La potenza obbedienziale

How can God become man?

How can God become man?

Il presente scritto è una sbobinatura personale, parola per parola, di una risposta che Padre Barzaghi fornisce a margine del suo intervento a Matera sul tema “L’intelligenza della fede: credere per capire, sapere per credere”. Era settembre del 2012. Essendo una trascrizione di un colloquio orale si è cercato di rendere fruibile il contenuto ad una lettura, cercando ovviamente di restare  il più possibile fedeli a quanto riferito da Padre Giuseppe.
La trascrizione non è revisionata né approvata dal docente.
L’incontro è reperibile online qui mentre le domande finali, fra cui la presente oggetto di trascrizione, è ascoltabile qui.

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Mi viene posta spesso una domanda che può essere riassunta così: Dio si fa uomo perché l’uomo divenga Dio.
Si, ma Dio è infinito, l’uomo è finito. Se Dio si fa uomo o l’uomo “esplode” o Dio non è divino, no? Se Dio si fa uomo, l’infinito diventa finito e basta. Oppure lo diventa “per modo di dire”. Oppure il finito esplode perché non riesce a contenere l’infinito.
Quindi questa assioma sembra, agli occhi della ragione, non avere una propria dignitas.

Il discorso che si pone dinnazi si fonda sulle condizioni di possibilità dalla parte dell’uomo di “ricevere Dio” in modo che questa assioma possa essere ragionevole, così che Dio si possa fare uomo e l’uomo quindi possa venir divinizzato.

La risposta che dà la teologia, senza andare troppo nei dettagli, è che nell’uomo vi è la “potenza obbedienziale” cioè la capacità recettiva dell’infinito per la quale l’uomo, pur restando nella propria finitudine creaturale, riesce ad essere abitatore di Dio ed al contempo ospite di Dio.
Ma in che cosa consiste questa capacità passiva che i teologi chiamano “potenza obbedienziale”?
E’ la pura spiritualità.

Facciamo un esempio… attenzione: allacciare le cinture di sicurezza.

IL PENSIERO

Dialogo:
– “Provate a pensare che esiste una realtà esterna al pensiero, siete capaci? Se state pensando che è esterna, non è più esterna.”
– “Uh, ma ci sono infinite cose che non pensiamo!”
– “beh, ma se mi stai dicendo che ci sono infinite cose che non pensi, le stai pensando tutte. E allora questo “esterno al pensiero” c’è o non c’è? Ma se lo sto pensando?!”
– “Ma allora è tutto dentro al pensiero”
– “cosa? Stai cadendo in contraddizione.”
– “No, ma come…”
– “senti un pò: se cerchi di pensare che qualche cosa è esterno al pensiero, lo stai pensando e non è più esterno. L’esterno al pensiero che stai pensando è pensato. Dunque tu ora concludi che tutto è interno al pensiero. Ma è impossibile, dico io. Perché se non c’è l’esterno, allora non c’è nemmeno l’interno. Non puoi dire “se non c’è la destra, c’è la sinistra”; se non c’è la destra, non c’è neanche la sinistra. Dunque se non c’è l’esterno, allora non c’è nemmeno l’interno.”

Riprendiamo: allora questo atto del pensare – che rispetto alla realtà esterna non ammette esteriorità, ma al contempo non ammette di essere un contenitore che ha tutto in sé (perché se non c’è l’esterno, allora non c’è neanche l’interno) – che estensione avrà?
Prova a limitarlo! Pensi al limite e facendolo hai già superato il limite.
Certo. Esattamente come se dico che questo tavolo arriva solo “fino a lì”, io lo posso dichiarare perché ho ben presente cosa sia il “di là”, oltre “fino a lì”, oltre cioè il limite!
Dunque questa attività pensante – che non vuol dire conoscere, ragionare, argomentare, interpretare, ma bensì pura attività pensante – ha una estensione infinita.

LE SPALLE

Questa è la condizione di possibilità da parte dell’uomo della verificabilità dell’assioma iniziale. Dio infinito si fa finito in quanto il finito porta in sé una capacità di apertura infinita, la quale – attenti – ci sta sempre dietro le spalle, ci trascina, fonda il resto.
Mi spiego. Noi siamo sempre più concentrati sui concetti. Il concetto di Dio è Dio? No, è il concetto di Dio. Esattamente come il concetto di polmoni non sono i polmoni. Con i polmoni respiri, con il concetto di polmoni no… eh eh.
Noi siamo immersi in una concettualità nella quale cerchiamo di far sì che si affaccino diverse realtà, fra le quali quella assoluta che è Dio. Ma è una realtà, soprattutto quella divina, che si affaccia e si sottrae poiché non si riduce ad un concetto.
San Tommaso per questo elabora il cosidetto “primato della negatività”.
Noi ci uniamo a Dio come a qualche cosa che è sconosciuto, cioè lo conosciamo nel modo della negazione. Ad esempio: è in-finito (cioè non finito), è semplice (non composto), eterno (non temporale) e così via.
Tutti “non” rispetto a ciò che abbiamo davanti.
Questo non significa che non esiste, bensì che Dio è la condizione per la quale tutti questi finiti esistono!
Ma noi non riusciamo ad agguantarlo completamente.

C’è quel bellissimo passo dell’Esodo 33 dove Mosé pretende di vedere il volto di Dio. E Dio cosa gli dice? Copriti la faccia, io passo e quando sarò passato togliti il velo, perché di me tu vedrai… cosa? Le spalle!
Non puoi vedermi in faccia, tu vedrai le spalle.
Se mi permettete una piccola citazione bibliografica: questo vedere le spalle di Dio si può ricondurre a quello che succede  quando si è trascinati. Dio cioè ci trascina dietro di sé.
Gesù pure cosa disse a Pietro che diceva “non ti accadrà mai questo”? Mettiti dietro di me, mettiti dietro le mie spalle!

Io ho corso in bicicletta. Come potete notare non sono una grande torre, sono 1,70 a malapena. Quando c’erano i ciclisti alti 1,90… beh permettete che io, topolino di 1,70, mi metta dietro ad una torre di 1,90 che mi spara i 55km all’ora? Se “succhi bene la ruota” – come si dice in gergo – i 55 li fa lui, ma per risucchio li faccio anche io!
Basta stare ben coperti dietro… le spalle.
E guai se uno come me dice: dai che ti do il cambio!
Ma vi immaginate se mi mettessi davanti io ad uno alto 1,90? Prende tutta l’aria perché io sono comunque più basso e in più prende anche il reflusso perché “faccio mulinello”. Si mette davanti lui, e basta.

Dunque questa immagine del “vedere le spalle” e seguire colui che deve stare davanti dice l’invisibilità efficace della fede. Ma perchè ciò si realizzi la creatura umana deve avere in sé una potenza obbedienziale capace di essere addomesticata a questo cammino.

L’AMORE

Uso il termine “addomesticare” perché è perfettamente aderente al tema dell’amore.
L’amore non può essere definito come “volere bene, fare il bene”. Se uno mi chiede: “Perché mi vuoi bene?” tu rispondi “perché ti amo”. E se tu chiedi “perché mi ami?” l’altro risponde “ti amo perché… ti amo!”. Basta. Dunque non è una vera definizione d’amore dire “voler bene, fare del bene”.
L’amore – dice San Tommaso – è una coaptatio.
In termini contemporanei è un addomesticamento. Dio cioè ci rende suoi domestici. Dove domestico non vuol dire schiavo, ma significa uno che abita nella medesima domus! Quando uno abita casa sua, si fa qualche scrupolo? No, è a casa sua, è nella sua domus.
Questo atto di addomesticamento è l’Amore. Quindi l’amore divino, l’addomesticamento divino, è l’essere resi partecipi della domus divina. Per questo si dice “essere abitato da Dio”.
Ed è un altro termine che rispecchia questa divinizzazione come suo fondamento di possibilità l’apertura infinita  che ha la nostra intenzionalità  del puro pensare.

Pensare che, ripeto, non vuol dire conoscere tutto. Conoscere è concepire, concettualizzare. L’attività pensante è l’apertura assoluta  all’assoluto.
Attività per la quale in qualche modo ci si smarrisce, ma piacevolmente.
Perché appunto nella nostra natura si delinea già quell’impulso di creaturalità che è il sentire originario della contemplazione. Questo perdersi piacevolmente…

E il naufragar m’è dolce in questo mare“.

Giuseppe Barzaghi OP

 

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Categorie:Filosofia, teologia e apologetica

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4 replies

  1. Assolutamente magnifico: grazie a p. Barzaghi e a te Minstrel per questa riflessione.

    Finché non ci si addentra con virile virtù nell’obbedienza non si può capire né intellettualmente, né spiritualmente, né carnalmente (a) l’essenza stessa di Dio, che è la relazione di obbedienza tra Padre e Figlio, cioè lo stesso Spirito Santo, (b) il perché e il percome del peccato originale e delle sue conseguenze, (c) il perché e il percome della Croce e della Risurrezione, (d) il perché ed il percome della Chiesa, (e) il perché ed il percome del solo cammino di conversione possibile, (f) il perché ed il percome diventiamo figli di Dio.

    Grande è chi obbedisce perfettamente al Padre e può recitare il Pater Noster senza nessuna restrizione mentale: quanto piccolo apparirà agli occhi del mondo però.

    Dobbiamo avere un ripulsione viscerale verso la disobbedienza che è l’anti-virtù, il vizio, per antonomasia.

    In Pace

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  2. Capacità passiva della potenza obbedienziale.
    Mettersi dietro le spalle.
    Stare ben coperti dietro le spalle, nell’immagine dei ciclisti.

    Grazie Minstrel per la riflessione preziosissima 🙂

    Non sapevo che cos’era (o che esistesse) una potenza obbedienziale, ma nella mia mente avevo ben chiara un’altra immagine della base della fede e…vedo che si può assimilare a quelle che hai riportato.
    Per me l’atteggiamento del credente è (deve essere) una specie di profondo inchino, con anche la testa, oltre al corpo, che si abbassa per bene (come anche nel caso del ciclista citato). L’atteggiamento contrario (quello che sta ritto con la testa alta di fronte a dio, d minuscolo) non crede, non è credente. Ogni volta che alziamo la testa non siamo credenti. Quando invece l’abbassiamo, in profondo inchino, può capitare (anzi capita) che Dio ci sollevi Lui molto in alto, ben oltre le nostre umane capacità. Questa è da tempo l’immagine nella mia testa, quella ‘definitiva’ alla quale ero giunta dopo vari tentativi di immaginazione.
    Ora ci aggiungo le parole: capacità passiva della potenza obbedienziale..
    Grazie.

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  3. E con questo articolo, wordpress ci avvisa che abbiamo pubblicato 200 posts tondi tondi. Wow!

    Sapete invece cosa mi è sovvenuto a me durante l’ascolto?
    questo:
    “La mia vita e’ monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio percio’. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sara’ illuminata. Conoscero’ un rumore di passi che sara’ diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi fara’ uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiu’ in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me e’ inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo e’ triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sara’ meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che e’ dorato, mi fara’ pensare a te. E amero’ il rumore del vento nel grano…”
    La volpe tacque e guardo’ a lungo il piccolo principe:
    “Per favore… addomesticami”, disse.
    “Volentieri”, disse il piccolo principe, “ma non ho molto tempo, pero’. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose”.
    “Non ci conoscono che le cose che si addomesticano”, disse la volpe. “Gli uomini non hanno piu’ tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose gia’ fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno piu’ amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!”
    “Che cosa bisogna fare?” domando’ il piccolo principe.
    “Bisogna essere molto pazienti”, rispose la volpe. “In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, cosi’, nell’erba. Io ti guardero’ con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ piu’ vicino…”
    Il piccolo principe ritorno’ l’indomani.
    “Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora”, disse la volpe.
    “Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincero’ ad essere felice. Col passare dell’ora aumentera’ la mia felicita’. Quando saranno le quattro, incomincero’ ad agitarmi e ad inquietarmi; scopriro’ il prezzo della felicita’! Ma se tu vieni non si sa quando, io non sapro’ mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti”.
    “Che cos’e’ un rito?” disse il piccolo principe.
    “Anche questa e’ una cosa da tempo dimenticata”, disse la volpe. “E’ quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore. C’e’ un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedi ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedi e’ un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza”.
    Cosi’ il piccolo principe addomestico’ la volpe.
    E quando l’ora della partenza fu vicina:
    “Ah!” disse la volpe, “… piangero'”.
    “La colpa e’ tua”, disse il piccolo principe, “io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”
    “E’ vero”, disse la volpe.
    “Ma piangerai!” disse il piccolo principe.
    “E’ certo”, disse la volpe.
    “Ma allora che ci guadagni?”
    “Ci guadagno”, disse la volpe, “il colore del grano”.

    Grazie Antoine!

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    • Un paragone che sono sempre restio a fare ma su cui spesso rifletto è proprio quello tra uomo e Dio, cane e uomo.
      Mi è venuto leggendo “Zanna bianca” dove ad un certo punto è scritto che il cane vede un dio nel padrone.
      Un cane esprime il meglio di se ed è felice quando è addomesticato da un uomo che lo ama, un uomo trova se stesso e la gioia nella libera obbedienza al Signore.

      Spero non sia una bestemmia.

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