico), qualcosa che non è in alcun modo alcun tipo composito, ma assolutamente metafisicamente semplice (come direbbe il neo-platonico), qualcosa che non è un composto di essenza ed esistenza, ma piuttosto essere sussistente in sé (come il tomista direbbe). E se si approfondisse la natura di questa realtà ultima, essa non sarebbe identificabile con qualsiasi “legge fondamentale della natura” (le quali sono subordinate e il loro funzionamento comporta il passaggio dalla potenza all’atto all’interno di un universo di cose composte in vari modi). Si potrebbe ancora a questo punto disputare se la realtà ultima sia meglio descritta nei termini della teologia propria del teismo classico o invece nei termini di qualche teologia panteistica. Ma queste soluzioni saranno definitivamente regno della teologia – teologia razionale, teologia naturale – piuttosto che la scienza empirica.

Se si vuole mantenere una posizione atea difendibile, quindi, si deve cercare di trovare qualcosa per far funzionare D, come Russell e Mackie (e il sottoscritto, quando era giovane) hanno fatto. Si deve rivendicare seriamente che il mondo è intelligibile fino al livello delle leggi fondamentali, ma oltre a questo punto improvvisamente “smette di dare un senso” (come i Talking Heads direbbero). Dovrebbe dunque dire non che il mondo abbia qualche spiegazione ultima che è non-teista, ma piuttosto il mondo non ha del tutto alcuna spiegazione ultima. E in quel caso non si può certo dire di aver fornito un resoconto più “razionale” del mondo, cosa che il teismo fa. Per parafrasare quanto detto Copleston a Russell, se rifiuti di giocare il “gioco esplicativo”, naturalmente non puoi perdere. Ma per la stessa ragione, è assurdo sostenere che hai vinto.

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Categorie:Filosofia, teologia e apologetica, Sproloqui

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5 replies

  1. Dimmi la tua epistemologia e ti dirò chi sei.
    Quest’ottimo articolo del Feser permette di ben caratterizzare la relazione tra epistemologie e sguardo sul mondo: non sarà una sorpresa per nessuno, immagino, che, personalmente, io mi identifichi alla categoria B, cioè a coloro per i quali “Il mondo è completamente comprensibile di per sé, ma solo in parte comprensibile per noi:”.

    Interessante e perspicace la caratterizzazione dell’ateismo contemporaneo che, irrazionalmente, desidera tanto che il modello D funzioni: “Il mondo è solo parzialmente comprensibile di per sé e solo in parte comprensibile a noi” . Ovviamente costoro si devono di “rivendicare seriamente che il mondo è intelligibile fino al livello delle leggi fondamentali, ma oltre a questo punto improvvisamente “smette di dare un senso … il mondo non ha del tutto alcuna spiegazione ultima” .

    Quest’atteggiamento illogico, cioè ammettere una razionalità limitata del mondo aldilà del quale esso è per principio irrazionale (inintelleggibile) è sempre stato, per me, causa di riso per l’idiozia (in senso strettamente etimologico) della proposta: questo è espresso dagli ateisti quando affermano, ad esempio, che le leggi razionali (ed intelleggibili) che reggono il mondo sono prodotte da un sistema caotico. Un sistema perfettamente caotico è intrinsecamente incomprensibile di per sé perché, se non lo fosse, allora vorrebbe dire che non sarebbe perfettamente caotico, o allora solo caotico per noi in quanto non totalemente comprensibile, ma qui ritorneremmo nello scenario B, cioè con l’immediata implicazione di una razionalità, in finis, teista o panteista, come ben spiegato da Feser.

    Per questo affermazioni che pretenderebbero da un caos dare nascita ad un universo strutturato sono un non-senso filosofico, per giunta contraria all’esperibile che, invece, sempre consta del contrario: sempre si vedono strutture che si degradano, universo materiale compreso dal big bang, ma mai strutture che sono prodotte da un ordine inferiore, la seconda legge della termodinamica è sempre validissima e ben presente e ci garantisce che dal caos puro non uscirà mai nessuna informazione.

    La questione da porsi, aldilà dell’intelligente classificazione di Feser, è perché certuni rifiutano l’idea di una realtà teista (o panteista) al punto di enunciare affermazioni così ovviamente ridicole e contraddittorie? E la risposta non è nel sistema da loro proposto, in quanto esso è conseguenza, non causa, del loro “non serviam” originale. Personalmente ho la mia piccola idea… 😉

    Grazie per il post , Minstrel, e grazie a Feser: sono sicuro che sarà occasione di disputa “sentita” 🙂
    In Pace

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  2. Mi viene in mente una riflessione fatta parecchio tempo fa in altri contesti e che questo post mi ha rammentato.

    Avere la Fede non è sapere che Dio esiste ( sottolineo “sapere” e lo contrappongo a “credere”, in quanto l’esistenza di un Dio, in una versione teista o panteista è un’ovvietà intellettuale alla portata di tutti, come ben dimostrato da Feser qui su nel suo commento qui sopra).

    Avere la Fede non è neanche voler dar senso alla propria vita o altro significato “morale” all’esistenza: a questo ci arrivano da soli il 99.9999% degli umani che non si suicidano

    Avere la Fede è accettare la Testimonianza che fa la Chiesa da ben duemila anni del Suo incontro ben concreto e reale con un Risuscitato.

    Personalmente rigetterei totalmente una “fede” che sarebbe basata sul fatto di sapere che Dio esiste, oppure una “fede” basata sul voler dar senso morale al proprio esistere: la “Fede” è l’incontro concreto e accettato di quella Testimonianza, il resto sono ideologie e sogni…

    Buon tempo pasquale a tutti, cioè buon vivere e accettare l’annuncio del Kerygma!
    In Pace

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  3. Grazie davvero Simon!
    In questi giorni ho scartabellato un poco il blog di Feser e ho trovato delle belle chicche che voglio proporre ai nostri lettori.
    Soprattutto ho trovato dei post nei quali Feser fa il punto di un argomento linkando molteplici suoi articoli. Si chiamano “roundup”.
    Volevo tradurne uno in tempi brevissimi e quindi sottoporlo ad una sorta di “referendum” fra i lettori per capire quale potrebbe essere il prossimo post sottoposto a traduzione.
    Che ne dici tu SImon? 🙂

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  4. Totale O.T.
    Fantastica intervista di Padre Benoît-Dominique de La Soujeole OP, professore di Teologia dogmatica a Friburgo in Isvizzera, sulla relazione tra Magistero, teologia, dottrina, Papato, vescovi, Dicasteri vaticani.
    Ecco la sola posizione possibile del cattolico verace al soggetto:

    http://vaticaninsider.lastampa.it/inchieste-ed-interviste/dettaglio-articolo/articolo/teologia-theology-teologia-40505/

    In Pace

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