Giochi Di Soldi

Prendo qualche minuto per condividere con voi cinque esperimentini sociali fatte con i miei studenti: è proprio “food for thought” che, spero, sarà fonte di riflessione e di ispirazione anche per voi tutti, in questi tempi piuttosto atroci in campo economico.

Queste esperienze mi sono state ispirate dal Money Game che potete trovare (qui):e le ho praticate più volte con gruppi di partecipanti da 20 a 30 studenti.

(1) Si gioca con delle carte: il banco distribuisce quattro carte in modo casuale ad ogni partecipante; gli studenti possono darsi o scambiarsi le carte tra di loro; quando uno studente ha quattro carte dello stesso valore e di vario colore (ad esempio, quattro regine o quattro tre) egli ha “costruito” una “casa” (come quattro muri simbolici) e può tornare al banco per dare la “casa” che sarà segnata a fronte del suo nome, così da poter contare quante case avrà fatte, e gli sarà ridato quattro nuove carte in modo casuale che il partecipante potrà continuare a offrire o a scambiare. Dopo una quindicina di minuti si chiude il gioco e si contano le case fatte da ogni studente. Il risultato tipico medio è stato, nel mio contesto, di quattro case per partecipante, con alcuni avendone costruite addirittura otto. In questa partita, siamo in un’analogia di un’economia del dono: i participanti danno senza nulla in cambio o scambiano quando fa senso. I partecipanti trovano l’esperienza molto piacevole socialmente e personalmente.

(2) La seconda partita è identica alla prima salvo che si aggiunge una regola: non c’è dono possibile, solo si possono scambiare carte tra due partecipanti. È una rappresentazione di un economia del baratto. Durante quest’esperimento sociale, vediamo due fenomeni apparire e riconosciuto dai partecipanti stessi: alcuni debbono barare, ad esempio creando scambi non diretti usando terzi per completare le transazioni, il secondo è che la quantità di case create è stato più che dimezzato. Chiaramente un sistema di baratto puro non è mai esistito in nessuna società a nessun punto nella storia, malgrado la vulgata di Adam Smith al soggetto: semplicemente non può funzionare nella pratica, esso è un’estrapolazione del nostro modo attuale di scambiare denaro contro beni. I partecipanti hanno provato tutti un sentimento di frustrazione durante questa partita, in quanto erano come frenati nei loro progetti di costruzione di case dalla regola dello scambio immediato e diretto, ragione per la quale baravano a volte.

(3) La terza partita è identica alla prima, ma ogni partecipante riceve per giunta un foglio di carta personale dove nota le carte ricevute e quelle date: cioè può ricevere le carte dal banco e le nota, le può dare a chi le chiede e le nota, giusto la notazione è controfirmata dalla parte che da e riceve, così come egli stesso controfirma al contempo il foglio della controparte confermando quel che i primi gli hanno dato ed i secondi ricevuto da lui. Ogni volta che riesce a fare una casa, torna al banco che gli prende le quattro carte e gliene dà cinque in cambio. Alla fine si contano il numero di case fatte guardando su ogni foglio. Non c’è nessun baratto né nessun denaro. Il risultato ottenuto è quasi tanto buono quanto l’economia del dono tra 3.5-3.8 case create in media. I participanti trovano questo sistema piacevole. In realtà è un’analogia dei sistemi di contabilità usati fin dai tempi dei Sumeri. È anche un’analogia delle blockchain moderne.

(4) La quarta partita vede apparire della moneta da monopoli: ai partecipanti è dato un mix di carte e di moneta, tutte aventi lo stesso “valore”, senonché si ha successo solo quando si costruiscono “case” come sopra. Quando uno va a registrare case riceve sia carte sia moneta, a scelta. Il risultato finale è migliore del sistema di baratto in termine di case costruite ma meno bene che l’economia del dono e della sola contabilità: circa a metà strada con una media di circa tre case costruite. Il fenomeno del barare appare a volte ad esempio con alcuni partecipanti cercando di scambiare alcune carte per più di un biglietto di monopoli. Il più interessante è che alcuni tentano di avere molti “soldi” anche senza costruire case: cioè, conta più avere denaro che creare valore aggiunto costruendo “case”. La soddisfazione dei partecipanti era media, del livello della seconda partita, quella del baratto.

(5) La quinta partita è più complessa in quanto tenta di creare un’analogia con il sistema economico/monetario attuale. Di fronte ai partecipanti non c’è più ormai un solo banco che registra il numero di case costruite e distribuisce nuovi beni materiali (carte) o finanziari (moneta), ma ci sono una banca che distribuisce solo denaro aprendo un credito, cioè indebitando il partecipante con il montante prestato, che egli dovra rimborsare dopo un periodo (10 minuti uguali a 25 anni visto che parliamo di case) più gli interessi del 2-3% annui (cioè 100% su 25 anni); c’è un notaio presso il quale si possono comprare e vendere le case (quando vendute si ottiene una carta in più) ; c’è il fisco che richiede una tassa regolare. C’è una regola in più data dallo stato: se non si pagano le tasse che vanno pagate in moneta e non in case, si va in prigione; se non si pagano gli interessi o non si rimborsa il principale si va in prigione. Però la banca è simpatica , se alla fine del primo round non è possibile rimborsare il prestito, la banca è d’accordo di prolungarlo a condizione che gli interessi siano pagati, e anche le tasse ovviamente.

Il risultato è micidiale: i partecipanti invece di focalizzarsi veramente sulla produzione di case, cioè di vero valore aggunto, si focalizzano sulla sola capacità di liquidità, in media sono state prodotte anche meno case che nel caso del baratto; un terzo dei partecipanti ha cominciato a barare spudoratamente e pure a rubare (la banca); un quarto di loro si è trovato in prigione dopo il primo periodo perché non avevano né case né denaro per pagare le tasse e gli interessi; e dopo il secondo periodo solo un 20% dei partecipanti è riuscito a finire la partita, gli altri tutti sfiniti, moralmente demotivati e virtualmente in prigione.

La presenza di tasse nel sistema è necessario per obbligare tutti a usare di questo denaro-debito: i partecipanti possono solo pagarle con esso. Se si toglie l’obbligo di pagare tasse, alcuni potrebbero costruire case senza denaro usando di altre forme come l’economia del dono o altri sistemi fuori dal sistema bancario/statale e le banche non potrebbero generale il profitto dagli interessi pagati.

Potete giocare questo gioco quando avete una dozzina di partecipanti in sù.

Quanto all’ultima partita la giocate ogni giorno da quando siete nati.

In Pace



Categorie:Cortile dei Gentili, For Men Only, Simon de Cyrène

26 replies

  1. Se la moneta a debito è condannata dalla Bibbia come usura, ci sarà un motivo. La moneta per acquistare moneta è, propriamente, lo sterco del diavolo e, oggi come mai prima, la sua cloaca. I padroni del mondo hanno trasformato il giardino di Dio in una fogna a cielo aperto.

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  2. Ovviamente il gioco funziona con persone convinte di aver bisogno di più di una casa…

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    • Il fine dato dal gioco è di produrre il più case possibili.
      Ma potrebbero essere altri beni: è giusto un “modello”.
      In Pace

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      • La cultura degli indios amazzonici, che è cultura economica del puro dono, si ferma alla soddisfazione dei bisogni primari (abitazione e nutrimento): quando c’è poi da fare una festa, nessuno obbliga nessuno alla sua preparazione, ma chi non vi contribuisce, si auto emargina dalla comunità. Cosa fa scattare in una comunità il « bisogno » di avere più del necessario?

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        • Ma nessuno mai crede di avere tutto di quello che “ha bisogno”.

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        • La società familiare è il miglior esempio dell’economia del dono: in una famiglia non ci si scambiano beni e servizi né sotto forma di baratto né sotto forma di moneta, tutto è gratuito.

          Quel che è certo è che l’economia del dono è la più efficace ed efficiente di tutti i sistemi economici per produrre e riconsocere reale valore aggiunto.

          La sola limitazione che io conosca è che necessita, per l’appunto, di far parte di una famiglia, tribù , paese, comunità cooptata, dove tutti possono portare valore aggiunto a tutti quando ce n’è bisogno.

          A causa del peccato originale, però ci saranno sempre coloro che per pigrizia, egoismo, avarizia o altro che parteciperanno meno: di solito peò sono riconosciuti in quanto tali dalla comunità e, alla lunga, finiscono “scomunicati”.

          Un altro vantaggio dell’economia del dono è che i suoi membri cercano per forza di diversificare la propria produzione al fine di renderla più efficiente: è nell’effetto leva sulla differenza che si ottimizza quest’efficienza.

          Tra parentesi, niente è più inefficiente, economicamente, che una famiglia dove padre e madre semplicemente fanno la stessa cosa, cioè tutti due vanno lavorare fuori e tutti e due aiutano in casa, senza capire che è nelle differenti attività complementrai che si ottiene il massimo risultato.

          In Pace

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          • Concordo pienamente con quello che hai scritto, ma rimane pur sempre il problema di una famiglia che si accontenta e gode di quello che ha: io credo che la molla che scatena il voler di più di quanto sarebbe sufficiente per vivere degnamente è il desiderio, autoindotto o indotto da altri poco importa, di sempre nuovi bisogni e necessità.

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            • E con ciò?
              La creazione di valor aggiunto non ha bisogno d’altro che il lavoro per attuarla.
              In Pace

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              • Ma come si possono convincere determinate persone alle quali è sufficiente quello che hanno e che preferiscono passare il loro tempo a contemplare le bellezze del creato o a discutere dei massimi sistemi a lavorare per creare valore aggiunto?

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                • Anche questi sono valori aggiunti in quanto partecipano alla felicità di una comunità. E questo le comunità lo capiscono benissimo a vedere tutti i doni che sempre esse fanno generosamente alle loro comunità religiose, compresi i bonzi in Oriente, o il mecenato per gli artisti.
                  Il valore aggiunto reale si misura a fronte della felicità e non del benessere che esso apporta alla comunità ed ai suoi membri.
                  In Pace

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                • Simon, se quello è come tu definisci il « valore aggiunto » non posso che concordare pienamente.
                  Per meglio chiarire però il mio pensiero, io avrei scritto: Il valore aggiunto reale si misura a fronte al benessere spirituale e morale e non al benessere materiale che esso apporta alla comunità ed ai suoi membri.

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                • Preferisco davvero usare la nozione di felicità, in quanto eudaimonia di aristotelica memoria: (1) in quanto la ricerca della felicità in quanto scopo personale e sociale è quel definisce il valore morale e etico delle nostre azioni indiduali e collettive; (2) in quanto la felicità può essere vissuta anche in assenza totale o parziale di benessere materiale o spirituale, chi si sacrifica per la propria famiglia e mi legge qui mi capisce.
                  In Pace

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                • In aggiunta a quanto detto da Simon (che già sarebbe sufficiente), vale il buon senso. Se un modello socio-economico funziona, non si deve dire che non funziona perché qualche membro non riesce a godere appieno dei suoi valori. Per fare un esempio al negativo, il modello capitalistico non cambia solo perché alcuni individui (per es i barboni), o alcuni gruppi (per es gli hippies negli anni ’60) non vi si integrano, rinunciando ai (presunti) benefici di quel sistema. In altre parole, se qualcuno pensasse di approfittarsi di un sistema socio-economico basato sul dono vivendo da parassita della società, tanto meglio (o peggio) per lui, ma ciò non dovrebbe bastare per convincere gli altri a fare altrettanto, rinunciando ai propri valori e alla propria felicità per perseguire l’egoismo altrui, ricadendo nel proprio. In definitiva, una società capace anche di ospitare persone irriconoscenti, nullafacenti e scansafatiche è pur sempre migliore di una società in grado solo di emarginare perdenti, sconfitti e barboni.

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                • Altro che solo emarginare… il quinto esperimento sociale mostra che li crea apposta perché senza crearli non potrebbe esistere.
                  Nei quattro primi esperimenti invece non sono creati apposta ma è loro scelta o incapacità.
                  In Pace

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                • Simon, le idee ci accomunano, ma le parole per esprimerle ci dividono.
                  Da quando ho sentito diverse persone, riferendosi a disgrazie successe ad altri, dire: « Sono felice che gli sia successo… », ho qualche remora ad usare il termine felicità per come lo intendi tu.

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                • La intendo come eudaimonia. Nient’altro.
                  In Pace

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                • Simon, allora: buon demone 😉
                  La Pace sia anche con te.

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  3. Scrivo da qui perché è una domanda generale.
    Le prime comunità cristiane vivevano più o meno come descritto da Simon.
    La domanda è : come mai il cristianesimo si è diffuso ma quel modello di vita e gestione economica e sociale della società si è perso ?

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    • Bisognerebbe chiederlo ad uno storico specialista degli inizi del Cristianesimo.
      Penso che è quel che si vive nei monasteri con il voto della povertà, però: cioè che è lì che si continua l’economia del dono, tipica realtà familiare.

      Come commentato da me più sopra, l’economia del dono funziona bene nel quadro di una comunità ben definita, non troppo numerosa al punto che ogni membro non conosca realmente gli altri membri: ci sono tanti studi accademici sull’economia del dono, e vi è un certo “protocollo” che vi si stabilisce, secondo le comunità che la praticano, essenzialmente per evitare i soliti parassiti che la corruzione della natura umana non cessa mai di generare. Costoro, quando vengono riconosciuti dalla loro comunità, sono solitamente messi da parte, cioè non ricevono più doni . E la comunità è perfettamente capace di distinguere chi davvero non può “ricambiare” per ragioni oggettive e chi non lo fa perché non abbastanza virtuoso per farlo.

      Nel quadro di communità più grandi funziona sia il denaro “pieno” cioè quello dell’esperimento sociale quattro di cui sopra sia, ancora meglio, quello del sistema typo “blockchain” sumeriano di cui sopra nell’esperienza tre: posso immaginare che la comunità cristiana, allargandosi, abbia aturalmente adottato questi sistemi quando penso a San Paolo quando chiede alle Chiese che visita di fare doni per i “fratelli” in Palestina e sembra tenerne una contabilità.

      Di sicuro, l’usura, , il prestito di denaro, qualunque ne sia il tasso di interesse praticato, è sempre stato condannato dal Magistero, anche se, ormai, tace al soggetto, probabilmente perché la struttura gerarchica ecclesiale pensa traerne qualche beneficio secolare: ma le condanne relative non sono mai state ritirate a mia conoscenza.

      In Pace

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    • La prima comunità cristiana, quella di Gerusalemme, non applicò i principi dell’economia del dono, ma l’abolizione della proprietà. Essi fraintesero il significato mistico delle parole di Gesù “Va’, vendi tutto quello che hai, dallo ai poveri, poi vieni e seguimi”. Un errore che ebbe una ricaduta ancora più grave in nei secoli successivi, avendo ispirato vari eretici fino a Karl Marx. Tale scelta di vita evangelica durò però il tempo necessario a consumare le risorse in tal modo accumulate, fino all’inevitabile crack economico e alla riduzione in miseria di tutti; tanto che S.Paolo (proprio lui, quello che ammoniva ai suoi “Chi non vuole lavorare, neppure mangi!”) dovette impegnarsi nel salvataggio economico di quella comunità organizzando collette dalle varie Chiese in favore della Chiesa di Gerusalemme.
      E’ dunque lecito ritenere che quell’esperienza rimase confinata ai ricordi di gioventù della Chiesa di Gerusalemme, avendo infine compreso il monito degli Angeli agli Apostoli dopo l’Ascensione di Gesù Risorto “Perché state lì a guardare il cielo?”.

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    • Di certo la Chiesa in quanto tale, che non è delimitata dalla sola istituzione ecclesiale che è visibilmente molto fallibile da sempre, è il Regno del Dono in quanto tale: dai sacramenti a tutte le grazie (appunto “gratuite”) che Dio stesso elargisce a tutti i membri della Sua “famiglia”, i Suoi “figli adottivi” per la Grazia del Sacrificio stesso di Cristo.

      Al contempo, in quanto membri di questa Sua communità che è il Suo Corpo Mistico, ci è richiesto di donare a Dio stesso il culto che Gli è dovuto e che è reso possibile dallo stesso Sacrificio, come anche di aiutare spiritualmente in priorità assoluta eppoi moralmente e materialmente, i nostri fratelli che sono nel bisogno corrispettivo. Non si guadagna denaro: si dà e si riceve gratuitamente senza contare e solo Dio stesso garantisce l’integrità, e quindi la validità, della blockchain delle nostre vite in quest’economia divina.

      In Pace

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  4. Brutti tempi per la carità, che ha bisogno della prevalenza della cultura del dono disinteressato. Nel modo in cui viviamo e in cui prevale la cultura del baratto e dell’interesse e l’usura, le persone fanno sempre più fatica a capire la gratuità, il dono, la grazia, il disinteresse, e diventa possibile e perfettamente accettabile l’ossimoro del “dono obbligatorio”.

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    • Le persone anche le migliori sono incapaci, paralizzate, impaurite e come tetanizzate dal fare questo salto nel dono… eppure sola possibilità concreta di sopravvivere concretamente in quanto communità.
      In Pace

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      • Se non sono riuscite a trasmettere questo metodo persino coloro che vivevano accanto a chi aveva conosciuto personalmente Gesù direi che forse non ci può riuscire nessuno. Chiamiamola natura umana , o peccato originale , ma la paura e l’egoismo umano al termine emergono quando si passa da una comunità limitata nel numero e determinata nelle condizioni a una più grande nel numero e con complessità sempre maggiori.
        D’altra parte anche chi legittimamente presume la possibilità che il metodo del “dono” venga applicato non credo che attualmente lo applichi, anche perché è un metodo che necessita di una reciprocità.
        Una domanda quindi mi sorge spontanea : è meglio teorizzare un metodo perfetto ma irrealizzabile o sarebbe più utile (anche se più difficile ) cercare di ipotizzare il miglior metodo realizzabile ?

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