Il Testamento Del Magister Ludi (IV)

Novellina di una ricerca agaposofica della metasofia.

Calligrafia

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Capitolo I : (b) Cursus, Modus, Ductus

Erano già passati un paio di giorni dal suo vespertino arrivo all’abbazia e Telesforo aveva usato il tempo libero a disposizione per partecipare ai vari uffizi, per passeggiare nel bellissimo giardino settentrionale del primo giorno, per distendersi correndo a marea bassa lungo le infinite spiagge gioendo dell’aria salina pepata a volte dal sentore di alghe, in due parole per riposarsi.

Aveva riflettuto a lungo sulla nozione di un testamento che doveva meritarlo e non essere meritato e non era sicuro di avere la soluzione a questo mistero: avere il merito implica una nozione di sforzo da parte del futuro meritevole e, onestamente, come potrebbe un papiro, una pergamena, un pezzo di carta, una cartella sforzarsi? Non è mica qualcosa che è dotato di una volontà propria. Però è anche vero che il contenuto esprime una volontà, quella del testatore  e che si deve poter applicare metaforicamente un merito del testatore stesso al testamento da lui composto.  Però questo non risolveva il problema, ma solo lo spostava, in quanto è difficile immaginare che qualunque cosa che l’ultimo Magister Ludi, Chob Mevel, abbia potuto escogitare non sia qualcosa che si debba meritare: come una sua creazione, tanto importante quanto dovrebbero essere le sue ultime volontà, potrebbe non essere all’altezza di qualunque legatario, restava un po’ misterioso nel suo spirito, accentuando, però,  in lui ancor più il desiderio di aver accesso al documento. Sperava però intimamente che questo testamento fosse uno dei giochi stessi, forse il più sofisticato ed il più universale, il più ecclettico ed il più estetico, il più enciclopedico ed il più spirituale di tutti quelli mai giocati: però, anche in questo caso, gli sembrava che se lo doveva guadagnare soprattutto grazie alle sue qualità e alla sua tenacia e non il contrario, come Dom Albertus Urmaenn gli aveva confidato. Comunque non aveva fatto tutto questo viaggio per arrendersi per così poco.

Dopo l’ora terza e una nuova passeggiata nel giardino per riempirsi gli occhi ed i polmoni dei colori e delle fragranze marine mattutine, si incamminò verso l’entrata al piano terra del primo giorno, quella che dava direttamente accesso all’immenso e laborioso scriptorium e chiese, come gli era stato suggerito, di incontrare il Magister Calami, Dom Benead [Pluñvennad, ndr]. Un monaco relativamente giovane gli si avvicinò ed dopo essersi scambiati la pace andarono presso un tavolo alto, inclinato di circa 30° con un bordo superiore orizzontale sul quale si riposavano vari calamai, alcuni riempiti di inchiostri colorati e altri di calami e penne di vario genere.

-Dom Albertus mi ha dato come istruzione di insegnarti i rudimenti che ti permetteranno di leggere il testamento di Mevel, dato che la scrittura stessa da lui utilizzata è parte dell’espressione delle sue volontà e che ne utilizza vari stili asseconda di quel intende condividere con il suo lettore. Ti senti pronto e abbastanza riposato per questa fatica, Telesforo?

-Certo, Dom Benead. Ma dimmi perché Chob Mevel non ha utilizzato una scrittura standardizzata per esprimere i suoi concetti?

-Mi aspettavo questa tua domanda, tipica di chi è novizio nel Gioco di cui continuiamo la tradizione. Il linguaggio si deve adattare all’oggetto di cui tratta, penso che tu ne convenga.

-Certo, se interagisco con matematici utilizzerò un linguaggio specializzato che non è lo stesso di quello dei biologi, o di quello dei geografi, o degli scultori. Eppoi è anche vero che un’eventuale stessa parola può significare cose differenti in contesti differenti

-Già. Ma questo va anche più in là del solo significato e trabocca nell’uso dei segni stessi che lo significano. Ad esempio, una formula di calcolo infinitesimale riassume ed esprime perfettamente quel che il linguaggio matematico vuole dire. Una parola anche di un idioma straniero a volte esprime meglio un concetto che quello della lingua abitualmente utilizzata come lo sanno coloro che sono poliglotti, le sfumature non potendo essere sempre risolte con totale soddisfazione in una mera traduzione.

-Sono d’accordo con te: ho notato che, a volte, uno stesso concetto, mettiamo quello di “il Sole”, maschile nella sua versione latina, può diventare il femminile “die Sonne” nelle latitudini dove l’astro invece di essere impietoso e mortale diventa raro ma quando si svela aumenta la dolcezza del vivere.

-Questo spiega perché Mevel sia stato estremamente attento nella redazione a utilizzare non solo il linguaggio adatto per quel che lui desiderava esprimere ma anche alla sua forma. Guarda questi tre esempi di scritture: questa qui è chiamata onciale nella sua forma classica del V-VI  secolo, immagina più di duemila anni fa!, la copia che vedi è quella del Pentateuco di Ashburnham, probabilmente realizzato in Africa del nord alla fine del VI secolo.

-Bellissime le a, le d, le m: mi piacciono moltissimo, le w e le x pure.  Alcune sembrano maiuscole e altre minuscole

-In effetti, queste bellissime onciali non corrispondono alle nostre concezioni moderne di maiuscole e minuscole, ma osserva qui  come sono utilizzate le grazie rifinendo il calligramma con sicura eleganza. Adesso guarda il libro di Kells della fine del VIII inizio IX secolo:esso utilizza la scrittura celtica che, come l’onciale, utilizza qui solo maiuscole. Che ne pensi?

-Alquanto formale ma molto piacevole colle sue rotondità. Mi piacciono le b, le q, le h, le x

-Sî è formale, però che gioia esprime: solido nelle sue basi con piedi piuttosto larghi mentre i tratti ascendenti e discendenti restano compatti vicino al corpo delle lettere. Ma osserva queste fine ondulazioni, questi cerchi e la delicatezza di queste linee orizzontali quasi in contrasto coll’aspetto generale solido e ben stabilito. Adesso, però, guarda questo breviario gotico, copia di quello di Cambrai del XIII secolo, nota l’organizzazione tra la pagina e la sua struttura che utilizza le stesse lettere gotiche per fare della pagina un disegno complesso e significante in quanto tale: tutto ciò prende e dà personalità al contenuto, giocando sulla densità delle lettere e aggiungendovi tratti con gusto. Mentre l’onciale e la celtica rimandano a strutture architettoniche solide e nobili, umane ma compiute,come le chiese romane, guarda quanto la gotica ti fa sognare di archi, archetti, contro-archi e vetrate che si innalzano verso il cielo, ti fa immaginare i doccioni che adornano i muri esterni delle cattedrali con la loro fauna pietrificata e i loro diavoli smorfeggianti. Non sono forse piacevoli questi “mina”, questi tratti verticali di cui le lettere sono composte, sempre equidistanti tra di loro e la larghezza degli interspazi dei quali è quasi sempre congruente alla loro altezza, essi stessi sempre cominciati e terminati da questi fini romboidi diamantini?

-Onestamente non avevo mai guardato uno scritto da quest’angolazione.

-Adesso prendo un calamo e disegno la lettera X in onciale, eppoi in celtico e quindi in gotico maiuscolo e adesso le riscrivo con un calamo che ha una punta più larga e ora una più stretta. Cosa vedi?

-Vedo la stessa lettera di alfabeto, ma chiaramente risento nove impressioni differenti, soprattutto dopo la tua spiegazione.

-Guarda, il cammino percorso dal calamo per ogni lettera, che qui chiamiamo “cursus” è differente secondo lo stile dell’alfabeto scelto ma è sempre lo stesso indipendentemente dalla punta del calamo, eppure ci sono alcune lettere che sembrano più riuscite di altre, questo perché lo strumento, il calamo,  si comporta in modo differente asseconda della sua forma e del suo movimento, è quel che chiamiamo il “modus”. L’ordine con il quale si compie il percorso del calamo dipende poi dalla scrittura scelta e dallo strumento: le altezze e gli spazi, le grazie e gli ascendenti saranno espressi in modo più o meno delicati asseconda della larghezza della punta del calamo.Questo te lo dà il “ductus”. Ad esempio, se segni in una colonna 6 punti dello spessore del calamo l’uno sotto l’altro in modo sfasato questo di darà l’altezza del corpo delle minuscole gotiche, se ne aggiungi 5 al di sopra,  allora avrai l’altezza delle loro ascendenti , mentre 4 al disotto ti darà le dimensioni dei segni discendenti; per le celtiche il ductus più gradevole è quello di 5 larghezze di penna mentre ne aggiungi 3 al di sopra e al di sotto per i segni ascendenti e quelli discendenti.

-Quel che mi dici è che debbo imparare a far coincidere la forma del testo con il suo contenuto?

-Anche molto più di ciò: mentre ti eserciterai non solo noterai che dovrai tenere il becco del calamo inclinato a 45° e nel caso della celtica a 10°, ma che lo strumento che utilizzerai dovrà essere adatto alla calligrafia che intenderai utilizzare, né troppo largo né troppo stretto, o allora dovrai cambiare le dimensioni del “ductus” in funzione. Ci sono calami ai quali conviene solo un cursus fine e stretto altri uno spesso e largo. Poi con certi calami potrai sbizzarrirti con i loro differenti “modi”, sviluppando il “ductus” adatto alla scrittura scelta. Forse alcune calligrafie saranno impossibili da utilizzare, a te da scoprire. Ricordati che quando muovi il calamo lungo la larghezza della sua punta esso ti darà un tratto fine, quando lo tirerai verso di te un tratto spesso e diagonalmente uno intermedio e che non puoi mai risalire, a rischio di inceppare la penna, salvo in qualche rara occasione coll’orlo sinistro della punta per aggraziare qualche tratto.

-Grazie Dom Benead, adesso mi metto al lavoro con pazienza.

– Bene Telesforo e mentre impari a scrivere, immagina che il calamo sia te, o un amico tuo, o un nemico tuo e rifletti quale siano i vostri “cursi”, i vostri “modi”, i vostri “ducti” e se esprimono bene in ogni parola che scrivete la vostra vita, e se la calligrafia utilizzata è quella corretta, la più elegante, la più azzeccata e se la pagina nel suo insieme bene esprime il suo contenuto: vedrai che sarai così più paziente colla tua mano e anche col tuo cervello durante le prossime settimane.

In Pace

Inizio della novella qui: Prefazione e Prologo

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