Capire il Magistero: l’ermeneutica delle bambole russe

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Oggi è nostro desiderio riflettere con i nostri fedeli lettori quale sia la relazione tra Scritture, Tradizione, Magistero e Pastorale usando di un approccio e di un linguaggio che speriamo essere comprensibile da tutti.

La necessità di discuterne appare urgente in quanto l’articolazione tra questi vari elementi è tutt’altro che ben vissuta dalla maggioranza dei cattolici, addirittura fino al livello di cardinali come certi ovvi casi hanno mostrato questi ultimi anni.

Il nocciolo del problema, a nostro umile parere, proviene dal quadro post illuministico nel quale si muovono i nostri contemporanei senza esserne nemmeno più coscienti: sia abbiamo un approccio sconnesso dalla Parola di Gesù, tipico del modernista che va fino al punto di voler cambiarne il senso o cancellarlo tramite traduzioni disingenue; sia, di fronte, abbiamo nei tradizionalisti o “conservatoristi” poco illuminati degli idealisti tosti che vorrebbero torcere la realtà per farla collimare ad una Parola di Gesù concepita a mo’ dell’Idea platonica.  E in mezzo a tutto ciò, abbiamo il popolo stesso che cerca di vivere la propria fede come può, lasciando perdere tutte queste astrusità ed incoerenze profonde, con la tentazione di gettare il neonato con l’acqua del bagno.

La nostra riflessione si vuole qui filosofica e utilizzerà alcuni concetti conosciuti in teoria della conoscenza come analoghi a quel che avviene nella crescita spirituale della Chiesa: cioè non pretendiamo che questi concetti spieghino il tutto del fenomeno cristico nella comunità storica dei credenti, che resterà sempre un mistero, ma speriamo lo stesso che aiutino ad illuminarne alcuni aspetti sacramentali.

Per iniziare vogliamo mettere in risalto quale è la differenza tra sapere, capire e operare.

Più volte ci è già capitato su questo blog di evidenziare la sostanziale differenza tra dati e informazione prendendo come esempio l’informatica: un dato è un elemento cognitivo che non porta nessun significato in sé, mentre l’informazione è un insieme di dati rilegati tra di loro e al mondo a loro estrinseco e che prende senso in queste relazioni. Tipico esempio è quello degli 1 e degli 0 le cui stringhe non hanno in sé nessun significato ma lo trovano una volta che sono relazionati ad altre stringhe di 1 e di 0 secondo l’intenzionalità del programmatore: a volte significheranno delle operazioni da operare, a volta informazioni storiche in una data base ad hoc, a volte informazioni geografiche, a volte un ordine dato ad un robot per agire. Non è in sé che hanno il loro significato ma lo trovano nel loro modo di relazionarsi nel contesto stabilito dalle menti che lo hanno concepito. La stessa cosa capita con il nostro corpo: riceviamo dati dai nostri cinque sensi, ma questi dati non hanno nessun significato presi in sé ma lo assumono solo quando integrati dal cervello al corpo che li riceve. Il contesto permetterà al corpo di reagire in modo conscio o inconscio usando questi dati come informazione contestualizzata.

A queste tre tappe fra dati, informazioni e azioni corrispondono nell’essere umano tre livelli gnoseologici: il sapere, il capire e l’operare.  Tutti i pedagoghi sono coscienti che i loro studenti possono raggiungere questi tre livelli in modo non omogeneo: ci sono studenti che non sanno niente sia perché non hanno studiato, sia perché non hanno memoria, sia perché sono intellettualmente incapaci; ci sono poi studenti che sanno ma a modo di “ pappagallo” cioè senza aver capito quel che sanno e ci sono quelli che hanno capito per davvero sia parzialmente, ad esempio avendo capito una dimostrazione trigonometrica, sia addirittura sul piano operazionale capaci di applicare questa dimostrazione in vari contesti o addirittura svilupparla più in là in funzione del livello di comprensione che ne hanno.

Tutto questo è stato studiato e messo in evidenza da Benjamin S. Bloom famosissimo per la sua tassonomia dei livelli cognitivi del 1956 e quella sua rivisitata nel 2001 da Anderson e Krathwwohl: (1) ricordare, (2) capire, (3) operare, (4) analizzare, (5) valutare, (6) creare.

Normalmente una valutazione seria della comprensione di uno studente dovrebbe sempre coprire queste tre dimensioni:  la prima valutare l’estensione della conoscenza dello studente cioè il suo ricordare, il che si può fare ponendo domande e ottenendo risposte; la seconda valutare la profondità della sua comprensione chiedendogli di applicare i concetti di quel che è stato imparato a casi diversi provenienti dalla vita personale dello studente o preparati ad hoc; la terza nella valutazione dell’agilità operativa ad esempio nella soluzione di problemi nuovi o inaspettati e permettendo così stabilire sul piano operativo il livello di comprensione attuale dello studente considerato analizzando, valutando e creando soluzioni novelle.

Vediamo adesso quale sia la dinamica che coinvolge questi tre passaggi dal non sapere al sapere, dal sapere al capire, dal capire all’operare. A questo punto può essere interessante riferirsi all’epistemologia genetica sviluppata anni fa dal mio connazionale ginevrino Jean Piaget: benché costruttivista nell’animo le sue ricerche sono interessanti in quanto si sono sempre riposate sull’osservazione sperimentale dello sviluppo dei bambini e anche perché ha una concezione della nozione di forma cognitiva simile a quella aristotelica.

Per Piaget il passaggio da una struttura cognitiva alla seguente avviene con l’acquisizione di schemi di base che sono come unità di conoscenza, ad esempio lo schema primordiale di succhiare il seno materno, schemi che si arricchiscono con l’incontro con una realtà sempre più ricca, sia per assimilazione, sia per adattamento, usando dell’imitazione per organizzare la propria conoscenza integrando e come “inscatolando” come bambole russe nella nuova struttura cognitiva le organizzazioni mentali precedenti.  Piaget vede il processo cognitivo come un’estensione di quello biologico sulla necessità di adattarsi all’ambiente. Interessante è notare che il passaggio tra e dai sei stadi dell’intelligenza senso-motrice, ai due stadi dell’intelligenza pre-operatoria, a quelli dell’intelligenza operatoria e alle operazioni formali, come anche l’ordine nel quale questo avvenga sia stato sperimentalmente verificato essere sempre lo stesso presso tutti i bambini.

Tutto questo per sottolineare che il processo di comprensione di ogni essere umano è proprio quello di relazionare in contesti sempre più allargati  gli schemi cognitivi precedenti, esattamente come aggiungere una bamboletta russa più grande a quella più piccola, ogni bambola supplementare essendo l’immagine di un contesto cognitivo allargato: per questo il capire, all’opposto del sapere, è un processo di per sé senza fine nella misura in cui c’è sempre un altro contesto nel quale inserire la conoscenza acquisita per darle un significato sempre più profondo. Interessante è anche notare che la profondità di una comprensione sia in relazione diretta con l’estensione del quadro nel quale si inserisce la conoscenza da capire.

Ad esempio sapere che la terra gira intorno al sole non vuol dire capirlo per davvero, ma averne una comprensione  superiore è saper dimostrare che gira intorno al sole a causa del fatto che ci sia una forza  della gravitazione la cui intensità è inversa al quadrato della distanza;  se a questo aggiungiamo che tale legge è in realtà l’espressione di una distorsione locale dello spazio tempo dovuto alla  presenza di materia, il contesto si allarga di più e, se sappiamo usare delle equazioni per dimostrarlo, allora abbiamo una comprensione ancora più profonda della precedente; e se in un futuro dimostriamo poi l’esistenza di gravitoni previsti in teorie super-simmetriche e ne capiamo le dimostrazioni relative, questo vorrà dire che la nostra comprensione del fatto che la terra gira intorno al sole è profondissima; e così via di seguito.

Se poi anche restando al primo livello di comprensione descritto qui sopra siamo capaci di operare con le leggi della gravitazione ad esempio facendo volare un aereo o mandando uomini o satelliti nello spazio allora vuol dire che la nostra comprensione a quel livello è già capace di una certo tipo di agilità operativa.

Sapere, capire e operare sono dunque al centro della vita intellettuale della persona umana in quanto tale: vediamo adesso come trasporre questi concetti nel contesto della relazione tra Scritture, Tradizione, Magistero e Pastorale.

Per cominciare rendiamoci conto che Scritture e Tradizione sono semplicemente analoghi ai dati: Dio ci parla attraverso le Scritture e attraverso la Tradizione, raccontandoci fatti avvenuti nel nostro passato, tramandandoci atti come i sacramenti, altri dati come i Suoi insegnamenti ad esempio tramite il Magistero passato. Questi dati di per sé non hanno significato: a comprova la nascita di tante sette fino all’aberrazione del protestantesimo dove ogni pastore viene su con la propria interpretazione di quei dati, al punto di fare allegramente dire loro il contrario stesso di quel il testo stesso tramanda.

Ma la comprensione di questi dati può essere più o meno profondo: ad esempio rilegando i dati del Nuovo Testamento a quelli dell’Antico si può averne un certo livello di comprensione, avere elementi di schema nel senso di Piaget e una certa capacità operazionale a tradurre tale livello di comprensione nel reale.

Se si passa al livello seguente, cioè stabilire i dati del Nuovo Testamento non solo in relazione all’Antico ma anche agli insegnamenti contenuti nello sviluppo del Magistero successivo dagli Atti degli Apostoli alle lettere Paoline , a quelle di San Clemente e ai primi concili e così via, allora vediamo che la comprensione del dato centrale, della bambola centrale, della Buona Novella, che è l’annuncio del Kerygma, si approfondisce per assimilazione e per adattamento, integrando ed inscatolando le comprensioni precedenti esattamente come Piaget ha descritto per l’epistemologia genetica dei bambini.

A titolo di esempio possiamo guardare la comprensione che ha avuto la Chiesa del messaggio sulla fratellanza universale di tutti gli esseri umani in quanto figli di Dio senza eccezione: da una società nella quale la schiavitù era accettabile, anche se lo schiavo di allora non ha nulla a che vedere con la concezione moderna di schiavitù, e dove questa fratellanza era espressa in quanto atteggiamento caritatevole malgrado la persistenza di strutture di peccato societali, al messaggio attuale della Chiesa che rifiuta intrinsecamente e radicalmente le strutture di peccato stesse.

Come avviene questo processo di assimilazione e di riassestamento della comprensione del Kerygma nel concreto? Esattamente come nel caso del bambino: per confronto con la realtà e lungo il trascorso della vita sociale lungo la storia dell’umanità.  In questo caso la Chiesa sposa l’umanità in quanto è nel confronto colle nuove realtà alla quali quest’ultima si sfida che la Chiesa approfondisce la propria comprensione, cioè il proprio Magistero Autentico e , di conseguenza, diventa più agile nel Suo modo di operare la propria missione che è la Sua Pastorale.

Con questi elementi, ci è ora possibile capire in cosa sbagliano i modernisti e in cosa sbagliano i “conservatisti” e cioè proprio nella loro concezione errata ed ideologica della Chiesa, avulsi come sono dalla realtà concreta.

La Chiesa, nella sua più intima realtà, è l’Ostensorio del Kerygma.

La Chiesa esiste per annunciare e far partecipare tutti gli essere umani alla felicità di compartire il Kerygma. Se non si sa almeno questo, non c’è modo di capirLa.

Capire e far capire il Kerygma e essere capaci di operare in funzione di questa comprensione è tutta la Missione della Chiesa. E capire questo Kerygma è relazionarLo al contesto della realtà concreta nel quale la Chiesa si trova, incorporando antichi schemi in nuovi schemi che li spiegano e li capiscono ancora più profondamente.

Il modernista va contro-natura in quanto è erroneamente convinto che la comprensione che ha del Kerygma può essere alienata dagli schemi cognitivi precedenti che rigetta e così non assimila l’importanza della differenza tra capire e operare; mentre il “conservatista” non ha capito la sostanziale differenza tra sapere e capire. Il primo si butterà tale e quale nell’”azionismo” illudendosi che capire sia agire, mentre il secondo rifiuterà che la comprensione sia in sé un processo evolutivo. In fin dei conti nessuno dei due ha capito cosa sia  … capire.

A livello individuale a ognuno di noi è stato consegnato assieme al battesimo il Kerygma, cioè i nostri diecimila talenti: abbiamo tutta una vita per farlo fruttificare, il che vuol dire abbiamo tutta la nostra vita per capirlo sempre meglio alla luce degli avvenimenti che la cospargono e delle persone che incontriamo. E abbiamo tutta una vita per quanto lunga o per quanto corta, per quanto liscia o per quanto sconquassata, per quanto umile o per quanto gloriosa, per operare il Kerygma alla luce della comprensione che ne abbiamo con noi stessi, con le persone che ci amano, con quelle che ci odiano o che sono indifferenti a noi.

L’ermeneutica della continuità deve essere reinterpretata come l’ermeneutica delle bambole russe: assicurarsi che sempre un nuovo sviluppo del Magistero inglobi senza tradirli, anche se li sorpassa naturalmente e per Grazia divina nella comprensione, tutti quelli precedenti. Dogmi compresi.

In Pace

 

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Categorie:Ermeneutica della continuità, Filosofia, teologia e apologetica

68 replies

  1. Questione di notevole interesse. Avevo in programma di segnalare un link piuttosto “caldo” in materia analoga, ma penso che bisogna andare per gradi, lo metterò alla fine.
    Sottolineo a modo di premessa, per quanto in maniera non tecnica (tecnico non sono), alcuni elementi da precisare.
    Un dato è davvero così “bruto” astraibile o estraibile? Non è invece co-implicato con l’insieme delle relazioni? Dall’insieme del discorso di Simon, sembrerebbe proprio di no e l’esempio 1/0 parrebbe solo una metafora, ponte per un discorso più complesso. Mi sbaglio?
    Se non mi sbaglio, allora anche nel novero degli elementi di Anderson e Krathwwohl vige una coimplicazione, come minimo nel fatto che – qualunque degli elementi si considerino – in vi è, in fieri o in actu, già la relazioni con gli altri.
    [Questa coimplicazione il pur ottimo Piaget la decodifica solo in termini di schemi innati/precoci, troppo poco ma è già qualcosa, forse perchè nel suo universo di discorso altro non ci poteva stare.]
    Se vogliamo venire al dunque, naturalmente “coimplicazione” non significa affatto “coincidenza” e neppure totale reversibilità o surrogabilità, semmai “co-incidenza”.
    E, per uscire fuori di metafora, tradotto nei termini ecclesiastici del post, questo significa arrivare al punto dove è arrivato Simon (individuando il vizio progressista e quello conservatore), ma con un guadagno sotto un particolare profilo.
    Nel senso che non potremmo mai più, neppure per motivi pedagogici, porre ad esempio la problematica bisogno/dogma/rivelazione nei termini disarticolati e disarticolanti [http://www.lanuovabq.it/it/articoli-bisogni-prima-del-dogma-kasper-ha-gia-risposto-18092.htm] che poneva (e tuttora pone, a quanto pare) un teologo che oggi va per ma maggiore.
    La questione ha certo bisogno di approfondimenti, ma credo di essermi troppo dilungato; se sarà il caso (a Simon piacendo) procederò.

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    • T i ringrazio per queste tue riflessioni e ovviamente sono interessato a capire dove vuoi andare a parare.
      Giusto come osservazione: Piaget mi piace in quanto appunto non inneista ma molto costruttivista ma come, immagino, avrebbe potuto essere un Aristotele in questo campo.
      In Pace

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      • Grazie. Appena possibile riprendo. Mi limito a ripubblicare la frase con il link ora accessibile.

        “E, per uscire fuori di metafora, tradotto nei termini ecclesiastici del post, questo significa arrivare al punto dove è arrivato Simon (individuando il vizio progressista e quello conservatore), ma con un guadagno sotto un particolare profilo.
        Nel senso che non potremmo mai più, neppure per motivi pedagogici, porre ad esempio la problematica bisogno/dogma/rivelazione nei termini disarticolati e disarticolanti http://www.lanuovabq.it/it/articoli-bisogni-prima-del-dogma-kasper-ha-gia-risposto-18092.htm
        che poneva (e tuttora pone, a quanto pare) un teologo che oggi va per ma maggiore.”

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  2. il dogma non è ne’ conservatore ne’ progressista, queste sono categorie “POLITICHE” e storicistiche che entrano nella Chiesa per sbaglio , perchè la verità rivelata da Dio e insegnata dalla Chiesa cattolica non può essere e non è ne’ modernista ne’ tradizionalista e soprattutto non EVOLVE perchè è in se’ la verità sovrastorica e sovratemporale
    mettere delle etichette politiche è già grave, ma ancora più grave far cadere la verità assoluta del dogma in categorie storicistiche ed immanentistiche, abbasare il dogma ad opinione che può mutare.
    Il dogma o è verità assoluta, cioè non discutibile e non modificabile , oppure è una grande farsa, un grande inganno.
    un dogma che evolvesse sotto la spinta della storia e cambiasse sotto la spinta delle mode sarebbe semplicemente falso. e la religione che prima predicasse un dogma e dopo poco ne predicasse il contrario si dimostrerebbe una religione falsa
    se oggi ci si vuol far credere che ciò che è stato insegnato fino ad ora si può cambiare nel suo contrario non si fa che far venire il dubbio che allora tutto è semplicemente falso. TUTTO.
    Fino ad ora si è insegnato che il matrimonio è indissolubile, come detto da Cristo. se da ora in poi si insegna che si può divorziare e risposarsi ed accedere alla comunione, vuol dire semplicemente, che quello che si insegnava prima era falso. e dunque anche quello che si insegna ora può essere falso. E TUTTO, tutto , tutto può essere falso e opinabile
    quello che certe persone non vogliono proprio capire è l’IMPORTANZA della questione su cui si stanno scannando cardinali e teologi: non è la semplice questione dei divorziati risposati che vogliono fare la comunione ( ma chi se ne frega saranno quattro gatti!) no ! la questione è molto più sottile: si può cambiare la dottrina? si può, oggi dire che è giusto quello che ieri si diceva era sbagliato?
    fino ad ora abbiamo detto che due più due fa quattro. se da oggi dicessimo che due più due può fare quattro e mezzo o tre e mezzo, cosa direbbe Simon?
    questa è la posta in gioco. la posta in gioco non è la comunione ai divorziati ( ripeto chissenefraga per me possono fare tutte le comunioni che vogliono!) il problema è. la Chiesa cattolica insegna la verità o insegna delle opinioni che si possono mutare ed evolvere col tempo? se insegna la verità come può questa verità mutare dall’oggi al domani’ come può la Chiesa insegnare prima che due più due fa quattro e dopo pochi anni che due più due fa tre?
    insomma ne va della credibilità stessa della Chiesa. se continua così la Chiesa non sarà più creduta portatrice di verità ma solo di opinioni come le altre. e sarà la fine della Chiesa.
    sarebbe un paradosso distruggere la Chiesa per dare la comunione a quattro gatti di divorziati risposati.

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  3. Da quello che so i tradizionalisti rifiutano proprio il concetto di “Tradizione vivente”, sono fissisti.

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    • Il tradi-protestantesimo è un’eresia: nella Chiesa cattolica non c’è il libero esame della Tradizione.
      L’interpretazione autentica della Tradizione e delle Scrittura è devoluta al solo Magistero Autentico, cioè quello del Papa e dei Vescovi in unione con lui.
      In Pace

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      • Ma su questo non c’è dubbio.

        Anche perché, oggettivamente, leggendo il Magistero dei Papi ottocenteschi e confrontandolo non solo con quello di Francesco, ma anche con quello di GPII, si rimane disorientati; segno che il libero esame della Tradizione per l’appunto non porta molto lontano.

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  4. “A titolo di esempio possiamo guardare la comprensione che ha avuto la Chiesa del messaggio sulla fratellanza universale di tutti gli esseri umani in quanto figli di Dio senza eccezione: da una società nella quale la schiavitù era accettabile, anche se lo schiavo di allora non ha nulla a che vedere con la concezione moderna di schiavitù, e dove questa fratellanza era espressa in quanto atteggiamento caritatevole malgrado la persistenza di strutture di peccato societali, al messaggio attuale della Chiesa che rifiuta intrinsecamente e radicalmente le strutture di peccato stesse.”

    Non solo, in passato era stata condannata anche la libertà di stampa e di pensiero (“Mirari Vos”, se non erro) e secondo i fissisti la Chiesa dovrebbe continuare a condannarla, indipendentemente dal contesto, dal tempo, dal perché e così via.

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    • caro Giuseppe tu come al solito hai l’abitudine di denigrare chi non la pensa come te. Secondo te i tradizionalisti sono “fissisti” .
      Come se io dichiarasse “fissista” una matematico che ostina a dire che due più due fa quattro.
      Dire che due più due fa quattro non è “fissismo” è semplicemente dire la verità e la verità non evolve e non cambia , appunto sta fissa, e mai , nel futuro, per non essere fissisti, potremmo dire che due più due fa tre se non cadendo nell’errore..
      Quanto alle interpretazioni del dogma, ben vengano, ma le interpretazioni del dogma non possono essere contradditorie fra di loro. perchè se l’interpretazione del dogma di oggi contraddice in pieno l’interpretazione del dogma di soli dieci anni fa ( in pratica l’Amoris Laetita contraddice la Familiaris Consortio) allora c’è qualcosa che LOGICAMENTE non quadra.
      il principio di non contraddizione viene prima dell'”ermeneutica delle bambole russe”
      si possono dare tutte le interpretazione che si vogliono del dogma basta che non siano contraddittorie:
      perchè se A è vero a e se B è falso non si può dichiarare che B è uguale a A per “la contraddizion che nol consente (Dante) .
      il flusso della vita e lo storicismo, l’interpretazione moderna e non fissista , l’ermeneutica delle bambole sono tutte belle cose, ma stringi stringi alla prova della LOGICA non riuscirete mai a dimostrare che due interpretazioni diametralmente opposte e contradditorie del dogma possano sussistere.
      o il matrimonio è indissolubile e allora divorziare e risposarsi è un peccato grave e non si può fare la comunione, o se si può tranquillamente divorziare risposarsi e fare la comunione vuol dire che il matrimonio NON è indissolubile.
      la logica dice questo. se poi volete essere OLTRE la logica, cioè illogici, contenti voi…..meglio secondo me essere fissista che illogico, perchè essere illogici vuol dire tradire la verità.

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      • Mi spiace che tu, Gian Piero, non abbia capito che l’emeneutica delle bambole russe è tutt’altro che una forma di relativismo ma al contrario da la priorità alla progressione della comprensione.

        Il fissismo è la convinzione (errata) che la comprensione di un dato qualunque, dogma, fatto sperimentale, non possa evolvere.
        Il relativismo è la convinzione che non esista una reale comprensione degli stessi fatti sperimentali o dogmi, e che ognuno può dire la sua secondo le circostanze.

        La comprensione dei dogmi e dei fatti sperimentali, secondo l’ermeneutica delle bambole russe, può, anzi deve, evolvere ma ovviamente suppone che tali dogmi e fatti sperimentali esistano: cioè non ci può essere una comprensione di un fatto dato per certo che dica che tale fatto non sia: qui certamente ci sarebbe un non senso.

        Se ho come dati i movimenti dei corpi celesti quali osservati dalla terra non potrò mai dire che non esistono anche se la mia comprensione evolverà da una concezione tolemaica, a una copernicana, a una newtoniana, a una einsteiniana: anzi ogni nuova comprensione più approfondita anche se sembra esprimere un discontinuità esplicativa (che la terra giri intorno o al sole o il contrario esprime discontinuità) deve essere capace di rendere conto del perché della comprensione precedente e in questo è espressa la continuità (ad esempio le equazioni relativistiche a piccole velocità sono simili alle equazioni newtoniane).

        Così ne va di AL che esplica sempre lo stesso dogma sul matrimonio e che sul piano pastorale, al di fuori delle circostanze oggettivamente attenuanti previste dal CCC, ripete la FC: non vi è dunque alcuna discontinuità a livello del dogma ma solo a livello della comprensione che è più approfondita ancora che in FC, approfondimento reso necessario dalle circostanze storiche che in quarto di secolo hanno accelerato certi aspetti sociali nefasti.

        In Pace

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      • “o il matrimonio è indissolubile e allora divorziare e risposarsi è un peccato grave e non si può fare la comunione, o se si può tranquillamente divorziare risposarsi e fare la comunione vuol dire che il matrimonio NON è indissolubile.
        la logica dice questo. ”

        No, la logica non dice questo, perché dalla Comunione si è esclusi se si è in stato di peccato mortale.

        È possibile non essere in stato di peccato mortale personale nonostante si viva in una situazione oggettiva di peccato grave?

        La risposta è si, quindi questo aut-aut non ha senso logico, e Familiaris Consortio (che comunque è di 35 anni fa, non di dieci) può essere contraddetta in questo, visto che la disciplina di FC era pensata in un’ottica pastorale diversa, dove si temeva che dare la Comunione a dei risposati potesse dare scandalo ai fedeli.

        Dove si necessita di continuità è nella dottrina, la pastorale invece può cambiare anche radicalmente, e il punto è che voi continuate a confondere dottrina e pastorale, il che non aiuta.

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        • Scusa Giuseppe ma un tale Vincent su questo ci ha ripetuto questo tuo ragionamento per mesi e mesi, senza riuscire mai a dimostrare come sia possibile che due documenti di Magisero come familiaris Consortio e amoris laetitia si possano contraddire fra di loro .
          Se FC è di 35 anni fa non vuol dire che è “superato” perchè altrimenti fra trentacinque anni anche AL potrà essere “superato” e così via all’infinito.
          E’ un paradosso che proprio voi che difendete a spada tratta come Magistero da accettare senza replicate l’Al , rigettate senza batter ciglio l’altrettanto magistero della Familiaris Consortio.
          della serie papa francesco è infallibile, tutti i suoi predecessori no?

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          • È molto semplice, Gian Piero, l’ho scritto sopra.

            Non c’è necessita di continuità nella pastorale, dove la continuità è necessaria è nella dottrina.

            Si tratta di un dogma l’esclusione di chi vive in stato irregolare dalla Comunione, di un provvedimento infallibile e irreformabile? No, perchè ci possono essere attenuanti che fanno si che queste persone non siano in peccato mortale.

            Scegliere di escluderle sempre e comunque, in passato, fu scelta pastorale che non lega tutti i Pontefici fino alla fine dei tempi, e questo rimane vero indipendentemente da chi sostenga queste tesi.

            Ecco spiegato come FC possa essere contraddetta da Al sulla pastorale. E si, sotto alcuni aspetti pastorali FC era superata, a mio giudizio.

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      • “il flusso della vita e lo storicismo, l’interpretazione moderna e non fissista , l’ermeneutica delle bambole sono tutte belle cose, ma stringi stringi alla prova della LOGICA non riuscirete mai a dimostrare che due interpretazioni diametralmente opposte e contradditorie del dogma possano sussistere.”

        Come si è visto, smontare certe obiezioni è piuttosto facile, proprio perché non fondate sulla LOGICA, ma piuttosto su dei pregiudizi e sulla confusione del piano dottrinale e pastorale.

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        • In finis c”è l’errore intellettuale di stampo idealista che consiste a credere che sapere e capire siano la stessa cosa…
          In Pace

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          • E c’è l’errore intellettuale di stile “sofista “che consiste nell’arrampicarsi sugli specchi per aver sempre ragione e dar torto agli altri

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            • Dimostralo allora dove sia il sofisma.
              In Pace

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              • Sto leggendo, su Facebook, delle persone che si lamentano perché il Papa chiede clemenza per i carcerati e che la pena sia redentiva, ancora più che punitiva.

                Alla fine credo che sia una questione di assetto mentale, chi ha un assetto mentale giustizialista/veterotestamentario non potrà mai capire questo Papato, secondo me; lo si vede anche sulla questione dei carcerati.

                È inutile che parlino di Misericordia “vera” contrapposta a quella “falsa” che secondo loro sarebbe propria di questo papato, la verità è che molti di loro, sentendosi giusti, vogliono un Dio di giustizia inflessibile per gli altri, un Dio la cui Misericordia non sia più il suo maggiore attributo ma solo una “eccezione alla regola”, guardacaso per coloro che da essi sono reputati “meritevoli” di riceverla.

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    • Ed, invece, il contesto, il tempo e il perché parlano (mutatis mutandis) a favore del modo di porre la questione della Chiesa di allora. Cfr. http://www.kattoliko.it/leggendanera/modules.php?name=News&file=article&sid=371 .

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    • Chi vivrà, vedrà. Intanto, facciamo lo screenshot della pagina e rivediamoci tra qualche tempo.

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    • Bah, ma se l’altro ieri ha detto che siamo al massimo a metà strada con l’applicazione del CVII, figurati se si mette a fare un nuovo concilio.
      Piuttosto, speriamo che l’altra metà della strada che dobbiamo compiere sarà sulla reintroduzione del Gregoriano (come “canto proprio della tradizione romana”) nelle messe domenicali…

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  5. Sarò breve, caustico.
    Prima di capire il Magistero bisogna capire la Dottrina!!!

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  6. DEtto brevemente e casusticamente quello sopra ora posso spiegarne.
    La Dottrina nasce da un incontro.
    Quello di Cristo con i Discepoli. Quello di Cristo con i peccatori.
    Cristo insegna, i Discepoli apprendono, lo Spirito Santo opera conoscenza nei successori. Abbiamo i vescovi, e i grandi Padri della Chiesa.
    Eppure c’è un limite.
    Il “contenuto” non può mai essere più grande del “contenitore”.
    Quindi, al dunque, togliendoci le maschere, qui si para su Amoris Laetitia e sui divorziati risposati.
    Il contenuto è il Vangelo, è Cristo è stato molto chiaro, la tradizine o prassi idem.
    Ora non c’è contenitore, Kerygma, che tenga!

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  7. http://www.lanuovabq.it/it/articoli-dubia-appellolecito-per-salvare-anime-18091.htm

    “Questa confusione preoccupante è un dato assolutamente reale. Posso poi sostenere che sia nel mio ruolo di professore sia di pastore riscontro una crescente divisione alimentata da questa confusione. Perciò penso che l’intervento dei cardinali a precisare i loro dubbi sia un atto di carità lecito e anche giusto nei confronti del Santo Padre, il quale, è bene ricordare, ha il compito di custode della dottrina.”
    Così George Woodall, professore di teologia morale e di bioetica alla Regina Apostolorum di Roma

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    • Nessuno lo nega.
      Invece si nega il diritto di essere fautore di disobbedienza pubblica.
      E il diritto di avere una risposta ad ogni costo!
      E questi cardinali spergiuri ben lo sanno: confondono la Chiesa con una repubblica bananiera.
      In Pace

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  8. In un suo libro del 1967 dal titolo “Per un rinnovamento del metodo teologico”, il trentaquattrenne teologo Walter Kasper sosteneva che dopo il Concilio la teologia doveva cambiare metodo. Mentre fino ad allora si partiva dai dogmi e dal magistero e si scendeva ai bisogni umani, il processo doveva essere cambiato: il dogma doveva essere visto come intermedio tra la Parola e la situazione esistenziale e doveva collegarle tra loro. Ecco le sue parole: «Il dogma ora non può più apparire che come una grandezza relativa e storica, che ha solo un significato funzionale. Il dogma è relativo, in quanto è in rapporto con la Parola originaria di Dio, che serve ad indicare, e con le problematiche di un determinato tempo, e in quanto aiuta a intendere con esattezza il Vangelo nelle varie situazioni».

    possiamo dire , caro Simon, che tu sei d’accordo con queste parole di Kasper?
    Anche io come i cardinali preferirei una risposta sintetica . sì o no.

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    • Quella è l’intepretazione estremista nel senso opposto, Gian Piero.

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      • Estremista? eppure ha fatto tanti proseliti…anche fra alcuni appena eletti cardinali…

        http://www.ncregister.com/blog/edward-pentin/synod-fathers-rejected-communion-for-remarried-divorcees

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        • L’idea del Cardinale Kasper è sbagliata perché va a relativizzare il dogma a favore della pratica, come se il dogma in se non contasse nulla. Questo è il problema del modernismo.

          Al contrario, all’estremo opposto, il tradizionalismo vede il dogma e soprattutto la sua applicazione come un qualcosa di ipostatizzato, e ne fa un’applicazione meccanica e “spietata” sulla vita delle persone.

          Sono i due estremi opposti, entrambi sbagliati e non realisti.

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          • eppure il card. kasper è molto apprezzato dal pontefice ed è lui che annunciato in “anticipo” come se le sapesse già o le scrivesse LUI !) le “aperture dell’AL:

            «Tra pochi giorni (19 marzo) uscirà un documento di circa duecento pagine in cui Papa Francesco si esprimerà definitivamente sui temi della famiglia affrontati durante lo scorso sinodo e in particolare sulla partecipazione dei fedeli divorziati e risposati alla vita attiva della comunità cattolica. Questo sarà il primo passo di una riforma che farà voltare pagina alla Chiesa dopo 1700 anni».
            ( crd. kasper ltirreno.gelocal.it/lucca/cronaca/2016/03/16/news/kasper-elogia-fratel-paoli-e-la-diocesi-1.13136909
            Voltare pagina della Chiesa dopo 1700 non mi sembra una ermeneutica della continuità!

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            • Resta il fatto che la Chiesa NON ha adottato la proposta di Kasper.

              Poi io ritengo Kasper un cardinale animato da buone intenzioni e dalla ricerca del bene delle anime, lo ritengo una brava persona, però diversi suoi pronunciamenti sono stati dottrinalmente “irricevibili”, sia sulla questione dei divorziati risposati che della cristologia (vedere qui https://sites.google.com/site/centroantiblasfemia/Home/il-cardinale-kasper-nega-la-divinita-di-gesu ).

              La risposta ai drammi del nostro tempo non sta nè nel modernismo di Kasper nè nel conservatorismo fissista di un Burke che si addobba come un principe rinascimentale; come dicevano gli antichi “in medio stat virtus”.

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  9. Finalmente posso dire la mia su questo meraviglioso post che mette in campo una riflessione “alla Simon” a mio avviso degna di nota. Riflessione che dimostra come Simon è certamente uno che sa “operare” con quello che ha “capito” delle molte cose che “sa”. 🙂
    Credo che l’articolo fornisca inoltre un ottimo strumento per sondare i nostri continui tentativi di comprensione della triade magistero – tradizione – scrittura. Uno strumento che utilizza un’idea buona di un costruttivista che di concezione in generale di buono non ha proprio nulla. A tale proposito cito anche io una serie di aforismi di Giuseppe Prezzolini, intellettuale di inizio secolo scorso, che scrisse il cosidetto “Manifesto del conservatore” che deve molto, fra gli altri, all’idealismo crociano. L’ho incrociato per caso in questi giorni e allora vorrei provare a metterlo in parallelo con le suggestioni dell’articolo e vedere cosa salta fuori.
    Dal Manifesto dei Conservatori (1972) Rusconi editore (quando ancora c’era…)

    “Prima di tutto il Vero Conservatore si guarderà bene dal confondersi con i reazionari, i retrogradi, i tradizionalisti, i nostalgici; perché il Vero Conservatore intende “continuare mantenendo”, e non tornare indietro e rifare esperienze fallite.” pag.47
    Qui mi pare che ripeta esattamente quello che dice Simon, ma quest’ultimo sottolinea come il problema non sia affatto “il tornare indietro” o meno, bensì mettendo l’accento sull’operare potrà capitare che la pastorale possa come “tornare indietro” in certi momenti, bensì non lo sarà mai in quanto non potrà mai annullare quanto elaborato dalla Tradizione stessa. Sarà dunque al massimo un ritorno ad una prassi che non cozza con la dottrina, ma per far ciò necessariamente non dovrà cozzare con l’approfondimento finora concesso da Dio della stessa dottrina. Ma forse è esattamente quel che PRezzolini vuol dire visto che poi scrive:

    “Il Vero Conservatore sa che a problemi nuovi occorrono risposte nuove, ispirate a principi permanenti” pag. 47 Perfetto direi. Cioè si può essere conservatori solo di ciò che davvero ha senso conservare. Prezzolini parla di “principi” che potrebbero scadere nel famoso idealismo che richiamavo. Chiamiamoli “dettati di senso comune e di realismo mediato” e siamo tutti d’accordo.

    Salto tutta la parte in cui distanzia religione e vita civile (reperibile qui: http://www.molfettadiscute.com/il-vero-conservatore-secondo-giuseppe-prezzolini/) e vado direttamente ad un altro punto che mi pare proposto da Simon stesso:

    “Il Vero Conservatore è per la natura contro l´astrattismo, per il provato contro il teorizzato, per il permanete contro il transeunte” (pagina 48). e qui mi pare puntare al riferimento contro quello che chiama “platonismo” tipico di chi ha una visione “idealizzata” della Chiesa e dei suoi dogmi.

    Cito questo passaggio invece perché mi pare faccia pendant con l’idea di “autorità magisteriale” di Simon, anche se qui l’autore cita l’autorità statale: “Il Vero Conservatore sa che la fonte maggiore del rispetto sociale è l´autorità , che l´esempio vale più dei discorsi; e quindi cercherà di essere un campione, insieme con la propria famiglia, delle virtù che fanno generalmente guadagnare l´autorità : ossia il compimento dei propri doveri, l´onestà personale, la capacità di giudizio non partigiano, il mantenimento della parola data, la specchiatezza dei costumi, la coerenza dell´azione con il pensiero, la modestia nella vita sociale” (pagina 53). Mi pare ottima come citazione perché mi pare che lo stesso Papa chieda ai suoi sodali questa coerenza che fa “guadagnare autorità”.

    Secondo Prezzolini il Conservatore è pessimista di natura. Non sono d’accordo. La citazione la trovate nel link sopra riportato a cui rimando per una sorta di sunto minimale di quel che questo manifesto dice.

    Non voglio naturalmente fare l’apologia di un manifesto che per altro ho scoperto per caso da pochissimo e che sinceramente poco mi interessa. Leggendolo però mi ha ricordato in molti punti proprio quel che andava dicendo Simon, quindi mi è parso interessante utilizzarlo come strumento per un ulteriore approfondimento.

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    • Carissimo Minstrel,
      ti ringrazio per questa fantastica disanima del mio testo: non conoscevo Prezzolini, ma se questa è la definizione di Vero Conservatore allora io sono Vero Conservatore:

      Magnifico:

      “Il Vero Conservatore sa che a problemi nuovi occorrono risposte nuove, ispirate a principi permanenti”

      “Il Vero Conservatore è per la natura contro l´astrattismo, per il provato contro il teorizzato, per il permanete contro il transeunte” : definizione del Vero Scienziato e del Vero Aristotelico.

      “Il Vero Conservatore sa che la fonte maggiore del rispetto sociale è l´autorità , che l´esempio vale più dei discorsi; e quindi cercherà di essere un campione, insieme con la propria famiglia, delle virtù che fanno generalmente guadagnare l´autorità : ossia il compimento dei propri doveri, l´onestà personale, la capacità di giudizio non partigiano, il mantenimento della parola data, la specchiatezza dei costumi, la coerenza dell´azione con il pensiero, la modestia nella vita sociale” : tutte le posizioni e l’ispirazione di Croce Via.

      Ti ringrazio davvero profondamente per questo REGALO.

      In Pace

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      • Figurati, grazie a te di questo post e della condivisione delle tue riflessioni. E grazie naturalmente a colui che ha messo Prezzolini (della cui posizione sinceramente piglierei giusto quello che ci interessa) sulla mia strada, e proprio in questo momento. 🙂

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  10. Se si passa al livello seguente, cioè stabilire i dati del Nuovo Testamento non solo in relazione all’Antico ma anche agli insegnamenti contenuti nello sviluppo del Magistero successivo dagli Atti degli Apostoli alle lettere Paoline , a quelle di San Clemente e ai primi concili e così via,

    Io credevo che ci fosse una differenza tra testi ispirati e non. Cioé quello che parte del Nuovo Testamento Atti e Lettere Apostoliche sono isirate le lettere papali ed i concili no.

    A titolo di esempio possiamo guardare la comprensione che ha avuto la Chiesa del messaggio sulla fratellanza universale di tutti gli esseri umani in quanto figli di Dio senza eccezione: da una società nella quale la schiavitù era accettabile, anche se lo schiavo di allora non ha nulla a che vedere con la concezione moderna di schiavitù, e dove questa fratellanza era espressa in quanto atteggiamento caritatevole malgrado la persistenza di strutture di peccato societali, al messaggio attuale della Chiesa che rifiuta intrinsecamente e radicalmente le strutture di peccato stesse.

    Cioé, la Chiesa non comprendeva completamente ed ora si. Siamo sicuri? Non sará che domani capiamo che ci mancava di comprendere?

    Come si fa a capire se la nuova bambola é ancora parte dello stesso gioco di bambole? Quando una bambola é suficientemente staccata dalla prima potrebbe contenere bambole diverse. Fino a quando siamo fedeli al Kerigma?

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    • Chi dice quali testi siano ispirato e quali no è il Magistero.

      Nessuno ha detto che la Chiesa non comprendeva e ora si: si dice che la Chiesa comprendeva perfettamente ed operava in conseguenza in un dato contesto, dopo in una altro contesto sempre comprende perfettamente e opera in conseguenza. La nuova comprensione deve poter rendere conto dell’antica e così via di seguito fino all’essenza del dogma stesso che è il Kerygma in fin dei conti.

      Non puoi sapere cosa ci manca di comprendere finché non sei in un nuovo contesto.

      In Pace

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      • Chi dice quali testi siano ispirato e quali no è il Magistero.

        Quello non cambia il fatto che non é lo stesso un testo ispirato ed uno no come hai fatto tu.
        Poi mi pare che il Magistero non “dice” quai siano i testi ispirati ma “riconosce” quelli che la Tradizione riteneva ispirati.

        Nessuno ha detto che la Chiesa non comprendeva e ora si: si dice che la Chiesa comprendeva perfettamente ed operava in conseguenza in un dato contesto, dopo in una altro contesto sempre comprende perfettamente e opera in conseguenza.

        Ma l´operare della Chiesa (escluso il campo temporale che non ha importanza) proclamazione del kerigma e salvezza delle anime é indipendente dal contesto. Cosa cambia nel contesto che possa cambiare la comprensione della Buona Novella e di come vivere nel Regno?

        La nuova comprensione deve poter rendere conto dell’antica e così via di seguito fino all’essenza del dogma stesso che è il Kerygma in fin dei conti.

        Appunto, cosa verifica che la nuova comprensione tiene conto dell´antica?

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        • sono d’accordo con blaspas59 : l´operare della Chiesa (escluso il campo temporale che non ha importanza) proclamazione del kerigma e salvezza delle anime é indipendente dal contesto

          Nello schema delle bambole russe manca il principio fondamentale della Chiesa: la veridicità della testimonianza.
          prendiamo ad esempio la resurrezione di Cristo. i primi cristiani testimoniarono che Cristo era risorto, REALMENTE risorto. ..Non è che la resurrezione di Cristo possa essere meglio compresa oggi che ai tempi dei primi cristiani, o è avvenuta o non è avvenuta! la testimonianza e l’annuncio non può cambiare col “contesto”.
          i primi cristiani testimoniarono che Cristo era risorto, REALMENTE risorto. Arrivati, di bambola russa in bambola russa, al secolo XX eminenti teologi CATTOLICI come Bruno Forte , che fra l’altro fanno parte dei preferiti dell’attuale pontefice, cominciano a dire che il “sepolcro vuoto è una leggenda” e così via… cioè non si crede più alla verità della testimonianza originaria e la si interpreta alla luce degli schemi moderni o modernistici! e Bruno Forte è uno che potrebbe diventare il prossimo papa!

          “in uno dei suoi studi, Bruno Forte comincia con l’attribuire scarso valore storico ai racconti del sepolcro vuoto, ritenendo questo argomento ambiguo e frutto del lavoro redazionale degli evangelisti; quindi, sulla scia di autori come G.Schille, L.Schenke, E.Schillebeeckx, lo considera appunto una “leggenda eziologica”, ovvero un artificio per suffragare il culto che i giudeo-cristiani svolgevano al luogo della sepoltura di Gesù.
          Inoltre, il dato della tomba vuota viene ritenuto ambiguo, perché suscettibile di svariate interpretazioni e perciò incapace di fondare la fede nella risurrezione. Per cui, al contrario, secondo un tipico procedimento bultmanniano, sarebbe la fede ad interpretare il sepolcro vuoto, il quale non aggiungerebbe né toglierebbe nulla all’esperienza degli apostoli che confessarono la risurrezione e la glorificazione di Cristo, cioè la sua signoria sulla morte (cfr B.Forte, Gesù di Nazareth storia di Dio, Dio della storia, Cinisello B. 1994, 7ed., p 103).
          Si dovrebbe dedurre di conseguenza, che, qualora la risurrezione fosse storicamente avvenuta, la fede sarebbe superflua. Inoltre, riferendosi a Mc 16,1-8, Forte ritiene “inverosimile” che le donne si siano recate al sepolcro per “ungere un cadavere a tanta distanza dalla morte” (Ibid., p 103, n 31). Il sepolcro vuoto è all’origine di una suggestione mitica dei discepoli, ereditata dai cristiani (cfr Ibid., p 103, n 35). Dunque, il sepolcro vuoto, come altri particolari evangelici riguardanti la risurrezione, sarebbe una ‘prova’ fabbricata dalla comunità (V.Messori, Dicono che è risorto, Un’indagine sul Sepolcro vuoto, Torino 2000, p 86).”
          ( da http://blog.messainlatino.it/2011/05/il-sepolcro-vuoto-per-bruno-forte-e-una.html )

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          • sul piano morale , di bambola russa in bambola russa, non si può però arrivare a negare la primitiva parola di Gesù: chiunque abbandona la moglie o il marito e si unisce ad un altra persona commette adulterio.
            adesso, nel “contesto” della bambola russa attuale si tira fuori il sofisma che qualcuno può divorziare e risposarsi “senza averne piena avvertenza” e dunque siccome la sua ignoranza lo salva, non fa peccato. oppure non fa peccato perchè è “costretto” 8 non si sa bene da chi9 ad avere rapporti sessuali col secondo compagno sposato civilmente .
            ma questo è un sofisma perchè anche ammesso che esista un cattolico cos’ ignorante da non sapere che divorziare e convivere more uxorio è un peccato, basterebbe un saggio sacerdote ad aprirgli il comprendonio. caro fratello quello che tu fai Gesù non lo permette, per Gesù è adulterio, adesso che LO SAI , ne sei consapevole , comportati di conseguenza!.
            invece no oggi , sempre per stare nel contesto, si dice che siccome il poveretto divorziato risposato non ha piena avvertenza del suo peccato può pure rimanervi ( cioè continuare a convivere more-uxorio)perchè non avendo la piena avvertenza non fa peccato mortale.

            più che l’ermeneutica delle bambole russe sembra l’ermeneutica dei casuisti gesuiti del ‘600

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            • Caro Gian Piero,
              spero che mi scuserai se non ti rispondo: lo farò volentieri quando avrai letto e capito quel che io ho scritto prima di commentarlo in modo così falso e superficiale.
              Una volta che avrai capito potrai ovviamente sempre dissentire razionalmente e sarò felice di dialogare con te.
              Grazie.
              In Pace

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            • “anche ammesso che esista un cattolico cos’ ignorante da non sapere che divorziare e convivere more uxorio è un peccato, basterebbe un saggio sacerdote ad aprirgli il comprendonio. caro fratello quello che tu fai Gesù non lo permette, per Gesù è adulterio, adesso che LO SAI , ne sei consapevole , comportati di conseguenza!.”

              Questo mi fa venire in mente una vecchia battuta tra un eschimese e un missionario cattolico.

              “Eskimo: ‘If I did not know about God and sin, would I go to hell?’ Priest: ‘No, not if you did not know.’ Eskimo: ‘Then why did you tell me?'”

              E bisogna ammettere che la domanda dell’eschimese è pienamente sensata, visto che nel cattolicesimo l’ignoranza incolpevole scusa il peccatore. Anzi fa più che scusarlo, tale ignoranza è come uno “scudo” contro il peccato mortale, che fa si che pur commettendo materia grave la sua anima non venga messa a rischio.

              Spesso mi sono chiesto, infatti, se la Chiesa non avrebbe fatto meglio, per la salus animarum, a rimanere “vaga” su molte cose.

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              • La tua è una visione legalista della Chiesa.
                Essere chiamati all’amore perfetto vuol dire essere essere chiamati alla perfetta libertà; essere chiamati alla perfetta libertà vuol dire essere chiamati alla totale verità.
                In Pace

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              • Senza alcun dubbio.

                Rimane però vero (e lo attesta l’esperienza) che la capacità di seguire in pieno tutti i precetti dipende si dalla Grazia, e in genere si acquista col tempo.

                Quando parlavo di una possibile “vaghezza salutare”, infendevo dire che nello spiattellare “essotericamente” tutta i precetti a tutti i fedeli, indipendentemente dalla loro progressione spirituale, può effettivamente mettere a rischio la loro anima; cosa che non avverrebbe se la totalità della verità venisse svelata ai fedeli “gradualmente” man mano che sono in grado di sopportare il peso di certe obbligazioni.

                Si badi, non vuole essere una provocazione questa, sono realmente convinto di questo.

                E la domanda dell’eschimese, lungi dall’essere “legalista”, è dannatamente logica. Non riesco a capire come mettere un peccatore in condizione di peccare mortalmente senza più avere lo “scudo” dell’ignoranza incolpevole e PRIMA che tale peccatore abbia fatto progressi spirituali che rendano sopportabili certi fardelli possa essere un bene per la salus animarum; dico davvero.

                Amoris Laetitia, pur rimanendo egregiamente nell’alveo dell’ortodossia, cerca di risolvere pastoralmente questi paradossi.

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              • Vedi, in tuttoi il tuo ragionamento ti manca una sola cosa: lo Spirito Santo.
                È lo Spirito Santo che annuncia la Buona Novella all’eschimo e al contempo lo SPirito Santo da tutta la forza necessaria per vivere questa Buona Novella pienamente.
                Tutti i fedeli sono chiamati alla santità qui e adesso cioè non altrove e dopo la morte e a questa chiamata lo Spirito Santo aggiunge tutta la Sua forza: a nessuno in nessuna circostanza viene a mancare questa reale Misericordia.
                Dio è Misericordia perché continuamente ci da la forza di non peccare.
                In Pace

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  11. Splendido, a dir poco, questo commento di Introvigne su Facebook

    ” Sono con il Papa, il quale ha appena spiegato nella lettera apostolica che la norma è oggettiva (“chiari nel presentare i principi morali”, MM 10), ma l’applicazione della norma al caso concreto deve tenere conto che ogni caso è “unico e irripetibile” (MM 14, dove parla appunto di AL). Credo che qui ci sia la difficoltà di comunicare con certi critici, i quali non si accontentano dell’enunciazione della norma – quella c’è – ma vorrebbero che fosse enunciato un criterio presunto oggettivo che governi l’applicazione della norma a tutti i possibili casi concreti. Siccome l’essenziale della parte contestata di AL consiste proprio nel principio metodologico di lasciare al discernimento del confessore la valutazione del caso concreto senza fissare “dogane”, le richieste di principi interpretativi delle norme fissi e rigidi di fatto rifiutano la logica stessa dell’esortazione apostolica: certe domande non sono domande, equivalgono a dire “io questo metodo per principio lo rifiuto”.

    E questa è una buonissima sintesi di ciò che tentavo di spiegare sopra a Gian Piero e che, tangenzialmente, è ritornato in questi commenti https://pellegrininellaverita.com/2016/11/20/capire-il-magistero-lermeneutica-delle-bambole-russe/comment-page-1/#comment-28218
    https://pellegrininellaverita.com/2016/11/20/capire-il-magistero-lermeneutica-delle-bambole-russe/comment-page-1/#comment-28222 diretti a Simon.

    Purtroppo si va da un estremo all’altro, da chi, come i modernisti, vorrebbe CAMBIARE o annullare la Legge nel suo lato oggettivo agli ultraconservatori che fanno l’opposto e non solo confermano l’oggettività della Legge (cosa giusta) ma vogliono applicarla in maniera draconiana e, si, da doganieri, alla vita concreta dei fedeli.

    In entrambi i casi siamo di fronte ad una concezione non realista della vita. Nell’ultimo caso, quello degli ultraconservatori, c’è però anche l’aggravante della mancanza di carità non solo nel risultato che raggiungerebbero, ma proprio in ciò che si propongono, nelle loro intenzioni.

    Siamo di fronte, secondo me, spesso, a persone che, per quanto possano negarlo e ri-negarlo, si sentono molto, troppo più giuste della “feccia” alla quale questo Papa sta “aprendo”. E questo non lo sopportano.

    Intendiamoci, la mancanza di carità alla fine c’è anche nei modernisti come Kasper, ma nel loro caso la mancanza di carità è solo nel risultato e prescinde dalle loro intenzioni (che sono indiscutibilmente buone), in molti casi, invece, negli ultraconservatori tale mancanza di carità è “strutturale”.

    Ho scritto “in molti casi” non per vezzo, ma perché so bene che non sono tutti così. Tuttavia, leggendo determinati blogs e pagine Facebook e avendo frequentato in passato ambienti di un certo tipo posso dire che ne parlo con cognizione di causa.

    Tanto per dire, su Facebook ho letto commenti entusiastici su “the young pope” e non sulla fiction in se (che sta piacendo molto anche a me) ma sul personaggio del Papa li rappresentato. Ho letto molta gente che ha detto chiaramente che vorrebbe un Papa così, e questo la dice lunghissima.

    È inutile che blaterino di “vera misericordia” (che sarebbe la loro) contro la “falsa misericordia” di questo pontificato, a queste persone è la misericordia in se che non va giù, poco da fare.

    Secondo me quando nel Vangelo leggono la parabola dei lavoratori della vigna la saltano direttamente, perchè penso che risulti troppo “indigesta” a certe persone.

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    • Il discorso relativo alla norma e al caso unico e irripetibile che abbiamo davanti, citato da Giuseppe, rimanda anche (non solo, ma anche) a una questione specifica riguardante AL di cui se non erro qui ci si è occupati anche qui, cioè se sia esatto l’uso, e se sia esattamente tomista, dell’epikeia come discernimento caso per caso dell’applicabilità della legge.
      A questo proposito non ricordo se si sia discusso a suo tempo questo articolo di Luisella Scrosati, che riteneva decisamente poco tomista l’uso dell’epicheia in AL.
      (se è già passato mi scuso)
      http://www.lanuovabq.it/it/articoli-valorizzare-ladulterio-citando-male-san-tommaso-15828.htm

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      • DI epicheia ne abbiamo parlato in lungo ed in largo su CV.

        Bisogna sottolineare la differenza che abbiamo sempre esposto in questo blog tra relativismo etico e assolutismo etico i quali sono ideologie che si oppongono frontalmente all’oggettivismo etico che afferma l’esistenza di norme sì oggettive e concepibili dall’intelligenza ma inseparabili dalle situazioni concrete, sempre uniche, nelle quali si realizzano.

        Lo abbiamo spiegato molte volte prendendo analogie con le leggi della fisica le quali non sono mai assolute ma sempre oggettive: l’epikeia prende qui il significato di virtù che permette di osservare nell’unicità di una situazione l’attuazione concreta della generalità della legge.

        In questo l’epikeia è la virtù che evita il vizio del giudizio morale assolutista e quello del giudizio morale relativista di stampo circostanziale.

        Il relativista che vede un aereo volare o una pietra che cadendo è deviata dalla perfetta verticale con il centro della terra in presenza di una massa montagnosa vicina dirà che non c’è legge della gravità oggettiva ma che sono le circostanze che danno adito a questi comportamenti negando l’esistenza di alcuna legge della gravità in sé; quanto all’assolutista negherà che l’aereo o la deviazione esistono. L’“epikeista”, invece, dirà che è l’applicazione completa e tenente conto della situazione reale della legge della gravità, e non a scapito di essa come il relativista, che permette all’aereo di volare.

        In modo concreto l’epikeia si applica riconoscendo che non tutte le le regole morali hanno un valore assoluto in sé ma sono rilegate tra di loro in un ordine gerarchico a mo’ di una piramide di gerarchie: nella Chiesa la legge suprema al livello il più alto è la salus animarum ad esempio.

        In Pace

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        • Simon scusa, è vero che hai scritto “ad esempio la salus animarum”, ma ti pongo la domanda perché mi interessa comprendere una possibile conclusione del ragionamento.
          Tu dunque sei dell’idea che il Papa, nella famosa frase della nota (sull’accompagnamento ai divorziati risposati) “…in qualche caso potrebbe essere anche l’aiuto dei sacramenti”, pensava alla prevalenza della Salus Animarum? Salus Animarum che dunque potrebbe far ritenere che sia meglio accedere alla Comunione, per avere l’aiuto del sacramento?
          Ripeto: è per capire bene.
          Inoltre (sempre che tu pensi così) mi pare di capire che secondo te lo strumento pastorale della famosa nota (ed epicheia corrispondente nei confronti della comunione) sarebbe sostanzialmente inscindibile da un costante contatto col confessore o direttore spirituale (perché trattandosi di salus animarum, sarebbe fondamentale un contatto e confronto con un ministro ordinato). Non si tratterebbe di un “fai da te” (scusami l’espressione) nemmeno nella forma “siccome mi ha detto una volta che posso accedervi, allora io divorziato risposato d’ora in avanti lo faccio sempre”. Insomma per te non sarebbe così, ma sempre da penitente guidato.
          Ho capito bene?

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          • Si: hai capito bene quel che intendo dire.
            In Pace

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            • Ok grazie; probabilmente lo avevi già detto sostanzialmente anche in questi termini pratici in dei post precedenti, ma mi sarà sfuggito, e comunque come sai quando uno ci arriva anche collaborando con l’esempio dell’interlocutore, si capisce meglio. Adesso mi pare tutto molto più chiaro.
              E inoltre, se l’ermeneutica di AL fosse così (io non sono ancora sicuro che sia così… mi riferisco al “liberi tutti / cambia tutto” a cui sembra pensare uno Spadaro…) mi pare un’ermeneutica cattolica, e comunque molto più vicina a quella di F. Consortio di quanto non mi sembrasse in precedenza.
              Grazie dunque.

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  12. Il nocciolo del problema mi pare piuttosto in quel terzo paragrafo: l’equivoco secondo cui tradizionalisti e conservatori andrebbero incastrati in una categoria di idealisti nemici della realtà (al pari dei modernisti) e quindi anche del popolo. Cioè una strumentale riduzione a fazioni. Una simile forzatura riesce solo nell’intento di banalizzare qualsiasi argomentazione successiva.

    Il problema del modernismo è che parte dal presupposto che la verità e la falsità abbiano uguale onore. Il corollario è che un dialogo con un modernista è come un dialogo con un drogato. “Modernista” non è un programma, non è un elenco di ideali, ma è un metodo: un metodo che non contempla l’adeguarsi alla realtà.

    Il tradizionalismo, invece, contempla eccome. Se qualcosa è stato storicamente valido e certificato valido dall’autorità ecclesiale, va considerato tale finché con adeguate ragioni l’autorità ecclesiale non lo abolisce. In altre parole, il metodo tradizionalista è totalmente dipendente dalla realtà e dall’autorità.

    Il problema del tradizionalismo è che non riesce a dimostrare le proprie tesi a causa della diffusa mentalità per la quale tutto ciò che è stato valido fino a ieri viene percepito come superato oggi, criticabile, fastidioso, problematico. La differenza fra tradizionalista e conservatore è che quest’ultimo tenta pragmaticamente di evitare di riflettere, preferendo il normare lo status quo al correggere le contraddizioni. Cioè “legalizzare”, come se bastassero umane decisioni per trasformare la realtà.

    Infine, il popolo ha assoluta necessità di essere guidato – ed è uno dei solidi motivi per cui è stata formalmente istituita la Chiesa. Guidare implica avere dei punti fermi che non cambiano col passare del tempo, altrimenti l’autorità si riduce al puro arbitrio, ciò che in un’epoca è condannato come male in un tempo successivo verrà elogiato come bene (e viceversa).

    Con le dovute eccezioni (che tali sono e tali restano), il quadro riguarda dunque tre metodi, non tre fazioni.

    Il quadro è fra quelli disposti a mettere un po’ da parte la verità e la realtà (modernisti), quelli che invece la esigono come punto di partenza e di arrivo (tradizionalisti), quelli poi che tentano di creare un equilibrio evitando di riflettere sul vero e sul reale (conservatori).

    Insomma, con quel terzo paragrafo l’autore ha squalificato il resto dell’articolo.

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    • Vedi tutto l’articolo è basato sull’analisi della differenza tra (1) sapere, (2) capire e (3)agire!

      Il tuo stesso commento mostra in modo abbagliante che tu (1) hai letto quel che ho scritto (ti ringrazio per la pazienza) e lo conosci, (2) non hai capito quel che ho scritto, (3) e ne conseguono delle riflessioni sconclusionate da parte tua.

      Infatt da nessuna parte, in questo post, ho affermato come dici tu che “’l’equivoco secondo cui tradizionalisti e conservatori andrebbero incastrati in una categoria di idealisti nemici della realtà (al pari dei modernisti) …” : anzi ho fatto un distinguo di estrema importanza tra le due categorie!

      Te li ripeto per aiutarti:
      (a) il modernista non assimila l’importanza della differenza tra capire e operare, cioè tra (2) e (3)
      (b) il conservatista non ha capito la sostanziale differenza tra sapere e capire, cioè tra (1) e (2)

      Il Realista, cioè noi, distinguiiamo invece le tre dimensioni con precisione e per lui, come per noi, la comprensione è in sé un processo evolutivo distinto dal sapere e dall’operare.

      Buona riflessione.
      In Pace

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