
Capitolo X — Il Gioco delle Perle Rovesciato
Luxor giaceva alle sue spalle, non come un luogo lasciato o abbandonato, ma come una cavità segreta del cuore, un ventricolo nascosto che continuava a pulsare silenziosamente dentro di lui, mentre il passo di Telesforo si dirigeva verso nord, e il corpo avanzava, ma l’anima restava ancorata a quell’eco invisibile, a quel ritmo interiore che, una volta conosciuto, non si può più cancellare; eppure, non una volta si voltò, non cedette alla nostalgia o alla tentazione di guardare indietro, consapevole che i luoghi che davvero ci segnano non si lasciano dietro come si lasciano le pietre di un sentiero, ma continuano a vivere dentro, come il respiro che si fonde con il sangue.
Camminava, e il mondo attorno a lui pareva aver compreso la solennità di quel suo andare, come se la terra, il cielo, e ogni creatura, sospendessero il proprio corso per assecondare il suo passaggio: non vi erano ostacoli, né deviazioni, né il logorio consueto che accompagna i lunghi cammini; villaggi abbandonati si dispiegavano come ricordi immobili, le colline vestivano una coperta d’erba dorata che sembrava respirare alla luce obliqua del sole, ponti sospesi attraversavano il nulla senza sfidarlo, templi antichi, ormai ridestinati a serre, conservavano sotto le loro volte umide un’umile promessa di rinascita, e le biblioteche, spogliate delle loro pergamene, si offrivano come rifugi silenziosi per chi ancora cercava riparo tra i resti del sapere.
E in ogni luogo, in ogni pietra e in ogni ombra, non si scorgeva la fine di un mondo, ma piuttosto la sua trasfigurazione: nulla serviva più a ciò per cui era stato concepito, ma ogni cosa aveva appreso a stare, a custodire, a rendere culto — perché, come sapeva bene Telesforo, l’essenza può precedere la forma, e quando si libera da essa, vaga nel mondo come un profumo senza corpo, lasciando intatta la sua potenza.
E fu così che, dopo un tempo che non si può misurare con le ore né con i giorni, giunse a una valle segreta, nascosta tra rilievi spogli, come una coppa scavata nella carne della terra, dove il vento si ritira e la luce si piega: lì, al centro, sorgeva il Tabularium, una struttura ottagonale, fatta di legno antico e vetro opaco, simile a un padiglione votivo, ma privo di ogni fasto, di ogni ornamento che potesse distrarre l’occhio dalla sua essenza.
Non era un luogo sacro per consacrazione rituale, ma ogni angolo, ogni giuntura, pareva irrorata da una sacralità più antica e più intima, simile a quella dei padiglioni del Bro Maneriou, ma spogliata di ogni trionfo, ridotta all’osso, come un corpo offerto all’ultima liturgia.
E lì, nel silenzio che precede ogni rivelazione, si sarebbe svolto il Gioco — o meglio, quel rosario di perle rovesciato che non si gioca per vincere o per dominare, ma solo per restituire.
Telesforo vi entrò senza pronunciare parola, come chi sa che ogni parola, qui, avrebbe spezzato il fragile equilibrio tra il visibile e l’invisibile.
Camminava nel vuoto tra cocci e reliquie sparse,
dove il tempo si dissolve come il sale nell’acqua,
e la croce spezzata si offre senza compiersi mai.
Quella linea interrotta, quella spirale incompleta, parlava al suo cuore più delle architetture perfette; comprendeva che nella bellezza che si consuma e si frange, come un vaso incrinato dalla fatica dei secoli, si cela la verità più pura: ciò che non si chiude resta aperto al cielo, e ciò che non si compie offre spazio all’invisibile. Era questa, forse, la via che anche il rito degli antichi conosceva, quella disciplina che non pretendeva il possesso della forma, ma la sua custodia, la sua discreta presenza, in cui anche il frammento, il gesto mancato, il simbolo imperfetto, continuavano a servire l’armonia.
All’interno del Tabularium, dove ogni angolo sembrava consumato dal tempo e insieme preservato da un’intenzione antica, Telesforo fu accolto non da maestri o officianti, ma da quel vuoto operoso che già conosceva, fatto di linee spezzate, mappe incomplete, simboli frammentari, disseminati sul pavimento come tracce di un pensiero che aveva scelto di dissolversi piuttosto che compiersi. Nessuna delle forme raffinate dell’Accademia, nessuna perla intarsiata o intessuta di vetro, nessun tabellone o ornamento. Solo il silenzio che precede ogni gesto vero.
E fu in quel silenzio che un uomo dalla barba bianca, il custode di quel luogo, gli si avvicinò con passo lento, senza presentarsi, ma pronunciando parole che scivolarono dentro di lui come un’acqua che conosce già il cammino tra le pietre:
— Qui si gioca il Gioco delle Perle Rovesciato. Dove nulla si costruisce. Dove tutto si offre.
Telesforo si inchinò appena, in un gesto più prossimo a un assenso intimo che a una risposta, mentre dentro di sé tremava non di paura, ma di quel riconoscimento profondo che si prova quando il senso di ciò che si è cercato per tutta la vita si manifesta in una forma inattesa, eppure perfettamente giusta.
Quella notte, immerso nella penombra che il Tabularium sembrava trattenere come un respiro sospeso, rievocò il rosario di perle nella sua forma originaria, quella trasmessa dai maestri del Bro Maneriou e perfezionata nei secoli come suprema arte combinatoria e contemplativa, in cui ogni mossa non era un semplice atto di gioco, ma una proposizione, una sinfonia di concetti, una liturgia intellettuale in cui frammenti di conoscenza, citazioni, intuizioni, si congiungevano secondo nessi simbolici e logici, come in una partitura invisibile.
E in quella memoria, dolce e austera, tornava il ricordo delle perle — non oggetti materiali, ma unità di significato, brillanti come stelle nella rete del pensiero — che, connesse le une alle altre, non componevano un sistema chiuso, ma lasciavano respirare il vuoto tra le forme, proprio come nel baduk, dove il valore di una pietra non sta in sé, ma nello spazio che protegge, nel respiro che genera, nella rete che permette.
Nel Gioco, come nella vita, ciò che non si diceva contava più di ciò che si proclamava, e ogni connessione, ogni silenzio, ogni rinuncia, erano parte di una grammatica sacra, di quell’atto del Logos che crea il mondo non come dominio, ma come ordine significante.
Eppure, sentiva ora con chiarezza che tutto questo non bastava più. Il tempo del costruire, del comporre, era finito. Giungeva il tempo del restituire.

Quando il custode lo svegliò all’alba, non fu necessario dire altro:
— È il tuo momento — disse, con la voce di chi accompagna senza guidare. — La partita è cominciata.
Il Tabularium, in quella luce incerta che precede il giorno pieno, taceva ancora, non come tace un luogo disabitato, ma come si trattiene il battito prima di un’offerta, come resta immobile un’assemblea prima che il sacerdote attraversi la soglia. Ogni pietra, ogni fibra del legno antico, sembrava vibrata da un’attesa che non chiedeva di essere sciolta, ma solo riconosciuta. Era un’immobilità viva, densa di possibilità trattenute.
Telesforo, guidato da quell’attesa più che dal proprio volere, entrò nella sala ottagonale. Le pareti, lisce come vetro ma opache, non riflettevano la luce, ma la assorbivano, come se quel luogo fosse fatto non per moltiplicare i segni, ma per dissolverli. Al centro, un piano d’alabastro poroso, bianco come la cenere spenta, raccoglieva la luce con la stessa dolcezza di un lino consacrato, e attorno sedute di pietra grezza, disposte secondo un ordine che non era geometrico, ma respirava antiche consuetudini.
I partecipanti erano già lì. Nessuno parlava. Nessuno fissava l’altro. Ma ognuno sapeva di essere visto e accolto, non da sguardi, ma dalla comune attenzione. Era quella forma sottile di amore che si esercita senza protagonismo, in cui ognuno si fa da parte perché l’altro possa emergere. L’aria stessa, tra quelle pareti, non era carica di tensione, ma di una vigilanza attenta, simile a quella che precede le grandi liturgie.
Sul piano centrale, non v’erano le perle canoniche, quelle sfere levigate che avevano ornato le mani dei maestri del Bro Maneriou, non vi erano intarsi di vetro o cristallo, nessuna delle raffinatezze che nei secoli avevano definito l’eleganza del Gioco. Solo frammenti. Resti. Scarti. Cocci di terracotta annerita, ossa levigate dal tempo, conchiglie spezzate, vetri opachi raccolti forse su spiagge lontane, legni consumati dal fuoco. Nulla di perfetto, nulla di ripetibile. Nessun oggetto per costruire un sistema, ma reliquie, testimonianze mute di ciò che era stato perduto.
Quando il Gioco cominciò, non fu annunciato da alcun segno. Nessuna campana, nessuna invocazione, nessun rito di apertura. Solo un uomo, con il volto coperto da un velo grigio, si alzò, si avvicinò al piano centrale e vi depose una ciotola di legno grezzo, levigata dall’uso, come si depone una promessa senza parole. Poi si ritirò senza voltarsi.
Seguì un lungo silenzio. Poi, una donna si alzò. Con gesti lenti, quasi temendo di spezzare l’aria stessa, scelse un frammento di vetro verde, dalla forma irregolare, affilato su un lato. Lo prese tra le dita come si prende una reliquia, e lo posò sul piano, tracciando con esso una linea breve, spezzata, subito interrotta come da un trauma. Nessuna parola. Tornò al suo posto.
Un altro si alzò, e un altro ancora. Ognuno, con gesti misurati, offriva il proprio frammento, non per ornare il piano, non per costruire un disegno, ma per deporre un resto. Ogni gesto non ordinava, ma feriva; ogni traccia lasciava il segno di una frattura piuttosto che di una connessione.
Telesforo osservava. Con lo sguardo, sì, ma anche con la pelle, con l’attenzione che si impara solo nei silenzi più profondi, quelli che diventano sacramento. E comprendeva che ciò che si stava compiendo non era un Gioco nel senso che aveva conosciuto, non era una costruzione di significato, ma una sua dissoluzione, una kenosi lenta, deliberata.
Quando venne il suo turno, non si alzò subito. Lasciò che il respiro gli colmasse il petto come un’offerta, e poi, con passo lento, si avvicinò alla ciotola. Scelse una conchiglia spezzata, ancora incrostata di sabbia. Con il dito leggermente inumidito, vi tracciò una spirale incompleta, che non chiudeva il cerchio, ma lo apriva. Poi la posò sul bordo del piano, lontana da ogni altro frammento, e tornò al suo posto senza dire nulla.
In quell’istante, comprese che ogni gesto, ogni frammento deposto, non costruiva una rete, non componeva una sinfonia. Dissolveva. Feriva. Lasciava emergere una memoria che non voleva essere posseduta.
Frammenti d’offerta si raccolgono sulla pietra,
e ogni gesto una ferita che non cerca guarigione,
ma lascia il vuoto parlare più forte della parola.
E in quel vuoto che cresceva ad ogni mossa, mentre il piano si popolava di tracce disgiunte, Telesforo sentì affiorare un pensiero, come una eco di sapienza antica: solo quando il pieno si spezza, solo quando la forma si disgrega, si crea lo spazio per l’armonia vera. Nel venerabile rituale, non è l’ordine esteriore che genera l’armonia, ma la capacità di lasciar emergere l’ordine che già esiste tra le cose, come un soffio che precede il canto. Così, anche qui, nella frammentarietà di ogni offerta, si compiva un ordine più alto, non visibile, non costruito.
Così, nei giorni che seguirono — o forse si trattò di un unico, lungo giorno che il tempo aveva smesso di misurare, lasciando che fosse l’attenzione a scandirne le pieghe — il Gioco continuò, ma non secondo alcuna sequenza prestabilita, non seguendo un ritmo riconoscibile o una progressione comprensibile all’occhio esterno; ogni partecipante compiva un gesto, uno solo, senza fretta, senza attesa di replica o di giudizio, e poi tornava al silenzio, che si faceva sempre più fitto, più necessario, fino a diventare la vera trama del Gioco stesso.
Il Tabularium, lentamente, mutava natura. Non era più soltanto il luogo in cui si svolgeva un rito, ma diveniva esso stesso rito: le sue pietre, le sue pareti opache, il piano di alabastro e persino l’aria che si insinuava tra le sedute di pietra grezza, tutto sembrava trasmutare in un corpo unico, vivo, fatto di pause e sospensioni, di silenzi che non erano vuoti da riempire, ma pieni da custodire. E il silenzio, come Telesforo imparava ora a comprendere, non era mera assenza di suono, ma la condizione necessaria perché ogni gesto, ogni frammento offerto, potesse rivelare la propria verità senza forzature.
Fu in una di quelle lunghe pause — se così si può chiamare ciò che in realtà era un ascolto esteso, una tensione che non chiedeva di essere sciolta — che Telesforo, alzando lo sguardo, vide emergere sul piano una figura che nessuno aveva tracciato, che nessuno aveva voluto. Là, dove le linee si spezzavano, dove i frammenti giacevano disgiunti e le traiettorie si arrestavano prima di congiungersi, si delineava una forma, non geometrica, non simmetrica, non compiuta, ma evidente: una croce.
Non la croce trionfale delle iconografie, non quella perfettamente ortogonale delle cattedrali o dei simboli scolpiti, ma una croce disarticolata, frammentaria, che non si imponeva allo sguardo, ma emergeva come un’immagine che si rivela gradualmente in un affresco consumato dal tempo, quando lo sguardo smette di cercare e si lascia sorprendere.
E in quel vedere, che non era un atto degli occhi ma del cuore, Telesforo comprese, con una chiarezza che non chiedeva conferme, che il Gioco delle Perle Rovesciato conduceva là dove tutto culmina, dove ogni costruzione deve disfarsi, dove ogni significato cede il passo al puro essere: al Golgota.
Dove il gesto si frange e il segno si spezza, affiora
una croce disgiunta che non chiede simmetria,
ma si offre nuda, compimento di ogni abbandono.
E fu in quell’offrirsi senza ornamento, in quella croce che non cercava d’essere vista ma solo lasciata emergere, che Telesforo riconobbe il vero volto dell’armonia: non l’equilibrio costruito, non l’ordine imposto, ma la verità che si rivela nell’abbandono, proprio come il rito dei saggi insegna che l’armonia non si impone dall’esterno, ma si lascia fiorire tra le cose, come il vento tra i rami di un albero antico.
La croce, nella sua forma irregolare e disordinata, giaceva ormai al centro del piano di alabastro come un sigillo non tracciato da alcuna mano, eppure innegabilmente presente, come accade con le verità più profonde, che non si costruiscono ma affiorano, lentamente, nel punto esatto in cui ogni volontà di possederle si è arresa. Nessuno l’aveva voluta, nessuno l’aveva prevista, nessuno si era posto il compito di comporla, e proprio per questo essa si era manifestata con una potenza silenziosa, che non aveva bisogno di imporsi per essere riconosciuta.
E fu solo allora, quando ogni gesto si era ormai ritirato in se stesso e ogni partecipante, chiuso nel proprio silenzio, sentiva il peso lieve ma ineludibile di quel compimento, che il custode si alzò. Aveva vegliato sul Gioco per tutto il tempo con la discrezione di chi sa che il vero officiante non è colui che compie i gesti, ma colui che li custodisce, senza mai diventarne protagonista. Eppure, in quell’istante, quando la croce frammentaria era ormai visibile come una ferita che nessuno aveva osato chiudere, la sua voce si levò, non per colmare il silenzio, ma per accompagnarlo oltre, come si accompagna un viaggiatore all’ultima soglia.
— Non siamo giunti qui per dominare — disse, e ogni sillaba, scandita senza fretta, sembrava risuonare non tra le pareti del Tabularium, ma nel corpo stesso di chi ascoltava. — Non per vincere, né per dimostrare. Non per ricomporre ciò che è stato frantumato, né per offrire soluzioni a enigmi che esistono solo nella mente. Siamo giunti fin qui per restituire.
E quelle parole, che non erano spiegazione ma consegna, raccolsero su di sé tutti gli sguardi, senza che alcuno dovesse muoversi, come un filo invisibile che li univa. Ogni frammento deposto su quel piano, ogni linea spezzata, ogni gesto incompiuto era, sì, parte di ciascuno di loro, parte intima, segno di una storia personale, di una memoria, di una perdita o di una colpa. Ma ora, proprio perché offerto, non apparteneva più a nessuno.
Il custode si avvicinò allora alla ciotola di legno grezzo, quella stessa che aveva raccolto i frammenti all’inizio, e la sollevò con entrambe le mani — come si solleva un’offerta che racchiude il peso di un’intera esistenza — e, con gesto lento e inesorabile, la capovolse, lasciando che i cocci, le ossa, le conchiglie, i vetri opachi scivolassero lungo un canale intagliato nella base del tavolo, svanendo senza rumore, come acqua che ritorna alla sorgente.
— Il Gioco è finito — sussurrò, e la sua voce, ora più che mai, non era una dichiarazione, ma un respiro che si scioglie. — Non perché sia stato vinto o perduto. Ma perché è stato offerto. E nulla, dopo un’offerta vera, può essere più giocato.
E fu allora che, uno dopo l’altro, senza alcun segnale, senza alcuna intesa visibile, i partecipanti si alzarono. Ma non si trattò di un movimento corale, non vi fu sincronia né cerimonia. Era piuttosto una risurrezione diffusa, come se ciascuno rispondesse, in modo intimo e irrinunciabile, a una chiamata che non aveva udito con le orecchie, ma riconosciuto con il cuore.
Ognuno, con passo lento e raccolto, si avvicinò al piano centrale. Nessuno aggiunse nulla, nessuno pose un oggetto, nessuno cercò di completare quel che era stato sottratto. Solo una mano, deposta sulla pietra d’alabastro, come si tocca la superficie di una tomba, come si sfiora il bordo di un altare, come si accarezza il petto nudo di chi si ama senza poterlo salvare.
Non era un gesto cerimoniale. Era un atto di presenza, di silenziosa fedeltà al compimento.
Telesforo fu l’ultimo. Si alzò, e ogni passo, mentre si avvicinava al piano, raccoglieva in sé il peso di tutti i frammenti che non avrebbe mai più raccolto. Giunto al centro, posò la mano sulla pietra, senza forza né esitazione. E sotto il palmo sentì che la pietra non era fredda, ma lievemente calda, come se conservasse la memoria di tutte le mani che l’avevano toccata prima della sua.
Chiuse gli occhi, e in quel silenzio che non chiedeva nulla ma tutto abbracciava, sentì affiorare non una voce, non un concetto, non una visione, ma una parola nuda e perfetta, che non cercava di essere compresa ma semplicemente abitata:Fiat.
Quando uscì dal Tabularium — non saprebbe dire quanto tempo fosse passato, se ore, giorni, o soltanto l’intervallo tra un respiro e l’altro — la luce che lo accolse non aveva nulla del chiarore incerto dell’alba, né della pienezza del meriggio o della dolcezza crepuscolare: era una luce riconciliata, una luce che non chiedeva di essere collocata in alcun tempo, perché si offriva come sospensione di ogni tempo, come un respiro che abbraccia tutto ciò che è stato e tutto ciò che sarà.
Il paesaggio, intorno a lui, non era mutato: le colline restavano spoglie, la valle ancora raccolta come una coppa scavata nella terra, eppure ogni cosa sembrava aver disimparato la propria funzione, ogni forma aveva abbandonato il peso del nome che le era stato assegnato, per tornare a essere ciò che era prima di ogni parola — terra, vento, pietra, cielo. E Telesforo, nel camminare, si sentiva parte di quella sospensione, come se ogni passo che muoveva benedicesse la terra non per volontà sua, ma per naturale consonanza con il ritmo delle cose.
Il custode lo attendeva poco oltre l’ingresso, in piedi, nella stessa postura assorta e discreta che aveva mantenuto durante tutto il Gioco, come chi sa che l’uscita, in ogni rito, è la parte più sacra. Lo guardò senza insistenza, ma con quella benevolenza che non cerca di trattenere, e quando parlò, la sua voce fu semplice, essenziale:
— Ora sei pronto — disse. — Ma non per ricevere un titolo, né per assumere un ruolo. Sei pronto per una consegna.
E dalle sue mani tese, Telesforo accolse una piccola ciotola di legno grezzo, levigata dall’uso, come le ciotole dei monaci mendicanti che non chiedono, ma accolgono ciò che viene loro offerto. Al suo interno non v’era nulla. Solo, inciso sul fondo con la pazienza che si dedica ai gesti irrevocabili, un’unica parola eternamente ripetuta: Fiat.
Non pianse, non sorrise, non pronunciò alcuna risposta. Comprendeva, ora, che il Gioco delle Perle Rovesciato, quel rito silenzioso di frammenti deposti e dissolti, non si era svolto intorno a lui, ma attraverso di lui; e che, da quel momento in poi, non sarebbe più stato un Gioco, ma un cammino. O forse, più esattamente, un rosario di perle di vetro che egli stesso avrebbe portato, non come un ornamento, ma come una via.
Un rosario fatto non di sfere perfette, levigate, ornate di simboli, ma di frammenti irregolari, di cocci e di vetri opachi, di conchiglie spezzate e ossa levigate dal tempo: un rosario che non si recita per ottenere, ma si percorre per restituire, dove ogni perla non è un mistero compiuto, ma una ferita che si offre. E nel far scorrere quel rosario interiore, sentiva che ogni passo, ogni gesto, ogni silenzio, era una perla di vetro che si infrangeva e, infrangendosi, rivelava la luce.
Discese verso il mondo. Non come predicatore, non come maestro. Ma come discepolo muto. Non portava con sé né dottrine, né strategie, né difese. Solo una ciotola vuota. E un cuore che taceva.
Camminava leggero, eppure ogni passo pareva benedire la terra. Ogni frammento del suo cammino, ogni incontro, ogni parola non detta, diventava parte di quel rosario di perle di vetro, che egli continuava a far scorrere dentro di sé, non con le dita, ma con l’essere.

E nella sua mente, senza voce, senza forma, una preghiera silenziosa si compiva:
Cammina nel vento che spoglia ogni pretesa,
lascia che il silenzio parli tra le crepe del mondo,
offri ogni passo come frammento d’esistenza.
E mentre discendeva, sentiva che quella preghiera non era solo una voce interiore, ma il ritmo stesso del rosario di perle di vetro che continuava a scorrere dentro di lui, fragile e lucente, come la luce riflessa su un filo d’acqua: ogni passo un’invocazione, ogni pausa un’offerta. Così il cammino non si faceva più per giungere a una meta, ma per restituire, per lasciare che l’essere si facesse dono, senza cercare né attendere altro.
E nella semplicità di quel cammino, tra terra, vento, pietra e cielo, Telesforo abitava ormai il suo Fiat obbediente.
Inizio della Novella: https://pellegrininellaverita.com/2014/08/15/il-testamento-del-magister-ludi-i/
Episodio direttamente precedente:https://pellegrininellaverita.com/2025/04/14/il-testamento-del-magister-ludi-ix/
Categories: For Men Only, Simon de Cyrène, Sproloqui
