VETUS ET NOVUS ORDO (I) Biritualismo: contro-proposta a P. Augé

Forma Ordinaria a Heiligenkreutz

Messa Paolo VI  a Heiligenkreutz

Il 19 agosto scorso P. M. Augé ha pubblicato sul suo blog “Liturgia Opus Trinitatis” una riflessione di ordine generale intitolata “Due forme del Rito Romano possono convivere” che ha suscitato molte reazioni ed è stato l’oggetto di un commento interessante da parte della redazione di MIL che lo ha riproposto oggi e di un doppio contro-fuoco arroventato nel blog Chiesaepostoconcilio.

La problematica posta dal P. Augé in questa sua presa di posizione non è dell’ordine delle dottrine liturgiche ma a livello puramente pratico e pastorale: come si può praticamente e concretamente vivere nella Chiesa latina le due forme rituali che sono l’ordinaria e la straordinaria. Egli analizza quattro punti: (1) considerato che la Sacrosantum Concilium aveva preso di mira proprio la liturgia tridentina allora in vigore, cioè quella del messale 1962, è inappropriato continuare a voler celebrare secondo questo messale; (2) la presenza di due messali, con santorale e temporale diversi, in una stessa parrocchia conduce solo a confusione e crea difficile una pastorale unitaria; (3) la creazione di parrocchie personali potrebbe risolvere parte del problema nel punto 2 senonché questa specializzazione creerebbe ghetti e porterebbe ad un diminuito sentire cum Ecclesia; (4) attuare una riforma della riforma con una forma rituale nuova in continuità con la forma straordinaria, che non è voluta né dai tradizionalisti i più integralisti né da dai progressisti i più rivoluzionari.

In altre parole ed in realtà, P. Augé non sembra proporre nessuna soluzione accettabile al problema posto da lui stesso, messo a parte che, implicitamente, considera de facto il Summorum Pontificum impraticabile.

Il commento portato su dalla redazione di MIL per inquadrare e presentare l’analisi di P. Augé, dopo i soliti mantra sul fatto (indimostrato, anzi, proprio contro la verità) che la forma ordinaria può condurre solo al peggio a medio e lungo termine, verte, in modo contraddittorio con questa stessa assunzione, intorno ai punti seguenti: (1) la richiesta di ritorno ad un po’ di buon senso nella celebrazione della forma ordinaria incontrando qui lo stesso auspicio di P. Augé; (2) il reintrodurre nella forma ordinaria più segni e simboli concreti e mistagogici; (3) il propinare una proliferazione di messe secondo la forma straordinaria al fine di generare per osmosi una migliore celebrazione di quella ordinaria.

Sul blog di Chiesaepostconcilio, malgrado la pretesa di voler rispondere sia a MIL che a P.Augé, gli autori si perdono invece in diatribe che non rispondono all’interrogativo posto ma avanzano considerazioni allucinanti da leggere per un fedele cattolico pretendendo discutere i fondamenti stessi della forma ordinaria per dimostrarne l’intrinseca perversità, il che non corrisponde al problema posto inizialmente: in quel blog sono passati da tempo nel para-cattolicesimo.

Analizzando la risposta di MIL a P. Augé vediamo però che è auspicata una “trasformazione” della forma ordinaria per influenza di quella straordinaria, cioè non è data risposta a come vivere il bi-ritualismo, ma è suggerito, implicitamente, di lasciare vivere le due forme fino a quando la forma ordinaria diventi più “commestibile”. Cioè sembrerebbe che la redazione di MIL convenga con P. Augè che ci sia posto solo per una forma che sarebbe quella ordinaria vissuta con spirito “straordinario”.

Personalmente, rispetto alla mia cultura, educazione e sensibilità questa soluzione mi andrebbe a pennello: non per niente sono un sostenitore dell’ interpretazione della forma ordinaria celebrata ad esempio nella Comunità Saint Martin o da Benedetto XVI da un lato, e un amante della forma straordinaria dall’altra.

Però, e c’è un però, mi tocca di andare più lontano che il mio gusto personale per capire davvero cosa la Sacrosantum Concilium ha voluto e cosa la mens di Paolo VI ha voluto e che soddisfa ben 5 papi da 44 anni.

La forma ordinaria non è l’espressione di una “rottura” col messale tridentino, non dispiaccia a P.Augé e alla redazione di MIL, ma quello di una sua ”estensione”: la dinamica che ha sottoscritto la sua promulgazione è quella di permettere di nuovo lo sviluppo di prassi “ liturgiche che nascono e si consolidano in un determinato ambiente geografico ed ecclesiale” per riprendere l’espressione usata da P. Augé e la struttura stesso del nuovo messale che sa più di canovaccio che di manuale con dettagliate rubriche permetterebbe questo processo di avvenire di nuovo.

La necessità di liberalizzare di nuovo questo processo di appropriazione proviene dal fatto che la Chiesa è ormai totalmente globalizzata, con un episcopato totalmente diversificato per razza, cultura e nazionalità, con realtà cinesi, asiatiche, africane e sud-americane di massa, con culture che si sviluppano indipendentemente da quella tradizionale europea e che debbono per forza incarnarsi nella liturgia della Chiesa latina secondo il loro proprio  genio.

Forma Ordinaria a Heiligenkreutz: consecrazione

Messa PaoloVI a Heiligenkreutz: consecrazione

Ed in effetti, la messa “paolina” può essere celebrata in un modo estremamente dignitoso e spirituale secondo i canoni storici europei, al punto addirittura che può rassomigliare in tutto alla forma straordinaria di estrazione tridentina al fedele medio, come può anche adattarsi a culture specifiche: questa plasticità del rito lo rende al tempo stesso perfetto veicolo rituale incarnato nella realtà umana concreta dipendente da geografie e dai tempi, ma d’altro canto è anche in pericolo di interpretazione soggettive che non garantiscono che vi si faccia davvero quel che la Chiesa vuole che sia fatto, come spesso è capitato cogli abusi da tutti noi condannati.

La forma ordinaria è dunque da vedere come una generalizzazione di quella straordinaria, la quale ne è un caso particolare: è considerando questo punto di vista che, a mio parere, si può proporre una proposta concreta circa il bi-“formalismo” attuale.

Un soluzione concreta al problema posto da P. Augé è , secondo me, semplicemente di fare evolvere la forma straordinaria nella direzione che la Sacrosantum Concilium ha desiderato, ma che non è più l’edizione 1965 o 1967 che non hanno mai attecchito: vuol dire, oggi come oggi, solo modificare temporale e santorale del messale del 1962 allineandolo su quello della forma ordinaria, cosicché il problema principale dello iato tra i praticanti delle due forme sia superato e si permetta un sentire cum Ecclesia facilitato.

Semplicemente questo risponderebbe alle obiezioni 1 e 2 e non renderebbe plausibile la problematica sollevata dal punto 3 e eviterebbe il punto 4 di P. Augé.

Per di più è (relativamente) facile imporlo: chi, tra i fedeli tradizionali, sarebbe un vero obiettore a celebrare santi come Massimiliano Kolbe o il Beato Pio IX e d’altro canto davvero sconsolato di lasciare un po’ da parte santi fondatori sconosciuti di congregazioni che già non esistono più?
In Pace

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Categorie:Liturgia e Sacra scrittura

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39 replies

  1. Due cose:
    1 – mi sono permesso di inserirti i link agli articoli che citi, ad imperitura memoria.
    2 – Chiesa e postconcilio pubblica un secondo articolo “contra Augé”. Son contento che abbiano scoperto quel blog… pronti per i fuochi artificiali? Moh, leggo per bene il tuo articolo Simon.

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  2. Letto. Mi piace e di brutto! Per ora basti questo. Avvisiamo Augé e vediamo cosa ne pensa di questa tua proposta che, nella mia ignoranza, mi pare totalmente inedita. Grande!

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  3. Ho letto e apprezzato questo post. Spero di poter rispondere fra qualche giorno in spirito di dialogo.

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    • Grazie, P. Augé. Buon fin domenica nel frattempo!
      In Pace

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      • Ho trovato interessante l’articolo di questo blog ( come anche quello del Prof.P. Augè ) .
        Non mi trova d’accordo l’espressione ” considerato che la Sacrosantum Concilium aveva preso di mira proprio la liturgia tridentina allora in vigore, cioè quella del messale 1962 ” perchè, secondo me la mirabile Costituzione sulla Liturgia del Sacrosantum Concilio Vaticano II basandosi sul Messale del ’62 aveva come scopo l’introduzione di una più chiara teologia liturgica del Cristo Risorto e uno snellimento ritualistico soprattutto per quanto riguarda i cosiddetti “doppioni”. Come diretta emazione conciliare fu creato il cosiddetto Messale del ’65 che ha rispettato l’impostazione dell’antica liturgia. In sostanza il Messale del ’65 ha evidenziato con il duplice Confiteor ( Sacerdote e Fedeli) la distinzione e il ruolo del Celebrante e del Popolo; l’uso della lingua latina dall’Offertorio alla fine ha sottolineato la natura sacrale della parte centrale della celebrazione rispetto a quella “didattica” che , come già avveniva anche da secoli, è giusto che sia proclamata nella lingua corrente. Ecco perchè la frase che la SC ha voluto prendere di mira il messale cosiddetto tridentino ( ma che in realtà è più antico , anzi antichissimo, non mi è piaciuta. Per quanto riguarda il Messale promulgato dal Servo di Dio Paolo VI esso è stato concepito in un particolare momento storico volendo perseguire alcune tappe : una idealistica ed ingenua carezza nei confronti del mondo protestante ( ecco la presenza nel Consilium – sia pur come ovvervatori – di sei esperti riformati ); la riscoperta della pretesa forma liturgica dei primi cristiani; l’accentuazione del carattere conviviale dell’agape ecc ecc. Facendo un indebito accostamento con la storia della musica direi che i ricercatori membri del Consilium hanno fatto come i camerati fiorentini de’ Bardi i quali volendo riesumare la forma dell’antica tragedia greca hanno di fatto creato un nuovo spettacolo : l’opera lirica o melodramma. Prendendo le sagge parole di Giacomo, un lettore di MiL, che ho trascritto integralmente nel mio blog, concordo che ” I documenti del CVII dicono una cosa, il postconcilio è andato da un’altra parte!
        Grazie anche alle conferenze episcopali nazionali…E’ per questo che bisogna tornare ai documenti del concilio e di attuare l’ermeneutica della continuità!” . Ricordo che il Conte Neri Capponi, di Firenze, esponente autorevole di Una Voce aveva fatto già alla fine degli anni ’70 si era espresso nella stessa maniera di Giacomo. Per il momento credo che è spiritualmente efficace che in alcune Parrocchie i due riti si alternino cosicchè, come diceva il mio ex parroco – che celebrò le prime messe nell’antico rito per noi – la bellezza e la spinta verticale dell’antico rito possa contagiare, mediante lo stesso celebrante, anche il nuovo. La strada è lunghissima ma, anche grazie all’interessante articolo del P.Augè, ancora aperta e solo protesa ” ad laudem et gloriam nominis sui,ad utilitatem quoque nostram, totiusque Ecclesiae suae sanctae”.

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        • Grazie Andrea per questo suo intervento che apre questioni di non poco conto; questioni che son certo Simon non disdegnerà di trattare. Qui è naturalmente il benvenuto!

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          • Grazie di cuore ! In unitate orationis !

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          • Non puoi aumentare la grandezza dei caratteri ? Mi accorgo di aver fatto troppi errori … ci vedo male …

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          • Purtroppo circa i caratteri posso far poco perché i template di wordpress (come quelli di blogspot d’altra parte) sono standard: comodi, ma poco editabili.
            Ti (se posso permettermi il tu) posso consigliare però lo zoom del tuo browser, il quale dovrebbe ingrardirti tutte le parti formato testo del blog per di più riformattando il tutto.
            Le funzioni zoom dei principali browser sono praticamente identiche per tutti (di certo per explorer, firefox e chrome):
            ingrandire: Ctrl e + (Windows, Linux e Chrome OS) e e + (Mac)
            rimpicciolire: Ctrl e (Windows, Linux e Chrome OS) e e (Mac)

            Grazie ancora e buona permanenza!

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        • Grazie Andrea per questo tuo commento costruttivo.
          Sulle intenzioni della SC possiamo discutere senza dubbio alcuno: personalmente mi limitavo qui ad andare incontro ad un possibile problema più di ordine pastorale che strettamente liturgico, almeno nella formulazione di P. Augé.
          Contento di ritrovarti!
          In Pace

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          • Sentimento condiviso in toto corde meo ! Grazie !

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          • Vi ho “rubato” il titolo : Qualcosa si muove nella galassia del tradizionalismo internetiano italiano? http://traditiocatholica.blogspot.it/2013/09/qualcosa-si-muove-nella-galassia-del.html

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            • Ho letto il post, hai fatto una disamina dei vari post e commenti in giro per l’aere web davvero centrata. Grazie del lavoro di sunto e della riflessione al riguardo. Dobbiamo tutti cercare questa continuità, tutti! Grazie!

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          • Caro Andrea,
            sono andato a fare un salto sul tuo blog per leggerti, purtroppo senza poter lasciarti un commento.
            Ottimo aver ripreso il titolo: non credo che Kerygmatico si offuscherà per questo.
            Penso che se quel leggero tremore che hai identificato si verifica, allora davvero cose bellissime potrebbero succedere: se , in effetti, ci si concentrasse sull’attuazione in materia liturgica della riforma nella continuità e la si smettesse di sbagliarsi di obiettivo volendo far ingoiare ai cattolici che un Concilio dovutamente convocato celebrato e rato possa essere errato in materia di fede e di costumi, allora vedremmo un’uscita concreta possibile dalla confusione pratica a livello liturgico che si vede in troppi posti ancora
            Penso che la proposta di Lycopodus possa essere una via praticabile.
            In Pace

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          • Ne sono onorato Andrea, corre da te per leggere quanto scrivi.

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  4. Due righe sugli articoli pubblicati dalla Guarini che ho letto. Soprattutto su quello firmato da lei. Molte delle cose che lei in quell’articolo richiama sono i suoi cosidetti “cavalli di battaglia” contro l’NO. La mia preparazione è pessima per poter pensare di rispondere in modo preciso e netto come lei stessa spesso chiede. Son d’accordo che in questo caso queste sue recriminazioni centrano gran poco con il tema, ma temo che quelle domande oramai fan parte del suo cammino ed è difficile che lei possa formulare confutazioni senza tenerne conto.
    Pertanto quelle che tu Simon (e anche altri lettori di Augé) non esitano a definire “considerazioni allucinanti da leggere per un fedele cattolico pretendendo discutere i fondamenti stessi della forma ordinaria” prima o poi a mio avviso dovranno essere discusse in questa sede. Non dimentichiamo che la Dott.ssa Guarini viene invitata anche a degli incontri corali in veste di relatore circa i problemi liturgici.
    Questo è l’ultimo in ordine di tempo
    http://chiesaepostconcilio.blogspot.it/2013/08/rieti-28-ottobre-le-perle-della-buona.html

    A quegli incontri qualcuno di va. E questo qualcuno riceverà in pasto, come dici tu Simon, “considerazioni allucinanti da leggere per un fedele cattolico”. E che per qualcuno queste considerazioni siano lecite (o addirittura le uniche possibili) in certi argomenti lo si può provare leggendo i commenti che Chiesa e postconcilio quotidianamente riceve.
    Ed è la stessa Guarini che chiede risposte. Ho tentato a volte di risponderle, nella mia poco conoscenza, anche solo cercando di leggere un documento nel contesto e quindi mostrandogli come quel documento PRESUPPONEVA il contesto. Ma per lei questo è incomprensibile. Mi scrisse infatti: “La “Chiesa docente” non può esprimersi in maniera approssimativa, e come tale suscettibile di più interpretazioni diverse.”

    Credo che sul fondo di tutto il discorso ci sia un fraintendimento di cosa sia la Tradizione perché mi sembra che quando si richiama questo concetto e si impone alla Chiesa di “seguirla”, si pecca di petizione di principio poiché in realtà cio che è “tradizione” è la stessa Chiesa a rendere tale, configurare tale e riconoscere come tale…

    Quanto lavoro.
    Bah, come già ti scrissi: con la calma si arriva ovunque e con la pazienza si arriva ovunque divertendosi! 🙂

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    • Caro Kerygmatico,
      (1) E’ chiaro che la Dott.ssa Guarini ha delle opinioni personali alle quali ha diritto indipendentemente dal fatto che siano razionali o no, fattuali o no, legittime o no. Se c’è gente che la invita a dei congressi vuol dire che ha connessioni che la apprezzano, anche se trovo strano vedere un Mons Livi, un P. Cavalcoli e un P. Lanzetta alla stessa “tavola” di qualcuno che disprezza tanto il sacerdozio post-conciliare e il Santo Sacrificio che essi celebrano quotidianamente, ma di certo non sono loro i responsabili di questi abbinamenti congressuali. Anzi! forse c’è una possibilità che uno di loro riesca a far vedere ragione a questa signora. Speriamo e preghiamo.

      (2) Le domande che la Dott.ssa Guarini pone, sono domande solamente retoriche: la prova ce la dai tu, quando ci dici che, rispondendogli, non ti ascolta neanche e continua nel suo monologo.Ad esempio, il fatto che, da quel che ci dici, ella non sia capace di capire che un testo va da essere letto nel suo contesto, immediato, remoto, culturale, storico, etc la dice lunga quando queste cose sono insegnate fin dalla scuola elementare. A domande retoriche non serve rispondere, in quanto esse rimandano a qualcosa di altro, qualcosa aldilà della formulazione razionale, probabilmente a dubbi esistenziali profondi che si manifestano in tal modo.
      In verità, le persone sono molto sensibili ai difetti altrui che loro stesso hanno e sempre su questi vanno a martellare: senza voler fare della psicologia da macellaio, direi che, forse, questa persona è psicologicamente estremamente scrupolosa, nel senso rigorista, giansenista del termine, ma è anche cosciente che non riesce quotidianamente a vivere all’altezza del suo proprio ideale: allora osserva questo “difetto” negli altri, nel sacerdote della sua parrocchia, nel suo vescovo, nel Papa, la Santa Messa celebrata quotidianamente, tutti colpevoli di non raggiungere quel livello di perfezione umana che dovrebbero esercitare secondo lei per essere “salvati” (cf. pelagianismo di Papa Francesco).
      Cercare di dirgli che quella frase va da essere capita in un contesto più largo equivale nello spirito di questo tipo di personalità al fatto di cercarsi scusanti: cioè traslata un problema logico-razionale nella sfera etico-psicologica e la discussione finisce qui, perché l’interlocutore diventa un tentatore morale che propone il “male”, cioè l’errore intellettuale sempre possibile diventa un “peccato” potenziale, una tentazione da rifuggire.

      (3) Da un punto di vista intellettuale, concordo con te e cioè che il problema sia una concezione della Tradizione mal capita, o, piuttosto, non capita come la Chiesa capisce: problema quindi di sintonia colla Chiesa ( sentire cum Ecclesia), problema anche di ordine epistemico, in quanto tutti questi tradì ultrà non riescono a fare il nesso corretto tra Magistero, Scritture e Tradizione.

      (4) La frase da te citata ““La “Chiesa docente” non può esprimersi in maniera approssimativa, e come tale suscettibile di più interpretazioni diverse.” è sintomatica poi di una confusione spesso incontrata e cioè credere che la Chiesa sia fonte si un sapere puramente speculativo, tipo matematica o metafisica, dove le premesse determinano le conseguenze in un modo definitorio, mentre in realtà la Chiesa è principalmente una realtà vitale, dove primeggia una sapienza pragmatica che non può essere, di per sua natura, legata a sole dimostrazioni logiche ma deve tener conto del reale nel quale è immersa, analogamente a quel che fa la ragion pratica nell’essere umano.
      Direi che è l’effetto perverso involontario del Concilio Vaticano I (primo) quello di aver dato l’impressione ai cattolici che, da un lato, basta essere d’accodo sui dogmi di fede per considerarsi “buon” cattolico e, da un altro lato, quello di credere che, se un’affermazione non è definitoria o definitiva, si possa pensare quel che si vuole.
      A dire il vero, nelle diatribe coi tradi-protestanti, spesso si legge questa falsa assunzione: se il Concilio non è dogmatico, allora non debbo curarmene, obliterando completamente il fatto che anche il religioso ossequio della ragione e della volontà agli insegnamenti del Magistero Autentico in materia di fede e costumi è sempre vincolante per il fedele anche se non espresso in modo definitivo e definitorio.
      In Pace

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      • Specialmente il suo punto 4 è per me inaccettabile.
        Premetto che non sono un integralista, e che anzi in politica, per esempio, mi considero moderatamente di sinistra (non che questo importi, in questo contesto, ma lo dico per evitare d’esser sùbito fatto rientrare in una certa categoria); sono uno spirito moderno (non posmoderno, però; e proprio questo è il punto, probabilmente).
        La dottrina cattolica non è, nel modo più assoluto, una “sapienza prammatica”: no – bisogna pur dirlo, anche se è scandaloso per la mentalità contemporanea –, è appunto una dottrina, che fa appello all’intelletto. Si crede coll’intelletto (“cum assensu cogitare”), e si vive la fede in uno spirito di ricerca intellettuale: perché l’uomo è essenzialmente ragione. Dobbiamo chiarire, elaborare, purificare con rigore il nostro pensare Dio e le cose divine.
        Certo, le verità di fede non sono fredde: sono realtà vitali. Ma il fatto è che proprio chi vive intellettualmente la fede ne sente tutta l’immensa rilevanza vitale e esistenziale: se è lecito portare a riprova la propria personale esperienza, lo faccio. È proprio il contrario di quel che si crede comunemente: l’a-corpo-a-corpo colla verità, il confronto continuo tra la propria ragione e l’unica Ragione increata (“Ego sum Veritas”), solo questo dà alla fede il carattere della vitalità e della rilevanza. Nel caso contrario, si cade nel sentimentalismo, oppure nel prammatismo all’anglosassone, o nel moralismo o in altre deviazioni; in ogni caso, in una gran confusione, sempre.
        Le fo un esempio: pur non essendo un teologo (né un sacerdote, ma un fedele qualunque), ho sempre sentito l’urgenza bruciante (urgenza bruciante, sì!) di trovare, nella misura del possibile, una risposta sui grandi temi della grazia e della predestinazione: leggo e studio da decenni nelle fonti, come posso, i testi delle classiche controversie tra tomisti, molinisti, congruisti, agostiniani, ecc.; leggo san Tommaso (che per me è un gran fascio di luce); penso, rifletto, domando al Signore, prego, cerco di gettare uno sguardo nella Verità eterna. E lo faccio nell’unico modo possibile: usando, con umiltà e nella consapevolezza dei suoi limiti, la mia ragione.
        Mi càpita anche di lèggere, su questi temi, i teologi del Novecento, e qualcuno, come il Garrigou-Lagrange, col consenso più cordiale e la più profonda gratitudine. Ma, quando vengo agli autori posconciliari, Le confesso che (sarà un mio limite) li trovo affatto indigesti: dedicano di solito a quelle questioni, che sono le più alte e le più gravi che si possa porre non solo la teologia ma lo spirito umano, poche e insignificanti paginette (se va bene); dichiarano magari che, in fondo, quei problemi non gl’interessano (ma com’è possibile?!); usano un linguaggio confuso e impreciso se non errato, già nel riferire lo “status quaestionis”; dissertano casomai solo sulla questione di sapere qual è il modo migliore di presentar la verità rivelata agli uomini del nostro tempo (questione importante, ma, a tacer d’altro, prima di tutto bisognerebbe sapere qual è, questa benedetta verità). Quelli più recenti poi (diciamo quelli nati – come me, badi bene – dopo la guerra) chiaramente non conoscono, non dico il latino e il greco, ma nemmeno il francese o il tedesco, la storia e la filosofia; già è molto se sanno scrivere in italiano (o nelle rispettive lingue materne) senz’errori d’ortografia!
        Ma divago.
        Voglio solo dire che tutto il gergo esistenzialesco della teologia, della predicazione e della catechèsi contemporanea serve solo, paradossalmente, a allontanar la fede dalla vita. In san Tommaso, invece, che credeva davvero (diversamente, mi scusi, da Lei) nella ragione e nella ricerca della verità col pensiero, accettandone tutte l’esigenze e le conseguenze, ogni parola, starei per dire, comunica un brivido.
        Questo è il punto essenziale. Finché non usciremo da codesta mentalità antintellettuale, la Chiesa e il mondo non usciranno mai dalla crisi: perché la crisi è precisamente, nelle sue ragioni ultime, di natura intellettuale.

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        • Marcellonaccio, che lei ci creda o meno, sfonda con me una porta aperta! Mi sono riavvicinato alla fede cattolica perché ho cominciato a leggere saggi che parlavano dell’immane coerenza interna a questa fede. Da lì a carpirne anche solo superficialmente la ragionevolezza è stato un salto rapido e una scoperta immensa.
          Non ho mai abbandonato dopo il tentativo di rendere RAGIONE di questa fede che ho voluto riabbracciare e che tento tutti i giorni di riabbracciare.
          Don Barbaglia stesso, dopo avermi conosciuto, mi scrisse di continuare questo cammino lungo quella strada che ai più sembrerà intellettuale, ma che in realtà è esistenziale.
          Il suo commento dunque non può che trovarmi d’accordo! Sono altresì convinto che Simon non intendesse escludere questo aspetto con il suo punto 4), ma saprà meglio spiegarsi (e spiegarci!) con calma il suo punto di vista.
          Per quanto riguarda il cosidetto “sviluppo del dogma” io mi fermo a quel che imparai in primis da Don Ottaviano (pace all’anima sua) nelle sue lezioni online e che compresi meglio poi nei libri di dogmatica che lessi. Tale sviluppo il quale non può pensarsi in maniera ereticale, cioè affermando che “essi subiscono uno sviluppo sostanziale, sicché il loro contenuto muterebbe nel corso del tempo” bensi dividendo il dogma e la sua formulazione in due aspetti distinti e concatenati l’un con l’altro: l’aspetto MATERIALE e quello FORMALE!
          Continuo citando l’Ott, IV edizione, edizione posteriore al Concilio Vaticano II (e questo prova che la dogmatica postconciliare non è cambiata di una virgola rispetto a prima):
          Sull’aspetto materiale “Il Concilio Vaticano I aveva già condannata come ereticale una siffatta idea dello sviluppo dogmatico sostenuta da A. Gunther: «Se qualcuno dirà che può avvenire con il progresso del sapere che un giorno si debba attribuire ai dogmi proposti dalla Chiesa un senso diverso da quello che la Chiesa intese ed intende, sia scomunicato» (D. 1818 [DS. 3043]). PIO XII nell’encicl. Humani generis (1950) respinge il relativismo dogmatico per cui le verità di fede devono esprimersi con le categorie della filosofia dominante ed essere inserite nella corrente dello sviluppo filosofico: «A questo modo si rende lo stesso dogma simile ad una canna agitata dal vento». AAS 42, 1950, p. 567.
          La ragione dell’immutabilità del dogma consiste nell’origine divina della verità che esso contiene. La verità divina è immutabile come Dio stesso: […]
          Con Cristo e gli Apostoli fu chiusa la rivelazione pubblica.Sent. certa.
          S. Pio X, opponendosi alla concezione protestante liberale e modernista di un perfezionamento della religione cristiana per mezzo di nuove «rivelazioni» condannò la seguente proposizione: «La rivelazione che costituisce l’oggetto della fede cattolica, non fu chiusa con gli Apostoli» (D. 2021 [DS. 3421]). Cfr. Vat. II, Cost. Dei Verbum, n. 4[…]

          Circa l’aspetto FORMALE invece, “cioè nella conoscenza e nella promulgazione delle verità rivelate da parte della Chiesa e quindi nella fede pubblica”, il dogma “subisce un progresso (sviluppo accidentale del dogma)”, che si manifesta in diversi modi:
          1) Verità prima credute implicitamente vengono conosciute e proposte a credere esplicitamente. […]
          2) Dogmi materiali vengono elevati a dogmi formali.
          3) Per facilitarne la comprensione e respingerne i malintesi e le deformazioni, verità prima sempre credute vengono presentate con una nuova e più precisa formula, come ad es. unione ipostatica, transustanziazione.
          4) Questioni prima molto discusse vengono chiarite e risolte e proposizioni ereticali respinte. […]
          Il progresso dogmatico nel senso spiegato viene preparato dalla scienza teologica e operato dal magistero ecclesiastico sotto l’assistenza dello Spirito Santo (Gv. 14, 26). Esso viene stimolato, da una parte, dal naturale desiderio dell’uomo di approfondire la verità rivelata, dall’altra da influenze esterne, quali gli attacchi dell’eresia e dell’incredulità, le controversie teologiche, il progresso del pensiero filosofico e delle ricerche storiche, la liturgia e la coscienza universale di fede che in essa si manifesta.”

          E’ in questo contesto che va letta la classica frase di Vincenzo da Lerino «Ma forse si dirà: Non è dunque la religione suscettibile di alcun progresso nella Chiesa di Cristo? Certo, bisogna che uno ve ne sia e grande … Ma con la riserva che esso sia un vero progresso e non un’alterazione della fede. La caratteristica del progresso è che ogni cosa si accresca rimanendo identica a se stessa; la caratteristica dell’alterazione è che una cosa si trasformi in un’altra». Il manuale di Ott a questo punto cita a confronto il D. 1800 (3020) e il Vat. II, Cost. Dei Verbum, n. 8, 2.

          I brani son presi dal Compendio di Teologia dogmatica di Ludwig Ott, IV edizione, pp. 18 – 21

          Questo è lo sviluppo del dogma inteso in modo cattolico come si può leggere da uno dei tanti manuali di dogmatica oggi in circolazione.
          Non sarebbe male fare un post in cui si citano due manuali di dogmatica, uno pre e uno post concilio, per far capire che in realtà non è cambiato nulla circa l’idea di sviluppo del dogma.
          Ci penso su.

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          • La ringrazio della Sua risposta, e delle cose che dice. Veramente non mi pare d’aver parlato dello sviluppo omogeneo del domma. E neppure, a ben vedere, della ragionevolezza della fede (dobbiamo aver delle ragioni per credere); ma piuttosto della sua intellettualità: l’atto di fede appartiene all’intelletto, è essenzialmente intellettuale. Colle conseguenze che ognun vede su quello che dovrebb’essere (ma non è più) il linguaggio della teologia, della predicazione, della catechèsi. Certo, c’è un intellettualismo vuoto e formalista, quello della scolastica decadente (che poi, a ben vedere, nei suoi presupposti filosofici è volontarismo); ma la grande scolastica, e anzitutto san Tommaso, parla all’uomo che pensa. La Chiesa, oggi, parla ancóra all’uomo che cerca e che pensa, oppure all’uomo della società di massa? Il Concilio ci ha richiamati, giustamente, al dovere di dialogare cogli uomini del nostro tempo; ma noi l’abbiamo inteso, per pigrizia, come un invito al conformismo: rendiamoci uguali a loro, pensiamo e parliamo come loro. L’intenzione sarà stata buona; ma il guaio è che, così, non siamo ormai più credibili.

            Grazie ancóra, e un cordiale saluto.

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          • Quoto tutto Marcellonaccio, ma non posso sottoscrivere la sua conclusione! Non foss’altro perché io sono figlio del Concilio Vaticano II e nessuno mi ha mai messo in testa che la fede non è un atto del pensiero e dell’intelletto! Tant’è che quando mi sono avvicinato di nuovo, fu un Don (Barbaglia appunto) a propormi di continuare a camminare nella fede, studiandola e intendendola sempre di più intellettualmente.
            Oggi a mio avviso la Chiesa cerca di parlare a tutti, uomini che pensano e cercano compresi! Ovviamente questi ultimi non possono fermarsi alla superficie, ma devono scavare per scoprire i tesori che la fede cristiana riserva. Ma i tesori non sono certo nascosti, intendiamoci. Basta guardarsi un pò in giro e si trova di tutto. Ecco, forse per chi si appresta ad un cammino simile il problema è proprio questo: si trova DI TUTTO.
            E allora serve un metodo di comprensione di ciò che si legge e soprattutto prudenza. Da qui tutti i miei primi post leggibili qui.
            Che poi Tommaso sia il lume del lume della ragione, anche qui, sfonda una porta spalancata.
            Ovvio il tomismo contemporaneo ha i suoi casi particolari, ognuno dei quali cerca di farsi portavoce della metafisica straordinaria di Tomamso; ma fra gli autori del blog ci sono molti liviani che condividono l’impianto solido della filosofia del senso comune di Mons. Livi. Vedrà che non mancheranno posts dedicati a questo tema.
            Grazie ancora!

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          • Un consiglio che mi fu dato da Trianello (anch’egli autore del blog) per la presentazione articolata e ben fatta del tomismo e dei suoi interpreti è:
            Battista Mondin – LA METAFISICA DI SAN TOMMASO D´AQUINO E I SUOI INTERPRETI
            ESD

            http://www.edizionistudiodomenicano.it/Libro.php?id=144

            Libro che comunque presumibilmente conosce. 🙂

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  5. Personalmente credo che sia ora di dare un taglio alle polemiche sul VO velocemente da parte della chiesa. Nel senso di trovare una quadra ed unire i due riti in uno con il contributo degli specialisti liturgici partendo dal NO che va integrato e migliorato non abolito. Le buone intenzioni di papa Benedetto nel legittimare il VO per venire incontro a sensibilità diverse di pochi ha avuto solo l’effetto di creare degli schieramenti opposti ed in guerra che si sono incancreniti con divisioni contrarie all’unità. Il VO è diventata una bandiera ed un pretesto per combattere il Concilio e i papi post conciliari. Brutto affare|

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    • Caro Vincenzo,
      la Chiesa non è un esercito e non bisogna lasciarsi “impressionare” dai tradì-protestanti, criptosedevacantisti che vociferano sui blogs: costoro già non sono cattolici.
      Invece, ci sono tantissimi ottimi sacerdoti e fedeli che vivono il loro cattolicesimo in pienezza e per i quali il VO corrisponde ad un bisogno spirituale, mistico e “verticale” legittimo, in quanto ha nutrito secoli di cattolici.
      Questo Satana vuole: utilizzare i disobbedienti per indurre in tentazione chi governa la Chiesa ad irrigidirsi, chiudendo porte estemporaneamente e buttando ottimi fedeli nelle braccia di Chiesuole distaccate dalla Chiesa cattolica.
      In Pace

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      • Quel che Satana vuole non lo so e glielo lascio tutto. Quel che so è che ha ragione Simon a dire che ci sono tanti sacerdoti per i quali il VO è esigenza spirituale. Sacerdoti che non ce la fanno più a leggere della vulgata tradizionalista superficiale che vede i preti tutti indistintamente celebranti con i nasi da clown.
        Anche Don Camillo, che qui è passato e sappiamo a volte ci legge, è sbottato.
        http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5570132738557818436&postID=231362277011821240

        E c’è poco da stare allegri naturalmente. Non siamo all’asilo che godiamo se qualcun’altro viene rimproverato. Son convinto che questi blog avanzano domande legittime – che potrebbero aiutarci tutti a comprendere meglio ciò che siamo chiamati a vivere – nascoste, ahimé, in pretese di chi crede nella superiorità del carisma di un fedele al VO fino a chi accetta il NO per puro spirito di (immane) sacrificio (alla faccia della forma ordinaria…) e che comunque ritiene “diverso” dal VO (leggasi inferiore in tuttoequandoscrivotuttointendotutto).

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    • Si potrebbero dir mille cose contro l’idea d’abrogare il “Summorum pontificum”. Ma mi limito a una di quelle mille, e mi metto da un punto di vista che presumo Le sia congeniale: quello pastorale; o, meglio ancóra, quello della carità fraterna e dell’amore per la Chiesa e per la sua unità.
      Ebbene, si rende conto che, a tacer d’altro, l’abrogazione avrebbe come conseguenza il passaggio d’un numero probabilmente molto alto di fedeli al lefevrismo, o comunque alla comunione non piena colla Chiesa? Il passaggio sarebbe pubblico e clamoroso in qualche caso, silenzioso e nascosto, ma non meno reale, quasi sempre.
      Mi sembra difficile esagerar l’importanza di questa considerazione. Badiamo bene a non esasperare gli animi.

      La mia personale proposta: mantenere in vigore il “Summorum pontificum”, e promuovere anzi il più possibile la celebrazione della messa di san Pio V (senza contaminazioni: gl’ibridi posson esser pericolosi); promuover largamente anche la messa di Paolo VI integralmente in latino (colla sola eccezione, se si vuole, delle letture); combattere gl’innumerevoli abusi nella messa di Paolo VI in volgare, e promuovere, anche in essa, tutto quel che conferisce alla “NOBILE semplicità”: il cànone romano, il canto in latino di parti dell’ordinario, testi linguisticamente e letterariamente belli, ecc.

      Praticamente: non sarebbe logico che si celebrasse in latino la messa (di Paolo VI) almeno una volta in ogni domenica e festa di precetto, nelle cattedrali (e chiese assimilate nel diritto alle cattedrali), nelle basiliche anche minori, nei santuari, nelle chiese insigni, nell’ordine benedettino? Se, per disgrazia della Chiesa, fossi eletto papa, credo che farei una légge per imporre quest’obbligo.

      Se siete difensori e estimatori della messa del venerato papa Paolo VI (sì, venerato, almeno da me, mi creda!), perché non ne promovete la celebrazione, degna e solenne, nella lingua della Chiesa?

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      • Parlo personalmente: io non difendo la messa NO a spada tratta né posso permettermi critiche sulla stessa. Io, purtroppo (o per fortuna), per ora resto alla finestra e cerco spiegazioni.
        Cerco di capire cosa si fece cinquanta anni fa, cosa fu chiesto e quindi fu fatto, cosa non fu chiesto e fatto lo stesso e cosa può essere fatto oggi nel concreto.
        Consapevoli ovviamente che NOI non possiamo nulla sul messale in sé, ma certo se c’è possibilità di migliorare (e di molto) quello corrente (e lo si può fare a detta di Simon e anche di Don Camillo), perché non capire come?

        Grazie per questi spunti Marcellonaccio, a presto!

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  6. Il paragone con la meccanica classica è infelice!
    La MC può essere definita un caso particolare ma in realtà è una vera e propria approssimazione (v<<c); sostanzialmente è quello che fanno gli ingegneri: partono da una formula generale e poi approssimano e tolgono dove si può ottenendo un'equazione più semplice.

    Quindi semmai la formula generale è il VO e, da qui, approssimando e togliendo…

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    • Oppure lasciamo stare l’analogia, se questa non sembra precisa, e restiamo sulla materia. D’altra parte per questo stesso motivo non è possibile tirare conclusioni sulla base della stessa analogia, le quali saranno erronee tanto quanto la stessa.

      Benvenuto rw!

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    • Caro rw,
      come ben dice Kerygmatico, un’analogia vale solo per quella parte dove fa senso: non bisogna cercare di estenderla troppo sennò gli si può anche far dire il contrario di quel che dovrebbe.

      Desidero però chiarire l’idea di generalizzazione che proponevo in due parole: ma, asseconda delle risposte che P.Augé proporrà nel seguito della discussione, vi ritornerò con maggior precisione.

      (1) Il messale paolino può permettere diverse “interpretazioni” accidentali: alcune molto vicine a quelle del rito tridentino come le foto che ho proposto per questo post e altre alquanto lontane nei loro accidenti. In questo senso è un messale che non pretende regolare tutti gli accidenti ed è più generale: al limite, direi, non esiste un solo tipo concreto di messa ordinaria, anche se esiste una sola forma ordinaria, ma esistono molteplici interpretazioni concrete.
      Nel messale tridentino c’è la pretesa (nella testa di certuni) di fare coincidere la forma con l’interpretazione stessa: questo ne ha fatto il suo successo, ma anche ha segnato la sua morte, visto che fin dalla fine del XIX secolo, ha cominciato ad essere risentito come troppo costrittivo e limitativo (da dove l’estremamente facile adozione del novus ordo a livello mondiale quando fu introdotto).
      La liturgia è anche un’arte: immaginiamo che un compositore di musica scriva una partitura: questa è una “forma”. Resta poi al musicista di interpretare questa forma per attuarla. Questa, secondo me è l’ambizione del rito paolino: scrivere una partitura. Mentre nel V.O., analogicamente, l’ambizione era non solo di dare la partitura, ma di dire anche come e quando il musicista deve usare le dita, respirare, inchinare il capo, muovere il corpo, al fine di garantire uno risultato standardizzato al livello della prestazione musicale.

      (2) E’ vero che la messa paolina è stata da una parte un “tagliare via” pezzi da quella tridentina (penso alle preci leonine, al magnifico offertorio che “raddoppiava” la preghiera eucaristica, etc , etc) ma se questi elementi non erano essenziali alla Santa Messa allora erano accidentali e quindi fanno di questo rito un caso particolare di quello semplificato (visto che lo è per “aggiunta” di elementi non sostanziali) ; d’altro canto ci son state aggiunte nella forma paolina che non c’erano in quella tridentina alcuni dei quali sostanziali ( nuovi canoni, etc. etc.) il che mostra che la prima è più generale della seconda anche in questa prospettiva.

      (3) L’esempio della meccanica relativistica rispetto a quella classica, si riferiva al fatto che nella seconda lo spazio- tempo è assoluto e che quindi l’approccio relativistico potrebbe essere percepito come in totale contraddizione con quello classico. Mentre in finis, può anche essere interpretato come un caso particolare (v<<c)come ha ben detto lei. Il mio esempio non voleva andare oltre.
      Grazie per il Suo commento
      In Pace

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  7. Alla richiesta di Kerygmatico, cerco di cimentarmi a rispondere ad una stroncatura apparsa sul blog di Mic in relazione a questo mio post in risposta a P.Augé.

    Il primo problema sorge dal fatto che l’autore di detta stroncatura (bT) sembra non aver letto con attenzione il mio post e fa quindi affermazioni false quanto ai miei propositi, quindi non posso far molto di più che sottolineare dove mi ha mal capito :

    (1) bT scrive: ” Si introduce qui l’intervento a firma “In Pace”, che tenta di difendere padre Augé sostenendo che la liturgia andrebbe trattata non in termini liturgici «ma a livello puramente pratico e pastorale».” : qui c’è un incomprensione di base, infatti mi sono limitato a cercare di rispondere ad una problematica pratico-pastorale sollevata da P.Augé nel suo blog circa l’opportunità e le modalità concrete del “bi-formalismo” indotto dal S.P.
    Nessuno qui si è mai sognato di dire che la liturgia in sé debba essere trattata con categorie a-liturgiche.
    Ma, se si vuol rispondere a P.Augé, mi sembra normale che si parli della problematica posta da lui, che, in questo caso particolare, non era liturgica di per sé, ma solo concernente un problema di pastorale concreta e non di altre cose.

    (2) bT scrive ancora : “Alle questioni poste dal padre Augé si può rispondere in tanti modi ma per onestà tutti dovrebbero partire dalla questione fondamentale: la crisi del Novus Ordo (ed il per loro incomprensibile successo del Vetus Ordo) è un problema “teologico/liturgico” o un problema “pastorale”?”
    Ancora volta, quello non era il problema sollevato da P.Augé il quale non parla inquesto caso di crisi del Novus Ordo, ma di come far coesistere, oggi come ogg,i le due forme dell’unico rito.
    A bT non interessano le stesse cose che a P.Augé : il che va anche bene a tutti, ma perché bT si arrabbia se la domanda di P. Augé mi interessa e desidero tentarne una risposta senza annegarmi nel solito psicodramma tradi-protestante?

    (3) scrive bT : “Sono queste le domande su cui riflettere.” e mette giù le solite domande trite e ritrite. Permetterà bT che ci poniamo altre domande che quel che interessano a lui?

    (4) Più sotto bT dichiara “Notiamo anzitutto il fatto che il celebrare dignitosamente un rito non lo rende automaticamente buono, non ne risolve i problemi intrinseci.” : e qui siamo al nocciolo del problema. Per lui il rito paolino non è buono. Questa è una sua opinione , ma che non è un’opinione della Chiesa cattolica. Ovviamente tale affermazione crea una cesura e chiude ogni dialogo e spiega il tono affannoso e concitato di tutta la sua dimostrazione ed il perché non riesce a a lasciarsi interpellare dalla vera domanda di P.Augé.

    (5) Chiude bT la sua filippica ponendo la domanda seguente : “Perché mai il Novus Ordo sarebbe indiscutibile, e il Vetus Ordo andrebbe fatto sparire?” .
    Di certo bT non può accusarmi di questo visto che propongo appunto un’evoluzione del V.O. che non ne tocca a sostanza ma ne garantirebbe, a mio parere, la perennità: adattare il santorale ed il temporale per renderlo coerente con quello della forma ordinaria.

    In Pace

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  8. Salve a tutti.
    Rispondo solo all’articolo e chiedo scusa se devo per forza di cose non tener conto dei numerosi commenti, qui e altrove.
    Inizio da ciò che condivido. In effetti, il messale VO è un messale “del prete”, dove la componente “dei fedeli” è minoritaria. L’integrazione opportuna della “componente fedeli” è stata disposta dalla SC e come tale è normativa per il cattolici. Altro discorso, che qui tralascio, è come ciò sia stato applicato e con quale intenzione.

    Detto questo, la proposta di mediazione mi pare discutibile. Intanto, Lezionario vuol dire anche Anno Liturgico. Non dubito che entrambi nel NO siano di ragguardevole livello (per quanto, per certi aspetti, perfettibile). Ma difficilmente potrà piacere in ambito tradizionalistico (sono note le critiche a questa o quella riforma). Ma comunque tenere il Messale preconciliare addizionato col Lezionario postconciliare rappresenterebbe, anche se accettato, un modo molto meccanicistico di determinare l’unità ecclesiale.

    Non credo questa sia la strada giusta e mi permetto di suggerirne un’altra.
    Il punto chiave è che se si vuole arrivare al superamento della pluralità delle forme rituali, normativamente riconosciuta dall’Autorità, il lavoro è più complesso.
    Il lavoro è più complesso perché riguarda l’evoluzione di entrambe le forme rituali.

    * Il VO può evolvere solo:
    1) seguendo SC,
    2) seguendo – a modo proprio – le regole dello sviluppo omogeneo della liturgia (cfr. l’opera di A. Reid recentemente tradotta in italiano, almeno per la pars construens),
    3) procedendo alle doverose integrazioni, al termine delle quali il VO si ritroverà ad essere riconosciuto da ogni cattolico come parte integrante del movimento di re-instaurazione liturgica sancito dalla SC, cosa che non equivarrà a de-tridentinizzare il VO [un ottimo esempio di questo tipo di integrazione è possibile ravvisarlo nella nuova “preghiera per il popolo ebraico” nella liturgia del Venerdì Santo, come di recente approvata da Benedetto 16°].

    * Il NO può evolvere solo:
    1) seguendo SC,
    2) ricercando retrospettivamente se vi siano state, nelle innovazioni introdotte, delle eccezioni o delle violazioni delle regole dello sviluppo omogeneo della liturgia
    3) procedendo alle doverose rettifiche, al termine delle quali il NO si ritroverà ad essere riconosciuto da ogni cattolico come parte integrante della Tradizione, cosa che non equivarrà a tridentinizzare il NO.

    In conclusione, l’evoluzione verso l’unità sarà possibile solo se VO e NO evolvono verso una nuova stabilità.
    Naturalmente, come mostrato, ciascuno “iuxta propria principia”.

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    • Ottimo questo Suo intervento lycopodium! Desidero dargli più visibilità nel blog e lo discuterò in un post.
      Grazie.
      In Pace

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