Assoluto o relativo? No, Oggettivo.

Fiamma d'acqua

Fiamma d’acqua

Un brevissimo post per attirare l’attenzione dei nostri amati utenti su una sottigliezza linguistica che costa carissimo nella nostra cultura contemporanea, nelle discussioni e le dispute: ne ho già parlato incidentalmente in alcune discussioni ma penso che ne valga la pena ritornare brevemente sul soggetto, anche perché dovrebbe aiutare a meglio capire le discussioni intorno al Sinodo da venire,

Nel linguaggio volgare la legge è considerata sia come essendo una realtà assoluta sia come un’informazione relativa: una legge che è sempre vera in qualunque circostanza è da essere considerata assoluta mentre una legge che cambia secondo il punto di vista di chi la considera allora è definita come relativa.

Consideriamo il caso seguente della legge della gravità dove due corpi si attraggono lungo una retta rilegante i loro baricentri proporzionalmente al prodotto delle loro masse e inversamente al quadrato della loro distanza. Se affermiamo che questa legge è sempre vera, allora consideriamo che questa legge è assoluta: se dico che dipende dalle masse considerate e dalla loro localizzazione nell’universo o dalle velocità di ognuna delle masse e che a volte può andare al quadrato ma a volte al cubo o chissacché asseconda di chi l’osserva allora si avrà una legge relativa.

Visto che abito in una regione con tantissime altissime montagne posso fare l’esperienza di questa legge ed in particolare se una pallina di piombo sospesa ad un filo segue la retta che rilega direttamente il suo baricentro con quello della terra e, invece, che noto grazie alla precisione del mio laser? O sorpresa! Essa non è perfettamente allineata ma. grazie agli strumenti finissimi a disposizione, vedo che il filo è leggermente deviato in direzione della massa rocciosa della montagna. Qui sorge un problema: da un lato non posso più dire che si conferma la legge che afferma che due masse si attraggono lungo una linea retta che rilega i due baricentri e quindi non posso più affermare, sperimentalmente, che tale legge sia assoluta ma da un altro lato mi devo dire che se rifaccio i calcoli tenendo conto della realtà di tutto il contesto, montagne e luna e mercurio compresi, allora la deviazione calcolata corrisponde a quella misurata e, quindi, non si può neanche affermare che tale legge sia relativa. Da questo semplicissimo esempio che ci viene dalla fisica vediamo bene che le categorie di assoluto e di relativo non sono sufficienti per descrivere il reale: in realtà quel che governa la dinamica della mia pallina di piombo sospesa al suo filo non è una legge ma è la sua situazione oggettiva nel contesto concreto.

In altre parole una legge è una costruzione mentale, semplificata, per esprimere un comportamento reale ma idealizzato: una legge non esprime mai pienamente la realtà in sé. Cioè nella natura non esistono leggi assolute e le leggi relative non avrebbero nessun interesse scientifico di per sé in quanto non abbastanza universali per essere conosciute efficacemente: però esistono leggi oggettive, cioè una realtà data è descrivibile, comprensibile e manipolabile.

In campo morale questa distinzione è ancora più azzeccata che nella sua analogia fisica: per semplificare ci sono coloro che sostengono che la legge debba essere assoluta indipendentemente dal contesto, i tenenti dell’approccio deontologico di cui Kant è un eminente esponente, oppure che non esistono leggi ma che il tutto è convenzione che può essere cambiata in qualunque società e qui abbiamo i nostri amici relativisti con tutte le loro contraddizioni: da notare che gli utilitarianisti sono convinti che esista una legge assoluta, quella della distribuzione equa del benessere e sono molto più vicini ai deontologisti che loro vorrebbero dare da intendere.

Noi cristiani e, soprattutto, noi cattolici non siamo né assolutisti né relativisti ma oggettivisti: le leggi di Dio non sono assolute e non sono relative, ma semplicemente oggettive. Cioè non esiste una legge disincarnata che sia stabilita in un mondo simil-platonico o nel pensiero di Dio e che sia assoluta: eppure Dio ci comunica dei comandamenti tramite la Sua Chiesa e quindi non siamo neanche in un contesto religioso moralmente relativistico.

Esattamente come non si può considerare il comportamento del pendolino sopradescritto senza considerare la situazione oggettiva nella quale si trova, così anche la legge di Dio si incarna, cioè si oggettiva, nella realtà particolare chiamata ad esprimerla.

Interessante al soggetto è il fatto che si utilizza la nozione di Comandamento pìù ancora che di legge la quale ha sapore farisaico con i suoi dottori e specialisti dell’assoluto che non possono adattare la loro legge al reale senza relativizzarlo prima o poi: DIo ci dà comandamenti che vanno da essere incarnati concretamente da ognuno di noi con l’aiuto di tutti e della Chiesa, ma DIo non ci dà a propriamente parlare leggi assolute.

A una legge si è solo sottomessi come schiavi o animali o mobili qualunque per via della sua assolutezza, invece ad un comandamento si deve obbedire, cioè applicare la propria volontà (che poi vuol dire amore, in quanto la volontà esprime la carità) in modo intelligente e tenendo conto della situazione reale, ovviamente, e ciò senza mai andare contro il comandamento, analogicamente al fatto che la deviazione del pendolino dalla pura verticale avviene nell’applicazione la più precisa e sottile possibile della legge della gravità e non in quanto esonerazione da essa.

Quando discutiamo di Comandamenti, di peccati, cioè di deviazioni dal Comandamento, dobbiamo uscire da questa contrapposizione teorica tra legge assoluta e legge relativa e aver il coraggio (sì, il coraggio) di applicare i primi e fuggire i secondi nell’oggettività della situazione considerata: questo fa il cristiano che vede nel prossimo suo il Cristo stesso cioè l’oggettivazione ( e non l’assolutizzazione né la relativizzazione) della Verità, della Giustizia e della Misericordia.

In Pace

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Categorie:Filosofia, teologia e apologetica

36 replies

  1. Molto bello, molto interessante. Sarebbe interessante ragionarci sopra ed affinarlo ancora, con la dovuta premessa -di questi tempi… – che lo farei senza nessun intento polemico, ma giusto pourparler, poichè è questo lo scopo dei blog (o no? ultimamente provo un certo “tremore” a digitar di tastiera).
    Allora, detto questo, porrei coì la cosa: “il Figlio di Dio si incarna, e alla di Lui luce, al Suo Cuore ogni situazione, ogni “realtà particolare” diventa “oggettiva”; o meglio ogni “realtà particolare” -che è ogni uomo- diventa oggetto del Suo amore. Amore unico, che riesce ad essere insieme, senza scissione, Misericordia Giustizia e Verità. Dove l’una vive in perfetta simbiosi con l’altra senza mai tema di contraddirsi e ferirsi vicendevolmente. Siamo passati “dalla Legge alla Grazia”, e dove sovrabbondò il peccato…

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    • Alla fine in questa prospettiva il Comandamento è, oggettivamente, uno solo, quello dell’Amore.
      (Ma l’ufficio complicazione affari semplici che alberga al piano inferi, fa si che non ci riusciamo a mettere d’accordo su quello: chi lo vorrebbe troppo dilatare disgiungendo Verità, Giustizia e Misericordia; e chi da esse vorrebbe espungere or la Misericordia, or la Giustizia e or la Verità).

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  2. Tutto ciò mi ricorda la discussione con un amico a proposito della lettera del Papa a Repubblica.
    L’amico leggeva l’affermazione che la verità è una relazione come un’affermazione relativista.
    Il problema sta nel diverso significato che il termine “relativo” può avere.
    Se parliamo di relativismo, Protagora e soci per intenderci, vuol dire soggettivo.
    Se indica semplicemente, direi grammaticalmente, il nesso di qualcosa con qualcos’altro, dipende dallo status ontologico del qualcos’altro. Relativo ai miei mutrvoli stati d’animo? Assolutamente soggettivo. Relativo alla mia essenza? Assolutamente oggettivo (mannaggia, a frequentarvi…cattive compagnie ‘sti tomisti, ti contagiano, finisce che usi parolacce come “essenza”).
    era questo che volevi dire, Simon?
    Comunque ho trovato molto interessante l’esempio tratto dalla fisica

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    • In accademia certe parole sono davvero bestemmie, lo sappiamo. But The Times They Are A Changin’ ! 😀

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    • Scusate ma capisco che la legge non sia assoluta ma oggettiva, ma non che la Veritá non sia assoluta. Mi pare che qui il discorso cambia.

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      • Non capisco bene il tuo commento: verità è adeguazione del pensato all’oggetto reale, quindi, per definizione, la Verità è oggettiva.
        Strictu sensu e tenendosi a questa definizione verità assoluta e verità relativa sono due ossimori.
        Salvo in Dio stesso ovviamente, dove la Verità vi è oggettiva, assoluta e relativa nello stesso Atto.
        La Verità è una Persona per noi cristiani, per giunta, e sicuramente non è relativa e non è assoluta
        Ma forse questa tua affermazione è un po’ troppo ellittica e meriterebbe un’ulteriore clarificazione da parte tua per poter capire quel che davvero intendi.
        In Pace

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        • Intuitivamente mi viene da pensare se non c´é una Veritá assoluta non ci puó essere niente do oggettivo. Per poter dire che la veritá e oggetiva deve essere assolutamente vero che veritá é la adeguazione del pensato all´ogetto reale.

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          • Non è una verità l’affermare che “la verità è adeguazione dell’intelletto alla cosa conosciuta (l’oggetto della conoscenza)”, ma è una definizione.
            Quindi nella definizione stessa di verità ci si riferisce all’oggetto e quindi alla necessaria oggettività della verità.
            Dire che la verità è assoluta sarebbe affermare che la verità si riferisce ad un assoluto indipendentemente dall’oggetto conosciuto e questo è un ossimoro (ma tipico di chi segue ideologie)…
            Dire che la verità è relativa, cioè dipendente dall’osservatore, allora vuol dire che non esiste un’adeguazione univoca tra l’intelletto e la cosa conosciuta mentre al contempo ci sarebbe adeguazione per ognuno degli osservatori, anche qui ci sarebbe ossimoro (tipico di chi crede che tutto sia relativo)
            Spero sia più chiaro.
            In Pace

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            • Ora ho un pó di tempo e mi spiego meglio: Quando tu misuri la direzione della palina al filo non scarti la legge di gravitá, cerchi perche in quel caso il modello non spiega la realtá, correggi e trovi la maniera di adeguare il modello alla realtá ma per farlo usi un criterio di adeguamento. Con la legge morale mi é piú facile spiegarlo, i comandamenti dici sono oggettivi cioé adeguati alla situazione reale. Io capisco il “Non uccidere” non vale se devo uccidere per diffendere un innocente o me stesso. Sto “oggettivando” il comandamento a una realtá specifica. Ma per farlo devo usare un riferimento, un criterio che non puo dipendere della situazione particolare perche se no non sarebbe un “criterio”.

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            • Di certo non scarto la legge della gravità (espressa in quel modo) ma ne scarto la sua assolutizzazione (nell’esempio dato applicandola ai soli baricentri della terra e della pallina).
              Non la relativizzo neppure in quanto non dico che tale legge non è applicabile. Ma la rendo oggettiva dicendo che bisogna tenere conto della specificità della circostanza nel suo insieme per tenerne conto correttamente cioè oggettivamente.

              Nel caso del “non uccidere” l’esempio che proponi (che, tra l’altro può essere applicabile, mutatis mutandis a tutte le leggi morali) `è più complesso nel senso che non c’è solo questa legge ma che ci sono molti comandamenti i quali non hanno tutti lo stesso valore e che sono ordinati gerarchicamente tra di loro in importanza. Questo complica ancora di più il processo di “oggettivazione” della legge morale.

              Il diritto alla vita di una persona, a maggior ragione se innocente (gerarchia), è imprescindibile: è ancora più importante che il non uccidere. Se quindi qualcuno vuole attentare alla vita di un terzo questo qualcuno va contro una legge ancora più importante che è questo diritto alla vita della persona. Se l’ultimo e solo ricorso possibile per evitare che si attenti al diritto alla vita di un terzo (per giunta se innocente) è di uccidere l’attentatore, allora uccidere è cosa buona. Ben vediamo quindi che l’oggettivazione della legge ha portata morale precisa e che un discorso assolutista non sarebbe capace di permettere di uccidere un criminale che attenta la vita di un terzo come neanche il discorso relativista che lo giustificherà dal punto di vista dell’attentatore.

              La buona notizia è che è grazie alla forza di gravità e all’attrito dell’aria che… si può volare. 🙂
              In Pace

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            • D´accordo i commandamenti devono essere ordinati. É l´ordine, la gerarchia della legge quello che la fa oggettiva. Ma per ordinare la legge hai bisogno di un criterio , tu lo chiami valori, di ordinamento. Ma questi valori non possono essere oggettivi, torneresti ad avere bisogno di un criterio non oggettivo di valori e coi ad infinito. Questi valori non sono ne oggettivi ne relativi. Come li chiami?

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  3. Ci sto combattendo in questi giorni nella vita reale…con questa storia di relativo-assoluto. A me sembra che tutti intorno a me relativizzino le cose, qualsiasi cosa, qualsiasi situazione, qualsiasi evento….e l’importante è stare comodi e non rompersi le scatole…. e ciò che più mi sconvolge è che mi sembra che anche molti preti cattolici relativizzino un pò troppo…mancando di continuo il centro: la ” situazione oggettiva nel contesto concreto”. Trovo contraddizioni in molti in questi giorni….Un continuo oscillare ipocrita tra assoluto e relativo. Direi che si assolutizza il relativismo.

    (mi riferisco ad una precisa situazione di vita e magari per chi legge non è chiarissimo ciò che ho scritto. Però il pensiero generale si dovrebbe intendere, credo.)

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    • Dirò qualcosa di fuori moda: è la dittatura del relativismo, bellezza!
      (ogni tanto capita che mi raffaellizzo, ma poi mi passa 😉 🙂 )

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      • Eh già (la dittatura)
        😐

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      • Il relativismo morale e legale conduce alla dittatura per sua natura.
        In effetti dato che non è possibile stabilire la coesione sociale intorno a regole oggettive, la ratio venendo a mancare, tale coesione viene esercitata automaticamente dal più forte senza che ci sia la necessità di alcuna altra giustificazione.
        In Pace

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        • Scrive Alberto STrumia:

          “Le prime conseguenze [del relativismo] si collocano al livello della conoscenza come teoria, e come tali, ricadono immediatamente anche su quella forma di conoscenza dimostrativa che intende essere la conoscenza scientifica. Per cui, da un punto di vista conoscitivo risulta impossibile fondare:
          – la conoscenza: ognuno può dire ciò che vuole, su qualsiasi cosa, e sostenere di avere ragione, ma non può sapere di avere effettivamente ragione. In una simile concezione della conoscenza coesistono necessariamente visioni che si contraddicono tra loro e quindi risulta impossibile la conoscenza stessa. Come insegna la logica, da premesse contraddittorie si può dedurre qualsiasi cosa e quindi anche conclusioni che tra loro si contraddicono. La conoscenza è ridotta al più a conoscenze (al plurale) il cui valore è solo strumentale, tecnico (al più valide in quanto funzionano); e quindi risulta anche impossibile fondare
          – la scienza stessa come forma di conoscenza dimostrativa e uguale per tutti, ma solo elaborare degli strumenti tecnici (di previsione) che finiscono per essere, alla fine, puri strumenti di potere. All’equazione sapere uguale a conoscere (e di conseguenza anche potere) si sostituisce l’equazione sapere uguale a potere (senza comprensione, potere cieco); ne consegue l’impossibilità anche de
          – la comunicazione: se non sono in grado di dimostrare la validità di quello che dico, non ho altre ragioni per farmi capire e convincere gli altri, se non la forza (fisica, psicologica, produttiva, economica, politica, ecc.).”
          Scienza e teologia a confronto. Aspetti epistemologici e fondazionali. Fede e cultura. 2013. pag. 88

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  4. Domanda per Simon.
    Corrisponde al vero che il prete cattolico non può chiedere ad un morente, o in pericolo di vita (pienamente cosciente e lucido) se vuole confessarsi e comunicarsi? La versione riferitami da più preti è che loro possono solo visitare il morente, recitare preghiere, dare benedizioni, ma non possono chiedere esplicitamente se vuole/desidera il sacramento della riconciliazione – in quanto la richiesta deve venire direttamente dalla persona e non suggerita da loro.
    Ora, conoscendo io la persona, so che non chiede niente ad una ‘autorità’ perché presume sempre che sia l’autorità a dirgli ciò che deve fare. Nonostante vari colloqui (miei e di miei familiari) con sacerdoti, non se ne esce da questa situazione: al massimo vengono al capezzale, salutano, dicono una preghiera, benedizione e fine.
    Inoltre, i miei familiari (seppur cattolici praticanti e sapendo che il morente sono alcuni anni che non si accosta ai sacramenti) mi dicono che non posso dire nulla all’interessato, che non devo suggerirgli confessione e comunione… che lo ‘colpirei’ troppo, che non va bene, che non si può fare, che ci si deve affidare a Dio e alla speranza, che Dio lo può salvare se vuole, eccetera. (lo so anch’io che Dio salva chi vuole, ma non comprendo perché gli stessi preti e/o laici che m’insistono sui sacramenti e sul perché io mi ci debbo accostare….poi mi cambiano versione nel caso dei moribondi! C’è forse qualcosa di dottrinale o di pastorale che io non so?)

    Sono stata indecisa se porre questa domanda pubblicamente o privatamente. Ma poi ho pensato che potrebbe essere utile anche ad altri conoscere la questione. Infatti ho constatato che anche i sacerdoti ‘ospedalieri’, seppure gentili e premurosi e frequentemente vicini ai malati per pregare….mi danno la stessa risposta.
    E appunto mi chiedo: c’è qualcosa di dottrinale o di pastorale che non so? C’è qualcosa che io ignoro e che dovrei sapere?
    (Io comprendo che una persona in fin di vita può essere incosciente/non lucido..oppure non c’è il tempo di chiamare il sacerdote….e quindi ci si limita alla benedizione. Ma se c’è un pò tempo e la persona è lucida, è giusta questa gestione pastorale alla quale sto assistendo?)
    Grazie.

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    • Trinity, non sono un esperto, ma nel Diritto Canonico non mi pare ci sia nulla che contraddica o impedisca che ogni sacerdote si attenga invece all’indicazione che si può trovare nel CCC:

      «1464 I sacerdoti devono incoraggiare i fedeli ad accostarsi al sacramento della Penitenza e devono mostrarsi disponibili a celebrare questo sacramento ogni volta che i cristiani ne facciano ragionevole richiesta.»

      In particolare mi riferisco appunto a “i sacerdoti devono incoraggiare i fedeli ad accostarsi al sacramento della Penitenza”.
      Non credo che l’invito possa venir meno perché un fedele è in punto di morte… (!) Anzi… giacché verosimilmente poco tempo gli resta…

      Non mi pare poi che nulla possa impedire che un qualunque semplice battezzato, in virtù della sua fede e della sua esperienza salvifica di questo Sacramento, inviti chicchessia ad accostarvisi che stia per morire o meno…
      Temo invece che un ben triste atteggiamento di mal interpretato “rispetto umano”, impedisca che si attuino atti di vera carità cristiana e spirituale (che possono anche divenire veri e propri peccati di omissione).

      Ma mi sbaglierò… nel caso attendo anch’io lumi

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      • Grazie Bariom. Risulterebbe anche a me quello che dici tu (compreso il peccato di omissione di assistenza spirituale) ….ma mi trovo in una tale situazione, anche emotiva, che …avendo intorno a me sia preti che cattolici praticanti/osservanti (da molti più anni di me) che mi dicono tutti la stessa cosa….cioè di astenersi e di astenermi da qualsiasi intervento per varie ‘ragioni’ che a me sembrano solo grandi ipocrisie… e vengo presa anche da tristezza a vedere gente che predica e snocciola rosari da anni e poi attorno al letto di un morente gli parla di tutto, di giochetti, di telefonini, di ca**ate….ma guai dire una cosa seria…. E poi in privato dicono “speriamo in Dio”, “Dio può salvarlo tramite la sofferenza”, “recitiamo per lui questa o quella formula”, “basta che alla fine dia uno sguardo al crocifisso”. Ok tutte cose buone…ma io sono abbastanza disorientata da tutto questo girarci intorno senza andare al punto, che viene sostenuto anche dai preti – oppure semplicemente omesso, cioè omesso anche un semplice invito alla confessione.

        Io pensavo ad esempio di dirgli di accostarsi a confessione e comunione per avere più forza nell’affrontare malattia….quindi non nominerei la morte, dato che nessuno vuole che la nomini neanche di striscio (e comunque lui sa che è molto grave, non serve certo che io calchi la mano…). Anche se le mie parole (già lo so) non avrebbero presso di lui il credito che avrebbero quelle di un sacerdote….però se nessuno gli vuole parlare, gli potrei parlare io (con il pericolo che la butti anche in scherzo, dato che si tratta di mio fratello e tende sempre a scherzare con me).
        Attendo comunque lumi da Simon.
        E poi forse consulterò l’ennesimo prete, anche se a questo punto mi sembra di essere un’importuna-preti… e non so più se sto sbagliando o agendo bene 😐
        In realtà è solo pochi giorni che ne parlo…però già sto osservando atteggiamenti e sguardi del tipo “questa è fissata”, “poverina sta male” oppure insinuazioni che farei solo tanto male a mio fratello…
        (veramente mi stanno mettendo in crisi… in passato, quando ero un pò ‘lontana’, sono stata ‘stressata’ io stessa di andarmi a confessare …. e assisto a tante belle omelie e predicozzi sull’importanza dei sacramenti…. e adesso?)

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        • Cara Trinity,
          In coda anche alle corrette osservazioni di Simon, mi permetto di aggiungere queste:

          Mi pare di capire che il nocciolo del problema non sia tanto e solo il consigliare, l’invitare questo parente ad accostarsi alla Confessione, quanto piuttosto metterlo nella verità circa una situazione clinica che lo vede presumibilmente, vicino alla morte. O sbaglio?

          Diciamo che non mi sbaglio…

          Questa è un situazione in cui credimi, mi sono imbattuto più di una volta ed è una di quelle situazioni in cui tipicamente ci si può trovare di fronte al rifiuto più o meno consapevole di entrare (non uso il temine a caso) in questa realtà con piena consapevolezza.
          Se ad un credente appare quasi ovvio e comprensibile il rifiuto venga da un non-credente (di fatto gran parte dell’Umanità fa di tutto per alienarsi da questa che è una delle poche certezze della vita), non si comprende come siano dei credenti a comportarsi di fatto come dei non-credenti.

          Vero è che la frase: “ricordati che devi morire” e la predicazione dei Novissimi, sembrano del tutto cadute in disuso, ma queste, sfrondate della leva che appoggia ESCLUSIVAMENTE sulla paura e sul timore (che il Santo Timore di Dio è altra cosa…), sono sacrosante realtà che vengono predicate (o dovrebbero) per ricordare all’Uomo che vive su questa terra un tempo di Grazia di cui approfittare, a non RIMANDARE ad un “domani” che non possiamo dire certo, ciò che è necessario fare oggi: CONVERTIRSI ( vale per i credenti e per i non-credenti 😉 ).

          Ora se questa è la predicazione (parte della predicazione per l’esattezza) che è premessa al Kerigma, l’Annuncio della Buona Novella, che vale per tutta la vita, come può essere rimandata quando abbiamo ragione di pensare la vita (nostra o altrui) stia volgendo al termine?
          I Santi (e così ogni credente dovrebbe), vedevano come grande grazia l’essere consapevoli dell’avvicinarsi della loro “ora”… “Da morte improvvisa liberaci o Signore!”
          Il credente che si comporta in modo da contraddire nei fatti questo atteggiamento, mette in luce quanto meno il dubbio, che la “paura della morte” non sia in lui sconfitta o che le sue paure siano completamente affidate a Cristo alla Sua Misericordia e in ultima analisi alla CERTEZZA della Vita Eterna.

          Posso dirti che per esperienza diretta, ho sperimentato come, nei dovuti modi e sempre con prudenza, l’aiuto a mettere nella Verità (maiuscola perché la Verità che è Cristo) chi si appresta al passaggio (Pasqua) definitivo, porta grandi frutti, gioia e serenità.
          Non è quindi solo e soltanto agitare lo spauracchio della morte, ma mettere quel fratello o sorella nella possibilità di fare quell’ Incontro che per tanti motivi è stato negato nei giorni precedenti, è possibilità che questa persona possa ricucire degli “strappi” con altri, possa accedere ai Sacramenti (appunto) ed entrare in un avvenimento umanamente “terribile”, sostenuto e confidando nella Grazia, tanto che il “momento terribile” si trasformi in un momento di gloriosa (che dà gloria a Dio) serenità.
          Potrei raccontarti degli episodi concreti, ma penso mi vorrai credere sulla parola 😉
          Ti cito invece l’azione quotidiana della Dott.ssa Marta Scorsetti, medico oncologo e consacrata che tutti i giorni unisce al suo specializzato e molto stimato lavoro, l’Annuncio dell’Amore di Dio.

          Ricordo una sua testimonianza che mi colpì molto e riguarda proprio la confessione (vado a memoria): ragazzo giovane, malato di tumore allo stadio terminale. Marta parlando con i genitori del ragazzo prospetta anche un’assistenza spirituale, l’incontro con un sacerdote… Per carità! Non se ne parla proprio, fa capire bene il padre… Marta il giorno seguente è in visita al ragazzo presenti i genitori, scambia con lui due battute e – non ricordo più l’aggancio – non può trattenere (perché mossa dallo Spirito Santo) l’invito a incontrare l’Amore di Dio attraverso il colloquio con un sacerdote (per taluni avrebbe dovuto rispettare il pensiero del padre, per altri sarà stata inopportuna… cavolate, dico io) e il ragazzo accetta. Lei corre a cercare un sacerdote suo amico: “mi raccomando è importante, vai…”. Passa qualche ora, o il giorno dopo, non ricordo, incontra il sacerdote: “Allora com’è andata?” “Ah bene, ho confessato il ragazzo e dopo di lui si sono voluti confessare il padre e la madre…” !!
          NON SONO MERAVIGLIE QUESTE ??!!

          Bon, termino, ma termino dicendo che anche tutti gli altri tuoi parenti credenti-praticanti, hanno ragione. Hanno ragione a pregare Rosari a offrire sacrifici, a sperare che un sguardo al Crocifisso basti, le strade della misericordia di Dio sono infinite, ma ci può essere dell’altro. Quella via che permette all’uomo di essere CONSAPEVOLE, di vivere in PIENEZZA i suoi ultimi momento.
          Insomma per citare un non-sommo teologo, ma un “semplice uomo” che evidentemente qualche domanda se la era posta: “Fa che la morte mi trovi vivo!”

          Solo non entrare nel giudizio e nel conflitto con i tuoi parenti credenti-praticanti… forse a loro quello è dato e non altro. Se senti che ha te è dato altro, se senti che Dio ti chiama a una testimonianza in più – e se posso permettermi un consiglio – raccogliti in preghiera e chiedi a Dio di darti tempo, modo e parole per compiere quest’atto di carità fraterna.

          ………………………………….
          Puoi trovare un articolo sulla Dott.ssa Marta Scorsetti qui:
          http://costanzamiriano.com/2014/09/06/luomo-vale-piu-della-sua-malattia/
          e la testimonianza dalla sua stessa voce (dovrebbe esserci anche il racconto dell’episodio che ho citato) qui: http://www.meetingrimini.org/default.asp?id=673&m=video&value=859

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          • Grazie davvero Bariom per le tue riflessioni e testimonianze. Appena posso vedo i link. In questo momento non ho tempo e per questo la mia risposta per te è abbastanza breve. Forse avrai compreso più a fondo tutta la situazione anche leggendo la risposta che ho dato a Simon.
            In effetti, come tu sospettavi, fino a poco tempo fa mio fratello in qualche modo rifiutava l’idea di ciò che era pur chiaro (complici anche purtroppo tutti quelli che non volevano dirgli almeno un pò di verità e i quali io non potevo “scavalcare”; è sposato tra l’altro). Ora comunque, da alcune sue frasi, deduco che conosce le sue condizioni con buona approssimazione.
            Quello che mi dici apre ad un’altra visuale da considerare, e la considererò. Con molta cautela (vedi post per Simon).
            E no, certo: non mi metto in contrapposizione con gli altri credenti-praticanti che mi fanno presente altre vie di salvezza, figurati se in questo momento vado a fomentare discussioni oppure se io non voglio sperare in tutte le vie alternative ai sacramenti…. è solo che la mia percezione di questo periodo è stata una certa fede un pò tiepida che non incide sulla vita quotidiana (nonostante le tante belle parole) che fa appunto pensare più ai non-credenti che ai credenti, come tu dici, e che mi ha fatto sentire sola, anche sul semplice fatto di ‘chiamare’ i preti…. esigenza che non sembrava molto presente alle persone intorno a me e alle quali sono apparsa forse un pò ‘rompiscatole’, mentre a me sembrava di aver fatto ancora troppo poco (soprattutto perché mi aspettavo che i sacerdoti facessero cose diverse, che apprendo da Simon non possono effettivamente fare).
            Grazie ancora.
            E, sì: sto pregando per essere guidata in tempi, modi e parole in tutto questo.

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            • Ad ogni modo Trinity, si può fare molto in un passaggio come questo, anche facendo apparentemente… poco.

              Come ad esempio ESSERCI… essere presenti, essere un presenza costante e amorevole, presenza disponibile e orante, come sono certo tu sei verso tuo fratello.
              Chiedere e implorare Grazie, a Cristo, a Maria, ad un Santo per cui hai particolare devozione.

              Ancora di più anche nel nascondimento, perché dato che tuo fratello è sposato, il primo posto al suo capezzale e per tua cognata, con la quale è una carne sola.
              Quindi essere d’aiuto in cose concrete, perché lei possa essere lì con lui il più possibile del tempo è opera di Carità a Dio gradita certamente.

              Pregare anche perché, se e quando sopraggiunga la morte, lui non sia solo (per quanto soli si nasce e soli si torna al Padre) e di nuovo, sia con lui la sua Sposa.

              Il resto dobbiamo arrenderci a volte… e lasciarlo a Dio.

              Anche il “dopo” avrà i suoi combattimenti e bisogno di tanto bene e tanta Fede.
              E di nuovo parlo per esperienza diretta e personale.

              Mi ricorderò di te e di lui nelle mie preghiere.

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            • Grazie Bariom.
              Sì certo ovviamente in primis c’è la moglie e facciamo assistenza in ospedale anche molte ore, ma solo secondo le precise richieste di lei.

              (In pratica va tutto bene, se così si può dire… eccetto il problema che vi ho esposto)

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          • Trinity,
            permettimi di esprimerti tutta la mia comprensione e vicinanza e dirti anche quel che farei (e che ho fatto) al posto tuo, pensando che la priorità vada data alla salvezza dell’anima del tuo caro. Il resto è più razionalismo che ragionevolezza, secondo me.
            Fai bene a cercare il ‘modo’ più efficace e accettabile perché il tuo caro riceva i conforti religiosi e il prezioso ‘viatico’. Prega il Signore che ti spiani la strada (vedrai che ti ascolta!) e non lasciare intentata la ricerca di un sacerdote che sia disposto a prendere l’iniziativa, ‘passando’, come fanno i cappellani degli ospedali (o sacerdoti di passaggio) al capezzale del malato, proponendogli con la massima naturalezza la confessione e la comunione. Tutte le altre non sono che elucubrazioni che rischiano di farti perdere tempo prezioso e di poter cogliere quello che potrebbe essere il “kairòs”.
            Un abbraccio, in unione di preghiera.

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    • Cara Trinity,
      ogni situazione è differente e va da essere esaminata nel caso particolare.
      Comunque se è vero quel che ci ricorda Bariom circa il dovere per il sacerdote zelante, prudente e pieno di carità di incoraggiare i fedeli ad accostarsi al sacramento, lo deve fare a ragion veduta.

      E qui subentra una considerazione che devi tener in linea di conto: il fine della confessione è di dare l’assoluzione, ma l’assoluzione può essere data solamente se con prudenza e con buona probabilità il penitente è giudicato sufficientemente contrito. La questione è di sapere come si giudica, in foro esterno, che un penitente potenziale sia sufficientemente contrito e qui c’è una regola generale in quattro parti (1) quando il penitente chiede da se stesso di confessarsi, (2) quando si accusa con franchezza dei suoi peccati, (3) quando afferma provare dolore per questi peccati, e che prende il fermo proposito di non più commetterli, (4) quando riceve con docilità la penitenza imposta.
      Come sottolinea Sant’Alfonso di Liguori: Spontanea confessio est signum contritionis, nisi obstet aliqua positiva praesumptio in contrarium; omnes enim conveniunt quod dolor per confessium manifestatur”.

      Da quel che capisco il tuo conoscente morente ha avuto sacerdoti al capezzale: la semplice presenza di questi sacerdoti può soddisfare pienamente quella necessità di incoraggiare i fedeli ad accostarsi al sacramento, ma se non c’è un minimo di richiesta spontanea di confessione potrebbe venire a mancare un elemento materiale necessario per poter dare un’assoluzione che sia valida. Questa valutazione tra il dovere di esortare il peccatore a confessarsi e quello lasciargli un certo grado di spontaneità la devi quindi lasciare al confessore stesso che ne risponderà a Dio personalmente.

      A questo puoi anche aggiungere un’altra pratica e cioè che si dà l’assoluzione ad un moribondo che non può più esprimersi solo se si può supporre, dalla vita precedente della persona, dalle sue ultime volontà o confidenze a persone fidate, che avrebbe voluto confessarsi se avesse potuto farlo.

      In riassunto, quei sacerdoti che ci hai citato hanno probabilmente fatto quel che dovevano fare in coscienza.

      Dopotutto uno ha il diritto di morire come lo vuole incluso rifiutando la misericordia: ma, chissà, il tuo conoscente ha forse già fatto un atto di contrizione perfetta in cuore suo e Dio lo ha già perdonato.

      Però, se tu pensi che ci sia ancora una possibilità di esortarlo a confessarsi senza spingerlo verso un rifiuto ancora più estremo della misericordia divina, allora tenta pure di farlo con delicatezza e a ragion veduta.

      Spero che questa risposta ti aiuti lo stesso in un certo qual modo.
      In Pace

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      • Ti ringrazio Simon.
        Ora ho capito. Praticamente pensavo il contrario. È quindi tendenzialmente in errore chi ‘spinge’ le persone (anche in piena salute fisica) alla confessione e NON chi si astiene dall’incoraggiamento attivo-esplicito di un morente.
        Sì, mi sei stato d’aiuto anche su ciò che devo/non devo fare io in prima persona: il mio esitare nel parlare direttamente a mio fratello, oltre che per ‘divieto’ dei miei familiari, considerava anche il pericolo che hai citato di allontanamento ulteriore dalla misericordia di Dio. Infatti mi sono rivolta ad ‘altri’ (preti e/o familiari) perché mio fratello generalmente reagisce con me con una certa dinamica: se io dico ‘bianco’, lui si diverte a rispondermi ‘nero’; se io dico ‘sopra’ lui si diverte a rispondermi ‘sotto’…. e non è solamente un gioco verbale ma anche un suo contrapporsi/agire/reagire a tutte le mie posizioni (non ho mai compreso perché, dato che ci vogliamo bene e non ci detestiamo….e io non reagisco con lui con quella dinamica).
        Dunque…se io gli parlassi di confessione…lui mi direbbe “macché” , probabilmente ci scherzerebbe e farebbe il contrario (anche se intimamente mi volesse dar ragione). Proprio per questo a volte gli ‘spedisco’ indicazioni per interposta persona, in modo che non sappia che l’autrice sono io…
        Raramente segue i miei suggerimenti perché mi vede come la ‘studiosa/intellettuale’ (perché leggo libri), cioè una categoria che lui prende un pò in giro in generale…

        Certo che questa ‘regola’ sulla contrizione, anche se giusta…. mi sembra quasi un ostacolo per i moribondi…perché magari a volte, forse, basterebbero le giuste parole da parte di esperti (preti) per condurre qualcuno a trovare la contrizione necessaria…. Lo trovo un pò scoraggiante che come cattolici non possiamo fare di più per chi si trova alla fine della vita….. anche se ora ho compreso meglio la questione.
        Nel caso di mio fratello io spero, come ci disse un sacerdote, che la via della sofferenza incontrata nella sua vita (non solo nella malattia) sia stata la strada di Dio per raggiungerlo, anche – aggiungo io – rimanendo lui in uno stato di certa sua inconsapevolezza (indubbia). Inconsapevolezza che probabilmente depone a favore della sua salvezza…. Anche se…spero ancora che voglia accostarsi ai sacramenti…e che ci arrivi in qualche modo.
        Grazie.

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        • Forse non sono stato abbastanza chiaro: è dovere di fare tutto quel che si può, anche attivamente ed esplicitamente, affinché il morituro accetti di confessarsi, però sempre lasciando quel libero spazio per una richiesta personale spontanea. La valutazione di quel che si può e non si può la si deve però lasciare al confessore: ma se il confessore non spinge oltre vuol dire che ha le sue buone ragioni che sono insindacabili.

          Quanto a tuo fratello penso che glielo puoi suggerire: lo spirito di contraddizione è il suo problema e non il tuo, in fin dei conti è anche un modo di dirgli che gli vuoi bene. Forse non reagirà subito bene, ma una susseguente visita di un sacerdote sarà forse la volta buona.

          Per giunta forse preferisce confessarsi presso qualcuno che conosce o forse l’esatto contrario: anche questo va da essere capito.
          In Pace

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          • Infatti gli sono stati mandati sia sacerdoti conosciuti da anni che altri meno conosciuti (ospedalieri), e tutti si possono chiamare nuovamente.

            Avevo interpretato male il tuo precedente post! Come se mi suggerissi che l’astensionismo fosse preferibile e che non bisognasse con lui neppure accennare la questione (come mi dicono tutti i miei familiari) e che le visite dei sacerdoti bastavano e avanzavano.
            Bene: ORA ho capito.
            Grazie.

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  5. Chiedere, non chiedere, ma se poi chiedo è come costringere ecc…
    Io so solo che se non fosse stato per la arcigna e intransigente “durezza” -oggi la chiamano cosi, ma all’epoca appellavasi “sollecitudine per le anime”- dell’abate Huvelin, oggi non avremmo avuto il beato Charles de Foucauld. La storia andò cosi: Charles si recò in chiesa e voleva parlare, cercava un “dialogo”, era interessato a una “lezione” di religione. Huvelin era irremovibile nel dargliela quella “lezione”: poteva solo iniziare con l’obbedire all’ordine dell’abate e infatti cito testualmente quanto vi è negli scritti del beato: ” mi ha ordinato di mettermi in ginocchio e di confessarmi, di andare a ricevere la Comunione seduta stante.”
    Che dialogo e che lezione, l’abate Huvelin…
    Lo dico sempre e lo ridico ancora -e senza nessun intento polemico con gli amici che leggono- e ne dovremmo fare tesoro: nella Chiesa si sono un po’, per cosi dire, “dimenticate” le vite dei sante, le agiografie, nessuno cità più tutto ciò. Sarebbe ora di ricominciare…

    P.S. Tutto ciò non lo apprendiamo da un agiografo “privilegiato”, dal beato stesso, dai suoi scritti testuali. Non c’è il rischio che siano “aggiunte postume” di un agiografo interessato magari a far lezioni di morale; lo dico poichè sulle agiografie molti obiettano, a volte.

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    • Infatti….“Con La fine del tempo Barbour mostra le prove della non-esistenza del tempo, spiegando la costituzione di un universo atemporale e mostrandoci come nonostante ciò noi continuiamo a percepire il mondo come se il tempo esistesse. “..

      Come avevo previsto in O Tempo O Mores… https://pellegrininellaverita.com/2015/01/02/o-tempora-o-mores/
      Forse non abbiamo più bisogno del tempo nella società attuale: ricordati quel che scrissi:
      “ce ne sarà bisogno nella nostra società se questa nuova poesia si rivela efficiente come sembra essere il caso visto il bisogno che la società ha di entrare in un’era intemporale, senza concezione, senza agonia, senza passato da ricordare e senza futuro da sperare . In un certo senso, siamo tornati a prima del Medio-Evo: il mondo esiste, il moto esiste, il tempo in quanto tale no, è un’illusione o un’assenza di informazione”

      Noi in quanto tomisti questo non ci tange direttamente ma che epoca fantastica viviamo!
      In Pace

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      • Il libro è di 10 anni fa e pare che lui lo dica da un bel pò.
        Diciamo che siete stati due profeti. 😉
        O meglio, la faccenda sinceramente non so come la tratti il Barbour, ma temo sia più vicino ad una visione platonica della faccenda.
        Almeno leggendo questi commenti (di lettori di “Le scienze).
        http://free.it.scienza.fisica.narkive.com/eTOfBMn3/la-fine-del-tempo-di-julian-barbuor-allegato-a-le-scienze-dicembre-2008#post2

        PS: molti commenti sono di gente che ritiene assurda questa possibilità, non ci arrivano proprio e provano a leggerlo solo dopo che un amico fisico gli dichiara che scientificamente può essere che il tempo non esista. Il problema è che la scienza centra gran poco in questo baillame. vaglielo a dire ai lettori de “le scienze” che dovrebbero leggere qualcosa di metafisica…

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        • Non l’ho letto quindi non saprei dirti.
          La morale di questa storia è semplicemente che non si può dare ingenuamente valore ontologico alle affermazioni scientifiche…
          In Pace

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