“Mòla mia, leù!”. Cronaca di una serata a tu per tu con Franco Nembrini.

Beatrice ci corre incontro

“Mòla mia, leù!” [non mollare, leone!].

È un omone di sì e no venticinque anni il primo ad interrompere significativamente, con questa schietta frase in stretto bergamasco, il consiglio che in quel momento mi stava dando Franco Nembrini. Il ragazzotto la lancia con una risata e il professore bergamasco, diventato famoso per le lezioni televisive su Dante e Pinocchio, la raccoglie con un silenzioso sorriso. “Ecco, queste cose mi fanno piangere” mi dice e comincia a narrarmi la storia del ragazzo…

E’ questa la cifra stilistica della bellissima serata passata insieme a Franco: lui che parla, mi consiglia, viene interrotto da qualcuno, lui risponde, poi si rivolge a me narrandomi un episodio di vita vissuto assieme alla persona  che l’ha interrotto e quindi ricominciando con i consigli. Un continuum talmente unico che costringe, per far comprendere la portata dei regali che questa serata mi ha donato, a partire dall’inizio.

L’ATTESA

Nonostante le mille corse di quel giorno, arrivo in anticipo all’Istituto “La Traccia” di Calcinate rispetto all’orario prefissato per l’intervista. La scuola, fondata dallo stesso Nembrini più di 30 anni or sono, mi accoglie con una splendida scultura di Beatrice che corre incontro ad un Dante estasiato, disarmato. Scatto una rapida foto, mentre tanti giovani mi guardano incuriositi.

E’ il crepuscolo oramai, nonostante questo “La Traccia” è piena di vita per una festa che durerà ben undici giorni. Girovago per gli stand e i campi esterni alla scuola, sorpassando più volte nugoli di ragazzi e ragazze intenti al loro lavoro più bello: sorridere. Arrivato nel corpo principale dell’Istituto, chiedo e scopro da un gentilissimo professore che Franco non è ancora arrivato. Mi siedo sui gradoni d’ingresso ad attenderlo rileggendomi il libro “Saggezza antica e facezia tomista” di Fulvio, uno dei libri che ho intenzione di regalare a fine intervista. Nel frattempo mi godo il vento, il tramonto, le urla sorridenti dei ragazzi. Ritorno ragazzo per qualche minuto e anche io comincio a sorridere.

SI PARTE

Franco arriva in ritardo “a causa di un incidente in autostrada”. “Non c’è problema”: lui e l’incidente indirettamente mi hanno già fatto un regalo mica da ridere. Comincia subito una salva di saluti e richieste da parte di chi lo riconosce. Lui risponde a tutti, spesso con battute. Nel frattempo mi guarda: “Adesso mi spieghi bene cosa dobbiamo fare, ché non ci ho capito niente”. Sorrido mentre penso alle parole giuste per dirgli che non so rispondere a questa domanda indiretta; lui continua: “Hai mangiato? Io non mangio da ieri quindi va bene se chiacchieriamo seduti al tavolo?”. Figurarsi, “nessun problema, vado in macchina a prendere il portafoglio e…”. “Ma smettila” dice lui “seguimi!”. Ci incamminiamo verso il tendone principale della festa, la salva di saluti si intensifica. Mi chiedo come farò a leggergli le mille cose che avevo preparato per l’intervista mentre mangiamo; mi rispondo che sarà quel che sarà e se dovremo improvvisare, improvviseremo.

Ci sediamo ad un tavolo appartato, ordiniamo costine e vino bianco per due e nell’attesa dei piatti Franco mi guarda e con un “dimmi” mi sprona all’attacco. Accendo il microfono del cellulare e parto.

“Abbiamo questo blog” spiego, “la nostra idea è coniugare realismo tomista e magistero cattolico con la contemporaneità smarrita”. Lui mi guarda, in silenzio. Proseguo “ho sentito molte tue interviste e un po’ ti conosco e…”. Lui mi ferma e dice “e allora prendi le mie risposte da quelle”. Rispondo che avevo in mente un percorso diverso per la chiacchierata, ma la risposta intimamente mi spiazza: “non volevo farti perdere tempo” e lui “il tempo lo perdi tu piuttosto”.

IL CONSIGLIO

Arriva il cibo e mentre attacchiamo con la carne mi chiede “di dove sei?”. Rispondo narrando un poco di me e del motivo per cui conosco “La Traccia”: “Il mio primo figlio è al VEST di Clusone…”. “Ecco” replica lui “allora dovresti intervistare mio figlio Stefano che dirige il VEST, non me. A mio parere dovresti farlo per far capire come sia possibile creare, anche in una piccola realtà, una realtà educativa straordinaria come quella!”. Cerco di capire dove vuole andare a parare; il suo consiglio non mi pare un modo gentile per finirla in fretta, sembra anzi possedere un tono paterno.

Franco, spronato, riprende: “Insomma, me lo hai spiegato prima con il motto del vostro blog: c’è un bisogno di realismo, di concretezza, di belle e grandi cose, ma in pochi si alzano dal divano per concretizzarle. Perché? Perché pensano di non riuscire o di non essere in grado. E invece è fattibile! Quando i genitori di Clusone vennero da noi a chiederci di aprire una sorta di succursale della Traccia in valle gli si disse di no. – Aprite voi piuttosto una scuola e noi vi aiutiamo! – e così è stato. Anno con anno poi il tutto è meravigliosamente cresciuto. Intervista Stefano e fai capire a tutti i vostri lettori che bisogna muoversi per far cambiare le cose, non restare col culo sul divano a guardare la tele. Bisogna cambiare le cose che non ci piacciono: non è solo fattibile, ma è bello e grande!”.

Ecco un’altra cosa che si impara in fretta con Franco: le parolacce si usano. Pane al pane, costine alle costine e improperi necessari a dare precisa cadenza e forza ai discorsi: un bergamasco DOC. O forse un uomo concreto che sa e vuole usare il linguaggio in tutte le possibili sfaccettature, anche quelle che per molti non sono mai necessarie. Franco le usa e senza veri calcoli retorici: è così, prendere o lasciare. Io ho preso eccome, d’altronde sono della sua stessa “scuola di pensiero”! Il suo savoir faire mi rende tutto più facile e da quel momento mi sbottono anche io.

La carica di sorrisi e saluti intanto continua incessante: “come vai? Mi raccomando!”. Lui saluta, contraccambia e quindi torna da me all’attacco: “Ti porto un esempio: sono stato in un paese per una conferenza da poco. Una serata meravigliosa, coccolato da 500 persone e più. Alla fine mi chiedono di tornare a fine anno, ma io ho troppe robe da fare… insomma dico no. Poi ci ripenso e rispondo loro:  – se cinque mamme fra tutte quelle presenti stasera, non tante… cinque, prendono quello che hanno sentito su Dante e in questi tre quattro mesi si trovano a parlarne fra loro, fanno gruppo, fanno qualcosa per continuare l’approfondimento iniziato oggi, allora torno solo per loro! – ”
Mi sembra di intuir meglio su cosa mi sta consigliando: “insomma Franco” gli dico “la tua idea è che non basta una persona a fare da torcia se a bruciare è sempre e solo della carta, serve carbonella per cuocere le costine! Mi stai dicendo di narrare come altri con il VEST si sono fatti carbonella quindi come voi della Traccia avete aiutato ad accenderla e a cuocere la cena? Devo chiedere a Stefano come i genitori di Clusone siano divenuti carbonella per far capire ai lettori che costruire il bello, anche in educazione, è possibile?”. Lui mi pare convinto quando mi dice: “Esatto! Altrimenti è un fuoco fatuo che fa arrabbiare ancora di più la gente la quale, fra l’altro, è già fin troppo arrabbiata”. “Amareggiata sicuramente” rispondo io. “Esatto di nuovo. La gente con le mie serate riscopre che il bello esiste, che è tanto potente e straordinario. Ma poi? Dopo qualche giorno sentono come se stessero perdendolo di nuovo e si arrabbiano ancora di più. Ma non è vero: bisogna muoversi, fare, fare e fare e allora il bello sarà possibile, tutto si può cambiare. È sempre così per la mia esperienza. Intervista Stefano e fai capire questa cosa ai lettori, è importante!”. Io sto per rispondere di sì, ma non faccio a tempo. È in questo momento infatti che il ragazzone ci interrompe: “Mòla mia, leù!”. Franco sorride e come ho già scritto mi dice “Ecco, queste cose mi fanno piangere”. E l’uomo del “muovete il culo e costruiamo insieme” comincia a narrarmi, lentamente, con tono solenne, la storia del ragazzo.

IL PRIMO INCONTRO, LA PRIMA LEZIONE

“E’ il classico ragazzo non portato allo studio, se vogliamo usare un eufemismo. L’ho avuto alle medie qui alla Traccia quando ero Rettore e non passava giorno che non lo richiamassero per qualche cosa. Adesso fa il falegname, lavora di brutto tutto il giorno. Eppure, ogni anno prende 11 giorni di ferie e viene a lavorare da mattina a sera per aiutarci qui, alla festa della Traccia.”
Da un lato resto ammirato da questa perseveranza, ma non completamente stupito. Con un passato nell’Operazione Mato Grosso a lavorare tutte le domeniche per ore sotto il sole a raccogliere viveri, costruire tetti o servire a pranzi di matrimonio per raccogliere soldi per le missioni, so che grande regalo è per un ragazzo di vent’anni sentire di lavorare con la gioia nel cuore per qualcosa di grande e bello. In breve capisco il perché di questa scelta che può apparire ai più bizzarra.
Franco continua “ogni anno, durante il suo lavoro, lui viene a cercarmi per dirmi una cosa e una cosa sola. E questa cosa non è né grazie, né prego, né scemo. Solo…” “…mòla mìa, leù!” concludo io. Ed è qui che un po’ vien da piangere anche a me. Penso a questo giovane orso bergamasco che tutti gli anni va ad aiutare quella scuola i cui programmi tanto gli pesavano, la onora con il suo lavoro e omaggia con una frase secca, diretta e colma di ammirazione, il suo Rettore che tanto lo ha rimproverato: “non mollare, leone!” che è un pò come dire “guarda che ti guardo, guarda che ti seguo”. Qui c’è tutto: testimonianza, fatica, cuore. Io riesco solo a dire “fantastico” e a promettere a Franco che il titolo dell’articolo sulla serata sarà una lode alla lezione che questo ragazzo mi ha appena ricordato. Franco sorride, da qui la chiacchierata prende il volo.

IL FOLLE VOLO

“La gente ha bisogno di cose grandi, belle. Siamo tutti alla ricerca della luce, l’uomo è un folle volo… ehi!” Franco ha appena chiamato una ragazza. “Come va?” le chiede. Lei si fa mogia “è stata dura, a volte mi sembrava tutto inutile, vuoto”. Franco ascolta e poi “scrivi tutte queste cose, è importante. La morte di tua nonna ti ha donato e ti donerà tanto. A volte i ragazzi mi chiedono: ma lei crede in Dio? Rispondo: ci provo. Ma ha mai visto Dio? E rispondo: due volte sicuro. E una volta è stato quando è morta mia madre”. Ripenso alla morte di mio padre, a quei giorni confusi eppure illuminanti per la mia fede. “Quello che senti ora devi scriverlo, mi raccomando cara” dice Franco. Lei sorride, annuisce e torna a lavorare in cucina.

Ripenso a quei giorni: che ho fatto io? Io non ho scritto nulla. O forse sì, indirettamente ho lasciato tracce scritte di quei momenti di “bellissimo dolore” in qualche articolo qui, su Croce-Via. Guardo questo strano professore con occhi nuovi, ma non dico nulla. Lui come fosse niente, fra parolacce, costine, vino sfuso e sorrisi regalati, riprende a parlare.

“Dicevo: l’uomo è un folle volo. Ripensa al mito di Icaro. Egli ha tentato di volare verso la bellezza, l’infinito, ma non avendo strumenti adeguati allo scopo, la sua parabola si conclude tragicamente. Non a caso i greci eccellevano nella tragedia. Arriva Cristo e il cristianesimo e lo stesso folle volo questa volta diventa possibile, ma non perché l’uomo ne sia diventato capace, ma proprio in forza del cristianesimo stesso cioè di Dio che raggiunge l’uomo, non viceversa. Dante questo lo chiarisce nel primo canto dell’Inferno, con la selva oscura e quel sole che egli non riesce a raggiungere a causa delle tre fiere. Solo allora compare Virgilio, il quale dice di essere stato mandato da Beatrice, la quale è mandata da Santa Lucia che è mandata dalla Madonna. Ecco il cristianesimo, che rende possibile quel viaggio in termini diversi: “a te convien tenere altro viaggio” se vuoi campare. In modo impressionante l’Europa nasce da questo incredibile dono che Dio fa agli uomini. Ma ad un certo punto, per ragioni che si potrebbero indagare, l’uomo si rivolta contro questo regalo ed elabora una cultura, quella moderna, che ha la pretesa di essere il superamento del cristianesimo: senza padre si sta meglio. È l’uscire dallo “stato di minorità” degli illuministi. E io vedo in Cartesio la negazione della realtà e con Kant la negazione della autorità. E sai quale è il risultato? Che siamo tornati ai supereroi. Perché il desiderio resta, è il nostro imprinting. I supereroi moderni sono i semidei greci.”

Faccio in tempo a dire “assolutamente d’accordo” che vengo interrotto da un signore al quale Franco chiede informazioni riguardo alla moglie. Capisco che c’entra qualche cosa con l’attesissima nuova edizione della Divina Commedia che egli sta commentando per la Mondadori e che sarà illustrata dal grande Gabriele Dell’Otto. Non posso non chiedergli, nonostante il volo pindarico, come sta andando il lavoro e lui risponde: “sono molto indietro, ma ce la devo fare! A fine anno è prevista l’uscita dell’Inferno…”. “Il portafoglio questa volta è pronto” rispondo io ripensando chi pagherà la cena che stiamo gustando. Franco sorride e dice: “fra l’altro questa cosa c’entra anche con quel che dicevo prima. Stiamo preparando per il meeting di Rimini di quest’anno una mostra delle opere di Gabriele [Dell’Otto] sia della Commedia, che dei suoi supereroi. E proprio per quel che ti dicevo or ora! La scommessa della mostra è tutta qui: i supereroi sono i nostri nuovi semidei, insomma stiamo tornando indietro. Questo perché siamo la prima generazione senza Cristo dopo Cristo. Questa mostra tu la devi vedere! Ci saranno quadri che richiamano l’antichità, altri il cristianesimo (attraverso 15 quadri di Dante e della Commedia) e infine i supereroi, questi ultimi quali moderna espressione dello stesso desiderio che muoveva i miti antichi: essere come Dio, essere Di Dio.”

I VERI EROI

Siamo interrotti da una ragazza che si avvicina senza dire nulla e ci guarda. Franco si illumina: “ciao cara, hai bisogno?”. Lei non risponde e dopo poco se ne va. Mi guarda e poi tristemente mi dice “è la figlia di un amico, una forma di autismo…” le sue parole si fanno ora più lente e deboli, il dolore innocente impone un rispetto diverso. “È una delle malattie per me più difficili da capire, è come se avesse un intero mondo dentro di sé, ma per qualche ragione non riesce ad esprimerlo, non solo agli altri, ma neanche a sé stessa. Solo episodicamente, rarissimamente, questa coscienza vien fuori. E allora capita che una volta all’anno lei scriva al computer: “Papà, mamma perdonatemi se sono cattiva, ma io vivo del vostro amore”. Per poi tornare ad essere preda di questo male… guarda, una roba…”. Io non so come rispondere, blatero cose senza senso. Franco riprende: “e questi due genitori che la servono, da mane a sera, con una devozione che… ma vedi che tutto torna? Cosa dicevamo prima? Dobbiamo guardare la televisione per vedere i veri supereroi del nostro tempo? Macché, abitano a Seriate, Calcinate, Bergamo, Milano! Io quando vedo gente simile capisco che il mondo si salverà, anzi arrivo a dire che i peggiori delinquenti potranno andare in paradiso per i meriti di gente simile. E questa cosa mi impressiona in un modo enorme. E noi dobbiamo perderci in una fantasia supereroica americana? Questa è pura esperienza del divino dovuta al sacrificio totale. E’ quella che vivevano i nostri contadini, i tuoi nonni, i miei nonni e genitori. Vanno riscoperte queste cose belle e grandi e vanno indicate a dito a tutti coloro che sono persi in fantasie mitologiche televisive! Questo ricostruisce un paese, ricostruisce una valle, ricostruisce il mondo! E qui torniamo all’intervista che devi fare a Stefano del VEST! Non puoi pensare di ripartire dal mondo per arrivare al particolare, è il contrario!”.

Approfitto di un secondo di pausa sua e parto io, come un fiume in piena. Gli narro del regalo incredibile che mia madre, malatissima di Alzheimer, due giorni prima mi aveva fatto durante la comunione del mio secondo figlio, non solo restando tranquilla durante tutta la messa, ma alla fine abbracciandomi e dicendomi con la verità nel cuore “Grazie, grazie. Che gioia, che gioia!”.

Franco mi guarda e mi dice: “ecco, vedi? Dobbiamo cominciare a ragionare come Dio il cui criterio non è la visibilità, non è la notorietà, non è l’emergere. Anzi, è nei particolari di queste piccole grandi cose. La tua mamma che ti dice così per me salva la metà del mondo”. Non so se sia vero, però di una cosa ora sono sicuro: in quel momento mia mamma stava salvando me. Riprendo io: “ho una visione della fede, purtroppo o per fortuna, molto legata a episodi come questi che a volte costellano la mia vita e…” e lui secco mi chiede “perché? A cosa vuoi legarla la fede, ai libri di filosofia?”. “Ho fatto anche quell’errore…” rispondo io. “Ma no! I santi non sono diventati tali solo perché filosofeggiavano, ma guardavano e ragionavano sui fatti. Guardavano le cose. Le cose! Ci ho costruito un’intera scuola su questo: guardare le cose, il resto verrà!
Stai attento ora: noi qui non tiriamo su ragazzi col problema di farli diventare cristiani. Te lo dico chiaro: non ce ne frega niente! Noi vogliamo crescere uomini la cui ragione sia così educata, ma così educata, che se la seguono devono diventare cristiani “per forza”! Ma lo decideranno loro, non noi. Ecco l’equivoco che ha percorso gli ultimi duecento anni di storia della Chiesa: le forme cristiane garantiscono la fede. Cioè si pensava – se io ti convinco a venire in Chiesa, confessarti, far catechismo e così via, siamo a cavallo – . Ebbene, non è vero. Guarda che disastro che abbiamo combinato nella scuola cattolica, mettendo come obiettivo questa falsità sulla bontà delle forme anziché sul dramma del cuore di ciascun alunno che deve giocarsela con Dio”.

Ora è chiaro: devo proprio intervistare Stefano Nembrini. “Ho capito finalmente il tuo consiglio iniziale e il motivo per il quale è importante far capire a tutti la fattibilità di questo progetto di educazione cattolica”. “Bene” dice Franco “scrivi per far capire ai tuoi valligiani, prima ancora che ai tuoi lettori, che è fattibile ed è quella la strada. Pensaci, è così! E ora devo scappare… ma lì cosa hai?”. È il momento di mostrargli i libri che gli ho portato.

I LIBRI E LA TELEFONATA

Il primo è il Miguel Mañara con il commento dello stesso Nembrini: “va beh Franco, concedimelo, volevo una dedica a ricordo della serata” e lui sorride: “Te la faccio dopo”. Poi gli regalo una copia di “Tommaso d’Aquino spiegato a mio cugino”. Lui sorride e dice “Dio, quanto ho bisogno di queste cose”. Gli spiego chi è Adriano Virgili, il suo percorso, le sue difficoltà a emergere in un mercato editoriale che chiede tutto tranne realismo e apologetica. E quindi gli illustro quel poco che stiamo facendo con il blog. “Bellissimo, bellissimo” ripete. Quindi “Quello? Il titolo è strepitoso!”. Indica a dito “Saggezza antica e facezia tomista” di Fulvio. Glielo passo mentre gli narro cosa sta costruendo l’autore, la sua idea innovativa e antica di università online tomista, aperta a tutti i saperi e con un taglio realista, sottolineando i suoi obiettivi futuri che prevedono di coinvolgere anche le scuole superiori. Lui dice che ora non ha più né tempo né competenze per questo ultimo punto, “ma mi pare una realtà che anche questa scuola dovrebbe quanto meno conoscere! Anzi” continua lui “mi pare che la persona che sta creando una cosa simile va conosciuta, accidenti”.

Veniamo interrotti di nuovo dal saluto di un uomo di cui di nuovo Franco mi racconterà una piccola bella storia di rinascita e poi da una giovane donna che si presenta come Maria e gli chiede udienza. “Va bene, dopo però devo scappare” mi guarda “qui abbiamo praticamente finito…”. Nel frattanto – pare farlo apposta – Fulvio Di Blasi mi scrive via messanger. Allora non perdo tempo: chiedo a Franco un minuto in più, prendo il cellulare e lo chiamo al volo. Fulvio mi risponde da un caffè americano: “Carissimo, sarò breve: sono qui con Franco Nembrini, ti fa i complimenti per il libro e da quel che ho capito non solo avrebbe piacere di conoscerti, ma ritiene sia proprio necessario! Fammi fare a me questo lavoro di collegamento fra pesi massimi, intanto te lo passo per un saluto se ti va”. Dopo un breve cordiale scambio, Franco mette giù e mi dice: “Bene, non sapete che regalo grande mi fate questa sera”. Sorrido, ne sono felice.

FARSI PROSSIMO

Questa breve telefonata è la significativa conclusione di una serata incredibile. “Fra poco devo andare alla riunione, la chiudiamo qui ok? Passami il libro che ti scrivo la dedica e poi parlo con Maria. Quale è il tuo nome invece?”. Faccio finta di risentirmi e lo voglio portare a far fare un complimento alla signora con i ben oliati metodi di noi ragazzacci d’una volta. “Ehi, come è che il mio nome non lo ricordi e quello della signorina qui presente sì?”. Franco ride e va di risposta giusta “Ma che vuoi, sono della vecchia scuola, lasciami stare che con due bicchieri bevuti non voglio andar oltre!”. Maria ride, è fatta, bella lì Franco. Gli consegno il libro per la dedica e mi chiede: “allora, il nome?”. “Maria” rispondo. Franco ride mentre dice: “ha capito tutto”. Forse tutto no, ma qualcosina in più ora sì.

Scrive la dedica, rimette la penna nel taschino, mi riconsegna il libro, mi alzo. Pane al pane, costine alle costine, prendo la palla al balzo: “Per l’incontro con Fulvio ci penso io. Ci vediamo a cena, noi tre, pago io questa volta, senza ma e se. Poi sarà quel che Dio vuole”. Lui dice di sì e poi mi indica il libro appena firmato: “leggilo e scrivimi cosa ne pensi, qui ho messo praticamente tutto me stesso”. Annuisco con la testa. Sorride di nuovo, ci stringiamo la mano, mi alzo e me ne vado.

Lo sento cominciare a parlare con Maria, naturalmente interrotto da altri saluti, da altre storie che questa scuola – piccolo grande mondo – raccoglie intorno a sé. Chissà chi era quello che salutava, cosa mi avrebbe insegnato… Mi guardo intorno, adesso tutti mi paiono persone nuove, da (ri)conoscere. Non più tanti sconosciuti felici, ma possibili amici con una storia da scoprire, sorrisi da condividere, lacrime da asciugare, lezioni da ascoltare. Ed è questo fugace momento, nel quale credo d’aver sentito cosa significhi realmente “farsi prossimo”, il dono finale della serata.

Il vento caldo di due ore prima mi colpisce ancora mentre saluto con il pensiero la scuola e la scultura di Dante e Beatrice, ora ancora più bella illuminata dalle luci della sera. “Non è finita qui, Franco” minaccio io mentalmente, “questa storia deve portare del bene e del buono a Fulvio, altri amici del blog e spero anche a te”.

Raggiungo la macchina e mi guardo specchiato nei suoi finestrini perennemente sporchi. Sorrido mentre sento la mia voce spronare la mia stessa immagine come mai prima: “Mòla mia, Leù!”.

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Categorie:Attualità cattolica

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2 replies

  1. Oggi è uscita la medesima intervista a Franco. La trovate a pag. 3 de La Croce Quotidiano 🙂

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