Metafisica for Dummies! – Lezione 4: Ente (I)

Cosa è Ente? In Germania è l'anatra...

Cosa è Ente? In Germania è…

METAFISICA FOR DUMMIES!

– Ontologia –

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03: Sul significato nozionale di Ens (Parte I)

Definita l’ “Ontologia” quale “Scienza dell’ente in quanto ente”, abbiamo cercato nelle successive due lezioni di comprendere meglio la nozione di “scienza” utilizzata nella definizione stessa (cioè non esente da perfezionamento). Abbiamo con esse cominciato così ad intendere secondo quale logica uno studio della metafisica non è solo auspicabile, ma sotto certi aspetti necessario. Riprendiamo a tale proposito, da una intervista al filosofo Antonio Livi, queste righe:

La metafisica non è un optional per l’intelligenza. Essa è l’essenza stessa della filosofia, in quanto esigenza razionale dell’uomo che desidera orientarsi nel mondo in cui vive e si domanda da dove viene, dove va e che ruolo gli spetta nella vita. La filosofia è ricerca di quella sapienza che è molto più necessaria per l’uomo di quanto non siano le conoscenze tecniche offerte dalle scienze particolari. Questa sapienza l’uomo la trova in sé stesso, inizialmente, nelle certezze fondamentali che costituiscono il “senso comune”, e poi anche nella religione naturale, che è presente in forme diverse tutte le civiltà. Ma un approccio propriamente scientifico (ossia rigoroso e dimostrativo) ai grandi temi della sapienza è pure necessario, e per questo la civiltà greca classica elaborò una “scienza dell’intero” che è appunto la metafisica. Essa fu ed è tuttora talmente ricca di vera sapienza naturale che il cristianesimo, quando si diffuse nel modo ellenistico, ne fece lo strumento privilegiato dell’interpretazione razionale della verità rivelata. Così nacque la teologia cristiana, che senza metafisica non può esistere, perché i dogmi della Chiesa cattolica – che la teologia è chiamata a interpretare razionalmente – sono tutti formulati in termini metafisici. Lo spiegò molto bene, agli inizi del Novecento, Réginald Garrigou-Lagrange.
Livi, Antonio. Intervista a Cooperatores Veritatis.it, 2014

È necessario ora comprendere cosa si intenda con la fondamentale nozione di “ente”.

Già sul finire della precedente lezione abbiamo visto come la nozione di “Ente” sia una nozione piena, inclusiva, poiché contiene virtualmente qualsiasi altra nozione. Come ogni scienza viene virtualmente inclusa nell’ontologia, così anche l’ente come nozione include virtualmente tutte le altre nozioni. Ragionando sul mero termine in relazione di quanto ora sappiamo sulla “scienza”, ci accorgiamo che la cosidetta “molteplicità dell’essere” aristotelica (“L’essere si dice in molti modi”) appare anche quando si tenta di dare un contenuto alla nozione di “Ente”.

Possiamo infatti in prima battuta “studiare l’ente” e distinguere banalmente fra:

  • ente quale soggetto comune a tutte le scienze che può essere formalizzato, come visto, sotto diversi aspetti (linea, numero, fuoco ecc);
  • ente come Quod, cioè come aspetto che io considero (l’entità della linea che è un aspetto solo del soggetto, più “grande” dell’aspetto considerato);
  • ente come Quo, cioè il quadro considerativo nel quale, selezionando la nozione considerata, ci si accorge dei vari aspetti che si tralascia.

Ma giàquesto primo chiarimento non chiarisce molto; anzi è esempio di cosa si intenda con “con-fusione” che l’inclusività della nozione di Ente porta con sè nella disamina scientifica.

Per questo motivo si tende a cercare di comprendere tale concetto secondo due determinazioni precise che aiutano a sbrogliare la matassa:

  • una determinazione grammaticale
  • una determinazione filosofica

L’IMPORTANZA DI UN CHIARIMENTO

Prima di sviscerare le categorizzazioni sopra citate, in particolare la prima in questo articolo, spendo due parole per specificare i motivi delle stesse.

Nell’arco dei secoli la metafisica ha necessariamente ampliato sia la sua rigorizzazione sia il proprio vocabolario. Inutile dire che spesso molti dei misunderstanding fra studiosi (e non) vengono da una mancata categorizzazione o dalla non accettazione di un preciso quadro speculativo.

Vi riporto un solo esempio, a titolo di curiosità.
Può capitare che un filosofo (a caso…) additi la metafisica di un altro (a caso….) di incompatibilità con il dogma cattolico poiché quest’ultimo ha scritto più volte di ritenere che l’ente sia univoco, accettando le critiche di Severino.
Al che il secondo risponde incazzatissimo che lo è necessariamente nel quadro dell’Ontologia originaria (lo vedremo) propria del neotomismo e non necessariamente del neohegelismo di Severino e quindi e che prima di parlare è meglio studiare.
Non dico nient’altro se non quanto segue: come sapete queste lezioni derivano originariamente dal corso di Padre Barzaghi del 2013; saprete probabilmente anche del “lievissimo bisticcio” fra lui e Cavalcoli OP; aggiungo di mio che nella sesta lezione del corso il nostro Beppe pare accennare (furente!) al “caso” che ho citato io poc’anzi e prima di sbottare in un immenso improperio si blocca.

Agli esperti di matematica fare 1+1. Per quanto mi riguarda sono stati 2 minuti di sorrisi sarcastici a dir poco…
Andiamo avanti.

ENTE SOTTO LA DETERMINAZIONE GRAMMATICA

In questo articolo dunque cercherò di chiarire cosa si intenda per “ente” sotto la prima determinazione grammaticale, cioè quanti e quali significati può assumere tale nozione avvalendoci della capacità espressiva della lingua. Se mi passate una battuta: secondo la capacità della lingua italiana poiché, come abbiamo visto nell’immagine soprastante l’articolo, in Germania saremmo già a cavallo…
Sotto questo aspetto “linguistico grammaticale” si distingue in base alla cosidetta “rigorizzazione” del termine.

Se per “Ente” si intende il concetto più “generale” secondo quello che la nozione comunica – il più semplice per dirlo in maniera tomista (cioè il meno soggetto alla composizione) – allora Ente coincide con “tutto ciò che è (Essere)” ed è possibile creare un quadro speculativo fisso e molto rigoroso chiamato Ontologia Originaria. In esso dunque la nozione Ens si esprime nel suo minimo sapere espressivo, nel massimo della sua rigorizzazione.
Nell’ontologia originaria l’ente è necessariamente univoco.

Viceversa se per “Ente” si intende il concetto più “particolare” secondo quello che la nozione comunica, allora si necessiteranno suddivisioni lessicali a causa (attenti bene) della constatazione del cosidetto “moto aristotelico” (che non è quello Newtoniano) qui e ora. Difatti, è proprio della nostra esperienza, osservare come un Ente possa divenire niente. In soldoni, con il solito esempio: nel ‘800 io non ero, oggi sono, nel 3000 non sarò. Come lo spiego? Vedremo che restando nell’ontologia originaria è impossibile che l’essere non si dia. E’ necessario quindi diminuire la semplicità di rigorizzazione propria di questo primo quadro, e far subentrare nella speculazione delle ipotesi che spieghino il cambiamento facendolo passare da assurdo (che non si da) a problematico.
E’ il quadro cosidetto della Ontologia Originata dove la nozione Ens si esprime nel suo massimo sapere espressivo e nel minimo della sua rigorizzazione.
Nell’ontologia originata l’ente è necessariamente molteplice.

A – ONTOLOGIA ORIGINARIA

Sotto l’aspetto minimo, la nozione considerata di Ens si presenta sotto il suo aspetto indispensabile. E’ il modo che Bontadini chiamava Semantizzazione. Spiegare il concetto di semantizzazione può essere semplice e complesso allo stesso tempo. Lo faccio con una definizione poetica e un’immagine esplicativa di Barzaghi OP.
La semantizzazione di una nozione non è sinonimo di definizione del contenuto della stessa nozione, ma è piuttosto scoperta del minimo indispensabile del senso di quello stesso concetto considerato.
Ecco l’immagine analogica: prendete un bambino che non sappia cosa sia “zucchero” e cosa “sale”. Mettelo dinnanzi a due barattoli contenenti le due sostanze e fategli provare lo zucchero. Al che ditegli: “questo è zucchero”. Quindi fategli provare il sale e chiedetegli: “Cosa è questo?”. Il bambino, senza sapere cosa questa nuova sostanza sia, dirà certamente: “non lo so, certamente NON E’ zucchero!”.
Ecco dettagliata analogicamente cosa si intenda per semantizzazione dell’essere: è il dato originario secondo il quale noi possiamo intendere la nozione di ente come equivalente a positivo, contrapposto al negativo.
Si comprende ora chiaramente il limite dell’analogia utilizzata: il sale in questo caso è ovviamente “qualcosa”, mentre al contrario ciò che semantizza l’essere è il non-essere, il nulla, il niente, che come tale non esiste.
Ed è infatti per questo motivo che il “sale” in quanto tale è anche definibile (una volta che si dice al bambino “bravo, non è zucchero ma è sale!”), mentre l’essere in quanto tale è SOLO semantizzabile.

Dunque cosa è l’Ens secondo la semantizzazione dell’essere che è la comprensione della nozione di ente sotto il suo aspetto indispensabile? L’ente è il “NON NIENTE”. L’ente è il non non ente.
Appare ovvia dunque che questa non è una definizione in quanto tale, ma una semantizzazione pura della nozione più generale possibile. Si può dunque definire l’ente nell’ontologia originaria come il POSITIVO che è NON NEGATIVO. Era sotto questo aspetto che Bontadini criticava il neopositivismo logico secondo il quale la nozione di ente era priva di senso ed era considerabile solamente quale pura funzione verbale.

Per Bontadini la nozione di ente è totalmente equivalente a “puro positivo”, da opporre al “puro negativo” che non è, appunto. Se qualcosa è (e lo deve essere per essere per essere definita “qualcosa”!), allora è POSTO. Cioè quel qualcosa è un POSITIVO, contrapponibile al negativo puro che non è: ente come negazione del niente.

In sintesi: l’ontologia originaria esplica l’ente in un solo modo, generalissimo, cioè come puro positivo semantizzato come non niente.

B – ONTOLOGIA ORIGINATA

Secondo questa prospettiva l’ente si presenta sotto il suo massimo sapere espressivo e come tale la nozione necessita di un raffinamento terminologico. Ci si accorgerà quindi che diminuendo la “con-fusione” del termine in questione (la fusione in un unico concetto semantizzabile), si renderà la nozione stessa può specificare molti modi di essere.

L’ente può essere considerato in analisi grammaticale quale “nome” oppure quale “participio presente del verbo essere”. Ed è secondo questa differenza che la scolastica classica è solita distinguere l’ontologia originata in:

  1. ENS UT NOMEN (ente come nome)
  2. ENS UT PARTICIPIUM (ente come participio)

1 – Ens ut nomen

Consiste nel considerare l’ente nel suo valore nominale, quale nome. Ente inteso come nome indicante l’abitudine ordinaria di un soggetto che definisce il soggetto stesso. Utiliziamo un esempio per capirci prendendo il termine “studente”. Prendere “studente” secondo il valore nominale, significa intenderlo secondo la “professione di studente”, al di là che in questo momento il soggetto stia studiando o meno. L’azione che abitualmente compie il soggetto è studiare; da quell’abitudine egli viene descritto con un nome (studente appunto) che ne indica lo statuto ordinario abituale (attenzione!) anche se non attuato!
Uno studente secondo l’ut nomen infatti è tale anche quando non studia.

Sotto questo aspetto dunque la nozione prescinde dall’azione e indica primariamente il soggetto.

Dunque sotto l’aspetto di Ens ut nomen principalmente indichiamo il soggetto, secondariamente indichiamo l’azione che esercita abitualmente, ma che può anche non compiere nel momento considerato.

2 – Ens ut participium

Consiste nel considerare l’ente nel suo valore di participio presente del verbo essere.
Il participio presente è forma verbale italiana con la quale si indica il soggetto nell’esercizio dell’azione indicata dal verbo stesso. Seguendo l’esempio precedente dunque “Studente” (da STUDIANTE) non indica principalmente un soggetto che ha l’abitudine di studiare, ma l’azione di colui che sta studiando.
Dunque Ente in questo caso esprime l’azione di esistere di ciò che ADESSO è. In altre parole è l’esercizio, da parte di un soggetto implicito, di esserCI.

Dunque sotto l’aspetto di Ens ut participium principalmente indichiamol’azione, secondariamente indichiamo il soggetto che la esercita esattamente nel momento considerato.

E’ seguendo queste due determinazioni “grammaticali” che si distinguono due rami importanti del tomismo contemporaneo:

  1. il tomismo cosidetto Essenziale che pone l’accetto sull’ens ut nomen
  2. il tomismo cosidetto Esistenziale che pone l’accento sull’ens ut participium

Esplicando:

  1. Il tomismo ESSENZIALE (più Gaetanista), considera l’ente soprattutto come nome, ponendo l’accento quindi sul soggetto e le sue determinazioni. E’ sotto questa prospettiva che vengono considerati aspetti propri dell’ente quale: categorie, specie, studio dei trascendentali, studio dell’analogia e della sua teoria. Come si vede sono tutte determinazioni specifiche dell’ente che confinano palesemente con la filosofia della natura, pertanto secondo questo tomismo, l’ontologia può essere considerata l’aspetto più generale di uno studio fisico della natura (senza sfociare ovviamente in quella ontologia fisica che prescinde dal tomismo stesso, fondandosi piuttosto su prerogative fisicaliste).
  2. Il tomismo ESISTENZIALE (non esistenzialista!) che considera l’ente soprattutto “in quanto participio” e dunque pone l’accento sull’azione, cioè sul fatto di essere, di esistere qui e ora, delle cose in sé. E’ quel tomismo che considera l’ente sotto la famosa formula tomista “Esse ut actus essendi” (Essere come atto d’essere). Sotto questa forma si significa così il principio in base al quale qualcosa esiste.
    Si distingue dalla ontologia originaria poiché in questo caso non si intende Ens quale puro positivo generale, ma si intende specificare l’atto d’essere di un preciso soggetto.
    Sotto questo tomismo, l’ontologia può essere considerata serva della teologia suddividendo l’ente quale “atto d’essere” per sé sussistente o per partecipazione. Sotto questa seconda luce si deve intendere, quale titolo di esempio, quel che scriveva nel 1953 il filosofo neotomista Francesco Olgiati:
    “L’idea-madre, che dovrà accompagnarci nella nostra ascesa a Dio e non dovrà abbandonarci mai è questa: ogni realtà, ogni ente, in cui non c’è un rapporto di identità tra l’essenza e l’essere non spiega se stesso, non ha in sé la ragione del suo essere, ma la appella dall’Ente in cui tale identità si realizza. Un’essenza che è attuata dall’essere; e cioè che ha l’essere, e non già che è l’essere, riceve o partecipa l’essere; e pure essendo un elemento costitutivo della realtà, sta all’altro elemento, l’essere, come la potenza sta all’atto; e l’essere, a sua volta, che non est per essentiam, est per partecipationem, ossia non ha in sé la sua spiegazione e solo può averla nell’Essere che è la sua stessa essenza”.
    Olgiati, Francesco. I fondamenti della metafisica classica. 1953, pag. 291

— continua —

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Categorie:Filosofia, teologia e apologetica

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6 replies

  1. Direi ottimo.
    Segnalo questo link per alcuni approfondimenti. Scorri un po’ tutti gli articoli di Contat, troverai di sicuro altro materiale interessante. http://participans.blogspot.it/2014/09/breve-prospetto-sulla-nozione.html?m=1
    Qui invece qualche considerazione su impostazione ‘intensiva’ e ‘trascendentale’: http://participans.blogspot.it/2010/10/tavola-sistematica-delle-tre-figure.html?m=1.
    Un caro saluto!
    Mauro

    Liked by 2 people

  2. Oh eccoci. Mi devo leggere questa lezione più di una volta e a giorni di distanza.
    Mi piace per il momento soprattutto la “disambiguazione” linguistica del termine “ente”. Fin da subito leggendovi nelle varie dispute percepivo (incosapevolmente, da dummy) che i diversi disputanti sembravano utilizzare “ente” con significati o perlomeno sfumature un pò diversi…..

    Sulla semantizzazione, argomento che apprezzo molto (per miei antichissimi e quasi dimenticati studi) si possono leggere e scrivere intere biblioteche. E spesso io trovo proprio in quell’ambito giustificazione di molti fraintendimenti e quindi di molti limiti della parola umana di “fare e costruire”. Quando ad esempio si parla di “dialogo” (fra posizioni diverse) io non vedo propriamente “parole” ma piuttosto “relazioni di vita quotidiana”. Senza nulla togliere alle parole che ci permettono di allacciare “una qualche relazione” ….è la decisione e l’agire concreto che “fa”.

    Non sono andata OT, niente paura! Volevo esprimere l’opinione che la metafisica, non so bene come dirlo, dovrebbe sempre mantenere aperto il canale con l’agire umano. Se lo fa, serve a qualcosa. Altrimenti, ehm… molti possono dire “ok ma a che serve?”
    Quindi, rileggendo ancora la lezione, mi pare che mi sto collocando con il tomismo esistenziale 🙂

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  3. Quando poi arriverà Tom a dire la sua su questa lezione, capirò ancora meglio i vari aspetti implicati.
    Grazie.

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  4. La determinazione dell’Essere non è la manenza del Tutto.Il fatto stesso che sia semplice ( e nel senso volgare e nel senso etimologico) dire l’Essere E’ mi pare abbastanza indicativo.
    Il Tutto è comunque impartecipabile , questo è il discrimine.
    Un po’ come dire che Gesù avesse vero corpo vera anima e fosse Dio, frase che non scandalizzerà nessuno anche se ci si è dimenticati lo spirito di tale umanità.

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  5. Buon giorno Minstrel,

    gran bel lavoro. Come Trinity, ho bisogno di digerirlo, perche’ questa che tu citi e’ solo una delle centinaia (credo) presentazioni del Tomismo, tra cui c’e’ anche quella citata da Mauro.

    Pur non potendo ancora entrare nel merito, accenno a due punti terminologici, ma che preludono alla sostanza.

    1) Parli di soggetto per indicare l’oggetto specifico dell’attenzione conscia. Niente di male, ma quando io parlo di soggetto guardo all’altro estremo della coscienza, al soggetto che e’ conscio.

    2) Distingui tra ens ut nomen e ut participium (il termine esistenziale e’ discutibile, perche’ non si occupa dell’altro esistente, il soggetto conscio). E’ vero che la seconda considerazione sembra andare oltre la prima perche’ parla della relazione tra essenza ed essere, della quale parla anche benissimo il Gaetano. Il problema sorge quando si tratta di determinare che cosa s’intende per i singoli principi dell’ente, ad es. per essenza. Per non ricadere in errori, il senso ultimo non puo’ che derivare dalla spiegazione di come queste nozioni compaiano nella nostra conoscenza.

    Comunque ti ringrazio fin d’ora della bella esposizione della quale attendo la conclusione.

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