Evangelii Gaudium: leggiamola insieme! – 39 (e cosa NON E’ il Dogma)

EG

L’amico Simon sta procedendo in modo ordinato e chiarissimo nella disamina della splendida esortazione Evangelii Gaudium pertanto trovo più conveniente al mio poco tempo libero (diciamocelo) e più utile al blog proseguire con le mie notazioni personali solo su singoli capoversi. Oggi è il turno del capoverso 49, capitolo primo “La trasformazione missionaria della Chiesa”, III. dal cuore del Vangelo.

La III°  sezione del primo capitolo tratta del modo in cui è necessario che sia trasmesso il “Vangelo” in modo che non appaia “mutilato” oppure “ridotto ad alcuni suoni aspetti secondari” (cfr. 34). E per “aspetti secondari”, attenzione, non intende aspetti che potrebbero anche non esistere, quanto invece aspetti “RILEVANTI”, ma che da soli non presentano all’uditore il cuore del messaggio gesuano.

Il capoverso 39 è l’ultimo della sezione. Leggiamolo insieme.

dal ESORTAZIONE APOSTOLICA
EVANGELII GAUDIUM

39. Così come l’organicità tra le virtù impedisce di escludere qualcuna di esse dall’ideale cristiano, nessuna verità è negata. Non bisogna mutilare l’integralità del messaggio del Vangelo. Inoltre, ogni verità si comprende meglio se la si mette in relazione con l’armoniosa totalità del messaggio cristiano, e in questo contesto tutte le verità hanno la loro importanza e si illuminano reciprocamente. Quando la predicazione è fedele al Vangelo, si manifesta con chiarezza la centralità di alcune verità e risulta chiaro che la predicazione morale cristiana non è un’etica stoica, è più che un’ascesi, non è una mera filosofia pratica né un catalogo di peccati ed errori. 1 Il Vangelo invita prima di tutto a rispondere al Dio che ci ama e che ci salva, riconoscendolo negli altri e uscendo da sé stessi per cercare il bene di tutti. Quest’invito non va oscurato in nessuna circostanza! Tutte le virtù sono al servizio di questa risposta di amore. Se tale invito non risplende con forza e attrattiva, l’edificio morale della Chiesa corre il rischio di diventare un castello di carte, e questo è il nostro peggior pericolo. Poiché allora non sarà propriamente il Vangelo ciò che si annuncia, ma alcuni accenti dottrinali o morali che procedono da determinate opzioni ideologiche. Il messaggio correrà il rischio di perdere la sua freschezza e di non avere più “il profumo del Vangelo”.

1 – Quando la predicazione…: La frase sembra richiamare il modo di “evangelizzare” (Virgolette d’obbligo) di alcuni i quali pretendono di predicare il Vangelo mediante una moltitudine di dottrine senza collegamento fra di loro, senza una “gerarchia” (cfr. capov. 37) nelle virtù, senza far comprendere quale sia la CAUSA di un dato EFFETTO, cioè perché la Chiesa ha questa precisa filosofia morale. Mi sovviene il ridicolo post che fece anni fa MiL dedicato ad un assurdo test per capire se si è cattolici o meno.
Ovviamente la frase va intesa SOLAMENTE nell’ambito che richiama, cioè quello della morale e della filosofia pratica. E’ possibile però aprire la lettura chiarendo che questo modo di fare potrebbe aiutare molti “tradizionalisti” a comprendere come si debba LEGGERE IL DOGMA e come si possa annunciare.
Forse è ora di chiarire cosa NON E’ un DOGMA, pronti alla bomba?

Il dogma non è una definizione da manuale. Il dogma non è un articolo scritto su una di una presunta Costituzione Cattolica sotto cui giurare. Il dogma ha certamente dei caratteri fermi e certi, ma è sbagliato a mio dire il modo di narrarlo e forse di viverlo soggettivamente! Il dogma che diventi un sistema accusatorio (addirittura fra fedeli) è un tradimento dell’essenza di ciò che è dogma e allora ci sta che gli atei, gli agnostici e tutti i fedeli di altre fedi ci chiedano il conto di un Dio amore che si avvale solo sistemi accusatori o addirittura inquisitori!
Ricorro, per meglio spiegarmi, ad un contributo di un caro utente del blog di Tornielli, Cherubino, che tempo fa scrisse un commento sul dogma che salvai e che ora voglio (ri)proporre: lo trovo perfettamente in tema e soprattutto sempre attuale.
Vai Cherubino, sei tutti noi:

Ciò che è errato è la genesi e la dinamica soggettiva del dogma, ossia il modo di conoscerlo e di aderirvi. [quel che tentavo di dire io ndr]
Dogma, diceva il mio professore di filosofia, in greco vuol dire “opinione”, “credenza”, ossia è una verità che non dimostrabile nè con l’osservazione oggettiva nè con la logica. Attinge ad una esperienza vitale, esistenziale e, pertanto, solo chi la fa può conoscerla e aderirvi. Per fare un esempio, non è chi si sente dire che Dio lo ama che può affidarsi a lui, ma chi si sente amato da Dio, chi ne fa l’esperienza.
Certo questo non deve portare a non comunicare verbalmente il dogma, ma come chi indica un’esperienza che l’interlocutore può fare e che solo facendola può aderirvi. Il dogma si proclama, non si detta ai non credenti come fosse una legge (in certi periodi la Chiesa ha preteso di fare così e si è accorta di sbagliare). Ai non credenti si offre il kerygma, si parla del Vangelo, si offre l’esperienza diretta della preghiera e dell’ascolto della Parola, il gusto della presenza dello Spirito Santo, la fiamma della carità fraterna. Il dogma e la sua accoglienza è il punto di arrivo e l’effetto di tali esperienze nella vita personale. Fare del dogma un enunciato formale da cui far scaturire la vita di fede è un errore che può ostacolare la stessa crescita in Cristo (il Maligno è bravissimo ad usare le cose sante contro di noi…). E’ il dogma vissuto che sostiene il “dogma definizione”. Il dogma come esperienza che a partire dagli apostoli le generazioni di cristiani indicano alle generazioni successive dicendo “abbiamo trovato il Cristo, vieni e vedi”.
E’ evidente quindi che il dogma non è un sistema accusatorio. Certo in certe situazioni in cui la Chiesa è attaccata occorre ricorrere anche al dogma definizione, che però non agisce mai come un testo a disposizione (alla luterana) ma sempre nella autorità e nel giudizio di Pietro. Il S. Uffizio fai da te non è certamente cattolico. Si può parlare di un sistema “dogma formale – Pietro” che è l’estremo baluardo difensivo (su questa pietra …).
Le divergenze sui dogmi sono quindi degli indicatori del fatto che non si sta facendo la stessa esperienza di Dio e non si ha la stessa immagine del Figlio. Allora sarebbe più corretto parlare di questo, più che ripetere i dogmi come carte d’accusa. A meno che l’autorità gerarchica non abbia esplicitamente condannato l’errore teologico o un delitto contro la Chiesa.”

Utente Cherubino, Sacri Palazzi – il blog di Andrea Tornielli, http://2.andreatornielli.it/?p=4783#comment-127068, 9 settembre 2012, Addio a Martini

Come dite?
Vedete collegamenti con questa sesta meravigliosa puntata del dialogo fra Telesforo e il nonno sull’anima?
Anch’io…

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Categorie:Magistero

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35 replies

  1. Non sono d’accordo per una variegata serie di motivi. Ne espongo alcuni.

    Anzitutto Dogma non ha nulla a che vedere con opinione, come impropriamente riportato da dal prof. di filosofia, il quale probabilmente ne confonde l’etimologia: Dogma non viene da doxa, opinione appunto, ma dal verbo deiknumi, che significa mostrare. Il Dogma dunque è l’ostensione della verità, quanto di meno soggettivo vi sia. Si dovrebbe dire molto di più ma non c’è il tempo.
    In secondo luogo la storia. La storia della Chiesa è intrecciata con quella dei Dogmi, i quali si sono definiti, e il verbo non è casuale, a partire dalle negazioni che gli eretici di volta in volta lanciavano contro la Chiesa. Di fatto il Dogma si costituisce come tale per arginare gli errori di fede che venivano profusi dagli eresiarchi incessantemente, ed era quindi anche un atto di accusa contro quegli errori perniciosissimi, che corrompevano e corrompono la fede autentica.
    In terzo luogo, visto che non si può parlare di Dogma senza un accenno alla fede, di cui il Dogma è per molti versi il tutore, ocorre ricordare che esistono almeno due significati di questa: la fides qua creditur e la fides quae creditur, la prima è il modo con cui si crede, la seconda è cio che si crede. Questo secondo significato è quello oggettivo, l’oggetto della fede appunto, ed è a questo livello che il Dogma agisce a tutela del depositum fidei. Persistere a parlare di esperienze diverse di Dio e soggettivismi di questo genere non ha nulla a che vedere nè con la fides quae, nè con la fides qua, la quale non è una psicologia dell’atto di fede, ma la descrizione dell’adesione personale e di ragione alle verità di fede.
    Purtroppo il tempo a mia disposizione è poco e non posso scrivere di più, mi preme però di aggiungere che fraintendere così sostanzialmente una realtà così importante come quella del Dogma è cosa decisamente seria, per cui inviterei ad una maggior cautela nel rubricarne la fattispecie all’interno dell’ambito dei “vissuti” esistenziali.

    Cari saluti

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    • Perfetto, nulla da eccepire ovviamente. E allora perché…?
      Credo dipenda da dove si focalizza il fuoco dell’oggetto dogma. Esattamente come in fotografia, è possibile inquadrare la definizione di un concetto mediante descrizioni fortemente diverse, da un obiettivo fish eye che deforma l’oggetto fino ad un macro che in fondo non ne mostra che una porzione nitida mentre il resto è splendidamente sfocato (ed è quel bokeh dona valore al nitido).
      Ora sto mixando ed è tardi quindi nemmeno io ho molto tempo per cercare di spiegarmi meglio. Un ultimo pensiero: leggendola, caro Gianpaolo, non ho trovato nulla di sbagliato (vorrei vedere) eppure rileggendo Cherubino non ho trovato niente di opposto al concettto di dogma da lei delineato. Nella mia mente non c’è nessun contrasto, dipende solo come esso vieen guardato. D’altra parte credo sia lei il primo che nel sottotesto di questo suo commento mi sembra dichiarare, parlando dei dogmi che si costituivano ad argine di eresie, che in fondo è il dogma vissuto a sostenere il dogma POI definito.
      Grazie del commento, lucisissimo e chiaro come pochi. Era effettivamente necessario.
      Buona notte, torno alle mie drums! 🙂

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  2. Ben trovato e buona festa dell’Immacolata anzitutto.

    Sono un po’ meno di corsa ora, posso così permettermi di esplicitare le ragioni per cui, se non ci sono errori in quanto scritto da me in precedenza, allora devono essercene in quanto andavo constestando, tertium non datur.

    Laddove si scrive che il Dogma “è una verità che non [sic] dimostrabile nè con l’osservazione oggettiva nè con la logica. Attinge ad una esperienza vitale, esistenziale e, pertanto, solo chi la fa può conoscerla e aderirvi”, si proferisce un grave errore teologico e filosofico. Se da una parte infatti è vero che il Dogma non è esauribile nelle categorie di ragione, è altrettanto vero che esso è ad esse accessibile, non esaustivamente, nondimeno accessibile. Se non si condivide questo assunto, oltre a smentire una teologia ed un Magistero bimillenari fondati sulla reciprocità di fede e intelletto, si finisce inesorabilmente in un sentimentalismo religioso che sta alla fede autentica come una maschera sta al volto.

    Di più, la presunta precedenza del “Dogma vissuto” rispetto al “Dogma definizione” è un equivoco che merita di essere sciolto. Il Dogma infatti è definitorio per propria natura, ciò che vi è di vissuto in rapporto al Dogma è la fede, di cui, come già scrivevo, il Dogma è custode. Ma se è corretto dire che la fede precede il Dogma, sia in senso cronologico che ontologico, non è corretto poi inferire una supposta lateralità Dogma quanto al Magistero e all’apostolato. Il Dogma “come esperienza”, di cui si parla nel testo di cui sopra, semplicemente non esiste. La nozione stessa di Dogma, proprio perché connessa alla dimensione dell’evidenza ostensiva, è definitoria, con tutto quel che ne consegue, ovvero, tra le altre cose, che sia anche “accusatoria”, vale a dire discrimine tra ciò che è vero e ciò che non lo è. L’Immacolata Concezione di Maria, ad esempio, è verità di fede dogmatica, anatema sit il contrario. Non è un caso che alle proclamazioni dogmatiche abbiano sempre fatto seguito gli anatematismi nei documenti magisteriali. Anzi, se ci si prende la briga di studiare la storia dei Dogmi, si scopre come spesso la formulazione di questi dipendesse dagli errori di fede che si volevano fulminare, dunque l’aspetto “accusatorio” del Dogma non è un suo tratto accidentale, ma sostanziale, così come alla verità di A consegue sostanzialmente la falsità di non-A, secondo gli insegnamenti di Aristotele prima e S. Tommaso poi.

    Se questo è vero, dire che: “le divergenze sui dogmi sono quindi degli indicatori del fatto che non si sta facendo la stessa esperienza di Dio e non si ha la stessa immagine del Figlio. Allora sarebbe più corretto parlare di questo, più che ripetere i dogmi come carte d’accusa […]” è massimamente improprio, per non dire forviante.
    Divergenze sui Dogmi significano differenze di fede, semplicemente. Invocare la nebulosa e ineffabile “esperienza di Dio” come ragione di una sostanziale differenza dottrinale significa confondere le carte. Chi ritiene la Beata Vergine non immune dal peccato originale, non ha una “differente immagine del Figlio” (o comunque non solo, né questo è il problema maggiore), ma ha proprio un altro credo, eretico, da cui i Dogmi, segnatamente quello dell’Immacolata Concezione di cui oggi celebriamo la solennità, ci tengono lontani.
    L’immagine dei Dogmi quali carte d’accusa è mistificatoria, perché essi stanno a garantirci la Verità da cui non deviare e per farlo stabiliscono il perimetro all’esterno del quale vi è l’errore, se si vuol vedere in questa loro utilissima e salutare funzione una carta d’accusa, è solo perché si è frainteso il senso della Verità cristiana e della caducità umana, che necessita di queste indicazioni.

    Non credo sia solo una questione ottica di prospettive e di messe a fuoco, mi pare sia proprio un problema di paesaggi diversi quello che stiamo qui vagliando. Da una parte la concezione dialogica, falsamente ecumenica, della verità di fede come qualcosa di mutevole e conforme al mondo; dall’altra la realtà tradizionale del Dogma e della sua storia come funzione della Verità di fede e conforme al suo deposito. Tra le due non c’è fusione d’orizzonti possibile (caveat Gadamer), così come non può esserci compromesso tra Dogma ed eresia, pur nell’amore per l’eretico, che si manifesta massimamente nell’opera di parresia.

    Cordialità

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    • L’ambito di discussione è troppo ampio e quindi è difficile dirimere le questioni riguardanti i dogmi e la dogmatica (= insieme di dogmi). Tuttavia a mio avviso è necessario mettere in evidenza alcuni punti basilari
      1. La definizione di dogma in ambito di fede è analoga a quella di assioma in ambito logico e matematico. Si tratta di una affermazione che è data e che è evidente: ovviamente siamo di fronte nel caso della fede a verità rivelate e che non hanno motivo di dover essere dimostrate proprio perché rivelate. Se devo dimostrare un teorema in matematica parto dagli assiomi e con un ragionamento giungo a delle conclusioni. Così anche nell’ambito dogmatico parto da un dato rivelato, traggo delle osservazioni e comunico il tutto al cristiano (nel nostro caso). Quindi il compito del teologo sarebbe quello di proporre il dato rivelato nel modo più adatto all’uomo del suo tempo, senza stravolgere il contenuto.

      2. Il compito della Chiesa con i dogmi è quello di proporre la rivelazione ai fedeli e a tutti gli uomini. Questo compito si chiama “tradizione”, dal latino tradere che significa “consegnare”. Ma la domanda fondamentale è questa: dove si trova la rivelazione che viene consegnata? La risposta di tanti tradizionalisti a volte è arrogante e provocatoria: si trova nel Denzinger! Il Denzinger contiene le deliberazioni dei concili ed altri documenti dei Papi che sono stati emanati nel corso dei secoli. Sempre nella storia della Chiesa questi documenti sono stati dichiarati infallibili: ma cosa significa infallibili?

      3. Però non possiamo dimenticare che esiste un’altra “Tradizione” della fede che si differenzia da quella di cui ho parlato sopra. Sempre di tradizione si tratta ma ha un’importanza particolare: si tratta della Parola di Dio espressa nella Scrittura. La Sacra Scrittura e il Nuovo Testamento e il Vangelo in modo particolare contengono la Parola di Dio e la rivelazione che si conclude con la morte dell’ultimo apostolo.

      4. Quello che va messo in evidenza allora è quanto affermato dal Vaticano II e che provoca tante difficoltà a tanti tradizionalisti. La Sacra Scrittura ha un valore in merito alla rivelazione che è differente rispetto alla tradizione. La tradizione della Chiesa (quella della storia, quella dopo la morte dell’ultimo apostolo) deve ricordarsi che non può aggiungere nulla alla rivelazione di Dio presente nella Scrittura. Mi fa specie che uno degli ultimi accusatori del Papa riversasse fiumi di fango su di lui portando come punto di riferimento per le sue infamanti accuse la statua della Madonna di Fatima: non penso che ora ci sia una nuova rivelazione in contrasto con quella biblica! Non penso che l’Immacolata Concezione si sia ribellata a suo Figlio e allo Spirito santo oltre che al Padre

      5. Da un punto di vista tecnico allora si sono coniati due termini per indicare il grado di verità delle due tradizioni. Non si vuol parlare di sola scriptura ma del diverso grado di vicinanza alla “verità” del contenuto di fede. Si parla di “inerranza” e di “infallibilità”. Un conto è la pienezza della verità ed un conto è il “non sbagliare”: se un’affermazione è “infallibile” è più vicina o più lontana nei confronti della “verità”? Senza perderci in queste disquisizioni, la tradizione e i dogmi devono mostrare continuità anche tra di loro ma soprattutto a riguardo della Rivelazione presente nella Sacra Scrittura… Non è semplice perchè anche nel Vangelo non esiste una esposizione sistematica dei contenuti di fede e quindi c’è chi privilegia un testo e chi un altro: tuttavia il riferimento biblico è ineliminabile. Dimostrare un dogma quindi non vuol dire trovare una dimostrazione specifica al riguardo, ma mettere in evidenza il suo collegamento con la rivelazione biblica

      6. Questo non vuol dire che i dogmi esprimano la coplessità e la ricchezza della vita di fede: la fede non è solo adesione a delle verità imparate a memoria ma manifesta uno stretto rapporto con Dio e con Gesù Cristo. Mi viene in mente il sottotitolo di un teologo ad un suo corso: “infrastruttura concettuale al discorso su Dio come futuro”… per tanti la fede è solo infrastruttura concettuale…

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  3. Convengo che l’ambito sia ampio, tuttavia mi pare che alcune precisazioni si siano potute trarre senza portare confusione.

    L’analogia Dogma-assioma è suggestiva ma soffre alcuni limiti, specialmente laddove si dice che il Dogma parta dal dato rivelato, il che non sempre è vero; gli ultimi Dogmi mariologici ad esempio non hanno grandi radici rivelate, nel senso che ci sono pochi passi scritturali a cui ancorarli, e questi non sono di univoca lettura, nondimeno sono patrimonio di fede cattolica ab immemorabili. Le fonti della Rivelazione, infatti, sono ritenute secondo i canoni del Concilio di Trento, che su questo ha speso un’intera sessione, Tradizione e Scrittura (in quest’ordine), le quali, aggiungo io ora confluiscono nella dogmatica.

    Lascerei da parte la polemica con i tradizionalisti e le formulette tipo “cattolico da Denzinger o eticista”, l’enchridion curato da Denzinger è un ottimo strumento, insostituibile per molti versi, ma non è certo il Dogma, così come il vocabolario non è la lingua di cui contiene i lemmi. Così come non riaprirei la lunga e complessa pagina su infallibilità (relativa per lo più a certo Magistero) e inerranza (relativa al dettato biblico).

    Il delicato tema del rapporto tra Scrittura e Tradizione non pone difficoltà ai tradizionalisti, nella misura in cui è patrimonio acquisito della Tradizione. Mi spiego, che la Scrittura abbia una dimensione fondativa e per molti versi sorgiva rispetto alla Tradizione è un dato che nessuno, neppure il più incallito tradizionalista (che peraltro esiste solo nelle fantasie dei sedicenti progressisti, entrambe categorie desuete e inutili a mio modestissimo avviso) ricuserebbe. Premesso questo occorre però procedere e vedere che la Scrittura senza l’interpretazione che ne può dare la Tradizione, la quale peraltro ha stabilito il canone tra le altre cose, sarebbe muta. Il che vale a dire che non esiste una supposta priorità della Scrittura sulla Tradizione, o la Scrittura si dà nella Tradizione, o non si dà, semplicemente. L’esempio di S. Agostino che leggeva la Bibbia prima della conversione, trovandola un libro noioso, e dopo la conversione trovandola una Rivelazione continua è eloquentissimo a riguardo:«Ego vero Evangelio non crederem, nisi me catholicae Ecclesiae commoveret auctoritas». [Sant’Agostino, Contra epistulam Manichaei quam vocant fundamenti, 5, 6: PL 42, 176].
    In una discussione di questo genere due sono a mio avviso i punti da tenere sempre presenti, pur se apparentemente distanti l’un dall’altro: se da una parte Dio si è fatto carne, e non carta, come chiosava un salesiano di osservanza tradizionale (non tradizionalista dunque), d’altro canto in quella carne si trova la seconda persona della SS. Trinità, il Verbo appunto, il Logos, per essere ancora più espliciti. Carne e Logos sono i termini da tenere insieme, e il Dogma è lo strumento che la Chiesa adopera per questo compito così impegnativo. La natura “logica” di N.S.G.C. non solo legittima, ma in un certo senso richiede la traduzione dogmatica del Suo messaggio. La storia della Chiesa e del Dogma, inseparabili, non sono altro che l’adempimento a questa consegna, dove l’elemento storico richiama l’elemento della Carne di Nostro Signore, segnata dall’hic et nunc, e quello dogmatico ribadisce l’aspetto divino immutabile.
    Chi abbia una sensibilità tradizionale all’interno della Chiesa (e la cosa strana semmai sarebbe che qualcuno possa non averla) reagisce energicamente ad ogni tentativo, come paremi quello del testo in oggetto, di edulcorare l’aspetto aletico e atemporale del Dogma, per discioglierlo in un sentimentalismo liquido, tutto esperienza e incontro, privo della forza di Verità che gli compete.
    Concludo con una battuta, da prendere come tale: vocabolari come infrastruttura concettuale … sono tutto meno che tradizionali, si annusa rhanerismo bollito post kantiano a miglia di distanza, e se proprio dovessi (non volendo) giocare all’asfittico refrain del tradizionalista-progressista-tradiprotestante-criptolefevriano e chi più ne ha più ne … (più ce ne risparmi, pls), direi che è senz’altro fraseggio da facoltà teologica dell’italia settentrionale o giù di lì, vale a dire roccaforte progressista.
    Conclusione bis [e modalità faceta off], se la fede non si esaurisce nell’adesione a verità mandate a memoria (e sarei curioso di sapere quanti ancora le conoscono), certo le presuppone. S. Tommaso parlava di cogitare cum assensione, il cogito deve avere un oggetto per dispiegarsi, starei quindi attento a non svilire le verità dogmatiche da conoscere a memoria a favore del rapporto intimo con Dio, quasi come se lo studio delle verità di fede non fosse già rapporto intimo con Nostro Signore.

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  4. Ed allora ripartiamo dal Dogma. Il problema è proprio quello del non collegamento stretto tra dogma e dato rivelato. Non si tratta solo della mariologia. Certo c’è anche il problema dell’ermeneutica e dell’esegesi della scrittura ma nel corso della storia della Chiesa abbiamo assistito a tanti elementi che si sono sovrapposti e che hanno messo in secondo piano la Parola di Dio facendo diventare la tradizione una seconda fonte autonoma di rivelazione.
    Alcuni esempi? Tantissimi fanno riferimento ad apparizioni mariane degli ultimi secoli che ci parlano di un futuro catastrofico e del rifiorire di ipotesi apocalittiche. Altri parlano di apparizioni private in cui si mettono in evidenza papi ed antipapi e lotte col demonio che sarebbe sfuggito alla catena impostagli da Dio. In un modo o nell’altro ci presentano un Dio che non è quello rivelato da Gesù Cristo: allora solerti credenti gettano fango ed insulti contro il Papa che parla di misericordia di Dio. Costoro convergono il loro credere su un Dio “giusto” dove però giustizia sarebbe sinonimo di vendetta ed ira. A questo riguardo sarebbe opportuno un ritorno al vangelo: non pensi?
    Inoltre gli studiosi parlano dei primi secoli della storia della Chiesa come del periodo dell’Ellenizzazione: ammettiamo che non sia successo nulla, anzi che la Chiesa abbia influenzato la cultura greca…
    Ma la tradizione ha avuto a che fare con la latinizzazione: non più l’affermazione un solo Spirito, un solo Battesimo, un solo Signore Gesù. Ma… una sola lingua (il latino!) una sola filosofia (il Tomismo), una sola musica (il Gregoriano), una sola liturgia (quella di “sempre”: e via con gli insulti per quella “nuova”!). I sacramenti sono diventati una questione di materia e forma; di condizioni per la validità o per la liceità, di parole da pronunciare in maniera esatta. Addirittura si sono trasformati in processi con assoluzioni o condanne (a morte). Singolare è la procedura per ottenere l’annullamento del matrimonio: bisogna andare da un giudice per un processo. Adesso c’è anche il defensor vinculi (sic!) e gli avvocati che si fanno pagare (a volte dicono che lo fanno anche gratis) Ci sono gradi di processo degni di una causa penale. Forse le cose sono cambiate, ma trent’anni fa i primi due gradi dovevano essere difformi per andare necessariamente alla Sacra Rota a Roma. Naturalmente gli Americani avevano vie preferenziali… Ovviamente parlo per esperienza personale (nel senso dei casi che nel mio piccolo mi sono trovato a gestire)
    NON VOGLIO DIRE CHE IN QUESTO CI SIA QUALCOSA DI SBAGLIATO
    Voglio solo dire che Roma non è più caput mundi. La Chiesa deve essere cattolica cioè universale. Al tempo del Concilio di Gerusalemme c’era chi pensava che se uno voleva diventare cristiano doveva prima farsi circoncidere: questa idea non è stata accolta (wooow!). Essere cattolici significa essere fedeli al Vangelo e annunciare la salvezza a tutti rispettando la cultura e la vita di ciascuno. So il latino anche se non mi piace; la mia filosofia non ha etichetta; mi piace il gregoriano ma con tutte le polemiche mi da fastidio: rivendico la possibilità di essere cristiano ugualmente
    Annunciare la fede vuol dire proporla a tante persone e permettere che possano applicarla alla loro cultura e alla loro vita
    Concludo. Ho visto ch citi Sant’Agostino con fides quae e fides qua. Io sono più esperto nel recitare il credo e preferisco parlare di credere Deum, credere Deo, Credere in Deum: ricordo che è giusto credere Deum ma anche che non è intimistico credere Deo ed i Deum; chiedilo pure ad Abramo.

    PS Non ricordo bene Moltmann è Rahneriano?

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  5. Tornando al Dogma, come dicevo, che la Tradizione sia una fonte autonoma della Rivelazione non è un problema, ma un elemento di ricchezza del cattolicesimo e dell’ortodossia. Sono scorsi fiumi di inchiostro su questo tema, mi permetto solo di rimandare all’ottimo studio di Gherardini in materia, quod et tradidi vobis, dove si traccia la storia e la teologia di questa parabola.
    Del resto, senza poter entrare troppo nel dettaglio, considera che la Parola di Dio, i Vangeli stessi, non sono altro che la Tradizione orale messa poi per iscritto, dunque la precedenza della Tradizione sul testo, dello spirito sulla lettera secondo il vocabolario paolino, è all’origine del Cristianesimo in quanto tale.
    Detto questo, comunque, osservo che non c’è alcun Dogma che sia stato istituito senza solide basi scritturali, a prescindere da come poi li si sia interpretrati i passi biblici a suffragio di ogni articolo di fede sono presenti in ogni pagina del Denzinger.
    L’uso distorto che può esser fatto delle rivelazioni private, siano di matrice mariana o diversa, non è una novità moderna, ci sono dagli inizi dei tempi, ricordiamo l’appello di S. Paolo alle proprie comunità perché non vivessero l’attesa della Parusia nell’inedia completa. I millenarismi, le eresie gioachimite e gli escatologismi estremi sono sempre stati un rischio concreto, anzi, si può dire di più, se si osserva da vicino la genesi di questi movimenti, senza dubbio ereticali o quanto meno eterodossi, si nota che i loro banditori si facevano forti di un presunto ritorno alla purezza evangelica, l’eterna insidia del catarismo.
    La Tradizione, al contrario, ha sempre temperato questi eccessi di zelo esegetico. Capisco che al fondo di queste critiche al mondo cosiddetto tradizionalista ciò che si fraintende sia proprio la nozione sana e cattolica di Tradizione. Non nego che taluni suoi difensori le rechino più male che bene, nondimeno la Tradizione è proprio ciò che distingue il cattolicesimo e la sua universalità dai soggettivismi settari della galassia protestante. Tradizione significa Padri della Chiesa, monachesimo orientale e occidentale, Santi e Dottori della Chiesa, Martiri e Confessori, un patrimonio scritto con il sangue della fedeltà a nostro Signore nella storia della Sua Chiesa. Solo all’interno di questo mondo la Scrittura prende forma, questo è lo spirito che vivifica, necessario antidoto alla lettera che, lasciata da sola, uccide.
    L’ellenizzazione come ebbe modo di dire magistralmente il già S. Padre oggi emerito Benedetto XVI (confesso un certo senso di imbarazzo a scriverne in questi termini, ma tant’è) fu un dono di Dio, tutto il contrario di quello che se ne dice oggi. L’ellenismo infatti dava quelle coordinate logico teoretiche che permisero e permettono tutt’ora al messaggio di Cristo di essere accolto con ragione presso tutti i popoli. L’esclusivismo ebraico non aveva le categorie né culturali né concettuali per portare un messaggio salvifico universale, quelle categorie le fornì l’ellenismo, Gerusalemme, Atene e Roma sono indissolubilmente legate alla storia della Chiesa, non sono un’accidente occorso quasi casualmente, da cui sarebbe bene prendere le distanze. La pretesa de-ellenizzazione del cristianesimo è in realtà un’opera di distruzione dello stesso ab intra, condotta con le armi, spuntate per lo più (ma in tempi di pressapochismo e sciatteria culturale hanno ancora presa) dell’archeologismo già fulminato da Pio XII. Come già ricordava il S. Padre nel discorso di Regensburg le tappe del tentativo di de-ellenizzare il Cristianesimo sono state la sola scriptura luterana (il capzioso ricorso al Vangelo), la religione nei limiti della sola ragione kantiana e la teologia liberale, di cui non so se Moltmann sia adepto, certo lo erano Rahner e i suoi epigoni.
    Quindi non serve ammettere ciò che ormai è consegnato alla storia, la Chiesa ha battezzato la cultura greca, la quale di rimando ha offerto al Vangelo le categorie logiche e culturali con le quali diffondersi. La filosofia perenne che va da Platone a Maritain, via Tommaso, radica in Atene, volerne fare a meno significa rinunciare alla Catholica. Il latino poi, Roma, un’altra tappa fondamentale e non accidentale della verità della Chiesa; se con il greco e la filosofia classica il Vangelo trovò la lingua adeguata in cui esprimersi, con Roma e la sua concezione del diritto trovò il canale canonico liturgico. A S. Tommaso e la sua filosofia dobbiamo tra le molte altre cose il vocabolario esatto e la formulazione del Dogma della Transustanziazione, il capolavoro tomistico di sintesi tra i concetti di conio aristotelico di forma e sostanza con quelli teologici di Incarnazione e Trascendenza, in perfetta unione. Ciò che avrebbe ripugnato alla cultura greca, ora grazie alla mediazione latina è reso possibile e pregabile cum rationabile ossequio, per restare nella teologia paolina.
    Roma è e sarà sempre caput mundi non per posizione geografica o meriti politici, ma per ciò che rappresenta: la sede petrina, il centro di irraggiamento del Cristianesimo. Il fatto che oggi si faccia di tutto per mortificarne il primato non significa che questo venga meno, tutt’altro. Sappiamo bene che le vie del Signore non sono le nostre, e per fortuna. L’universalità della Chiesa è tale proprio perché adotta categorie che tali l’hanno resa, e ricordo che sono categorie greco-latine, quelle con le quali la Provvidenza ha deciso di far muovere alla Chiesa i suoi passi, questo lo si dimentica troppo spesso.
    Aver buttato a mare il tomismo, senza conoscerlo per lo più, a favore di filosofie senza etichetta, è stata un’ingenuità che non si è ancora finita di pagare, con esso infatti sono andate perdute le pre-categorie essenziali per la sana teologia, di conseguenza la liturgia ne è stata sfigurata, la lex orandi sbiadita, come sempre in casi siffatti, mutilando la lex credendi e facendo pensare che si possa scegliere al supermarker religioso gli articoli di fede che più aggradano, lasciando quelli più “spinosi” sugli scaffali, tanto non interessano, abbiamo la nostra filosofia …
    Le rivendicazioni di Cristianesimo a prescindere dalla sua storia, quasi come questa fosse una scoria di cui disfarsi, possono suonare molto moderne, forse, ma riecheggiano tanto quei Cristo sì, Chiesa no, che poi erano dei Cristo no travestiti, di cinqanta e più anni fa. E non a caso i maggiori detrattori della liturgia antica e della Tradizione sono per lo più tristi epigoni fuori tempo massimo del ’68 ecclesiale; per chi, come me, in quegli anni era ancora in mente Dei queste polemiche sono insensate, anzi peggio: ideologiche, per questo vi reagisco come posso. Vedere sfigurare il volto santo della Chiesa e della sua dogmatica è cosa da non potersi né doversi sopportare, se se ne hanno a cuore le sorti.

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    • Adesso preparo una relazione sulla evangelii gaudium, appena posso mi permetto di aggiungere qualche osservazione

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      • Posso permettermi di chiederti caro Manuel se è possibile averla o se ti va di pubblicarla anche qui, sempre naturalmente che non sia privata o coperta da copyright? Ci piacerebbe molto.
        Quanto alla discussione io nn posso che ringraziarvi di cuore. Non ho il tempo in questi giorni di soffermarmi come vorrei. Spero nei prossimi giorni di poter dire la mia, non per amore di discussione, ma proprio per chiarire meglio quello che finora ho compreso ed, soprattutto, chiarirmi meglio questi concetti fondamentali. Continuo a pensare che si stia ribadendo la medesima cosa, con il medesimo significato sostanziale, usando due metodologie “pastorali” (o meglio didattiche) diverse.
        Tant’è che questo dialogo avviene fra parti che condividono la stessa fede e credono negli stessi dogmi che sono fondanti della fede stessa (tant’è che il canone scritturale non è che un dogma!). Partiamo da questa consapevolezza e son certo che il dibattito potrà volare ancora di più.
        Per il resto davvero non posso che essere felice che il nostro blog comune possa ospitare confronti di questo spessore, confronti inusuali in un ambito web credetemi. E questo è merito vostro e del vostro “volervi mettere in gioco”, che sostanzialmente è uguale a dire “reagire per difendere posizioni che sembrano ideologiche” 😛

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  6. ma la scrittura non è sorgente solo per presunti tradizionalisti, tutti amiamo le buone tradizioni tramandate co esempi familiari veri. no esempi di caste, i paria per Gesu’ sono gli eletti, non i farisei presuntuosi superbi finti umili in prima fila ghettizzanti i veri necessitanti della Buona novella

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  7. Inerranza/infallibilità. Senza essere teologo mi sembrano termini abbastanza chiari.
    Un dogma definito , per esempio quello dell’Immacolata Concezione, è – nel suo contenuto, nel significato, nel senso e nella formulazione esenziale – infallibile. Anche se si è formato e precisato nel tempo, una volta definito non cambia, rende esplicito definitivamente un dato della Rivelazione. Nostra Madre è stata concepita immune dal peccato originale, punto non si discute.

    Il Magistero ecclesiatico autentico (nelle forme, nelle fonti e negli oggetti propri da rintracciare secondo il Catechismo, che ne è una delle diverse epressioni) non contiene errori, non può farlo. Anche questo è un dato della Rivelazione: “Chi ascolta voi ascolta Me”. Come tale va recepito
    Può trattasi di formulazioni in quanto tali non definitive, incomplete; mai, però, errate. Il suo contenuto, il nucleo, è sempre vero, anche se chiede di essere approfondito, sviluppato, per essere sempre meglio compreso.
    Ce lo ha spiegato bene (a noi fedeli) il Papa Benedetto XVI quando ha parlato della Costituzione Gaudium et Spes e della Dichiarazione Nostra Aetate del Concilio. Due documenti ai quali Egli attribuisce grandissima importanza per le acquisizioni che hanno portato nella vita della Chiesa, tanto che non se ne può prescindere, che tuttavia chiedono ancora di essere ancora precisate, approfondite. E non è forse questa la direzione verso cui si orienta il successore Papa Francesco?
    E’ questo il compito del Magistero; nel mio modo atecnico di intendere questa è Tradizione vivente.

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  8. Inerranza e infallibilità sono termini apparentemente chiari, in realtà dietro al loro senso canonico sta una storia lunga e complessa che si articola in altrettanto complesse condizioni di esercizio. Ma appunto, come si diceva poco sopra, possiamo evitare di addentrarci in queste questioni, perchè non toccano sostanzialmente il nostro tema: quando si parla di Dogma, si è già oltre al problema dell’autorità che lo ha legittimamente riconosciuto e dunque istituito come tale.

    Che vi sia un nucleo di verità nel Magistero, intoccabile nella sua essenza, è più o meno quello che cercavo di dire anch’io. Le declinazioni storiche che poi questa verità ha assunto possono presentare profili anche apparentemente contraddittori ma, se si ha la pazienza di approfondire il rapporto tra la verità affermata e i modi con i quali la si è declinata nelle particolari vicissitudini, si trova appunto che il nucleo rimane saldo. Occorrono certo la pazienza e il discernimento necessari a sceverare il nucleo di verità dalle sue manifestazioni transeunti. Non sempre questo compito è facile, nondimeno necessario, ed è proprio quell’operazione che da diverso tempo a questa parte molti fedeli, per lo più di osservanza tradizionale, chiedono venga fatta, non trovando per lo più risposte, nei casi migliori, o avendo come replica degli insulti o delle infondate accuse di ritrosia al Magistero, nei casi peggiori.

    La Tradizione è vivente per sua natura, il gesto del tradere, del consegnare quindi, è quanto di più vivo ci possa essere, non a caso anche in filologia si parla di tradizione orale all’interno della quale lo scritto prende significato, e cosa c’è di più vivo dell’oralità, il Verbo appunto, rispetto alla lettera morta? Il rischio purtroppo è quello di intendere il vivente come semplicemente cangiante, come a dire oggi è così domani chissà, quando al contrario il vivente certamente muta, ma in una direzione ben precisa, non a caso, così che un cucciolo di foca non potrà mai divenire, vivendo, una balena. Spesso invece assisto al ricorso della nozione di Tradizione vivente per giustificare mutamenti di 180° rispetto a quanto contenuto nella Tradizione stessa.

    Cordialità

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    • Nessuno qui vuole tendere a demolire l’impianto strutturale di ciò che è Dogma. Per lo meno il sottoscritto non mira certo ad una pratica tanto assurda. Come anche lo stesso Cherubino che ho citato (era nelle sue premesse da me non trascritte). Dunque ecco il tertium: o io non mi rendo conto degli errori minimi contenuti in questo modo di pensare il Dogma oppure si da troppo peso alle parole di Cherubino stesso oggi.
      Per intenderci Cherubino non mi sembra voler fare storia della Chiesa e del dogma, ma vuole dire che proporre il dogma nel solo modo accusatorio lo ritiene sbagliato. Il Dogma è nato per accusare? No, dice lui, è nato per ripristinare quello che si è “sempre, ovunque, e da tutti” vissuto come Verità. Ed è esattamente quello che dici tu, carissimo Gianpaolo. E’ il ripristino della Verità rispetto a pensieri su un dato argomento che stavano sempre più allontanandosi dalla sua sostanza veritativa.
      Due parole anche sul “sempre, ovunque, e da tutti”.
      Questo è quel che di solito viene considerata Tradizionale, cioè conforme alla Tradizione. Infatti richiamo Lerins: “Magnopere curandum est ut id teneatur quod ubique, quod semper, quod ab omnibus creditum est“.
      Ma cosa si intende con “quod ubique, quod semper, quod ab omnibus”? E’ ovvio infatti, e lo dimostrano i cascami eretici di molti Padri della Chiesa o le diatribe accese avvenute fra gente che ora è Santa (esempio fra dialettici e antidialettici), che non esiste niente che sia stato creduto “sempre, ovunque, e da tutti” nel senso pieno del termine.

      Sul fronte delle Scritture il tutto non cambia. Sono ben conosciuti i 3 criteri di “canonicità”: l’apostolicità, il consenso delle chiese, la conformità all’insegnamento ecclesiale. Ma in primis questi 3 criteri dovevano avere qualcuno che li riconoscesse come validi e come bastanti per creare un canone (chi li ha decisi?). Secondo, qualcuno doveva pur vagliate le informazioni poiché, appunto, «non esiste niente che sia stato creduto “sempre, ovunque, e da tutti”» nel senso pieno del termine.
      Da quel che ne so le scritture sono la trascrizione PARZIALE della tradizione della Chiesa. Chi lo dice? La Chiesa!

      A mio avviso per arrivare a capo di questo che sembra un corto circuito dottrinale bisogna arrivare al fulcro dell’autorità di questa benedetta “Chiesa”: il kerygma, il Vangelo inteso come annuncio puro che Dio s’è fatto uomo (da qui l’essenza del cristianesimo come fede E NON COME RELIGIONE) ed lo è sicuramente perché è risorto. E anche questa “buona novella” la riteniamo vera per logica di testimonianza che esula gli scritti. Scrive Polymetis (altro utente abbastanza famoso su forum cristiani) “Banalmente crediamo all’infallibilità della Chiesa, e che dunque essa, guidata dallo Spirito Santo, abbia il compito di discernere, approfondendo la riflessione su ciò che le è stato trasmesso, quali siano i comportamenti dottrinali da adottare.Vale a dire che la Chiesa, pur essendo partita senza alcun Nuovo Testamento, guidata dallo Spirito Santo ha deliberato che esso non era in contrasto con la fede della Chiesa, essendo anzi un suo figlio, e dunque l’ha accolto, pur non essendo l’idea dell’esistenza di questo corpus parte della fede apostolica originaria. E’ stata cioè una riflessione sulle proprie dottrine a far capire che da esse ne seguiva la possibilità di accettare il NT.”

      Ed è anche per questo motivo che “l’apostolicità” di una pratica oggi accettata non è indispensabile per accettare una dottrina. Esempio? Banale: battesimo dei bambini. Banalissimo: La fede nel Nuovo Testamento che non è certo una dottrina apostolica!

      Forse sto allargando un pò troppo il campo d’azione della riflessione, senza forse… chiedo venia.

      Intanto non posso che ringraziarvi per questi commenti straordinari.

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    • Innanzitutto ancora una volta il ringraziamento a Minstrel perché posso esprimere il mio parere. Grazie anche a Giampaolo perché per la prima volta non ricevo insulti o censure quando scrivo di argomenti che hanno risvolti cari ad un certo tradizionalismo. A me sembra utile che un confronto avvenga in un clima sereno: posso, come con Andrea, avere sensibilità differenti ma vivere ugualmente in clima di rispetto. Giampaolo tu parli di insulti ricevuti, ma purtroppo nella mia esperienza sui blog (oltre le censure dovute non al linguaggio ma ai contenuti da me offerti) di insulti ne ho ricevuti tantissimi. Ricorderò sempre quando alla mia affermazione evangelica “ricordo che Dio è buono”, mi è stato risposto: e tu sei scemo! Non voglio entrare nel merito della valutazione sui modi di agire dei siti tradizionalisti: eventualmente lo farò nell’altro post
      Voglio tornare, invece al tema della “tradizione” in rapporto con la “scrittura”. Sono contento che anche tu pensi che non ci troviamo di fronte allo “spirito” in rapporto con la “lettera”, oppure ad un testo in confronto con un’esperienza di vita religiosa. Siamo invece di fronte a due tradizioni vive che non sono identiche e che non hanno la medesima funzione e le stesse caratteristiche. Un tempo distinguevamo tra “Tradizione” e “tradizione”: solo per comodità parlerò di “prima tradizione” e di “tradizione”.
      La “prima tradizione” non è un semplice testo, una scrittura, ma nel testo si riassumono diverse tradizioni precedenti. Vari studi sono stati fatti e sono proprio confluiti nelle conclusioni della tradition geschichte (storia delle tradizioni; scusa se il tedesco può essere sbagliato ma non lo conosco). Ma prima c’erano i detti e gli scritti di Gesù, la fonte Q fino a giungere ai testimoni che hanno visto e hanno creduto in Gesù. A riguado di questa tradizione noi abbiamo il massimo rispetto. Siamo certi che potevano esprimersi meglio, che ci hanno proposto “sfumature” diverse di intendere la vita di fede. Tuttavia noi non siamo i teologi del sospetto e quindi abbiamo fiducia nel fatto che quanto ci hanno scritto non è frutto della loro fantasia ma della loro “esperienza” e che sono stati assistiti in maniera particolare dallo Spirito santo nell’esprimere non solo infallibilmente ma in modo “più vero” il mistero del Dio che si fa uomo. Se difendiamo strenuamente l’infallibilità di Papi e Concili, ancor più dobbiamo rivendicare l’inerranza della “prima tradizione”. Gli apostoli hanno consegnato tutto non solo ai loro contemporanei ma anche alle generazioni future. Questa “prima tradizione” si è conclusa con la morte dell’ultimo apostolo ed è confluita nel canone del Nuovo Testamento
      La “tradizione” successiva ha il compito di consegnare il “vangelo” ai propri contemporanei (ed anche alle generazioni future). Questa “tradizione” è composta da persone che (secondo San Giovanni) non hanno “visto e creduto”, ma sono composti da beati che pur non avendo visto hanno creduto! Pertanto la “tradizione” non può staccarsi dal legame streoo col vangelo. Inoltre non può assolutamente aggiungere nulla alla rivelazione ma solo consegnare quello che anche tu chiami il “depositum fidei”. Inoltre è sensibile di fronte alla visione del mondo dei suoi interlocutori: quindi fa bene a parlare ai greci e ad ellenizzarli, è perfetta nel proporre i propri contenuti ai latini, fa bene a recepire quanto di buono queste culture o filosofie possono produrre. E’ eccezionale nel produrre una cultura ed una fede cristiana perfettamente inserita nel contesto nel quale il mondo vive. Adesso siamo in un contesto culturale differente ripetto ad anni fa e molti valori non vengono più concepiti come tali: allora è giusto individuare con forza i valori eterni, che non passeranno mai e che nessuna cultura dovrebbe abbandonare.
      Il Papa però nella Evangelii gaudium e da tempo molti altri han detto che ci troviamo di fronte alla necessità di una “nuova evangelizzazione”: infatti siamo di fronte al rifiuto della fede da parte di chi l’ha ricevuta in dono e si parla di scristianizzazione (almeno dell’Europa). In questo senso è importante il richiamo al vangelo che viene fatto in questo numero 39; ed è importante pensare a forme sempre nuove di evangelizzazione che non vogliono rinnegare nulla di quanto fatto precedente ma che vogliono proporre la fede in modo nuovo così da essere riaccolta! . A me danno tanto fastidio quelli che si chiamano tradizionalisti e poi continuano ad insultare il Papa. Mi dà fastidio il fatto che Kramer lanci le sue atroci stupidaggini teologiche dicendo di essere paladino della Madonna di Fatima: i più irripetibili insulti sarebbero, come dice lui, prodromi per il trionfo del cuore immacolato di Maria… Per fortuna nel Padre nostro dico ancora “venga il TUO Regno!”

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  9. Concordo nell’alleggerire il peso delle parole “cherubine”, però insisto nel pensare che delle differenze sostanziali ci siano. Prendo quindi a prestito le tue parole, caro Minstrel, per spiegarmi.
    Il Dogma è nato per accusare? No dice Cherubino, mentre la storia dei Dogmi risponde all’opposto un rotondo sì. Occorre intenderci sul senso del verbo accusare, e spogliarlo dell’accezione morale che oggi riveste, per cogliere il senso autentico che aveva e ha in teologia ma non solo.
    Come già ricordavo parte integrante delle formulazioni dogmatiche erano e sono gli anatematismi, vale a dire quelle forme conclusive di preghiera deprecatoria, dove si scagliava l’anatema contro coloro i quali negassero le verità di fede sancite dogmaticamente, e nondimeno pretendessero di dirsi cattolici. Ora, gli anatematismi, le accuse per intenderci, se pur vengono alla fine dei documenti istitutivi del Dogma, erano la vera e propria causa prossima del Dogma stesso. In parole più semplici: non ci sarebbe stato bisogno di dogmatizzare le verità di fede, se queste non fossero state poste in dubbio da qualcuno, segnatamente gli eretici. I Dogmi dunque storicamente nascono per assolvere almeno a due compiti, confermare i fratelli nella fede, mettendoli in guardia dai falsi teologi che hanno deviato dal corso dell’ortodossia.
    Come si può vedere l’aspetto accusatorio non è affatto accidentale a questa parabola, prima ne dicevo in termini di causa prossima, ora se ne può parlare come di occasione storica, nel senso che se non ci fossero stati i monofisisti oggi non avremmo il credo niceno-costantinopolitano, ma in entrambi i casi l’accusa dell’eresia è fondamentale. Capisco che oggi la temperie spirituale non apprezza la vigorìa di questo genere di espressioni, nondimeno è proprio del Cristiano sapersi in battaglia, il bonum certamen è da combattersi sempre, e le eresie oggi non sono meno pericolose di ieri, anzi, direi di più, proprio per l’ottundimento coscienziale così largamente diffuso, specialmente tra cattolici.
    Quanto al Commonitorum del Lerino, appropriatamente ricordato, debbo questo. il Quod ubique, quod semper, quod ab omnibus, non si è mai verificato non nel senso pieno, come dici tu, ma nel senso letterale, anzi direi nel senso letteralista dei termini, ovvero nel senso della lettera che uccide, per restare su di un registro già adottato e che credo troviamo comune. Mi spiego. Il senso pieno di quella espressione è da intendersi così: quod ubique, ovvero presso tutte le Chiese di fondazione apostolica, chiaramente non in ogni singlo luogo della terra (senso letterale ed impossibile); quod semper, ovvero senza interruzione all’interno della successione apostolica, non quindi in ogni singolo momento della storia della Chiesa; quod ab omnibus, ovvero presso i legittimi detentori del munus docendi, non quindi presso tutti i battezzati. Per sintetizzare la formula del Lerino intende che per tradizione dobbiamo accettare ciò che soddisfi i criteri di condivisione spazio-temporale di agenti qualificati: Chiese madri e Vescovi in successione. Anche oggi un criterio per ritenere una dottrina irreformabile è quello di accertarne l’adozione per un lungo periodo di tempo, un Magistero ordinario ribadito e costante nel tempo assurge a validità straordinaria laddove se ne possa dimostrare la continuità spazio temporale.
    È poi vero che ad un certo punto del ragionamento il riferimento all’argomento ex auctoritate è indifferibile, e a quello facevo riferimento quando citavo Agostino, il quale spregiudicatamente se vogliamo, come suo stile, dice senza tante perifrasi che il Vangelo, se non gli fosse stato dato dalla Chiesa, non avrebbe avuto alcun valore. La Chiesa sta prima e sarà anche dopo il Vangelo, è appunto una realtà dello Spirito. Però il punto delicato sta proprio qui, capire quando e soprattutto chi abbia titolo per invocare l’argomento ex auctoritate, ben consci che è da sempre il più debole sul piano filosofico razionale, e ha senso in ambito morale tra fedeli. Io personalmente terrei questo “asso” come ultima ratio, e soprattutto posso accettarlo come richiamo se proveniente da un consacrato. Ma mi rendo conto che con questo sto uscendo dal tema.
    Quanto a insulti, purtroppo caro Giuseppe, temo che il mezzo che stiamo usando ne sia in parte responsabile. L’acredine che si legge in rete non la trovo quasi mai nella vita reale, quando mi confronto con amici o conoscenti dalle posizioni teologico/ecclesiali anche molto distanti dalle mie. Scrivere da dietro uno schermo, senza guardarsi in volto, porta fuori un po’ il peggio di ognuno. Aggiungeteci poi il senso di ghettizzazione che normalmente il fedele di osservanza tradizionale subisce (per quello basti considerare l’infinità di angherie che il 99% delle curie regolarmente infligge a chi chieda la messa antica), e si capisce abbastanza facilmente il perché di molte reazioni piccate e puntute.
    Sulle tradizioni nessun dubbio che l’inerranza biblica sia da difendersi alla stessa stregua, se non maggiore, dell’infallibilità papale e conciliare, anche perché i due ambiti si richiamano, e così come la Tradizione non può fare a meno del Vangelo cui si richiama, lo stesso Vangelo non può fare a meno della Tradizione in cui può e deve essere letto: l’Uno senza l’altra è muto, l’altra senza il primo disarticolata.
    L’evangelizzazione, però, mi permetto di far notare che è sempre nuova, non esiste epoca storica uguale alla precedente e sempre la Chiesa ha saputo escogitare nuovi stili apostolici conformi alle realtà cui andava portando la Buona Novella. La cosa strana è invece, e non dico sia questo il caso ma succede più spesso che no, affermare la necessità di evangelizzare facendo allo stesso tempo la caricatura del cattolico alla Denzinger o eticista, come se Vangelo e dogmatica ed etica non fossero un tutt’uno.
    Curiosamente fino allo scorso pontificato di norma il sedicente mondo tradizionale era papista e la contro-parte progressista/modernista era papo-foba (scusate il pessimo neologismo), ora le parti paiono essere invertite, chiaramente è cambiata la persona del Santo Padre. Ma appunto tra la papolatria e la papofobia esiste la posizione sanamente cattolica, quella cioè di un don Bosco ad esempio, che incitava i propri allievi a manifestare la loro gioia vedendo il Pontefice cantando “viva il Papa” e non viva Pio IX, pur avendo lui particolarissime ragioni per nutrire affetto nei confronti di Papa Mastai Ferretti. Il Santo astigiano correttamente distingueva il papato e la sua funzione perenne dalla sua declinazione storica. Si può dissentire da alcuni atti e parole del S. Padre, laddove non sia impegnato evidentemente il munus petrino, senza per questo essere scismatici, paralefebvriani, tradiprotestanti e amenità simili che autocompiacciono palesemente chi le conia più che intercettare una realtà vera. Saper distinguere quando il Papa parla da Papa, o da dottore privato, o tra amici al bar e i conseguenti doveri di ossequio dell’intelletto e della volontà è un dovere cattolico, non un optional da intellettualoidi.

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    • Mi accorgo di aver confuso i nomi, la seconda parte del mio intervento qui sopra è rivolta a Manuel, che saluto, non a Giuseppe. Chiedo venia.

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      • Scusato… 🙂
        Prima di tutto una battuta… Io sono di Monza: pertanto conosco bene Mario Palmaro, il “gruppo” stabile di Monza e come la Curia di Milano si sia data da fare per IMPORRE pesantemente la Messa VO per accontentarli. Quindi per quanto riguarda la mia esperienza i tradizionalisti sono trattati coi guanti bianchi nonostante il loro numero insignificante e le loro grida arroganti. Sarà l’uno per cento! Naturalmente esagero… 😉

        Seriamente, invece: parli di cattolico alla Denzinger e di caricatura…
        Ammetto che in quella che tu hai definito progressista facoltà teologica dell’Italia settentrionale ho accumulato qualche lacuna nello studio del Denzinger. Questo non per pigrizia ma per il fatto che la spiegazione era fatta in italiano ma partendo dal testo latino e spesse volte si lasciava allo studente il compito di tradurre dal latino all’italiano. Pertanto qualche errore di traduzione penso di averlo fatto
        Comunque condivido con te l’affermazione che i dogmi hanno una valenza accusatoria contro le “eresie”. Infatti le varie affermazioni si concludono con a. s. (anatema sit). Ti dico subito che accetto come INFALLIBILE questa affermazione, anche se la ritengo non “bella” evangelicamente parlando.
        Certamente qualcuno correrà a sfogliare il Vangelo: ci sarà senz’altro qualche richiamo a qualcosa di simile oppure si troverà qualche frase in alcune lettere del NT. Ma lo spirito del Vangelo è senz’altro diverso! Richiamo solo alcune parabole.
        Parabola del buon grano e della zizzania: l’unico che può giudicare è Dio; i suoi angeli lo aiutano nel giudizio alla fine dei tempi, non ora
        Parabola degli invitati a nozze. Tutti rifiutano. Il padrone dice ai servi di far entrare tutti quelli che trovano. Non bastano ancora. Dice di andare ai crocicchi delle strade e dietro le siepi (chissà chi si era nascosto dietro le siepi). Addirittura dice di costringerli ad entrare. E’ vero: quando la sala è piena ne trova UNO che non ha l’abito nuziale e lo caccia. Il compito della Chiesa è quello di far entrare nel Regno dei cieli, non quello di cacciare fuori la gente! Eventualmente Dio giudice giusto caccerà chi è meritevole di condanna. Ma il Papa oggi ha detto: Dio è giudice che salva!
        Accetto obtorto collo che i dogmi siano infallibili, però penso che il compito della Chiesa non sia di stabilire chi c’è fuori… Anche il definire chi è eretico non è entusiasmante proprio perché tanti cristiani sono stati mandati al rogo o torturati per questo motivo: magari erano i catari di cui parlavi in altro post. E’ vero che poi la Chiesa era buona: quel buonuomo (opps i buoniuomini erano i catari…) di Alessandro VI ha sì fatto condannare a morte e bruciare sul rogo il Savonarola ma gli ha concesso l’indulgenza plenaria!
        A mio modesto avviso compito della Chiesa sarebbe quello di annunciare il vangelo ed essere collaboratrice dello Spirito nel suscitare la fede.
        Spero che tu non voglia pensare che il mio attaccamento al vangelo possa essere considerato ottundimento della coscienza!
        Per ora non voglio approfittare oltre della vostra pazienza. Però avrei un desiderio. Qualche giorno fa su questo blog c’è stato un post sulla diatriba tra Mancuso (penso) e Sequeri sul peccato originale. Conoscendo bene Sequeri, il suo stile e le sue capacità da un punto di vista teologico mi piacerebbe un confronto non su tesi astratte ma prendendo spunto dal Concilio di Trento stesso
        http://www.documentacatholicaomnia.eu/03d/1545-1563-,_Concilium_Tridentinum,_Canones_et_Decreta_%28Testo_divulgativo%29,_IT.pdf
        naturalmente mi basterebbe la pagina 10 (il testo è in italiano!)

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        • Battuta per battuta, io sono di Bergamo (praticamente vicini di casa), dove la Messa antica è stata concessa nel 2008, tutto sommato solo dopo un anno che la si era richiesta, ovviamente ci è stata data la chiesa più malmessa della Diocesi, dalla capienza insufficiente, senza altare per la reposizione e tante piccole amenità di cui non dico per carità di patria (ça va sans dire che ci sono un’infinità di chiese chiese molto più adeguate, ma che si preferisce lasciare dove sono a raccogliere la polvere). Alla richiesta formulata al Vescovo di aver la possibilità di fruire anche nei giorni feriali della messa antica la risposta dataci 4 anni fa, all’inizio di Quaresima, fu di attendere la Pasqua, ovviamente non specificò l’anno. Pensa tu che arroganza, chiedere addirittura la Messa quotidiana!
          A proposito di percentuali, secondo te il lievito in che misura è presente in un impasto? Io azzarderei un > 1%. 😉
          Spero di non averti offeso definendo progressista la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, non voleva il mio essere infatti un giudizio di valore, ma una mera constatazione di fatto. Del resto ho seguito anch’io diverse lezioni di Sequeri, trovandolo spesso interessante, ma nel complesso la teologia lì studiata mi pare troppo antropocentrica, comunque de hoc satis.
          Direi invece che di passaggi nel Vangelo in cui l’aspetto discriminatorio tra salvezza e dannazione è presente ce n’è parecchi, non giusto qualche frase, scappata qua e là. Dal non sono venuto a portare la pace ma la spada (Mt 10, 34), al Chi non è con me è contro di me (Mt 12,30), al “suggerimento” di tuffo con macina al collo a chi desse scandalo (Mt 18,6-11), al padre contro figlio a ragione del fuoco portato sulla terra da Nostro Signore (Lc 12, 49-53), sono numerosi i passi in cui ci si dice che c’è da prendere una decisione netta, la quale, come da etimo, è un taglio e istituisce una cesura chiara tra i fedeli e i non fedeli. Lo spirito evangelico (anche se normalmente metto mano alla pistola quando ci si richiama agli spiriti, come quello dell’ultimo concilio, cui si sono richiamati tutti coloro i quali gli hanno poi fatto dire ogni genere di assurdità) non è estraneo alla dimensione del conflitto e della battaglia.
          Certo il giudizio ultimo è riservato a Dio, ci mancherebbe e per fortuna, nondimeno è detto di vigilare e di operare i tagli necessari.
          D’accordissimo sul compelle intrare della Chiesa, noto en passant che nella storia la Chiesa forte di questo suo dovere ha adoperato strategie oggi probabilmente rubricate sotto la categoria di proselitismo che soffre di cattiva stampa, e che invece sono l’esito di quel dovere apostolico evangelicamente sancito. Comunque, ai fini del nostro argomento, proprio per l’esigenza del salvare il maggior numero di anime è di estrema necessità che sia chiaro il perimetro entro cui si debba entrare, il palazzo della parabola, secondo il celebre adagio di S. Cipriano per nulla salus extra Ecclesiam.
          Se il compito della Chiesa non è stabilire chi sia fuori, è però suo dovere chiarire dove sia quel fuori, così che i fedeli non vi si arrischino. Sempre per questo, definire chi è eretico non sarà esaltante, come non lo è amputare un arto, nondimeno così come in chirurgia se non amputi un organo in cancrena perdi il paziente, nell’organismo della Chiesa se non allontani l’eresia metti a rischio la fede e dunque la Salvezza dei fedeli, che vale più della vita biologica. Per questo i peccati contro la fede sono più gravi di quelli contro il corpo. Sempre per questo la morte dell’eretico era ritenuta necessaria per la salvezza della sua anima, come espiazione di una colpa gravissima, un atto di carità dunque, per strano che possa suonare ad una sensibilità moderna, dove la superiorità dello spirito sul corpo non è più moneta corrente. I roghi, che non furono poi tanti quanto la storiografia moderna pretenderebbe di farci credere, erano riti di purificazione individuale e collettiva, dove si pregava e sperava nella salvezza dell’anima di chi, peccando contro lo Spirito, sarebbe altrimenti andato con ogni probabilità all’inferno.

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        • Sempre en passant, che sarebbero capitoli troppo estesi da trattare qui, i Catari erano tutt’altro che poveri martiri brutalizzati dalla Chiesa, ma rivoltosi che per primi, in nome di una presunta purezza evangelica, non si dispiacevano di bruciare grano con loglio e zizzania, e furono i principi prima che la Chiesa che ne decratarono lo sterminio, così come il buon Savonarola, più che da Alessandro VI, su cui grava la solita leggenda nera, fu consegnato al braccio secolare dalla signoria di Firenze, non comunque prima che il buon domenicano tra un falò delle vanità e l’altro avesse accusato di eresia e “destituito” il Papa.
          L’adesione al Vangelo non può essere considerata ottundimento coscienziale, l’utilizzo di passi evangelici per smentire determinate prassi ecclesiastiche, per accusare la storia della Chiesa o per indebolire le verità di fede, ecco quello mi parrebbe del tutto sbagliato, e purtroppo non è cosa che accada raramente. Lutero aveva un passo evangelico per ogni eresia che propalava, così come in generale ogni eresiarca pretese di fondare le proprie istanze sul Vangelo, da qui una certa circospezione quando sento di attaccamenti al Vangelo, specie se in calce a discussioni sulla non “esclusività” del Dogma.
          Ti ringrazio per aver rilanciato i decretali tridentini su di un Dogma fondamentale e spesso dimenticato quando non disatteso. Non sto ad elencare l’elenco delle eresie nate dalla negazioni di ognuno degli articoli di cui consta questa verità di fede, così già ben dettagliata appunto nel Concilio di Trento, che oggi un Mancuso qualsiasi torni al pelagianesimo stupisce poco, per quell’ottundimento di cui sopra. Una delle tappe della scristianizzazione corrente è proprio questo roussovismo naif di ritorno che sedicenti cattolici pretenderebbero di rilanciare, proprio perché ignoranti delle minime verità di fede. Un tempo li si sarebbe rimandati al catechismo, oggi li si corteggia dalle cattedre dei non credenti …

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        • Manuel, mi sai spiegare una cosa? Leggi qui:
          http://blog.messainlatino.it/2013/12/monza-messa-antica-chiesa-strapiena.html

          Ma vengono lì anche da altre diocesi (tipo da tutta Milano), oppure è una esagerazione giornalistica oppure semplicemente è un altro articolo di “raccolta e conta” dei tradizionalisti di cui parli tu che hanno chiesto a gran voce alla Curia milanese la messa VO?

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          • Woow! Di fronte a siffatta provocazione non posso esimermi dal rispondere 🙂
            Giampaolo parla della Curia di Bergamo che ha concesso una chiesa con capienza insufficiente: immagino la schiera di fedeli desiderosi di partecipare alla Messa VO con spintoni per raggiungere la Chiesa… (scherzo, ovviamente)
            A Monza invece…
            L’ordine da Milano è arrivato perentorio; quindi abbiamo cercato di tergiversare (che cattivi!) ed allora sono giunte lettere ufficiali sempre più insistenti. La Suore Sacramentine loro malgrado sono state costrette (veramente) a togliere la Messa d’orario del mattino e a sostituirla con quella VO del pomeriggio. Noi preti siamo stati accusati di boicottaggio (sigh!). A dire il vero tra noi ci sono persone molto valide da un punto di vista teologico e valenti professori di latino anche loro “terribili” forse più dell’ormai famoso Dante Pastorelli di MIL. Non faccio nomi, ovviamente: alla fine nelle loro continue lamentele convergono nel considerarci tutti “modernisti”: quale vergogna… Comunque questo gruppo stabile l’ha avuta vinta. Io ho potuto partecipare solo alle prime due Messe VO e non ti racconto le scenette gustose alle quali ho assistito. In realtà la prima volta ho contato 70 persone e la seconda 40 poi ci sono state le ferie e c’è stato l’assestamento intorno alle 15 unità. Tenendo presente che parlano di intere famiglie non mi sembra un numero così esagerato. Nonostante ciò le polemiche sono continuate ad opera di Gnocchi e Palmaro soprattutto la scorsa estate quando è stato deciso di sospendere per quel periodo la Messa VO, dato che i 15 avevano manifestato il desiderio di andare in ferie… Certo che questi fedeli pensano di essere rappresentativi di Monza e della Brianza: da noi avere la Chiesa piena (naturalmente ne abbiamo moltissime) significa avere un migliaio di persone a Messa…
            Quello che a noi spiace è il fatto che costoro (Palmaro in primis) siano alla testa di un movimento (anche se è impreciso chiamarlo così) in cui la maggior preoccupazione sia quella di proporre tesi in contrapposizione a quelle proposte dal Papa ricoprendolo di fango ed insulti. In questa foga antipapista contrappongono la tradizione al vangelo e propongono il volto di un DIo che non assomiglia al Dio cristiano ma a quello di SAL (e tu Minstrel sai benissimo chi è SAL 🙂 ) Nella famosa intervista a Palmaro dopo la telefonata del Papa che anche tu citavi qui, si faceva riferimento alla sua situazione personale…. Sempre però Palmaro conclude parlando di chi dovrebbe continuare il DUELLO dopo di lui: parla di guerra e quindi parla di nemici: noi (filopapisti) non abbiamo nemici e non vogliamo essere nemici di nessuno soprattutto perché crediamo in un Dio che ci dice tutti fratelli.
            Cosa sia successo di preciso domenica non so dirtelo: so che era stata ampiamente pubblicizzata una Messa speciale, la Missa brevis di Gabrieli. Poi non si è potuto celebrarla per la mancanza del soprano e quindi è stata sostituita dalla Missa de Angelis… Senza offesa per Andrea (che stimo moltissinmo), però mi domando se voleva essere una Messa (anche VO) oppure qualcosa d’altro!
            Comunque la Chiesa, se aggiungi i posti in piedi contiene una settatina di persone. Nonostante quanto affermato nell’articolo di MIL io mi auguro che il loro numero non scenda e non ritornino ad essere come al solito in quindici. Ma soprattutto mi auguro che il Sacrificio di Cristo VO possa produrre anche in loro i frutti che ha elargito nel corso dei secoli: la gioia e la pace.

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          • Amen carissimo.
            E’ possibile mettere questo commento come nuovo post di crocevia come contraltare a MiL?
            E’ ora che si comincino a capire come funziona “la pubblicità”…

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          • Preferirei di no. Mi piace così com’è. Contiene troppi riferimenti personali. Inoltre voglio mantenere l’impegno assunto lo scorso anno a non parlarne a motivo della delicata situazione di salute di Mario Palmaro. In maniera ufficiale anche il card Scola è stato informato (ovviamente non da me che non sono nessuno) di quanto viene scritto e fatto: deciderà lui se e come intervenire

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          • E così sarà ovviamente. Certo un GRAZIE comunque non te lo leva nessuno. 🙂

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  10. Ragazzi, il mio tempo per ora mi consente di dire solo GRAZIE!
    Conto di tornare appena possibile sull’argomento. I commenti ovviamente restano aperti e io resto aperto ad imparare da ognuno di voi!
    Una brevissima constatazione.
    Quando tu caro Giampaolo scrivi: “Occorre intenderci sul senso del verbo accusare, e spogliarlo dell’accezione morale che oggi riveste” credo (credo eh!) che tu colga in modo pieno il fulcro di tutto il discorso del Cherubino!
    Il Cherubino intende presumibilmente (o almeno così io l’ho letto!) togliere al dogma l’impianto accusatorio ODIERNO, che lo vede immerso in certi ambienti in una pastorale di indici puntati e di giudizi affrettati su posizioni altrui. Cioè vuole togliere al dogma l’alone di accusa morale!
    D’altra parte è un giudizio estrapolato dal blog del Tornielli in risposta ad un vero e proprio cripto-lefebvriano (non ricordo se Timorato o Reginaldus o chi per essi).
    A mio avviso pertanto stiamo forse scontando, in questi “scontri”, una terminologia fumosa che non aiuta la comprensione delle istanze in campo.
    Comunque aggiungo una frase che avevo tagliato in questa mia citazione che Cherubino aveva messo come premessa, sperando non salti fuori che questo mio taglio abbia condizionato l’intera ermeneutica del suo scritto.
    In tal caso, pur essendo felice dei commenti scaturiti da questo taglio ermenticamente traditore, non posso che esclamare: “Mea culpa!”

    “E’ opportuno che però precisi subito che il dogma ha certamente quei caratteri di certezza e immodificabilità che normalmente sono sottolineati. ”

    Alè… 🙂

    EDIT: Ho ritrovato il commento originale: eccolo qui.

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  11. Rispondo in velocità ad entrambi, ringraziandovi di nuovo per gli splendidi commenti che ci regalate.
    1 – ho capito che qui si gioca in casa. Son di Bergamo anche io! 🙂
    2 – Il sottoscritto è probabilmente l’unico che non possiede alcun titolo per parlare di queste cose. Per questo chiedo venia per eventuali quanto possibili ignoranti affermazioni su questi temi tanto delicati quanto importanti.
    3 – sui catari scrisse l’amico luis un bell’articolo reperibile qui.
    4 – Una cosa frequentando siti cattolici, biblisti del calibro di Barbaglia e studiando quel paio di libri minimi per poter parlare l’ho capita: il “Vangelo” NON SI SFOGLIA. Si sfogliano i “Vangeli”! Sembra solo una precisazione terminologica, ma credo sia anche sostanziale. Segalla ci ha dedicato uno dei suoi libri più belli (e più utilizzati nelle università teologiche): “Evangelo e vangeli”.
    Per Evangelo dunque io intendo TUTTO il lascito attribuibile a Gesù raccolto dai vari Apostoli nei loro ricordi e trasmessi mediante quella che è poi divenuta Tradizione orale e scritta. E’ così che io leggo il termine VANGELO negli atti magisteriali, soprattutto quelli odierni. Tant’è che tutta la Evangelii Gaudium è un tentativo di Francesco di porre di nuovo al centro della pastorale il VANGELO inteso come, appunto, kerygma, fulcro centrale! Non Vangelo come “quello che leggiamo dai Vangeli” o quello che possiamo cogliere leggendo il Denziger che ci narra degli anatemi contro eresie del passato. La Chiesa utilizza DUE STRUMENTI (VangelI e Tradizione) per mantenere saldo l’annuncio del kerygma e questo annuncio abbisogna di essere “gestito” mediante una pastorale che è uno strumento al servizio dei due strumenti fondamentali già citati che servono all’annuncio (che è lo scopo)!
    Mi sto forse incartando?
    5 – non mi arrischio a parlare di temi che non ho mai affrontato seriamente come la teologia del peccato originale (anche se conosco un paio di libri straordinari che potrei consigliare durante un eventuale dibattito in corso). Se qualcuno di voi due se la sente di approntare un post al riguardo, noi di Croce-via saremmo lietissimi di pubblicarlo e tentare così l’avvio di un confronto serio al riguardo.

    Grazie ancora!

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  12. e cmq il nominato è stato in plurimovimenti vari e da vari ne è uscito x litigi belligeranze e si è fatto i suoi movimenti personali appunto il vangelo dice porgi altra guancia lui del prossimo non suo allineato le schiaffeggia entrambe, mentre per le sue pecorelle c’è condiscendenza superiore

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  13. Finisce che facciamo prima a trovarci per bere una birra, anziché perdere diottrie sui rispettivi schermi.
    In attesa di quel momento debbo un paio di chiarimenti a Minstrel.
    Il Dogma come accusa morale. La colpa dell’eretico, se in piena avvertenza e pertinace nelle sue posizioni, è proprio di origine morale, come sempre del resto in caso di colpe, sempre S. Agostino, che in materia di dispute con eretici aveva una certa esperienza, ci spiega che il peccato primo dell’eretico è contro la Carità, ed oggi la formulazione più bella di questo concetto la trovo in questa frase di Réginald Marie Garrigou-Lagrange, O.P., in Dieu, son existence et sa nature: «la Chiesa per principio è intransigente, perché crede; nella pratica è tollerante, perché ama. I nemici della Chiesa sono tolleranti per principio, perché non credono, e intransigenti nella pratica, perché non amano».
    Che Vangelo e Vangeli, nel senso dell’annuncio il primo e del testo scritto i secondi, siano cose diverse, pur se intrecciate, è chiaro e importante richiamarlo. Qui, visto che devo recitare a soggetto il ruolo del tradizionalista ;), mi permetto di dire che è ben curioso come a 50 anni di distanza da un Concilio che, nella Dei Verbum prima, e soprattutto con la riforma liturgica poi , avrebbe voluto riporre la Scrittura al centro, ci si ritrovi ancora nella necessità di porre al centro della pastorale il Vangelo.
    Mentre cinquant’anni fa era impossibile entrare in Chiesa e vedere la Bibbia o il lezionario in primissimo piano, quel posto (giustamente) era riservato al Santissimo, oggi è molto frequente trovare al centro delle navate a dar bella mostra di sé il testo sacro, e quando va bene il Santissimo nascosto in qualche altare laterale. Nonostante questo oggettivo slittamento verso la liturgia della parola, siamo ancora alla pastorale del Vangelo, qualcosa vien da dire è andato storto, per chiosare un famoso volumetto di Mc Inerny, tomista e decano della Notre Dame University (il quale invero si riferiva alla mancata ricezione della Humanæ Vitæ …).
    Però appunto, queste sono esternazioni da tradizionalista in forza permanente, c’è del vero ovviamente, ma le cose sono più complesse; fuor di caricatura, tornando cioè tradizionale, senza gli ismi che snaturano la realtà, dico serenamente che molti richiami semplicemente evangelici del S. Padre sono splendidi e opportuni al tempo stesso. I duetti con Scalfari quelli no, così come una certa caricatura del mondo tradizionale mi pare scentrata, oltre che stonata, ma non si può piacere sempre et ab omnibus.
    Quanto al Motu Proprio Summorum Pontificum e la sua sistematica disapplicazione terrei però a dire questo: non è che si sia tutti degli isterici quando si dice che nella larghissima maggioranza dei casi le curie sono molto ostili riguardo alla “concessione” della Messa antica, sono stato testimone diretto e indiretto di svariati episodi dove questa diffidenza, e la chiamo così per carità di patria, si taglia con il coltello. Il fatto stesso che il Papa dovette emanare un Motu proprio, sostanzialmente per bypassare i Vescovi che disaattendevano le richieste di applicazione dell’indulto formulate già da Papa Giovanni Paolo II, è estremamente significativo. Davvero la ritrosia delle curie rispetto alla liturgia antica è un fatto, non un giudizio, potranno esserci eccezioni, anzi so per certo che ci sono (molto poche ad onor del vero), ma il clima è quello.
    Così come, questa sì, l’isteria della conta, mi pare un atteggiamento quanto meno superficiale. Chiaramente gli aspetti logistici non possono prescindere da una stima delle persone che assistono alla Messa, ma il gioco del siamo tanti siamo pochi ricorda tanto le stime di questure e sindacati per valutare il successo delle manifestazioni di piazza. Forse che il Santo Sacrificio sia meno reale se ad assistervi si è in mille o uno? Con la Messa antica si sono santificati più o meno tutti i Santi la cui memoria celebriamo nel calendario liturgico, direi che i frutti di gioia e di pace al Suo attivo sono comprovati.
    Un ultimo punto: la “foga antipapista”. Come già dicevo papolatria e papofobia si distribuiscono equanimemente presso le due ali estreme di modernisti e tradizionalisti con segni inversi a seconda dei papati che si succedono. Non ho visto mai difendere Benedetto XVI da coloro i quali oggi si scandalizzano per le critiche al pontificato corrente, laddove il tenore delle critiche mosse allo scorso S. Padre era decisamente più volgare e virulento di quelle che si scrivono sulle colonne del Foglio. Nondimeno l’equazione fedele di “osservanza tridentina” ergo antipapa è un falso, così come lo è il suo contrario. Il duo Gnocchi Palmaro esprime le proprie opinioni, tra l’altro senza scrivere eresie a differenza dei Mancusi che piacciono alla gente che piace, ma non sono in alcun modo rappresentativi di alcuno. Non sono quindi alla testa di nulla, se non la loro. Che a Ferrara piaccia questo genere di dibattiti e si avvalga di questi scrittori per una sua accezione personale della Chiesa è senz’altro vero e anche a me da parecchio fastidio, non amo né i liberal né i neo-teo-con, essendo cattolico, anche se devo dire che tra la Repubblica di Scalfari e il Foglio dell’Elefantino corre parecchia differenza quanto a rispetto per le posizioni della Chiesa.

    Un saluto a tutti.

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  14. ti assicuro son opinioni lefevriane non proprio loro,sono superbi. sono incistati sulla conoscenza sono io, sono dislessici, confusionari, capiscono solo il sè

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