Edward Feser – Cattolicesimo 1 / Illuminismo 0

Titolo: The Enlightenment: And Why It Still Matters
Autore: Anthony Pagden
Data di Pubblicazione: 2013
Casa Editrice: Random House

Pubblichiamo una recensione di Enlightenment – And Why It Still Matters (Illuminismo – Perché è Ancora Importante) di Anthony Pagden, scritta dal nostro filosofo ammmericano preferito, ovvero Ed Feser (originale qui). In questo scritto, il Nostro fa allegramente a pezzi alcuni luoghi comuni sulla ‘rivoluzione filosofica’ operata dagli Illuministi, non disdegnando anche di lanciare qualche staffilata ai loro epigoni contemporanei.

Come dite? Perché non compare il nome di uno dei vostri 3 blog heroes preferiti? Chi diamine è Law? Ebbene sì, il sior Minstrel è uscito dai gangli e mi ha proposto di collaborare per Croce-Via. Risultato? Un altro rompitasche con la licenza di sproloquiare… o magari solo un altro semplice pellegrino nella verità. Per stavolta mi limito alla traduzione di un articolo, ma col tempo chissà… In campana! Ah dimenticavo, ringrazio il buon Claudio per aver corretto qualche imperfezione, eheheh. Non perdiamo altro tempo: parola a Feser.

 

La percezione è tutto

Né il vescovo Berkeley, né il suo famoso detto “Esse est percipi” – “Esistere è essere percepiti” – sono citati se non di passaggio ne l’Illuminismo: Perché è Ancora Importante [traduzione non ufficiale del titolo originale The Enlightenment: And Why It Still Matters ndLaw]. Ma in un certo senso tali parole potrebbero rappresentare l’epigrafe del libro. Difatti Pagden mostra, sebbene inconsapevolmente, quanto poco la retorica dell’Illuminismo derivi – ed è così anche adesso – dalla sua validità intellettuale e quanto molto, invece, dall’esteriorità, dall’atteggiamento e dall’inganno sottile. Parafrasando, l’Illuminismo ha importanza nella misura in cui è percepito come importante. In proporzione molto ampia, quel che affermava di vero non era nuovo e quello che affermava di nuovo non era vero.

Tutti conoscono la versione in “edizione ridotta” della storia: mentre il dogmatismo cristiano dell’epoca medievale e della Riforma soffocava il progresso scientifico e propugnava persecuzioni e guerre di religione, i pensatori illuministi invece promuovevano la ragione, la tolleranza e il cosmopolitismo; e se la Rivoluzione Francese portò questo movimento ai suoi eccessi, si trattò sempre di uno snaturamento: tutto quello che apprezziamo del mondo moderno lo dobbiamo all’Illuminismo. Pagden sa sia che questa “narrativa standard” è semplicistica, sia che l’Illuminismo è oggetto di critiche severe. Ma qualsiasi sfumatura ci sia nel suo racconto e nella sua analisi è al servizio dell’apologetica: Pagden non ha alcun dubbio che ci siano dei buoni e dei cattivi ben distinti nella storia dell’Illuminismo, e che la “narrativa standard” abbia stabilito correttamente chi sia chi.

La sua certezza è infondata: sebbene meglio informato e meno odioso di scrittori “New Atheists” come Richard Dawkins e Christoper Hitchens, la comprensione della religione che mostra Pagden è in ultima istanza non molto più raffinata della loro. Senza dubbio egli a volte cerca di essere corretto con gli Scolastici e con altri pensatori religiosi, ma commette anche notevoli strafalcioni e il suo evidente disprezzo per certe figure e certi movimenti religiosi contemporanei – che egli vede come nemici dell’eredità illuminista – lo conducono a travisare il loro punto di vista. Pagden non si accorge neppure di quanto gli ideali che egli accredita all’Illuminismo di fatto appartengano alla Scolastica contro cui esso si ribellava e di quanto mal si sposino con il naturalismo metafisico che i successori dell’llluminismo posero al posto della Scolastica.

Consideriamo ora il cosmopolitismo, che Pagden annovera tra i contributi più importanti dell’Illuminismo. Ci sono, da questo punto di vista, diritti umani che sono universali, che trascendono le circostanze contingenti, storiche e culturali e che rispecchiano una natura comune a tutti gli uomini. Eppure non c’è niente di squisitamente illuminista in questa visione: come Pagden stesso riconosce furono i teorici scolastici della legge naturale ad affermare questa comune natura umana e furono sempre alcuni di essi, come Francisco de Vitoria e Bartolomé de las Casas, a sviluppare una nozione di diritti umani universali, sulle cui basi argomentavano animatamente per il trattamento umano degli Indiani d’America. Quindi cosa c’è di così speciale nel cosmopolitismo illuminista?

Cercando di trovar risposta a questa domanda, Pagden sostiene che la teoria scolastica della legge naturale fosse inadeguata nella misura in cui poggiava su un’ambigua dottrina delle “idee innate” e prodiga una serie di pagine per criticare questa nozione: tutto ciò è di un’incompetenza imbarazzante. Infatti, da buoni Aristotelici, i teorici scolastici della legge naturale come l’Aquinate respinsero esplicitamente la dottrina delle idee innate (“Non c’è niente nell’intelletto che non fosse prima nei sensi [1]” è una famosa massima scolastica). In effetti, fu piuttosto qualche eroe dell’Illuminismo – filosofi razionalisti come Cartesio e Leibniz – a farsi paladino delle idee innate.

Pagden è inoltre irresistibilmente attratto dal fascino dato da David Hume e altri alla “simpatia” e al “sentimento” come terreno fertile del nostro trattamento morale reciproco. Di sicuro gli Scolastici non negavano che la simpatia [intesa alla greca, come com-partecipazione umana ndLaw] facesse parte della nostra natura ma essi affermavano anche una cosa che Hume notoriamente rifiutava, ossia la tesi per cui le nostre tendenze naturali hanno forza normativa. Per i teorici scolastici della legge naturale, se la nostra natura ci indirizza verso una certa meta o un certo obiettivo quanto a una causa finale, allora sarebbe irrazionale che noi agissimo contrariamente a quello scopo. Per contro, Hume, che rigetta la causalità finale e tutto il resto dell’apparato della metafisica scolastica, afferma che nessun fatto circa la nostra natura può dirci cosa dovremmo fare. Sebbene per gli humeiani la maggior parte di noi sia incline ad esser guidata dalla simpatia, questo non comporta in alcun modo che chi non venga da essa mosso stia agendo irrazionalmente. Contrariamente a quanto la Scolastica dichiara, nella visione di Hume “le regole della moralità […] non sono conclusioni della ragione [2].” Dunque, come possono i teorici dei sentimento morale come Hume fornire fondamenta intellettuali più salde per il cosmopolitismo rispetto agli Scolastici? Pagden non solo non riesce a dare una risposta ma non riesce neppure a notare le difficoltà filosofiche inerenti le mentalità che egli ammira.

Anche per altri motivi è davvero bizzarro – almeno una volta che ci si è mossi oltre la retorica illuminista arrivando alla vera sostanza delle idee che contano – che qualcuno possa seriamente pensare che gli uomini moderni abbiano fornito una base migliore degli Scolastici per l’assetto politico, morale e cosmopolita. Gli Scolastici, seguendo Aristotele, affermavano che gli esseri umani sono sociali per natura, mentre pensatori moderni come Hobbes e Locke lo negavano; il Cardinale Bellarmino auspicava il governo limitato, mentre il rabbioso anti-scolastico Thomas Hobbes favoreggiava l’assolutismo e la Rivoluzione Francese ci diede il Terrore. Scolastici come Vitoria e Las Casas fondavano i diritti naturali sulla natura umana stessa, quindi su qualcosa che potesse essere conosciuto e compreso da chiunque, che si affermasse o meno l’esistenza di Dio, mentre John Locke, critico della Scolastica ed eroe dell’Illuminismo, diede alla sua dottrina dei diritti una base esplicitamente teologica. Per Locke gli essere umani hanno diritto a non essere uccisi o ridotti in schiavitù solo perché “artefatti di Dio” e quindi Sua “proprietà” e Suoi “servi […] mandati nel mondo per ordine Suo e per conto dei Suoi affari [3].” Per farla breve, sono i diritti di Dio come nostro creatore e proprietario ad essere violati quando ci danneggiamo l’un l’altro: si dica quel che si vuole di una visione del genere, è arduo vederla come un progresso per il tipo di moralità multiculturale, secolare e politico che Pagden celebra.

Pagden, sfortunatamente, è troppo occupato a spacciare cliché triti e ritriti per considerare queste contrapposizioni. Per gli Scolastici, ci assicura, “la scienza constisteva nella scrupolosa lettura e rilettura di un canone di testi ritenuti autoritativi.” Eppure è noto quel che sosteneva l’Aquinate: “l’argomento d’autorità è il più debole di tutti quelli basati sulla ragione umana [4].” E storici della scienza come William A. Wallace e James Weisheipl – e, più recentemente, Edward Grant, James Hannam e John Freely – hanno mostrato quanta continuità ci fosse in verità tra i metodi dei moderni scienziati recenti e quelli dei loro predecessori scolastici. In seguito troviamo l’obbligatorio, routinario encomio di Hume come il demolitore dell’edificio teologico della Scolastica. In effetti il maggior contributo di Hume fu quello di segnare punti facili contro il “design argument” in favore del freddamente antropomorfo dio orologiaio dei deisti – esso stesso un’invenzione dell’Illuminismo – lasciando tuttavia intatte le ben più sofisticate argomentazioni di Tommaso d’Aquino, Duns Scoto, Suarez & Co. Sebbene Pagden ammetta che la Scolastica fu “un maestoso edificio intellettuale” che è stato spesso “parodiato”, egli è troppo innamorato della “narrativa standard” per vedere quanto essa attinga proprio da quelle caricature: essenzialmente, sta semplicemente ripetendo la storia che è stata scritta dai vincitori, una storia che rispecchiava i loro bisogni polemici piuttosto che i fatti reali. (Pagden elogia Hume come un “pensatore veramente originale”, ma come gli storici della filosofia hanno da lungo tempo riconosciuto, gli elementi chiave del pensiero di Hume furono anticipati da scrittori medievali come Guglielmo da Ockham e Nicola d’Autrecourt. Non solo, come lo storico Walter Ott ha detto, Hume “non fece altro che commettere plagio [5]” del filosofo cartesiano Nicolas Malebranche. Addirittura quel che l’Illuminismo affermava di vecchio non sempre era vero.)

Non che Pagden sia più leale nei confronti dei suoi contemporanei: egli dichiara che “i Cristiani che affollano le ‘megachiese’ degli Stati Uniti” sono così ignoranti che “probabilmente non hanno mai sentito parlare di San Paolo.” (Davvero? Quindi quando non sono intenti a fare moralismo bigotto, non aprono mai le loro Bibbie sulle Lettere Paoline?) Pagden insinua che Papa Benedetto XVI “possa guardare nel passato con nostalgia a un mondo in cui […] il secolarismo era solo una stramba anomalia” e ne fa derivare che il papa emerito “vuole vedere un mondo governato dalle teocrazie.” In realtà Benedetto ha proprio affermato che esiste una forma di “secolarismo benefico” e ha constatato che “dove la Chiesa stessa diventa stato la libertà va perduta [6].”

Pagden sostiene che l’ex “U. S. Attorney General” [un alto funzionario degli Stati Uniti ndLaw] John Ashcroft abbia detto, in un discorso alla Bob Jones University, che “non abbiamo alcun re all’infuori di Gesù” e che la separazione di Chiesa e Stato è “un muro di oppressione per la religione.” Questo tentativo di dipingere Ashcroft come un irascibile teocrata – Pagden millanta che Ashcroft sia a favore di una “fusione di Chiesa e Stato” – è uno sgradevole mescolone di calunnia e cattiva cultura. Mentre la prima frase riportata da Ashcroft fu effettivamente usata nel discorso in questione, la seconda proviene da un altro discorso e da un contesto differente. (Il discorso alla Bob Jones University può essere facilmente reperito online, ma Pagden evidentemente non si è preoccupato di leggerlo. Egli cita invece un articolo di Garry Wills come sua fonte per i commenti di Ashcroft.) Nel discorso “dell’oppressione religiosa” Ashcroft ha in verità classificato la separazione tra Chiesa e Stato come qualcosa di “pensato per proteggere la Chiesa” e ha criticato quei secolaristi che ne facevano una mera scusa per parlare di oppressione. Nelle osservazioni alla Bob Jones University, Ashcroft citava uno slogan riguardo a un’epoca di Guerra Rivoluzionaria ma intesa come un’espressione di resistenza alla corona britannica: in nessun caso ci fu alcuna allusione ad un possibile dettar legge della Chiesa verso lo Stato.

Ma allora per Pagden il concetto “Illuminismo” sembra non avere essenzialmente niente a che fare col dare una versione corretta dei fatti o con l’essere leali con gli avversari, perlomeno se questi ultimi sono religiosi, o con la ragione (sebbene abbia invece molto a che fare col fare i farfalloni con la ragione). È emblematico il fatto che Pagden ammiri così tanto i pensatori britannici del sentimento morale, dal momento che il suo pensiero – e quello dell’Illuminismo, in fin dei conti – non concerne altro che il sentimentalismo. L’Illuminismo è tutta questione di avere la giusta emotività, di proferire i giusti luoghi comuni e, cosa forse più importante, di odiare le giuste persone. Essere degli Illuminati è essere innamorati dell’idea di essere Illuminati, è non chiudere mai bocca su quanto sia meraviglioso essere Illuminati, è non smettere mai di insistere su quanto orribili e non illuminati siano coloro a cui non piace l’Illuminismo. È questione di escludere quelle persone dal sempre più largo cerchio dell’inclusione e di tenere le loro idee al di fuori dell’infinito menu di opzioni del libero pensatore.

I critici dell’Illuminismo considerano questo atteggiamento come estremamente ipocrita; il tentativo di Pagden di difenderlo non fa altro che confermare l’accusa.

 

[1] Thomas Aquinas, De veritate (q. 2 a. 3 arg. 19).

[2] David Hume, Treatise of Human Nature (book III, part I, section I).

[3] John Locke, Second Treatise of Civil Government (chapter II, section VI).

[4] Thomas Aquinas, Summa Theologica (part I, question I, article VIII).

[5] Walter Ott, Causation & Laws of Nature in Early Modern Philosophy (introduction).

[6] Joseph Ratzinger, Church, Ecumenism and Politics.

 

 

Per verificare le citazioni fare riferimento all’articolo originale in inglese di Feser.

Le citazioni non annotate fanno riferimento al libro di Pagden in esame, Enlightenment – And Why It Still Matters.

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Categorie:Cortile dei Gentili, Filosofia, teologia e apologetica

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10 replies

  1. Caro Law, per cominciare: “benvenuto” al Croce-Via e “grazie” per renderci noto questo testo di Feser, non solo, ma tradotto in italiano!.

    Feser tocca in questo articolo molti punti che mi sono molto cari, in particolare quelli tangenti i fondamenti del discorso etico, tra l’altro la dimostrazione che fa della superiorità intellettuale del discorso scolastico per fondare il discorso etico è incontrovertibile.

    La superstizione dei palloni gonfiati dell’ateismo contemporaneo o, se preferiamo, l’apologia propagandista neo-illuminista è mostrata, ancora una volta e non può essere che così, per quella che è: un palloncino sgonfio intellettualmente .

    Vi è ben descritta l’ignoranza crassa di tale Pagden che addirittura afferma che gli scolastici sono strenui difensori delle i”dee innate” dimenticandosi che questa era, ed è ancora, bellamente un vizio illuministico.

    Sono bravi questi neo-ateisti solo a deformare la realtà e a ragionare per clichés erronei e a spacciare slogans per novità.

    Dove risiede in fin dei conti questo essere ostici al fatto di ammettere che la legge naturale, nel senso aristotelico-scolastico del termine, sia il miglior fondamento per un’etica davvero rispettosa della persona umana, in quanto individuo e in quanto partecipanti felici della società?

    Secondo me, questo loro rifiuto “a tutti costi” è la dimostrazione della bontà della stessa tesi che rigettano: nel loro intimo sanno benissimo che le loro scelte esistenziali ed intellettuali sono come “condannate” dalla loro stessa contro-natura umana e, psicologicamente, non possono accettarlo.

    Allora vanno avanti, come nel caso di Pagden, prima con l’ignoranza, poi con la disinformazione, ed infine colla calunnia e la persecuzione di chi desidera un mondo davvero più umano, cioè un mondo che ricerca l'”areté”, l’eccellenza, e che, trovandola, gioisce della sana “eudaimonia” e che rifugge l'”eutuchia”, la buona fortuna, il buon caso!

    Perché questo, in finis ci propongono questi cari palloncini gonfiati ateisti: un mondo “a caso” dove la felicità è “a caso” , un mondo dove ci si deve convincere attraverso un discorso costruttivista che le cose non vanno da essere cambiate, tanto sono ” caso”, ma devono essere discusse nel modo che aggrada il meglio, metodo Coué elevato a stile di vita.

    Grazie Edward, ancora.
    In Pace

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  2. Beh direi che come primo post ci hai dato parecchia carne al fuoco, caro Law!
    Benvenuto anche da parte mia nella combricola dei pazzi cercatori d’oro e grazie per questa tua traduzione di una classica stroncatura feseriana. 🙂

    Due annotazioni in attesa di altri commenti eventuali:
    – è innegabile che Feser in questo momento non recensisce il saggio di Pagden quale giornalista o critico letterario, ma come filosofo interessato alla Verità. La “recensione” qui pubblicata in realtà dunque non è affatto tale, per lo meno se intesa nel classico senso. C’è più la volontà di demolire letteralmente l’impianto che lo scrittore utilizza e quindi rendere inservibile l’intero scritto. Se Pagden cioè si dimostra anche apologetico dell’idea “sintetica” di illuminismo durante tutto il libro (e non ci riesce a quanto pare), l’obiettivo di Feser è proprio apologetica pura. Non esplica come si divide il libro, non chiarisce lo stile o la forma usata and so on. Non gliene frega niente. Dunque si disputi degli argomenti portati e non del non-stile della recensione.
    – Peccato manchino i riferimenti bibliografici delle molte citazioni usate da Feser (dai vari storici citati fino a Benedetto XVI). Può anche essere Feser quello che scrive, ma io non credo per partito preso quindi cercherò alcune di queste citazioni.
    Potremmo fare un bel lavoro riportando i risultati di queste ricerche qui. 🙂

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    • Giusto, Minstrel.
      Devo anche aggiungere che le citazioni ripirtate da Feser sono state liberamente da me tradotte e quindi potrebbero non corrispondere perfettamente alle parole delle versioni italiane ufficiali (se esistono).

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  3. “There is nothing in the intellect that was not first in the senses”
    De veritate [q. 2, a. 3, arg. 19]

    “Morals excite passions, and produce or prevent actions. Reason of itself is utterly impotent in this particular. The rules of morality, therefore, are not conclusions of reason”
    (T3.1.1, p756) – A Treatise of Human Nature
    http://socserv2.socsci.mcmaster.ca/econ/ugcm/3ll3/hume/treatise3.html

    Quel pazzo di Locke:
    “Sec. 6. But though this be a state of liberty, yet it is not a state of licence: though man in that state have an uncontroulable liberty to dispose of his person or possessions, yet he has not liberty to destroy himself, or so much as any creature in his possession, but where some nobler use than its bare preservation calls for it. The state of nature has a law of nature to govern it, which obliges every one: and reason, which is that law, teaches all mankind, who will but consult it, that being all equal and independent, no one ought to harm another in his life, health, liberty, or possessions: for men being all the workmanship of one omnipotent, and infinitely wise maker; all the servants of one sovereign master, sent into the world by his order, and about his business
    John Locke – Second Treatise on Government
    http://www.constitution.org/jl/2ndtr02.htm
    from http://www.constitution.org/jl/jlocke.html

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  4. Per quelle/i come me che non sapessero da dove iniziare…
    Cos’è la legge naturale? o_O
    Un’idea può essere partire da qua:
    http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_con_cfaith_doc_20090520_legge-naturale_it.html
    Commissione teologica internazionale
    “Alla ricerca di un’etica universale: nuovo sguardo sulla legge naturale”
    Quello linkato sopra è il documento completo.

    Invece qua, per chi ha poco tempo
    http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/cultura/132q05b1.html
    c’è un breve riassunto dell’Osservatore Romano che presenta i contenuti di quel documento molto sinteticamente.
    Punto di partenza: “Il crescente divario tra l’ordine economico, sociale, giuridico e politico da una parte, e l’ordine etico dall’altra, interpella la coscienza contemporanea. Tutto avviene come se questi diversi settori dell’attività umana potessero, oppure dovessero, fare astrazione da un riferimento normativo a un bene morale, oggettivo e universale. Inoltre, in una cultura che erige l’individuo a referente ultimo, gli stessi comportamenti personali tendono ad affrancarsi dalle norme etiche oggettive, ritenendo ciascuno di dover creare i suoi propri valori, senza rendersi conto che egli in tal modo si sottomette a “valori” imposti da ideologie poco preoccupate dell’autentica dignità della persona”

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  5. Molto bene. questo articolo non solo stronca un libro e tutto un filone ideologico, ma tutta un’epoca, la nostra (perfettamente descritta da termini quali: esteriorità, atteggiamento, inganno sottile, sentimentalismo, narrazione standard). La cosa potrebbe non essere così lontana da molte altre discussioni tra di noi, a patto che lo si voglia vedere…

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  6. Grazie a Law anche per il lavoro di ricerca delle citazioni!
    Approfitto anche per linkare l’ebook scaricabile con tutte le traduzioni di Feser offerte per ora da Croce-via.
    Lo trovate qui!

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