
Sit nomen Domini benedictum. Ex hoc nunc et usque in saeculum.
Oremus pro Pontifice nostro Leoni: Dominus conservet eum, vivificet eum, beatum faciat eum in terra, et non tradat eum in animam inimicorum eius. Amen.
Vi sono momenti nella vita della Chiesa che non si impongono mediante il fragore degli eventi, né si annunciano con proclami destinati a soddisfare l’urgenza convulsa dei nostri tempi, ma giungono con la calma solennità di ciò che è eterno, come un alito proveniente da oltre la storia, portatore della maestà pacificante della Provvidenza divina. L’annuncio Habemus Papam, pur essendo ormai familiare ai più e talora ridotto, in certi ambienti, a semplice formalità ecclesiastica, conserva tuttavia un’eco profonda nel cuore di coloro che hanno imparato a vivere sotto il segno del tempo sacro. Non si tratta, infatti, né di una formula cerimoniale né di un titolo sensazionalistico: è un invito. Un invito ad accogliere, a sperare e, ancor più, a confidare.
Oggi, la Chiesa ha ricevuto un nuovo Successore di Pietro, che porta il nome di Leone Quattordicesimo. Lo accogliamo non con la curiosità febbrile dei commentatori, né con l’apprensione di coloro che si affrettano a trarre presagi da un nome o da un gesto, ma con la reverenza dovuta a ogni uomo che, per la volontà imperscrutabile dell’Altissimo, è chiamato a portare il visibile peso della successione petrina. In questo spirito, e con la pace che deriva dall’accettazione di ciò che è reale – e non immaginato – innalziamo la nostra preghiera: non perché egli ottenga successo secondo i criteri mondani, ma affinché la sua persona e il suo ministero siano santificati, e la Chiesa, per mezzo della sua fedeltà, continui il suo pellegrinaggio nella verità e nella carità.
Con questo stesso spirito, desidero tornare a una riflessione che in passato avevo condiviso, a proposito di quella che chiamai allora la virtù della serendipità – termine che l’uso moderno ha talvolta svilito, ma che nella sua radice più profonda indica la disposizione di un’anima educata ad accogliere con grazia le manifestazioni inattese della bontà provvidenziale. Vivere nella serendipità non è lasciarsi trasportare dai venti della novità, bensì coltivare una forma di disponibilità interiore, una vigilanza silenziosa del cuore, che rende possibile lo stupore dinanzi ai doni che Dio riserva a coloro che sanno attendere.
Mi sia consentito, in tal senso, evocare un’esperienza più intima. Alcuni mesi fa, ho subito un intervento cardiaco particolarmente serio – un evento che ha lasciato un segno nel mio corpo, certo, ma che più ancora ha riconfigurato il movimento dell’anima. Convinto, non per panico ma per realismo, che avrei potuto non sopravvivere all’operazione, mi sono preparato come ci si prepara a un viaggio ultimo. E tuttavia, con mia profonda meraviglia, i giorni che precedettero l’intervento furono segnati non dalla paura, né dall’angoscia, ma da una serenità interiore tanto tangibile, tanto luminosa, che non posso descriverla se non come un’anticipazione della grazia. Non fui reso coraggioso: fui reso quieto. Di fronte a un pericolo reale, il dono fu la pace.
Ciò che oggi, ripensandoci, mi colpisce maggiormente, è che quella pace – ricevuta nel momento in cui la morte era reale – spesso mi abbandona quando la morte è solo immaginata. Nei pensieri vaghi e inquieti di certi giorni, quando la morte appare non come un appello ma come uno spettro, mi trovo invaso da ombre: paure irrazionali, ansie senza fondamento, pensieri oscuri e minacciosi. Nel primo caso, dove il pericolo era effettivo, Dio si è fatto presente con chiarezza. Nel secondo, dove il pericolo è solo un’invenzione della mente, l’anima vaga nei propri labirinti, spesso aggredita da suggestioni che non vengono da Dio. Mi sembra che in ciò si celi una lezione sottile: Dio dona la grazia per ciò che è, non per ciò che immaginiamo; e il nemico della pace prospera nell’irrealità.
Ecco dunque l’atteggiamento che dobbiamo assumere di fronte a questo nuovo pontificato. Vi sono già coloro che accolgono Papa Leone XIV con sospetto istintivo, persuasi che le ombre che essi proiettano siano il presagio di disastri futuri. Altri invece, con impazienza, vedono in lui la risposta a ogni desiderio ecclesiale, come se un solo uomo potesse incarnare da sé la restaurazione tanto attesa o la riforma decisiva. Eppure, queste due posizioni, pur opposte nella forma, condividono il medesimo errore: non si fondano sulla realtà presente, ma sull’immaginazione, sulla proiezione, sulla tentazione sottile di voler dominare ciò che deve anzitutto essere accolto.
Torniamo, piuttosto, al terreno solido del reale. Dove c’è la realtà, lì è data anche la grazia. E ciò che oggi ci è dato non è un futuro da indovinare, ma un presente da ricevere: un uomo, scelto sotto lo sguardo di Dio, si presenta ora a noi come Vicario di Cristo. Questo solo basta, per ora.
Accogliere questa verità, così com’è, senza volerla piegare alle nostre attese, significa cominciare a esercitare nuovamente quella nobile e antica virtù che i nostri padri nella fede chiamavano pietà filiale – un’obbedienza rispettosa, confidente e devota verso quelle figure paterne che la Provvidenza ci pone innanzi, non perché siano impeccabili, ma perché si inseriscono in un ordine che le trascende. Essere figli della Chiesa non è una resa passiva, ma un atto consapevole di fiducia: ascoltare, discernere e – quando la verità è pronunciata con autorità – obbedire.
Tale obbedienza, però, non è cieca. Quando il successore di Pietro insegna in continuità con la dottrina perenne della Chiesa – quando parla ex cathedra, o anche solo quando conferma la fede dei fedeli ripetendo ciò che è stato sempre creduto – noi rispondiamo con l’assenso umile di chi riconosce che la verità non si crea, si eredita. Ma se egli dovesse smarrirsi, sia in opinioni personali che in esortazioni pubbliche, proponendo ciò che contraddice il deposito della fede, allora l’obbedienza stessa ci obbliga a resistere – non per ribellione, ma per fedeltà. Poiché la vera obbedienza non si rivolge alle persone in quanto tali, ma alla verità che esse devono servire.
Un simile discernimento non si improvvisa. È frutto di lunga formazione spirituale, di preghiera, di chiarezza teologica, e di un cuore temprato insieme nella riverenza e nel coraggio. Non si tratta né di adulare, né di temere; né di idolatrare, né di disprezzare. Si tratta di restare saldi, nella carità e nella verità.
È per questo che, al termine di questa riflessione, desidero ricordare che ciò che dobbiamo augurare al nuovo pontificato non è il successo – giacché Cristo non ha mai promesso il successo alla sua Chiesa – ma la santità. Ciò di cui la Chiesa ha bisogno non è un papa abile o astuto, ma un papa santo. La differenza, benché invisibile a molti, è immensa. Il successo attira le folle; la santità trasmette la vita. Il successo termina nel clamore; la santità perdura nel silenzio. Il successo piace agli uomini; la santità piace a Dio.
E dunque preghiamo, non con slogan, ma con le parole antiche dell’intercessione ecclesiale:
Deus, pastor aeternus, qui gregem tuum per universum orbem respicis, hunc famulum tuum Leonem, quem Ecclesiae tuae praeesse voluisti, propitius respice: da ei, quaesumus, verbo et exemplo, quibus praeest, proficere, ut ad vitam una cum grege sibi credito perveniat sempiternam. Per Christum Dominum nostrum. Amen.
Affidiamo questo nuovo inizio a Maria, Madre della Chiesa, a Pietro, la roccia caduta e rialzata, e a tutti i santi che, nell’ombra, hanno obbedito, sofferto e pregato senza sosta. E noi, loro eredi, impariamo ancora una volta a vivere non nella reazione, ma nell’accoglienza; non nell’opinione, ma nell’obbedienza alla verità che sola rende liberi.
Sit nomen Domini benedictum. Ex hoc nunc et usque in saeculum. Oremus pro Pontifice nostro Leoni: Dominus conservet eum, vivificet eum, beatum faciat eum in terra, et non tradat eum in animam inimicorum eius. Amen.
Il est des moments dans la vie de l’Église qui ne se manifestent ni par le fracas des événements, ni par les proclamations destinées à satisfaire le rythme précipité de notre époque, mais par une gravité paisible, un souffle venu d’au-delà de l’histoire, qui porte avec lui la majesté sereine de la Providence divine. L’annonce Habemus Papam, bien que désormais familière et parfois réduite, dans certains cercles, à une simple formalité ecclésiastique, résonne cependant d’un écho plus profond dans le cœur de ceux qui ont appris à vivre sous le signe du temps sacré. Elle n’est ni une formule, ni un titre à sensation. Elle est un appel : à recevoir, à espérer, et – plus encore – à faire confiance.
Aujourd’hui, l’Église a reçu un nouveau Successeur de Pierre, qui porte le nom de Léon Quatorze. Nous l’accueillons non avec la curiosité fébrile des commentateurs ni avec l’inquiétude de ceux qui s’empressent de deviner les desseins de Dieu à partir d’un nom ou d’une silhouette, mais avec la révérence due à tout homme qui, par la volonté impénétrable du Très-Haut, est appelé à porter le fardeau visible de la charge pétrinienne. C’est dans cet esprit, et avec la paix qui découle de l’acceptation de ce qui est réel – et non imaginaire – que nous prions, non pas pour qu’il soit couronné de succès selon les critères du monde, mais pour que sa personne et sa mission soient sanctifiées, et que l’Église, à travers sa fidélité, poursuive son pèlerinage dans la vérité et la charité.
C’est dans le même esprit que je reviens à une réflexion que j’avais partagée autrefois, sur ce que j’appelais alors la vertu de sérendipité – un mot que l’usage moderne a parfois tendance à banaliser, mais qui, en sa racine la plus profonde, renvoie à la disposition d’une âme formée à accueillir avec grâce les manifestations inattendues de la bonté providentielle. Vivre selon la sérendipité, ce n’est pas se laisser porter par les vents de la nouveauté, mais cultiver une forme de disponibilité intérieure, une vigilance du cœur, une attention silencieuse qui rend possible l’émerveillement devant les dons que Dieu réserve à ceux qui savent attendre.
Permettez-moi, à ce propos, d’évoquer une expérience plus intime. Il y a quelques mois, j’ai subi une opération cardiaque très sérieuse – un événement qui a marqué mon corps, bien sûr, mais plus profondément encore, a réorienté le mouvement de mon âme. Convaincu, pour des raisons ni hystériques ni déraisonnables, que je ne survivrais peut-être pas à l’intervention, je me suis préparé comme on se prépare à un ultime voyage. Et pourtant, à ma grande stupeur, les jours précédant l’opération furent marqués non par la peur, ni même par l’anxiété, mais par une sérénité intérieure si palpable, si lumineuse, que je ne peux la décrire autrement que comme un avant-goût de la grâce. Je n’étais pas devenu brave ; j’étais devenu paisible. Face à un danger réel, le don fut la paix.
Ce qui me frappe aujourd’hui, en y repensant, c’est que cette paix – qui m’a été donnée au seuil de la mort – m’abandonne souvent lorsque celle-ci n’est qu’imaginée. Dans les rêveries inquiètes d’un jour ordinaire, lorsque la mort se présente non comme un appel mais comme un spectre, je me retrouve envahi par des ombres : peurs irrationnelles, inquiétudes sans fondement, pensées sombres et tourmentées. Dans le premier cas, où le danger était réel, Dieu s’est approché avec clarté. Dans le second, où le danger n’est qu’un fantôme de l’esprit, l’âme erre dans ses propres labyrinthes, souvent assaillie par des suggestions qui ne viennent pas de Dieu. Il me semble que là se trouve une leçon subtile : Dieu donne sa grâce pour ce qui est, non pour ce que nous imaginons ; et l’ennemi de la paix prospère dans l’irréel.
C’est pourquoi, face au nouveau pontificat, nous devons adopter cette même attitude intérieure. Certains accueillent dès maintenant le pape Léon XIV avec une méfiance instinctive, persuadés que les ombres qu’ils projettent sont les signes avant-coureurs de désastres à venir. D’autres, à l’inverse, voient déjà en lui la réponse à tous leurs désirs ecclésiaux, comme si un seul homme pouvait incarner à lui seul la restauration tant attendue ou la réforme décisive. Mais ces deux attitudes, bien qu’opposées en apparence, partagent le même défaut : elles ne s’enracinent pas dans la réalité présente, mais dans l’imagination, dans la projection, dans la tentation subtile de vouloir maîtriser ce qui doit d’abord être reçu.
Revenons plutôt au sol ferme de ce qui est. Là où se trouve la réalité, là se trouve la grâce. Et ce qui est aujourd’hui, ce n’est pas un avenir deviné, mais un présent offert : un homme, choisi sous le regard de Dieu, se tient devant nous comme Vicaire du Christ. Cela seul suffit pour maintenant.
Accueillir cette vérité, telle qu’elle nous est donnée, sans chercher à la plier à nos attentes, c’est commencer à exercer à nouveau cette antique et noble vertu que nos pères dans la foi appelaient la piété filiale – cette obéissance intérieure, respectueuse et confiante, envers les figures paternelles que la Providence place sur notre chemin, non parce qu’elles seraient parfaites, mais parce qu’elles s’inscrivent dans un ordre divin qui les dépasse. Être fils ou fille de l’Église ne consiste pas en une soumission passive, mais en un acte conscient de confiance : écouter, discerner, et – lorsque la vérité est dite avec autorité – obéir.
Mais cette obéissance n’est pas aveugle. Lorsque le successeur de Pierre enseigne en continuité avec la doctrine pérenne de l’Église – lorsqu’il parle ex cathedra, ou même lorsqu’il confirme la foi des fidèles en répétant ce qui a toujours été cru – nous répondons par l’assentiment humble de ceux qui reconnaissent que la vérité ne se fabrique pas, elle se reçoit. Si toutefois il devait s’égarer, que ce soit dans l’opinion privée ou dans l’exhortation publique, en proposant ce qui contredirait le dépôt de la foi, alors l’obéissance elle-même commande la résistance – non pas une résistance de révolte, mais une résistance de fidélité. Car la véritable obéissance ne se rend pas aux personnes en tant que telles, mais à la vérité qu’elles doivent servir.
Un tel discernement ne s’improvise pas. Il est fruit d’une longue formation spirituelle, de la prière, d’une clarté théologique et d’un cœur forgé à la fois dans le respect et dans le courage. Il ne s’agit ni de flatter, ni de craindre ; ni d’idolâtrer, ni de mépriser. Il s’agit de demeurer ferme, dans la charité et dans la vérité.
C’est pourquoi, au terme de cette réflexion, je voudrais rappeler que ce que nous devons désirer pour le nouveau pontificat n’est pas le succès – car le Christ n’a jamais promis le succès à son Église – mais la sainteté. Ce dont l’Église a besoin, ce n’est pas d’un pape efficace ou stratégique, mais d’un pape saint. La différence est invisible pour beaucoup, mais elle est immense. Le succès attire les foules ; la sainteté communique la vie. Le succès finit dans le bruit ; la sainteté demeure dans le silence. Le succès plaît aux hommes ; la sainteté plaît à Dieu.
Et ainsi nous prions, non avec des slogans, mais avec les paroles anciennes de l’intercession ecclésiale :
Deus, pastor aeternus, qui gregem tuum per universum orbem respicis, hunc famulum tuum Leonem, quem Ecclesiae tuae praeesse voluisti, propitius respice: da ei, quaesumus, verbo et exemplo, quibus praeest, proficere, ut ad vitam una cum grege sibi credito perveniat sempiternam. Per Christum Dominum nostrum. Amen.
Confions ce commencement à Marie, Mère de l’Église, à Pierre, le roc tombé et relevé, et à tous les saints qui, dans l’obscurité, ont obéi, souffert et prié sans relâche. Et puissions-nous, leurs héritiers, réapprendre à vivre non selon les réactions du moment, mais dans la réception patiente ; non selon l’opinion, mais dans l’obéissance à la vérité qui seule rend libre.
Sit nomen Domini benedictum. Ex hoc nunc et usque in saeculum. Oremus pro Pontifice nostro Leoni: Dominus conservet eum, vivificet eum, beatum faciat eum in terra, et non tradat eum in animam inimicorum eius. Amen.
There are moments in the life of the Church that unfold not with thunderclaps or proclamations to satisfy the urgent rhythms of our age, but with a quiet gravity, a breath from beyond history, carrying with it the serene majesty of divine Providence. The announcement Habemus Papam, though by now familiar to many and reduced in some quarters to an ecclesiastical formality, resounds with a deeper echo in the hearts of those who have learned to live under the sign of sacred time. It is not merely a formula, nor a headline. It is a summons to receive, to hope, and—above all—to trust.
Today, the Church has received a new Bishop of Rome, who bears the name of Leo the Fourteenth. We greet him not with the feverish curiosity of pundits nor with the anxiety of those who rush to forecast destinies from the turn of a name, but with the reverence due to any man who, by the inscrutable will of God, is called to bear the visible burden of Peter’s succession. In this spirit, and with the peace that flows from the acceptance of what is real rather than imagined, we pray not that he be successful in the terms the world esteems, but rather that he may be sanctified through the office he now inhabits, and that the Church, through his fidelity, may continue her pilgrimage in truth and charity.
It is in this same spirit that I return to a reflection I once shared, on what I had called then the virtue of serendipity—a term which, in its modern usage, is too easily trivialized, but which, at its deepest root, speaks to the disposition of a soul trained to receive with grace the unexpected manifestations of providential goodness. To live with serendipity is not to drift with the winds of novelty, but to cultivate a certain spiritual poise, a readiness of heart to be surprised by joy where one had expected only habit, or worse, disappointment. It is a virtue that grows slowly, watered by humility and attention, and it is perhaps one of the most needed antidotes to both the despairing pessimism and the febrile optimism that alternate so violently in the soul of the modern believer.
Allow me to draw from a more intimate well. Some months ago, I underwent a serious cardiac surgery—an event that marked my body, certainly, but more deeply still, reoriented the rhythm of my soul. Convinced, for reasons neither hysterical nor irrational, that I might not awaken from the operation, I prepared myself as one prepares for a final journey. And yet, to my enduring amazement, the days preceding the intervention were filled not with terror, nor even anxiety, but with an interior serenity so palpable and so luminous that I can only describe it as a foretaste of grace. I was not made brave; I was made still. In the face of real danger, the gift was peace.
What strikes me more powerfully now, in recollection, is that this serenity—the one granted in the face of death—often abandons me when death is not near but only imagined. In the idle musings of an anxious day, when mortality appears not as a summons but as a phantom, I find myself beset by shadows: irrational fears, disordered worries, and the silent grip of dread. In the first case, where the danger was real, God came with clarity and comfort. In the second, where danger is only fantasized, the soul is left to wander in its own mazes, too often assailed by suggestions that are not divine. There, I believe, lies a subtle lesson: that God gives grace for what is, not for what we conjure; and that the enemy of peace thrives in unreality.
And so it is now with this papal transition. There are already those who greet Pope Leo XIV with instinctive suspicion, convinced that the shadows they project are omens of things to come. There are others who, in haste, project onto him the solution to all their ecclesial longings, as though any man could embody a restoration or a revolution. But both attitudes, though opposite in tone, share the same defect: they are rooted not in the reality of the moment, but in imagination, in speculation, and in the subtle temptation to control what must first be received.
Let us instead return to the ground of reality, where grace is given. Let us consider not the unknown future but the known present: a man, chosen under the gaze of God, stands before us now as Vicar of Christ. That is all we know. And that is enough, for now.
To receive this truth as it is, and not as we would have it, is to begin to exercise once again that ancient and noble virtue which our ancestors in faith called filial piety—a reverent and obedient love toward the fatherly figures whom Providence appoints, not because they are without fault, but because they stand within a divine order that transcends individual merits. To be sons and daughters of the Church is not a passive resignation but a conscious act of trust: to listen, to discern, and—when truth is spoken with authority—to obey.
That said, such obedience is not blind. When the successor of Peter teaches in continuity with the perennial doctrine of the Church—when he speaks ex cathedra, or even when he confirms the faith of the faithful by echoing what has always been believed and taught—we respond with humble assent, as befits those who believe that truth is not our possession but our inheritance. If, however, he should err, whether in private opinion or in public exhortation, proposing what contradicts the deposit of faith, then obedience itself demands resistance—resistance not of rebellion, but of fidelity. For the true obedience is never to persons per se, but to the truth they are called to serve.
This discernment is not a skill learned quickly, nor is it a license for every personal interpretation. It is the fruit of long spiritual formation, of prayer, of theological clarity, and of a heart schooled in both reverence and courage. We must neither flatter nor fear. We must neither idolize nor despise. We must remain firm, in charity and in truth.
Thus we return, finally, to the deepest intention of this moment—not that the new pontificate should be marked by worldly success, which is always ambiguous and transient, but that it may become a path of sanctification. For the Church does not need a successful pope. She needs a holy one. And the difference, though invisible to many, is immense. Success may draw crowds; sanctity transmits life. Success ends with applause; sanctity endures in silence. Success pleases men; sanctity pleases God.
And so we pray, not with slogans, but with the enduring words of the Church’s own intercession:
Deus, pastor aeternus, qui gregem tuum per universum orbem respicis, hunc famulum tuum Leonem, quem Ecclesiae tuae praeesse voluisti, propitius respice: da ei, quaesumus, verbo et exemplo, quibus praeest, proficere, ut ad vitam una cum grege sibi credito perveniat sempiternam. Per Christum Dominum nostrum. Amen.
Let us entrust this new beginning to Mary, Mother of the Church, to Peter, the rock who fell and was restored, and to all the saints who, in their obscurity, obeyed and suffered and prayed without ceasing. And may we, their heirs, learn once again to live not by reaction, but by reception—not by opinion, but by obedience to the truth which sets us free.
Categories: Attualità cattolica, English Articles, Magistero, Simon de Cyrène

Di nuovo, una delle analisi migliori leggibili online in questo momento. Sulla questione della paura della morte, anzi la paura dello “spettro” della morte, in cui “mi trovo invaso da ombre: paure irrazionali, ansie senza fondamento, pensieri oscuri e minacciosi”, ci ho pure scritto un libro, figurati…
A proposito, hai visto che sul mio canale YT sto pubblicando l’audiobook del libro? Un lavoraccio, ma tant’è, ora sto ballando e continuo a farlo. Rileggendomi mi sono proprio reso conto di quanto ho tentato di esorcizzare quella paura irrazionale data dal fatto che la morte finora l’ho solo vista come spettro, soprattutto perché ha raggiunto (o stava raggiungendo…) tante persone a cui volevo (e voglio) bene.
Ovviamente non è bastato quel libro. Leggere in fondo cambia tanto, ma non è mai un vero cambiamento quello che produce, ma al massimo consiglio di possibile sentiero. Uguale è lo scrivere che, come tutte le arti, ti fa stare bene (diciamo) al massimo durante il suo svolgimento. Poi ti lascia vuoto (a volte pure nel migliore dei casi). Il cosiddetto effetto taumaturgico delle arti non dico non esista, dico che da un lato è sopravvalutato, dall’altro non è quello che il mercato artistico sembra lasciar passare. Scrivi (canta, dipingi, dirigi ecc), sfogati, lasciati applaudire, trovi soddisfazione e comprensione del tuo io e del tuo presente, guadagni, fama, soldi, wow e il tutto non lavorando in miniera. L’ho messa molto banale, ma la questione in fondo è tutta qui mi pare. L’arte rimane comunque una ricerca personale di tentata comunicazione con sé stessi prima e con gli altri come specchio poi, è sia egoistica/egocentrica, che solidale/dono gratuito di sè. Il vero dono probabilmente lo fa se è un modo, un metodo, una modalità con la quale tu puoi camminare su un sentiero che l’arte sembra indicarti (tautologia palese), ma che in realtà è indicato dalla vita. E se l’arte non ti indica ne forma sentieri, ma un possibile aiuto nel cammino, non è nemmeno la macchina che ti fa andare più veloce o che fa la fatica al posto tuo. Anzi, se possibile a volte è pure un peso quando è vissuta come esigenza, schiavitù (imposta sia dall’urgenza comunicativa, che dal dovere di seguire certi dettami socialmente accettati come artistici).
Discorso lungo… forse uno dei tanti che dovremo fare appena ci vediamo. Perchè, Dio lo voglia, prima o poi quello succede! 😀
Segnalo, giusto per dire tutto e il suo contrario, questo articolo del “nostro” Trianello apparso sulle pagine dell’amico Fra Gabriele del club theologicum su Leone XIII
https://clubtheologicum.com/2025/05/09/leone-xiii-e-il-suo-magistero-un-corpus-dottrinale-per-la-modernita-leone-cronachedelcristianesimo/
non ricordavo, mia ignoranza, che Leone XIII fosse il Papa della restaurazione tomista. Mi sembrerebbe strano che un agostiniano si “redima” e dia ragione filosoficamente a San Tommaso (eheh), ma l’idea che la filosofia e la metafisica torni al centro delle parole del Papa non mi dispiace. Questo proprio per contraddire quanto detto prima da te e cioè che non è il momento di tirare la giacchetta di Leone XIV.
Vabbeh, tant’è. Mi fermo qui.
Dal primo Vaticano al secondo dunque, nonostranti abbiamo comunque seguito la Chiesa, l’appeasement è gerarchico non degli indifettibili, e stiamo noi al deliato posto.
Caro Daouda,
hai ragione: quel “delicato posto” è proprio dove siamo chiamati a stare — non per giudicare, ma per rimanere fedeli, pregare e custodire, anche nel silenzio. È lì che si gioca la nostra vocazione di figli obbedienti, non ciechi ma fiduciosi, come MarIa sotto la Croce.
In Pace