Edward Feser – Non sei chi pensi di essere!

A chiunque sia interessato alla mia “scomparsa” su queste pagine di questi mesi, interesse del quale ringrazio, dico – a mia discolpa – che l’inizio dell’anno in corso è stato davvero notevole in termini di tempo occupato ed energie mentali utilizzate. Fra la serie di problemi che ho dovuto tentare di risolvere (ovviamente non riuscendoci a pieno) c’è stato anche l’aggravarsi delle condizioni di mia madre, la quale – pur stando fisicamente forse meglio me – è e resta malata. Lentamente si sta dimenticando eppure non è mai stata tanto sé stessa come in questo momento. Come può essere possibile? Cosa è una persona? Da cosa dipende? Quanto conta la memoria in tutto questo?

Fra una visita qua e la ricerca di una badante là, ho letto questo scritto di Ed Feser che pare proprio una perfetta introduzione al problema. Per questo motivo ve lo propongo qui, in una personale traduzione, spero non troppo maccheronica.

Il “camino” di Croce-Via non è spento come può sembrare; siamo al momento in cui la legna è divenuta perfetta brace da cottura ed è pronta a ricevere carne da abbrustolire. Nei mesi a venire, se tutto va come deve andare, quest’ultima non mancherà e più avanti non mancherà anche nuova legna da ardere.

Nel frattempo, buona lettura!

 

Non sei chi pensi di essere

 

“Se non sono io, chi diavolo sono?”
Douglas Quaid (Arnold Schwarzenegger) in Total Recall

Se conoscete il lavoro di Philip K. Dick, allora sapete che uno dei suoi temi principali è il rapporto tra memoria e identità personale. Ciò è evidente in molte delle storie di Dick realizzate in film, come Do Androids Dream of Electric Sheep? (che è stato adattato in Blade Runner , sicuramente il migliore degli adattamenti cinematografici di Dick); “Paycheck” (con adattamento cinematografico di qualità inferiore di cui ho parlato qui); e A Scanner Darkly (la cui versione cinematografica è piuttosto buona).

Non sono da meno i racconti: “We Can Remember It For You Wholesale” (la prima parte dei quali costituiva la base dell’originale Total Recall e del suo inutile remake ), e “Impostor” (la base di un mediocre film di Gary Sinise). Queste due storie illustrano bene ciò che c’è di sbagliato nella cosiddetta “continuità della coscienza”, teoria filosofica sull’identità personale che risale a John Locke. (avviso coloro che non conoscono già queste storie o film: ci saranno spoiler!).

Cos’è che rende vero il fatto che tu sei la stessa persona oggi rispetto al te stesso all’età di 8 anni, nonostante i cambiamenti fisici e psicologici che hai subìto? Cosa potrebbe rendere vero che qualcuno esisterà dopo la tua morte in paradiso o all’inferno e sarà proprio la tua stessa persona? Il punto di vista di Locke, notoriamente, è che né la continuità del tuo corpo né la continuità di qualche sostanza immateriale cartesiana potrebbero essere sufficienti allo scopo. Dal suo punto di vista il tutto è dovuto dalla continuità della coscienza , e in particolare dalla memoria. Ti ricordi, o sei consapevole, di aver fatto ciò che il tuo essere bambino di 8 anni ha fatto, ed è per questo che sei la stessa persona di quel bambino di 8 anni. E se qualcuno dopo la tua morte fosse consapevole o ricordasse ciò che stai facendo in questo momento, quella persona sarebbe la tua stessa persona, in modo che si possa dire che sei sopravvissuto alla tua morte.

Butler, Reid e altri da allora hanno sollevato varie obiezioni a questa teoria, nel frattempo i filosofi solidali all’idea di base di Locke l’hanno modificata in vari modi per affrontare queste obiezioni. Ma le due storie di Dick in questione offrono scenari che indicano quello che considero il problema chiave delle teorie lockiane dell’identità personale.

Iniziamo con “We Can Remember It For You Wholesale“. Douglas Quail (ribattezzato “Quaid” nelle versioni del film) è annoiato dalla sua vita monotona e decide di visitare la società REKAL (pronuncia “recall”), che può impiantare a chiunque falsi ricordi o farne dimenticare altri personali. Allo scopo possono anche mettere delle prove intorno alla tua casa o cose simili per rafforzare l’illusione che ciò che pensi di ricordare sia accaduto davvero. La richiesta di Quail è che la REKAL impianti in lui ricordi di essere stato un agente segreto durante un viaggio su Marte. Nel corso dell’inizio dell’impianto, tuttavia, gli impiegati di REKAL scoprono che Quail ha già represso in precedenza dei ricordi che hanno a che fare con Marte, capiscono quindi che era davvero un agente segreto e che il suo vecchio ricordo è stato cancellato in modo imperfetto. Rendendosi conto che rischia di farsi coinvolgere in qualche questione di intrigo governativo, la REKAL cerca di dissociarsi completamente da Quail il quale, a causa dei veri ricordi che stanno lentamente tornando, attira l’attenzione degli agenti del governo, che cercheranno di ucciderlo per mantenere la copertura del lavoro in cui era stato coinvolto mentre era una spia.

Ciò che è di particolare interesse per gli scopi attuali è una scena nella storia originale di Dick in cui Quail chiede disperatamente agli agenti del governo di considerare, come alternativa a ucciderlo, una più profonda cancellazione della memoria di quanto avevano tentato nel loro primo tentativo fallito. La loro risposta è la seguente:

“Mettiti nei nostri panni. Potremmo anche farlo. Ma se non riuscissimo, se i tuoi ricordi autentici cominciassero a rifiorire come hanno fatto ora, beh – ” Ci fu silenzio e poi la voce finì ” Dovremo distruggerti. Questo lo devi capire bene Quail, vuoi ancora provare? ”

“Sì,” disse. Perché l’alternativa era morte certa e subitanea. Almeno in questo modo si giocava una possibilità, per quanto sottile.

Fine della citazione Non è chiaro quanto sia esauriente la cancellazione della memoria proposta, ma Quail sembra certamente disposto a cancellarla tutta quanta. Si noti il netto, implicito contrasto con ciò che una teoria Lockiana dell’identità personale ci indurrebbe ad aspettarci. Se Locke avesse ragione, allora cancellare e sostituire i ricordi di una persona sarebbe, in effetti, un cancellare una persona e sostituirla con un’altra. Per Quail, tuttavia, tale cancellazione e sostituzione è precisamente un modo per sopravvivere alla persona originale. Quail crede che sarà ancora Quail, che continuerà a esistere, anche se riceverà una serie di falsi ricordi, e che l’esistenza continua – piuttosto che la continuità della coscienza o della memoria – è ciò che conta di più per lui.

Consideriamo ora il racconto “Impostor“. In questa storia, il protagonista (interpretato da Sinise nella versione cinematografica) viene accusato di essere un replicante, cioè un androide che duplica lo scienziato governativo Spence Olham, inviato dal nemico marziano come infiltrato sulla terra. In fuga, spera di trovare un modo per dimostrare di essere davvero il vero Olham, come egli certamente crede di essere, e nel corso della storia trova il modo per convincere i suoi inseguitori di questo. Tuttavia, scopre, come lui e i suoi inseguitori scoprono, troppo tardi e con il loro orrore (dato ciò che la scoperta comporta nel contesto della storia), che il vero Olham è morto e che il nostro protagonista era davvero un impostore. La trama tessuta dai nemici marziani era così perfetta che persino l’infiltrato stesso non sapeva di esserlo!

In questo caso l’impostore ricorda perfettamente, o sembra comunque ricordare perfettamente, di essere Olham, di aver fatto le cose che ha fatto Olham, e così via. Lui, e alla fine anche gli altri, sono convinti che egli sia davvero Olham. Non ha ricordi di qualcun altro, né esiste qualcun altro che abbia i ricordi di Olham. Una teoria Lockiana (almeno quella più semplice) sembrerebbe implicare pertanto che lui necessariamente sia Olham. Eppure non lo è. (Metto da parte la questione se di un duplicato robotico si possa in primo luogo dire che pensi o avere pseudo-ricordi nel modo proprio dell’essere umano – personalmente ritengo che un robot non possa farlo, ma il perché è ora qui irrilevante).

Si potrebbe dire che la “morale” delle due storie è che, contrariamente alle implicazioni della teoria di Locke, non “sei” (senza qualificazione, in ogni caso) chi “pensi” di essere . Se i ricordi di Quail fossero stati completamente cancellati, non avrebbe più pensato d’essere Quail eppure egli sarebbe rimasto inequivocabilmente Quail! Il doppelgänger di Olham pensa di essere Olham; eppure in realtà non è Olham. Se la visione implicita nelle storie di Dick è corretta, allora chi sei veramente può essere diverso da chi pensi di essere.

Penso che ci sia un senso in cui tutto questo è corretto. Potrebbe sembrare un’espressione di scetticismo, ma non lo è; piuttosto il contrario. Per comprendere perché non lo sia, si consideri un esempio parallelo, quello del dolore e il suo rapporto con comportamenti come l’angoscia, il pianto e cosi via. Il dolore e il comportamento dopo il dolore non sono la stessa cosa, come si può vedere dal fatto che il dolore può esistere in assenza del comportamento che normalmente associamo ad esso, e il comportamento può esistere in assenza del dolore (come quando qualcuno finge molto bene di soffrire). Quindi il comportamentista non è in grado di identificare il dolore con i soli comportamenti. Tuttavia, il rapporto tra dolore e comportamento non è tuttavia inesistente, come potrebbe supporre il cartesiano. Come ha sottolineato Wittgenstein, il comportamento del dolore è associato normativamente al dolore. Il dolore e il comportamento in questione sono associati l’uno con l’altro nel caso standard , anche se ci sono casi aberranti in cui si separano.

Un metafisico scolastico potrebbe dire che i comportamenti in questione (trasalire, gridare, ecc.) sono veri e propri accidenti (o “proprietà”, nel senso tecnico scolastico) del dolore. Un accidente appropriato non fa parte dell’essenza di una cosa, ma tuttavia deriva dalla sua essenza – l’esempio grezzo è la capacità di ridere, che non fa parte dell’essenza dell’uomo come animale razionale, ma tuttavia scaturisce dalla sua animalità razionale . Poiché un vero accidente o proprietà fluisce dall’essenza, le cose che hanno l’essenza tendono a mostrare gli accidenti appropriati (ad esempio la maggior parte della gente ride di tanto in tanto o la maggior parte dei cani ha quattro zampe, ecc.). Ma poiché gli accidenti o le proprietà appropriate sono distinti dall’essenza da cui fluiscono, potrebbero non manifestarsi se il flusso è “bloccato” (ad esempio occasionalmente esistono persone che non ridono mai o cani a cui manca una gamba, eccetera). Quindi il comportamento del dolore nel caso normale scaturisce dal dolore in modo tale che la connessione tra loro non sia meramente contingente, ma possono comunque esserci casi in cui tale comportamento non si manifesta. (Per la discussione e la difesa dell’approccio scolastico all’essenza e alle proprietà, vedi Metafisica scolastica , in particolare capitolo 4.)

Ora, allo stesso modo, si potrebbe dire che la memoria è qualcosa di simile ad un vero accidente della identità personale (anche se dovremmo aggiungere per una presentazione più tecnica che gli accidenti sono, propriamente parlando, accidenti di sostanze). Vale a dire, nel caso ordinario, B è la stessa persona di una persona precedente A la quale è associata al ricordo di B che compie le cose che A ha fatto. La connessione tra memoria e identità, come giustamente vede Locke, non è semplicemente contingente. Tuttavia ci possono essere casi in cui i ricordi “giusti” non si manifestano anche se l’identità personale è preservata, e questo è ciò che manca a un account Lockiana. Proprio come il comportamentismo identifica erroneamente il dolore con quello che in realtà è solo un vero accidente del dolore (cioè il comportamento proprio del dolore), così anche Locke identifica l’identità personale con ciò che è in realtà è solo un vero accidente dell’identità personale (cioè la memoria).

Per quanto riguarda lo scetticismo: supponiamo che il comportamentista abbia sostenuto che identificando il dolore con il comportamento del dolore e altri stati mentali con altri tipi di comportamento, stava risolvendo il problema dello scetticismo di taluni nei confronti dell’esistenza di altre menti. Non puoi mai dubitare che un’altra persona stia soffrendo (o pensi al tempo atmosferico o a come stai ecc) fino a quando il comportamento del dolore è presente. Con esso è presente il dolore stesso, poiché il dolore è solo il comportamento associato. Ma questo, naturalmente, “risolve” il problema dello scetticismo nei confronti delle altre menti solo spogliando il dolore e altri stati mentali di ciò che è essenziale per loro.

Oppure, per fare un altro esempio, si consideri l’affermazione di Berkeley che il suo idealismo mina lo scetticismo sull’esistenza di oggetti fisici. Lo scettico dice che potrebbe benissimo non esserci, per quanto ne sappiamo, il tavolo che avete davanti anche se tutti noi abbiamo esperienza percettiva di vedere sentire toccare questo tavolo. Berkeley risponde allo scettico che dal momento che il tavolo è (cioè “sostiene”) la collezione di tutte le nostre percezioni su di esso, non ci può essere dubbio sulla sua presenza, questo finché le percezioni stesse esistono. Questo “risolve” il problema dello scetticismo sull’esistenza di oggetti fisici, ma al costo di spogliare questi oggetti fisici dello stato ontologico indipendente dalla mente che di solito è ritenuto essenziale per loro.

Allo stesso modo, nell’assimilare l’identità personale alla memoria, Locke sta facendo in effetti qualcosa di parallelo all’assimilazione del comportamento da parte del comportamentista al comportamento del dolore o l’assimilazione di oggetti fisici da parte di Berkeley alla nostra percezione di essi. E la presunta risposta allo scetticismo offerta dall’assimilazione à la Berkeley è falsa in questo caso come negli altri. A prima vista potrebbe sembrare vera l’affermazione che si è, senza qualificazione, chiunque si pensa di essere – chiunque sembri di ricordare di essere – e quindi lo scetticismo sull’identità personale sia da escludere. Se B sembra ricordare di fare ciò che ha fatto A , allora B è la stessa persona di A e questo è quanto; e proprio questo non darebbe spazio allo scettico da sfruttare. Ma questo renderebbe l’impostore marziano identico al vero Olham, e significherebbe che il Quail risultante dalla completa cancellazione e sostituzione della memoria non sarebbe in realtà l’identico Quail – con conseguenze tanto estreme quanto inverosimili quanto l’identificazione del dolore con il comportamento del dolore e l’identificazione di Berkeley di oggetti fisici con la nostra percezione di essi.

La distinzione scolastica tra essenza e proprietà della stessa consente una spiegazione più sfumata e plausibile della relazione tra identità personale e memoria – una considerazione che potrebbe essere considerata un ulteriore argomento per quella distinzione.

Edward Feser

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Categorie:Filosofia, teologia e apologetica

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1 reply

  1. Interessante analisi quella di Feser,
    ma ciò che personalmente mi preme maggiormente, è la risposta che nella Fede, si può dare a persone afflitte ad esempio da Alzheimer o da conseguenze di gravi traumi fisici o psicologici che possono annullare cancellare, parzialmente o apparentemente del tutto, i ricordi e anche la possibilità di riconoscere le persone più care.
    In verità, la risposta – o un tentativo di risposta – può non essere così importante per le persone colpite da uno stato di “dimenticanza” come quello su accennato, perché, per quel che mi pare di aver compreso da testimonianze di amici e parenti, costoro entrano e vivono in una dimensione “tutta loro”, che solo nel caso in cui c’è anche solo a tratti, una estrema lucidità e presa di coscienza del loro stato, li fa realmente soffrire.

    Non è invece difficile immaginare, quanto la situazione di “dimenticanza” di sé e degli altri, possa far soffrire le persone che più sono vicine a chi ne è colpito.
    Una moglie, un marito, un figlio/a, che improvvisamente non si vede riconosciuto… nello sguardo perso di chi li scruta dubbioso.

    Qui si aprirebbe un interessante ampliamento dell’argomento su trattato da Feser…

    Cancellare i nostri ricordi, significa cancellare il nostro “essere”? Può essere così percepito, ma questa sorta di morte della memoria, che diviene morte ontologica quanto a “percezione” della stessa, può essere estesa anche a chi non ne soffre direttamente, ma ne è strettamente, inevitabilmente coinvolto.
    “Ma come, madre (padre, marito, moglie)… non mi riconosci?! Sono io tuo figlio! (figlia, marito, moglie, ecc.)”

    La perdita repentina, drammatica e apparentemente irreparabile, dei ricordi condivisi con l’Altro, sebbene in noi i medesimi ricordi restino vivi, si abbatte come una scure sul nostro vissuto di comunione. E’ come se una parte di noi, venisse cancellata… si dissolvesse.
    Anche perché la vita di relazione realmente cambia.

    E’ evidente come tutto ciò sia riconducibile all’esperienza della Croce e a quanto la Sapienza e la Tradizione della Chiesa ci insegni sul valore della Croce e come al seguito di Cristo, l’esperienza della Croce si possa e debba affrontare… ma forse qualcosa in più si può provare a dire, considerando questa specifica esperienza di umana sofferenza.

    Mi è di grande consolazione pensare come noi tutti esistiamo (e perciò continuiamo ad esistere) nei pensieri di Dio:

    «tutto è stato fatto per mezzo di lui,
    e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.» (Gv 1,3)

    Ai “pensieri” potremmo aggiungere il “ricordo” come idea di sussistenza, non solo quanto a concetto mnemonico:

    «che cosa è l’uomo perché te ne ricordi
    e il figlio dell’uomo perché te ne curi?» (Sal 8,5)

    Quanto a “memoria”, nella Scrittura possiamo trovare:

    «La memoria del giusto è in benedizione,
    il nome degli empi svanisce.» (Prov 10,7)

    da cui iniziamo a comprendere la differenza tra ciò che in Dio “rimane” e ciò che invece “svanisce” al punto che non ne rimane neppure …memoria.

    Ma per chi vive difronte a Dio e nel Suo timore, nulla va perduto e anzi il bene fatto come anche le preghiere innalzate, rimangono come “promemoria” (passatemi il termine) per l’Altissimo.

    Egli lo guardò e preso da timore disse: «Che c’è, Signore?». Gli rispose: «Le tue preghiere e le tue elemosine sono salite, in tua memoria, innanzi a Dio.» (Atti 10,4)

    E’ esperienza anche umana, che il bene compiuto e l’amore donato e ricevuto, fissano un ricordo indelebile nella vita delle persone, così che superato lo sconforto della “dimenticanza”, anche patologica, questa non riesce a cancellare ciò che siamo stati o ciò che un nostro caro è stato per noi, tanto che potremmo fare nostre le bellissime parole che Dio rivolge ai Suoi Figli tramite il Profeta Isaia:

    «Si dimentica forse una donna del suo bambino,
    così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?
    Anche se queste donne si dimenticassero,
    io invece non ti dimenticherò mai.» (Is 49,15)

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