Intervista a Papa Francesco: una risposta a Messa in Latino

Nell’ermeneutica contemporanea anche questa è Mistica!!!

Come anticipavo nel precedente post, con questo voglio tentare una risposta a DR, autore di un post dedicato all’intervista a Papa Francesco di Padre Spadaro. L’autore anticipa prima della sua lettura una premessa metodologica che pare rispondere ai nostri posts dedicati alla “contestualizzazione” degli scritti e al nostro richiamo di non dimenticare le questioni sollevate da Ricouer circa l’ermeneutica.

La mia idea è rileggere lo scritto insieme a voi e quindi fermarmi ad ogni punto che mi solleva problemi o riflessioni. Sarà per questo un post lungo, chiedo venia.

Legenda:

Parole di DR

Parole del Papa

Partiamo:

LE PREMESSE

Vorremmo compiere alcune osservazioni relativamente al concetto di fede che emerge da tale scritto […] Anche padre Spadaro, infatti, sottolinea […] «Anni fa aveva scritto che per vedere la realtà è necessario uno sguardo di fede, altrimenti si vede una realtà a pezzi, frammentata.»

Benissimo, questo è il programma. Ci sto, andiamo avanti.

Sono necessarie due premesse.

Perfetto! Vediamole:

1. Si dirà che il metodo di estrapolare alcune frasi isolate dal contesto è arbitrario, nonché incapace di render conto dell’interezza del pensiero dell’autore. Rispondiamo che il carattere “giornalistico” e composito del testo in esame permette senz’altro di focalizzare l’attenzione su alcuni concetti trascurandone altri, senza che ciò implichi necessariamente il fraintendimento. Ogni periodo ha deve necessariamente avere in sé un proprio significato che certamente potrà essere illuminato dal contesto, ma che non cessa di essere significativo in se stesso. Negare tale principio significa negare ogni valore alla comunicazione umana.

No. Si dirà che il metodo ermeneutico di uno scritto deve tener conto sia del contesto che del destinatario di tale scritto e soprattutto del “mittente”. Nessuno si sogna di negare valore alla comunicazione umana: saremmo imbecilli a pensare di comunicare l’incomunicabilità fra uomini perché è essere contradditori, trovate?
Ma qui si cerca di dare il giusto valore a TUTTE le componenti che formano il metodo ermeneutico, soprattutto in questo caso: contesto (Rivista cattolica), destinatario dell’intervista (primis gesuiti poi tutto il mondo),  “mittente” (il Papa, scusate se è poco), il tramite (Padre Spadaro e il suo tentativo di ermeneutica personale dettato da ciò che ha detto il Papa e ha riportato e ciò che GLI ha detto il Papa ed egli non ha riportato).

2. Si dirà ancora che il linguaggio di un’intervista colloquiale non comporta la precisione di un testo dogmatico e, pertanto, è suscettibile di diverse interpretazioni. Rispondiamo che il linguaggio è un mezzo atto a comunicare il pensiero e, pertanto, deve pur possedere un significato corrispondente alla mente dell’autore; se un testo è passibile di interpretazioni divergenti ciò dipende o dalla volontà dell’autore di renderlo ambiguo o dalla di lui incapacità di renderlo chiaro; la responsabilità in ogni caso non risiede solo nelle orecchie di chi ascolta, ma anche nella bocca di chi parla, pertanto, fino a migliore interpretazione, pensiamo di avere il diritto di esprimerci su un testo secondo le nostre personali capacità apprensive, pur restando aperti ad eventuali possibili chiarimenti.

Anche in questa premessa si esclude totalmente un soggetto attivo dell’ermeneutica: le “orecchie di chi ascolta” il quale lo fa mediante quel che lui ha capito di un dato argomento trattato e come tale inquadra tale argomento in confini che sono necessariamente diversi da quelli del “mittente”. Anche questa premessa cioè si muove in un contesto logico e ben determinato, ma non abbraccia l’intera problematica e pertanto decade da sola.Detto questo potremmo anche concludere qui visto che le due premesse di fondo si basano su un’idea di “ermeneutica” che però non è completa e non risponde a tutte le problematiche che essa mette in campo.

Ma andiamo avanti perché comunque la lettura è notevole.

LE CRITICHE

Secondo l’insegnamento irreformabile del concilio Vaticano I, l’atto di fede è essenzialmente un atto dell’intelligenza umana illuminata dall’azione dello Spirito Santo

Poi cita Livi e va alla grande. Con questo poi cita il Papa:

«La nostra non è una fede-laboratorio, ma una fede-cammino, una fede storica. Dio si è rivelato come storia, non come un compendio di verità astratte. Io temo i laboratori perché nel laboratorio si prendono i problemi e li si portano a casa propria per addomesticarli, per verniciarli, fuori dal loro contesto. Non bisogna portarsi la frontiera a casa, ma vivere in frontiera ed essere audaci».

e scrive per commentarlo:

Ma qui l’espressione [verità astratte] sembra usata secondo un’accezione differente, sembra cioè indicare una “verità” che rimane lontana dalla vita concreta dell’essere umano. Scopriamo così che le verità astratte, i dogmi, sono potenzialmente pericolose in quanto capaci di sottrarre l’uomo al cammino della storia per segregarlo in se stesso, in quella dimensione di chiusura che il pontefice ha altrove definito “autoreferenzialità”.

Direi che ha azzeccato leggendo il contesto cosa voleva dire il Papa, ma poi ha chiuso troppo in fretta con una deduzione gratuita. Il Papa parla di “verità astratte” rispetto alla QUOTIDIANITA’, ed è palese sia dal contesto di questa intervista che da quello che FA e DICE il Papa da quando è stato eletto. Egli vede la lettura dei dogmi fine a sé stessa come una distorsione di questi dogmi! E come non si può non essere d’accordo? E’ proprio così! E non si può dire che i dogmi siano “verità astratte” che divengono PERICOLOSE come fa DR nel post, ma di dovrà dire che i dogmi sono VERITA’ che, SE ASTRATTE dalla realtà e dal vivere quotidiano, divengono PERICOLOSE per chi ecc ecc. Capito?

Andiamo avanti.

Il Papa dice:

«Dio si manifesta in una rivelazione storica, nel tempo. Il tempo inizia i processi, lo spazio li cristallizza. Dio si trova nel tempo, nei processi in corso. Non bisogna privilegiare gli spazi di potere rispetto ai tempi, anche lunghi, dei processi. Noi dobbiamo avviare processi, più che occupare spazi. Dio si manifesta nel tempo ed è presente nei processi della storia. Questo fa privilegiare le azioni che generano dinamiche nuove. E richiede pazienza, attesa».

DR commenta:

L’eterno Iddio si rivela nel tempo. Fin qui non ci sono dubbi. […] Bisogna però aggiungere che, come ha sempre insegnato la Chiesa, la rivelazione storica di Dio si è definitivamente conclusa con la morte dell’ultimo apostolo e che essa è confluita nel depositum fidei custodito e trasmesso dalla Chiesa attraverso i secoli: […] Le parole del papa si prestano invece ad un’interpretazione opposta. Sembra che la fede non consiste nel “ritenere” ciò che è stato trasmesso, bensì nell’aprire la mente al mutevole scorrere del tempo, quasi che la Verità soprannaturale si palesasse nelle vicende umane dell’oggi più che nella Parola data una volta per sempre.

E poi parte una tirata teologica sulla concezione di un passato che non è “concreto”, ma solo “impronta”.

A mio umilissimo parere le parole del Papa sono meno auliche di quelle che vuole il sig. DR.
No. Non c’è nessuna volontà di localizzare l’incontro con “Dio non già nell’appropriazione del “depositum fidei” per intellectum fide illustratum, bensì nel “processo storico in corso”, semplicemente è un richiamo ai Gesuiti (devo ricordare il destinatario primo?) e quindi ai fedeli (destinatario secondo) a non fermarsi alla mera teoria, ma attivarsi per un’ortoprassi che sia perfettamente aderente a questa teoria! Dio, se è Dio, è presente sempre e ovunque Sub specie aeternitatis e il Papa vuole richiamare l’attenzione soprattutto sull’incontro fra l’uomo e Dio oggi, sul hic et nunc che tutti dobbiamo vivere, quindi sull’incontro che NOI oggi siamo chiamati a vivere. E’ porre l’attenzione sulle nostre azioni quotidiane, un richiamo ad essere sale nel mondo, non sale chiuso nell’armadietto della cucina! E’ un modo atto a non rendere il dogma una Verità che, restando incomunicata nella pratica, risulta lettera morta all’atto pratico per molti!
Un Dogma scritto in italiano in mano ad un analfabeta della foresta amazzonica come può produrre frutto?! Questa è la domanda a cui DR dovrebbe rispondere prima di pensare che delle parole umane divengano per altri umani fonte di assenso intellettuale e sorgente di acqua pura e continua!

Tempo fa l’utente di Tornielli con nick “Cherubino” scrisse a proposito dell’ermeneutica del dogma questo pensiero che qui ci sta come il peperoncino sopra la pasta che mangierò stasera. Lo cito certo che non ne avrà a male:

“Alcuni pseudo-tradizionalisti credono che il dogma sia una sorta di definizione da manuale. Rendono il dogma una sorta di articolo della Costituzione Cattolica sotto cui giurare. Così fraintendono il vero significato del dogma. E’ opportuno che però precisi subito che il dogma ha certamente quei caratteri di certezza e immodificabilità che normalmente sono sottolineati. Ciò che è errato è la genesi e la dinamica soggettiva del dogma, ossia il modo di conoscerlo e di aderirvi.
Dogma, diceva il mio professore di filosofia, in greco vuol dire “opinione”, “credenza”, ossia è una verità che non dimostrabile nè con l’osservazione oggettiva nè con la logica. Attinge ad una esperienza vitale, esistenziale e, pertanto, solo chi la fa può conoscerla e aderirvi. Per fare un esempio, non è chi si sente dire che Dio lo ama che può affidarsi a lui, ma chi si sente amato da Dio, chi ne fa l’esperienza.
Certo questo non deve portare a non comunicare verbalmente il dogma, ma come chi indica un’esperienza che l’interlocutore può fare e che solo facendola può aderirvi. Il dogma si proclama, non si detta ai non credenti come fosse una legge (in certi periodi la Chiesa ha preteso di fare così e si è accorta di sbagliare). Ai non credenti si offre il kerygma, si parla del Vangelo, si offre l’esperienza diretta della preghiera e dell’ascolto della Parola, il gusto della presenza dello Spirito Santo, la fiamma della carità fraterna. Il dogma e la sua accoglienza è il punto di arrivo e l’effetto di tali esperienze nella vita personale. Fare del dogma un enunciato formale da cui far scaturire la vita di fede è un errore che può ostacolare la stessa crescita in Cristo (il Maligno è bravissimo ad usare le cose sante contro di noi…). E’ il dogma vissuto che sostiene il “dogma definizione”. Il dogma come esperienza che a partire dagli apostoli le generazioni di cristiani indicano alle generazioni successive dicendo “abbiamo trovato il Cristo, vieni e vedi”.
E’ evidente quindi che il dogma non è un sistema accusatorio. Certo in certe situazioni in cui la Chiesa è attaccata occorre ricorrere anche al dogma definizione, che però non agisce mai come un testo a disposizione (alla luterana) ma sempre nella autorità e nel giudizio di Pietro. Il S. Uffizio fai da te non è certamente cattolico. Si può parlare di un sistema “dogma formale – Pietro” che è l’estremo baluardo difensivo (su questa pietra …).
Le divergenze sui dogmi sono quindi degli indicatori del fatto che non si sta facendo la stessa esperienza di Dio e non si ha la stessa immagine del Figlio. Allora sarebbe più corretto parlare di questo, più che ripetere i dogmi come carte d’accusa. A meno che l’autorità gerarchica non abbia esplicitamente condannato l’errore teologico o un delitto contro la Chiesa.”

Utente Cherubino, Sacri Palazzi – il blog di Andrea Tornielli, http://2.andreatornielli.it/?p=4783#comment-127068, 9 settembre 2012, Addio a Martini

Anche questo è contesto, signori.

SULLE CONSEGUENZE CATASTROFICHE E LA MISTICA

Le successive tre conseguenze catastrofistiche della rilettura di DR che prevedono una mutevolezza del Magistero nel tempo e quindi la possibilità, da ora quindi per sempre (!), di quest’ultimo di cadere in contraddizione decadono di conseguenza poiché sono deduzioni di quella che ci appare essere una ricezione distorta di quanto il Papa sta cercando di dire.

Nella terza parte DR se la prende con il Papa che mette in antitesi l’ascetica alla mistica. L’autore di Messa in latino scrive infatti:

Gli autori cattolici non hanno mai posto in antitesi l’ascetica e la mistica, bensì hanno sempre ritento questi due aspetti egualmente necessari alla vita di perfezione cristiana. L’ascesi conduce l’anima, per le vie purgativa e illuminativa, alla contemplazione acquisita; la mistica la solleva per la via contemplativa fino al matrimonio spirituale.

Mi sembra chiarissimo che l’ascetica che richiama qui Papa Francesco non sia identificabile nell'”ascesi cattolica”, che egli presumo ben conosca, bensì in una modalità di approciarsi al divino che mi pare assomigliare all’esaltazione del New Age e delle sette conteporanee che fanno del silenzio, della contemplazione estatica e muta e della penitenza l’unica via per l’approccio mistico. Cliccate su Google “asceta” in immagini e vedrete dopo quanti risultati compare un’immagine che non sia buddista, induista o legata alla new age. Questa è la realtà oggi, in concreto.

DR in questo caso comunque minimizza il destinatario di questa domanda specifica, pur citandolo. Lo si evince qui:

“Il papa si riferisce particolarmente alla spiritualità del gesuita, ma tali considerazioni possono valere per ogni cristiano.”

Attenzione perché per comprendere a pieno questa risposta occorre capire PRECISAMENTE quali sono gli errori che secondo il Papa compiono i Gesuiti nel fare gli esecizi ignaziani! Cosa faceva quella “corrente deformata che si è pure diffusa nella Compagnia, specialmente in ambito spagnolo”? E tale corrente che per il Papa era “deformata” può essere ascritta nell’ascesi cattolica oppure è una sua deviazione? Ma davvero conosciamo tanto dei Gesuiti da poterci permettere l’affermazione che il Papa sta facendo l’antitesi fra “l’ascetica e la mistica” pur riferendosi a questo preciso caso particolare?

E ancora, e concludo, quando il Papa cita nomi di autori, perché non si prendono quelli per capire definitivamente il contesto dove si muove il mittente di questo messaggio e quindi, finalmente, cominciare a ragionare e a leggerlo sulla sua “linea d’onda”?

Il Papa scrive:

“Io sono vicino invece alla corrente mistica, quella di Louis Lallemant e di Jean-Joseph Surin.”

Non li conosco, vado a cercare l’ultimo sulla Treccani e scopro che Surin è uno “Scrittore ascetico francese (Bordeaux 1600 – ivi 16651665).” Un  “Gesuita, diede particolare accentuazione mistica alla spiritualità ignaziana.”

E allora capisco che la mia lettura di “ascetismo” non cattolico è giusta perché alla fine cita come suo ispiratore per il discorso sulla mistica, un personaggio che la maggiore enciclopedia ITALIANA chiama… “asceta”.

CONCLUSIONE ED INTENZIONE

Ringraziando comunque DR per il bel post che avendo delle premesse metodologiche permette delle controdeduzioni precise e, spero, lucide mi sovviene che forse chi scrive su web, noi in primis, dovrebbe avere meno a cuore le riletture delle interviste altrui e cercare più approfondimenti circa le figure che queste interviste ci lasciano in eredità.
Appena riesco guardo sulla Catholic Encyclopedia e vedo di scoprire qualcosa di più su questi due mistici gesuiti.

Questi due Cattolici.

Asceti.

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Categorie:Risposte a critiche web

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7 replies

  1. Complimenti a minstrel per il bel post che ha avuto “l’onore” di diventare un thread di mil.
    Per ora io ho risposto su quel blog ma ho meno fortuna perché di solito me lo cancellano oppure me lo correggono: chissà se stavolta mi pubblicheranno o mi editeranno quello che ho scritto? Certamente quel blog è controproducente

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    • Grazie Don.
      L’ho notato solo oggi che ci hanno dedicato una risposta. Per altro ben fatta. Dialogare con questo DR è un vero piacere. Spero di avere il tempo di rispondergli!

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  2. asceti ? ….non so se i bloggers qui presenti hanno mai letto che tanti santi, in una dura via ascetica, sono diventati tali sperimentando NON la vicinanza tangibile di Dio, ma la sua assenza, quindi deserto, zero soddisfazioni sia sensibili che spirituali. Perchè pretendiamo di saggiarlo con esperienze o “verifiche” ricevute da Lui ? Dio vuole lasciare spesso i sensi e il cuore “a digiuno” di tastamenti, palpazioni, suggestioni, per quanto spirituali vogliano essere. Non gradisce che gli si chieda “dammi un segno” della tua presenza o anche rassicurazioni di custodia amorevole ecc. (talora e spesso li dà se lo ritiene opportuno); la prova di fede con cui Egli saggia il suo fedele (non NOI dpobbiamo mettere Lui alla prova!) è quella di fidarsi di lui “al buio”, senza punti di appoggio oltre la sua Parola che è Promessa di un Dio sempre fedele a sè stesso e a ciò che promette.
    Solo Dio può giurare, per se stesso che è Verità assoluta: “ha giurato e non si pente”. L’amicizia con Dio è un patto SACRO, sancito nella nuova ed eterna Alleanza col Sangue di NSGC: questa è la Fede cattolica, non dobbiamo fare nuove esperienze personali per conoscerlo, crediamo in LUI, perchè Tommaso ha creduto.
    Non dobbiamo riscoprire personalmente daccapo tutto ciò che i profeti e i seguaci di Gesù in 20 secoli anni hanno già sperimentato, ma cassomai seguire i nostri precursori nella Fede i testimoni, Santi e Martiri della storia, imitare i loro esempi di fedeltà e virtù provate, senza pretese di “feedback” o riscontri o come volete chiamarli.
    Nostro Signore lascia A SECCO di esperienze proprio quelli che vuole duramente santificare, mediante la croce: MORTIFICAZIONE dei sensi, del cuore e dell’EGO, sempre avido di “sensazioni” e soddisfazioni, sia pur intellettuali o spirituali.
    Basti pensare a S. Giovanni della Croce, la sua notte oscura, a S. Padre Pio e tanti altri)
    Quante volte dice ai santi: “Ami me o piuttosto i doni che io ti dò?”

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    • @nb. Non è proprio del tutto vero quello che lei dice circa la mistica dei santi intesa come “consolazioni” o “illuminazioni della mente “che fanno intuire anche qualcosa del mistero-Dio oppure una presenza reale di Dio, Gesù, Maria . Ogni santo ha un suo percorso che solo Dio dirige, fatto, detto in termini volgari, di bastone e carota. Le ricordo l’esclamazione di quella Santa che disse a Gesù ” Se è questo il tuo amore, amami un poco di meno!”. Padre Pio ebbe prove tremende alternate da grandi consolazioni e visioni. Madre Teresa passò molti anni nella più assoluta aridità spirituale, nonostante le numerose ore di preghiere, adorazioni e rosari. Ho avuto la fortuna di conoscere Don Piero Ottaviano fondatore di Didaskaleion. In una conversazione mi confessò che dopo anni in cui gustava la preghiera, aveva passione e trasporto per essa, improvvisamente le divenne pesante, quasi ostica ed insopportabile. Lo diceva con molta pena interiore. Eppure continuò nella sua ascesi personale senza demordere e con la sola volontà e fede convinto che Dio lo stesse purificando. Assieme ad una mente eccelsa aveva una dote particolare: la dolcezza che trapassava il cuore….. Mi è successo più volte che entrando , a volte agitato, sconclusionato e preoccupato nella sua casa ,quando ancora non vi era nessuno, di venire come avvolto da una folata di vento o alone particolare che mi dava immediatamente pace e serenità. Rimanevo stupito e affascinato. I santi….

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      • Dio mi ha messo dinnanzi Don Piero quando ero all’inizio del mio cammino. I suoi mp3, ascoltati in macchina di ritorno a casa, mi hanno riaperto il mondo della fede che ora sto vivendo.
        Sapevo della tua vicinanza con Ottaviano, Vincenzo. Non speravo in un ricordo così bello regalato a piene mani su questo blog. Grazie.
        Quando vorrai raccontare qualcosa di più di lui, il blog è a tua disposizione. Grazie ancora.

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        • Do qualche informazione a te che l’hai scoperto. Era quello che più desiderava e ne fece uno scopo della sua vita: fare catechismo agli adulti in modo gratuito all’esterno non in un Istituto. Eravamo grossomodo negli anni 1975-80 (lo conobbi in quegli anni, per me turbolenti in molti sensi), anni non facili per la chiesa del post concilio e del terremoto sessantottino. Don Piero faceva l’insegnate di religione in due scuole tra cui un liceo. Qui si avvide della urgente necessità di una istruzione metodica sul cristianesimo per i laici con il metodo storico di Alessandria. Cristiano si è perché si crede nel Cristo -storico sulla fede nella chiesa prima e poi nel Cristo. Laureato in matematica pura, studioso del cristianesimo , del greco e dell’aramaico , ebbe epici scontri con i Testimoni di Geova sulla nascente tv privata. Li smascherò pubblicamente con testi in aramaico e greco alla mano che sapeva leggere e interpretare alla perfezione. Singolare fu la reazione di costoro: noi crediamo solo nei nostri studiosi, non in lei! Era la logica personificata. Stimato ed apprezzato dai superiori salesiani e confratelli fece scalpore quando chiese il permesso di uscire dalla Congregazione, solo fisicamente, per andare assieme alla madre vedova , catechista da una vita in una casetta per sperimentare un nuovo sistema di catechesi. Lo conobbi la prima volta lì. Fu accontentato con molto dispiacere. Non erano per nulla contenti di perdere un elemento tanto valido. Quando però chiese una ulteriore autorizzazione ai superiori fu bloccato con suo enorme dispiacere. Sai cosa chiese? Voleva andare in Turchia sulle orme di S.Paolo e dei primi cristiani a fare…l’eremita! Mi disse che quella era la sua nuova vera vocazione , però non poteva disobbedire. Comunque in Turchia, come penso tu sai, vi andava quasi tutti gli anni….Si sentiva attratto da quei luoghi in modo misterioso. Comunque credo che vi siano molti altri che possono raccontare molto di più su di lui. E magari essere più precisi. Mi meravigliò sempre il fatto che con me si sentì di fare confidenze che non sentivo di meritare. Per me fu sempre un faro per la sua chiarezza dottrinale. Mi inviava “Anastasis” che leggevo avidamente . Ho visto che su Internet non ci sono tutti. Alcuni li ho ancora e ogni tanto me li rileggo. Due paginette di problematiche varie, ma quanta luce, soprattutto per quegli anni piuttosto confusi dottrinalmente e pastoralmente. Non è che oggi sia meglio…ma almeno ci sei…tu, Simone , altri, vi è internet. Purtroppo c’è anche Mic ed altri, interessanti, fino ad un certo punto….Non praevalebunt, con la carità e, come dice Simon in pace.

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