Edward Feser – “Progressiva dematerializzazione”

"Procedi Spock!"

“Procedi Spock!”

Il filosofo Feser torna sul suo blog a disputare sul concetto di materia, materialità e coscienza contrapponendo la visione materialistica ai concetti cardine propri della filosofia della mente tomista. Proponiamo, come da accordi con Edward stesso, la traduzione in italiano. Sono molti i riferimenti a passati articoli presenti sul blog e a capitoli reperibili su “Scholastic metaphysics” dello stesso autore, pertanto alcuni passaggi possono sembrare oscuri o da chiarire. Ci affidiamo per eventuali delucidazioni (e relativa disputa) ai commenti che lasciamo prevalentemente nelle sapienti mani del nostro Claudio.
Buona lettura!

“Progressiva dematerializzazione”

Nella tradizione aristotelico-tomista (AT) è l’intelletto, piuttosto che la sensibilità, che segna lo spartiacque tra il corporeo e incorporeo. Pertanto gli argomenti della AT contro le teorie materialiste della mente tendono a concentrarsi sul pensiero concettuale piuttosto che su qualia (cioè  l’aspetto soggettivo o “in prima persona” dell’esperienza conscia, quali il modo in cui il colore rosso ci appare o il modo in cui si prova dolore) e come quell’aspetto della mente non può in linea di principio essere ridotto a attività cerebrale o simili. Eppure scrittori tomisti spesso parlano anche di esperienza percettiva (e non solo del pensiero astratto) come implicante un elemento immateriale. E non hanno bisogno di negare argomenti orientati a tratteggiare i qualia come l’”argomento zombie“, “l’argomento della conoscenza” di Frank Jackson o “l’argomento del pipistrello” di Thomas Nagel che paiono far sputar sangue al materialismo. Insomma che cosa sta succedendo qui?

Qui, come in altri settori della filosofia, l’incomprensione nasce perché i lettori contemporanei sono solitamente ignari che i filosofi classici (aristotelici / Neo-Platonici / scolastici) e moderni (post-cartesiani) spartiscono il territorio concettuale in modi radicalmente diversi, e quindi spesso non utilizzano i termini chiave nello stesso senso. In questo caso, termini come “materia” e “materiale” hanno una forza molto diversa quando ad usarli sono scrittori come Aristotele e Tommaso d’Aquino o quando ad usarli sono Cartesio, Hobbes e l’accademico medio contemporaneo. Cio’ e’ vero per almeno tre motivi  .

La questione dei moderni

In primo luogo, come ho fatto notare molte volte, la tendenza nella filosofia post-cartesiana e nella scienza naturale è quella di concepire la materia in termini esclusivamente quantitativi e considerare tutto ciò che non è tale, come cio’ che e’ irriducibilmente qualitativo, una mera proiezione della mente. Questa è l’origine del “problema qualia” per il materialismo. La ragione per cui i materialisti non possono risolvere il problema è che dal momento che hanno definito la materia escludendone i tratti qualitativi da essa, i qualia – che sono essenzialmente qualitativi, come suggerisce il nome stesso – sono necessariamente divenuti immateriali. Le “spiegazioni” materialiste dei qualia portano invariabilmente a cambiare il soggetto o implicitamente negare l’esistenza di quello che dovrebbero spiegare. (Il punto iniziale risale al Cudworth e Malebranche e rappresenta il nucleo della critica di Nagel contro le nozioni fisicaliste di conoscenza.)

Questo è un punto che ho sviluppato in lunghezza più volte (ad esempio qui, qui, qui, qui, qui e qui) e non voglio insistere. Basti dire che per il filosofo AT, mentre questo è un serio problema del materialismo, non è nemmeno un argomento per il dualismo a meno che non si accetti la concezione puramente quantitativa della materia. Ma quello lo fanno i cartesiani, l’AT non lo fa. Da un punto di vista AT, la moderna concezione “matematizzata” della materia  è essenzialmente incompleta. E’ vera per quel che riguarda gli argomenti di cui si occupa, ma non è tutta la verità. Quindi, l’impossibilità di qualche caratteristica di essere analizzabile in termini materiali come materialisti e cartesiani intendono la parola “materiale” non implica tale caratteristica sia immateriale e basta. Si potrebbe ancora definirlo materiale basandosi su una più robusta concezione della materia. E c’è un senso in cui, per l’AT, i qualia sono infatti materiali, almeno se usiamo “materiale” più o meno come sinonimo di “corporea”. I filosofi AT considerano i qualia come totalmente dipendenti dalla fisiologia. Il fatto che i nostri qualia siano associati al guardare un oggetto rosso , per esempio, dipende interamente da organi del corpo quali la retina, il nervo ottico, i processi del cervello interessati  e cosi via.
Questo ci porta al secondo punto e cioè il modo contrario con il quale i filosofi AT dividono il territorio concettuale rispetto alle ipotesi in genere fatte da filosofi moderni. Per cui alcuni dualisti moderni sono tenuti a opporsi: come, in qualsiasi concezione della materia, i qualia potrebbero essere del tutto dipendenti dagli organi del corpo? Il tentativo di analizzare  i qualia  come (per esempio) il risultato dell’azione di neuroni non e’ un fallimento sia che si pensi che la material si possa comprendere in termini puramente quantitative sia che non lo si pensi ?  Il problema di queste obiezioni, però, è che pensano la materialità o la corporalità in termini essenzialmente riduzionisti. Suppongono cioè che una caratteristica corporea fatta così e così è riducibile è riducibile ad una medesima caratteristica del corpo ma di livello inferiore. Perciò quando sentono il filosofo AT dire che qualia sono corporeo e dipendono da organi corporei, come il cervello, suppongono che il filosofo AT sta sostenendo (come un materialista) che un’esperienza di rosso è “nient’altro che”l’azione di questi e questi altri neuroni” e che l’esperienza del dolore è “nient’altro che” l’azione di qualche altro gruppo di neuroni, etc.

Ma questo è semplicemente un fraintendimento fondamentale della posizione AT. Il filosofo AT rigetta completamente l’ipotesi riduzionista che impone che le caratteristiche di livello inferiore di un sistema sono in qualche modo “più reali” delle caratteristiche di livello superiore, o in qualsiasi altro modo metafisicamente privilegiate. Di conseguenza, egli respinge l’idea che per affermare che alcune caratteristiche del mondo siano reale e materiali è necessario supporre che siano analizzabili esaustivamente, o “del tutto riducibili” o “emergenti da”,  alcune caratteristiche  materiali di livello inferiore. (Le parole “esaustivamente” e ” del tutto” sono cruciali qui. Naturalmente, il filosofo AT non nega che un sistema possa essere analizzato nelle sue parti e che questo ha un valore esplicativo. Il punto è che questa è solo una parte della storia. Le parti a loro volta non possono essere comprese correttamente se non in relazione al tutto, almeno intese come  vere sostanze e non come manufatti. Vedere il capitolo 3 di Scholastic Metaphysics per il trattamento dettagliato di questo problema, comprese le risposte alle usuali obiezioni).

All’interno del mondo materiale, i filosofi AT tradizionalmente sostengono che ci sono almeno quattro tipi irriducibili di sostanza: sostanze inorganiche; sostanze organiche solo vegetative (nel senso tecnico aristotelico di “vegetativo”); sostanze sensoriali o animali; e gli animali o esseri umani razionali. Solo nell’ultimo caso la posizione AT sostiene che ci sia un aspetto strettamente immateriale o immateriale. Vita animale non umano è irriducibile alla vita vegetativa e la vita vegetativa è irriducibile alla inorganico, ma tutti sono ancora del tutto materiale. Ancora una volta, materialità o corporalità ha semplicemente essenzialmente nulla a che fare con la riducibilità.

Quindi, al fine di capire cosa i filosofi AT intendano per “materia” e “materiale”, il lettore deve fare attenzione a non leggere nelle loro dichiarazioni il senso esclusivamente quantitativo di “materia” o il senso riduzionista di “materiale”, che sono usualmente impliciti nell’uso dei termini del filosofo medio moderno. Ma allora cosa intende il filosofo AT per “materia” e “materiale”?

Gradi di immaterialità

Questo ci porta al terzo punto, cioè il punto di vista AT: “materia” deve essere intesa principalmente in contrasto a “forma”, dove la distinzione fra materia e forma è un caso speciale della distinzione più generale tra potenza e atto. Si consideri un triangolo disegnato su una lavagna con un pennarello cancellabile a secco. È un composito di una forma determinata, triangolarità, e un certo tipo di materia, inchiostro. (Metafisicamente, le cose sono più complicate, dato che il triangolo è un manufatto e quindi la triangolarità è una forma accidentale che modifica qualcosa già avente una forma sostanziale, e l’inchiostro, di conseguenza, è un tipo di materia secondaria, piuttosto che la materia prima che informa le forme sostanziali. Ma possiamo ignorare tutto questo per i fini dell’articolo. Anche in questo caso, vedere Scholastic Metaphysics per la spiegazione completa.)

L’inchiostro” qua” inchiostro può essere potenzialmente un triangolo o un cerchio o un quadrato, o qualche altra figura. La forma triangolarità rende realtà uno di questi piuttosto che altri. La forma triangolarità è di per sé universale e una. Vale a dire, è la stessa forma – triangolarità – che si istanzia in questo triangolo, in altri triangoli disegnati sulla lavagna, in triangoli disegnati nei libri di testo di geometria o nella sabbia in spiaggia, ecc Al contrario, la specifica “macchia di inchiostro” che ha assunto quella forma sulla lavagna è particolare, e fa del triangolo un mero caso particolare di triangolarità tra più istanze particolari. Questo fatto, cioè il fatto particolare di essere composto di inchiostro, rende lo stesso triangolo mutevole e imperfetto. Il triangolo può essere danneggiato o cancellato tutto. Inoltre anche quando esiste esso non istanzia perfettamente la triangolarità in quanto i lati di un triangolo materiale sono mai perfettamente rettilinei e così via. Per contro, la triangolarità come tale è perfetta triangolarità, e infatti è il riferimento standard dalla quale i particolari casi di triangolarità sono giudicati più o meno perfetti rispetto alla prima. La triangolarità come tale è anche permanente. Triangoli individuali cambiano e vengono generati e corrotti, ma la triangolarità come tale è senza tempo e immutabile.

Quindi,  la forma “qua” forma corrisponde nella metafisica AT alla attualità, l’universalità, l’unità, la permanenza, e la perfezione. La materia “qua”materia corrisponde potenzialità, particolarità, molteplicità, mutevolezza, e imperfezione. Ora, queste caratteristiche sono suscettibili di gradi, in modo che ci sia un senso in cui materialità e immaterialità possono presentarsi in gradi. Più un ente presenta potenzialità, particolarità, molteplicità, mutevolezza, e / o l’imperfezione più esso è materiale. Più un ente esibisce attualità, l’universalità, l’unità, la permanenza, e / o la perfezione più è immateriale. E ‘alla luce di questo che possiamo capire come l’AT , nonostante intenda l’esperienza percettiva (e i qualia ad essa associati) come corporea,rivendica anche il suo aspetto immateriale.

Per l’epistemologia AT, la conoscenza o la cognizione comportano una sorta di unione del conoscente con la cosa conosciuta, in quanto il primo viene, in un certo senso, a possedere la forma di quest’ultimo. Ora, la conoscenza o cognizione può essere di tipo sensoriale o di un tipo intellettuale. Il primo tipo viene condiviso con altri animali; il secondo tipo è solamente umano. E questa seconda specie intellettuale di conoscenza che è, in senso stretto, immateriale ed è quindi incorporeo. Ma la cognizione sensoriale, anche se corporea, è irrilevante in parole povere in quanto vi è un modo in cui essa implica possedere la forma della cosa nota pur senza condividerne la materia.

Si consideri la rappresentazione percettiva di una mela che si forma quando la si guarda. Il colore, parte della forma e l’aspetto del tessuto della mela vengono acquisite nell’esperienza visiva, mentre l’interno della mela, il suo peso, la sua solidità, e altre caratteristiche non vengono acquisite. Catturando la prima senza la seconda, l’esperienza visiva coinvolge una specie di “dematerializzazione”, per così dire.  La vista “estrae” le forme “rossore” , “rotondita’” etc dalla mela facdndole esistere come qualia dell’esperienza conscia e non come aspetti della mela in se lasciandosi indietro la mela. Ma questa non e’ una dematerializzazione “forte”, cosi’ come non lo sarebbe un dipinto di una mela (che cattura il colore e la forma di una mela senza rappresentare il suo interno, il suo peso e la sua solidita’ etc).Infatti, come il dipinto si incarna nella tela e nelle vernici, che sono il materiale del quadro, anche l’esperienza percettiva si incarna nell’ attività fisiologica, materiale essa stessa.
Ora, questo tipo  di “dematerializzazione” in senso lato compiuto dall’attività fisiologica può essere più profondo di quello coinvolto in un’esperienza percettiva. L’esperienza visiva della mela è un’esperienza di questa particolare mela, cattura il suo particolare colore, la forma, ecc Ma un’immagine mentale di una mela potrebbe assomigliare a molte mele – per esempio, in virtù di catturare più vagamente il colore o la forma, o tralasciando caratteristiche come rientranze idiosincratiche o aree di scolorimento. Altre rappresentazioni codificate fisiologicamente (come quelle ipotizzate dagli scienziati cognitivi)  potrebbero essere simili tanto quanto una vaga immagine visuale e un oggetto definito, o quanto un progetto di ingeneria e un diagramma elettrico e una casa o un computer.
Eppure, in senso stretto, sono materiali. E né rappresentazioni neurali né niente altro di materiale possono in linea di principio raggiungere la vera universalità di riferimento che i concetti hanno, né il determinato o inequivolcabile  contenuto che i concetti possono avere. Le rappresentazioni materiali per loro natura avranno caratteristiche particolari che impediscono loro di catturare l’universalità di un concetto, e saranno sistematicamente indeterminate  o ambigue tra alternative possibili proprietà semantiche. Quindi, proprio come si potrà mai ottenere un vero cerchio da un poligono, non importa quante parti si aggiungono ad esso, non riusciremo mai ad estrarre un vero concetto da una rappresentazione materiale, non importa quante caratteristiche particolari vengono trovate in esso, e non importa quante altre rappresentazioni gli aggiungiamo in un sistema di rappresentazioni materiali per restringere la gamma dei possibili contenuti semantici. In entrambi i casi, si può al massimo ottenere solo una simulazione. A dire il vero, la simulazione potrebbe essere molto impressionante. Un poligono con sufficientemente molti lati può ingannare l’occhio assomigliando perfettamente ad un cerchio. Un programma informatico sufficientemente potente potrebbe sembrare intelligente. Ma se si esamina un poligono con sufficiente attenzione la sua non-circolarità è destinata a diventare evidente, e se si esaminano gli output di qualsiasi computer con sufficiente attenzione la loro “sphexishness” sara’ similarmente altrettanto evidente.

La tesi secondo cui i concetti siano in linea di principio irriducibili a rappresentazioni materiali è un argomento che ho difeso a lungo altrove, in modo più sistematico e con  grande profondità nel mio articolo ACPQ “Kripke, Ross, e gli aspetti immateriali del pensiero“. (Alcuni post sul blog al riguardo possono essere trovati qui, qui, qui, qui, e qui). In ogni caso, ho sempre sostenuto che l’immaterialità del pensiero non sia il punto del presente messaggio. Il punto è che nella visione AT, mentre la sensazione e l’immaginazione sono immateriali in senso lato, il pensiero concettuale e’ immateriale in senso stretto.
Anche quando affermiamo che l’intelletto umano deve costantemente “rivolgersi ai fantasmi”, come Tommaso d’Aquino dice – ovvero, dipende dalla sensazione per le materie prime da cui astrae i concetti, e si avvale di immagini mentali anche quando trattiene i concetti più astratti. Per esempio, il concetto di triangolarità non può essere identificato con qualsiasi immagine mentale di un triangolo, né con la parola “triangolo”, ma si tende a formare delle immagini sia della figura geometrica o della parola ogni volta che intrattenere il concetto. (Post precedenti con qualche rilevante discussione possono essere trovati qui, qui, qui, e qui). Come animali razionali siamo composti di parti materiali e immateriali e queste ultime non vengono pertanto completamente disunite dalla materia anche durante la nostra attività intellettuale. Solo in una sostanza incorporea essenzialmente intellettuale – un angelo, o Dio – avverrebbe questo.

Quindi troviamo negli scrittori AT una distinzione fra tre gradi di immaterialità:

1. La quasi-immaterialità o “immaterialità” in un senso lato di sensazioni, immagini mentali, ed altre rappresentazioni neurali. Questi vengono condivise con gli animali inferiori. L ‘ “immaterialità” è in senso lato perché questi sono tutti corporei o intrinsecamente dipendente dalla materia.

2.L’ immaterialità strictu sensu  dei  concetti veri. Non la condividiamo con gli animali inferiori. Ma, anche se non intrinsecamente dipendente dalla materia, la nostra attività intellettuale o concettuale è estrinseca e dipende dalla materia nella misura in cui abbiamo bisogno di sensazioni e immagini mentali – e quindi organi di senso e l’attività del cervello – come fonte di informazione e come accompagnamento all’atto di pensare.

3. L’indipendenza assoluta della materia di intelligenze angeliche e l’intelletto divino, che non richiedono organi del corpo, anche estrinsecamente.

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Categorie:Filosofia, teologia e apologetica, Sproloqui

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7 replies

  1. Intanto ringrazio Feser per l’articolo e Claudio per l’immane lavoro di traduzione.

    Penso sia stato giudizioso trattare di questo soggetto circa la materialità e l’immaterialità e specialmente aver ricordato di sganciare la nozione di materialià da quella di corporeità.

    Abbiamo visto, anche su questo blog, che addirittura alcuni fisici tendono a confondere materialità e corporeità quando, ad esempio, vogliono per forza “immaginare” uno stato quantistico con una rappresentazione di una particella che sia un “corpo”, mentre il filosofo sa benissimo che la materialità è condizione necessaria al corpo ma non il contrario.

    Il fisico considera leggi dinamiche e relative entità quantitative che costringono la materialità dell’universo, il suo tessuto spazio-temporale, a specifiche risposte sperimentali quantitative, ma questo non implica per forza che ci sia sempre un “corpo” corrispondente: le nozioni di campo (elettromagnetico, gravitazionale, quantistico, cromo-dinamico, etc) sono un buon concetto che permettono di differenziare materialità da corporeità. Il che ci mostra ancora una volta, se bisogno ci fosse, che l’approccio AT è particolarmente perspicace.

    Riflessione benvenuta e necessaria quindi.
    In Pace

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    • Il lavoraccio l’ha fatto Minstrel (lavoraccio e Claudio si sa, sono ossimori:) io ho solo corretto qualcosina qua e la ma si, io l’ho trovato particolarmente utile….

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      • A proposito CLaude, hai poi ricevuto risposta da Freddoso circa la possibilità di translate de “la vendetta di Tommaso d’Aquino”? 🙂

        Io su questo frangente d’applicazione della visione tomista sono parecchio inesperto (esatto: più del solito!), per questo mi son permesso di dire che Claudio sarà il referente dei commenti. L’articolo comunque rimanda a moltissimi posts di Feser e numerosi suoi lavori esterni, inutile dire che sarebbe splendido pensare di tradurre anche parte di questi. 🙂

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      • Scusatemi, per favore!!!! 😀
        Caro Minstrel, allora… a te tutti i miei complimenti!!!!!
        In Pace

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  2. Vorrei aggiungere due osservazioni.

    (1) Il fatto di mostrare la materialità è necessaria alla corporeità, ma che questa non è necessaria alla materialità, mi sembra primordiale quando si discute con alcuni nostri contemporanei: spesso confondono immaterialità con assenza di corporeità. Da qui se ne deduce che quegli approcci “filosofici” orientaliggianti tipo New Age e similia sono in realtà discorsi materialisti che vogliono affrancarsi dalla corporeità ma che non offrono niente di “spirituale” nel senso di realmente non-materiale.

    (2) Lo avevo già affermato in previe discussioni, ma la nozione AT di materia in quanto pura potenza ben sembra concordare con la concezione attuale in fisica relativa alla meccanica quantistica dove le informazioni di un sistema fisico viene trattato con funzioni probabilistiche: più si va nella contemplazione intellettuale dei mattoni elementari che compongono l’universo, più ci si riferisce ad enti che solo esprimono relazioni quantitative tra probabilità, potenzialità di misura sperimentale e sempre meno a realtà dotate di piena completezza formale (nel senso AT).

    In Pace

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    • Perfect!
      A proposito, approfitto di te e/o del nostro Claudio per chiedere delucidazione circa gli argomenti che affonderebbero il materialismo, quelli appunto dei qualia. Feser ne cita 3 all’inizio della sua trattazione. Mostro tutta la mia ignoranza e dico che la questione “qualia” l’ho letta per la prima volta in questo post tradotto. Riuscireste a farmi/farci capire meglio cosa si intenda con questo termine? Ma soprattutto due parole sugli argomenti avanzati da Edward? Quale è l’argomento che vi sembra migliore? A vostro avviso dove il materialismo utilizzato nella filosofia della mente crolla definitivamente? C’è qualcuno che ancora dice che è possibile usarlo nonostante l’ovvia deficenza di tale metodo di pensiero? E con quali motivi? perché è comodo? é facile? è semplicistico ma utile?

      Grazie!

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      • Alle tue due prime domande sui qualia: ti ricordi quando nei Pensierini di Telesforo ma anche durante altre discussioni sul blog, parlavo della incomunicabilità dell’esperienza personale?

        Il fatto di guardare questo schermo di computer è una mia unica esperienza che non potrà mai essere condivisa in quanto tale, lo stesso quando guardi un quadro o ascolti un brano di musica: quel che si prova può essere, in parte, descrivibile ma mai condivisibile. Gli elementi cognitivi che partecipano di questa esperienza esistenziale sono i “qualia”.

        I feelings che hai guardando tua moglie e i tuoi figli sono unici, esistenziali, reali, incomunicabili anche se li puoi descrivere: da li sorge tutto l’aspetto quali(a)tativo del reale che non può essere ridotto alla sola dimensione quantitativa.

        Alla tua terza, quarta e quinta domanda: mi è piaciuto davvero molto il paragrafo che incomincia con “Eppure, in senso stretto, sono materiali …” e finisce con “… la loro “sphexishness” sara’ similarmente altrettanto evidente.”

        Se guardi un tramonto “romantico” il fatto di percepire tutte le lunghezze d’onde dello spettro elettromagnetico visibile, non sarà mai l’equivalente dell’esperienza di bellezza, di pace, di tranquillità, di “unione” collo stesso tramonto romantico che provi esistenzialmente.

        Questa esperienza di unione con il fenomeno ti permette di estrarne un concetto di tramonto romantico che è indipendente dai qualia: anche se quando lo devi rappresentare il tuo cervello gli aggiudicherà qualche reminiscenza dei qualia propri alla tua esperienza, il tuo concetto stesso di tramonto romantico è indipendente dai qualia: infatti puoi parlare e concepire un tramonto romantico senza per forza rappresentarlo, come puoi parlare di cani senza riferirti ad una rappresentazione di cane.

        Questo è un processo che non è riducibile ad una concezione materialista del meccanismo di conoscenza umano: nel caso di un approccio puramente materialista puoi asintoticamente avvicinarti a una generalizzazione della tua esperienza di tramonto eliminando sempre di più elementi sperimentali inessenziali, ma per definizione non potrai mai risalire al concetto stesso di tramonto romantico completamente svuotato da ogni sua componente materiale: sarà sempre un “modello” materializzato di tramonto romantico, ma non sarà mai un concetto di tramonto romantico.

        Alle tue ultime domande: direi che il problema fondamentale di chi rifiuta questo approccio è l’assenza di realismo. Qualunque forma di riduzionismo, come il suo nome stesso lo dice, implica appunto una riduzione di tutta l’esperienza reale a solamente qualche dimensione: costoro si precludono all’esperienza umana nella sua dimensione la più olistica: sul piano materialista riducono il reale al misurabile, il quale per sua natura è compartibile ed eliminano i qualia che, seppure esperienza materiale, non sono riducibili al solo misurabile e non sono compartibili, oppure non riconoscono la dimensione immateriale che è presente in ogni realtà corporea e che fa si che questa realtà sia invece di, solamente, poter essere.

        In Pace

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