
Il Papalismo Assolutista: Esito del Paraconcilio Ultramontano del Vaticano I e Ostacolo alla Retta Fedeltà al Romano Pontefice
- Introduzione: Il problema del papalismo nella Chiesa contemporanea
L’attuale crisi ecclesiale, resa particolarmente evidente durante il pontificato di Papa Francesco, ha riportato all’attenzione dei teologi e dei fedeli una questione rimasta a lungo sottotraccia: la difficoltà, per molti cattolici, di distinguere tra l’infallibilità definita del romano pontefice e una sorta di infallibilità percepita che attribuisce al papa una autorità pressoché assoluta su ogni aspetto della vita della Chiesa. Questo fenomeno, che si può definire papalismo assolutista, si radica non tanto nei documenti del Concilio Vaticano I, quanto nella loro ricezione distorta, alimentata da contingenze storiche, culturali e politiche.
In effetti, se si considera il dogma dell’infallibilità papale definito dal Vaticano I nel 1870, la sua portata è chiaramente delimitata e circoscritta: il papa è infallibile soltanto quando, parlando ex cathedra, definisce una dottrina di fede o di morale da ritenersi vincolante per tutta la Chiesa universale (Denzinger-Hünermann, DH 3074–3075). Tuttavia, nella prassi ecclesiale successiva, si è assistito a una iperestensione psicologica di questo dogma, trasformando il papa in una sorta di oracolo infallibile permanente, anche al di fuori delle condizioni rigorose stabilite dal concilio.
Questo papalismo di tipo assolutista ha avuto effetti deleteri sulla capacità critica dei fedeli e del clero, generando una mentalità di obbedienza cieca che, in nome della fedeltà al papa, tende a giustificare anche affermazioni o pratiche contrarie alla Tradizione o ambigue dal punto di vista dottrinale. Il caso del pontificato di Francesco è emblematico: di fronte a documenti come Amoris Laetitia (2016), che apre a interpretazioni divergenti sulla comunione ai divorziati risposati, o eventi come il culto tributato alla Pachamama nei giardini vaticani durante il Sinodo amazzonico (2019), molti cattolici si sono trovati disarmati, incapaci di esercitare quel sano discernimento che la Tradizione stessa esige.
L’ipotesi che qui si intende sviluppare è che questo papalismo assolutista non sia il frutto diretto del Vaticano I, ma piuttosto l’esito di un “paraconcilio” culturale e ideologico che si è svolto accanto al concilio, analogamente a quanto accaduto per il Vaticano II. Se nel caso del Vaticano II si parla di un paraconcilio progressista, responsabile di interpretazioni ireniste e secolarizzanti, nel caso del Vaticano I si potrebbe parlare di un paraconcilio ultramontano, che ha esasperato il primato romano fino a trasformarlo, nella coscienza ecclesiale, in potere assoluto non soggetto a limiti di diritto divino o di Tradizione.
L’obiettivo di questo saggio è dunque di ricostruire le origini storiche e culturali di questo paraconcilio Vaticano I, di analizzarne le conseguenze nella Chiesa contemporanea, e di proporre un modello di fedeltà retta al papato, capace di coniugare obbedienza e discernimento, alla luce della grande Tradizione cattolica.
- Il Vaticano I e la vera portata del dogma dell’infallibilità
2.1 Il contesto storico e teologico
Il Concilio Vaticano I fu convocato in un periodo segnato da forti tensioni politiche e culturali: il crollo del potere temporale del papa, la crescita del liberalismo secolarizzante, e le sfide poste dal razionalismo e dal materialismo alla fede cattolica. In questo clima, si rafforzò il movimento ultramontano, che vedeva nella riaffermazione dell’autorità papale un baluardo contro le derive moderniste e nazionaliste. Tuttavia, il concilio stesso, pur riaffermando con forza il primato papale, adottò una definizione teologicamente sobria e giuridicamente limitata dell’infallibilità.
2.2 La definizione dell’infallibilità papale
Il capitolo IV di Pastor Aeternus stabilisce:
«Quando il Romano Pontefice parla ex cathedra, cioè quando, esercitando il suo ufficio di pastore e dottore di tutti i cristiani, definisce con atto definitivo una dottrina circa la fede o la morale da tenersi dalla Chiesa universale, egli gode, per l’assistenza divina a lui promessa nel beato Pietro, di quella infallibilità di cui il Divino Redentore ha voluto fosse dotata la sua Chiesa nel definire la dottrina circa la fede o la morale; e perciò tali definizioni del Romano Pontefice sono irreformabili per se stesse e non in virtù del consenso della Chiesa» (Denzinger-Hünermann, DH 3074).
La formula, attentamente calibrata, delimita con precisione:
- Il soggetto: il papa in quanto successore di Pietro, non come persona privata.
- Le condizioni: esercizio del munus petrinum, atto definitivo su fede o morale, diretto a tutta la Chiesa.
- L’oggetto: dottrina, non disciplina o prassi pastorale mutevole.
2.3 Le interpretazioni prudenti del tempo
Teologi autorevoli come Melchior Cano, ben prima del concilio, avevano già messo in guardia contro l’idea di un papa solutus ab omni lege, sottolineando che il papa stesso è soggetto alla Tradizione e alla verità della fede (De locis theologicis, L.VI, c.8). Anche San Tommaso d’Aquino chiariva che:
«Il papa, in quanto uomo privato, può cadere nell’eresia, e perciò essere giudicato dalla Chiesa» (Summa Theologiae, II-II, q.39, a.1, ad 2).
In questo contesto, il Vaticano I non innovò la dottrina, ma la precisò, rafforzando il vincolo tra l’autorità petrina e la conservazione della fede ricevuta.
- Nascita e sviluppo del papalismo assolutista post-conciliare
Nonostante la chiarezza e la sobrietà teologica della definizione di infallibilità papale promulgata dal Vaticano I, il clima culturale e politico del tempo favorì la nascita di un paraconcilio ultramontano, che esasperò il significato del primato romano fino a trasformarlo, nella coscienza ecclesiale, in una sorta di potere assoluto e incontrastabile del papa su ogni ambito della vita della Chiesa.
3.1 Il contesto storico: la perdita del potere temporale
L’assedio di Roma da parte delle truppe italiane e la caduta dello Stato Pontificio (20 settembre 1870) avvennero pochi mesi dopo la definizione del dogma dell’infallibilità, accentuando la percezione che il papa fosse accerchiato da nemici esterni (liberalismo, massoneria, nazionalismo). Questa situazione portò a una sorta di compensazione simbolica: la perdita del potere politico-territoriale fu sostituita da una accentuazione spirituale del potere papale, non solo nella definizione dogmatica, ma anche nella prassi ecclesiale.
3.2 Gli ultramontani e il culto della personalità papale
Il movimento ultramontano, che sostenne il dogma dell’infallibilità papale come risposta al gallicanesimo e al razionalismo, trovò tra i suoi esponenti più significativi figure come Louis Veuillot (1813–1883), direttore de L’Univers, e Joseph de Maistre (1753–1821), teorico della monarchia papale assoluta.
Veuillot, nella sua instancabile difesa del papato contro ogni tentativo di limitazione, scrisse:
«Je crois au pape, parce qu’il est le pape. S’il se trompe, je serai trompé avec lui» (L’Univers, 1860, citato in Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano I. Una storia mai scritta, Lindau, 2018, p. 215).
Questa dichiarazione, portata al parossismo, esprime bene l’atteggiamento ultramontano secondo cui l’obbedienza cieca al papa diventa un valore superiore persino alla verità oggettiva.
Joseph de Maistre, dal canto suo, teorizzava un primato assoluto del papa, ritenuto l’unico argine al caos politico e spirituale:
«Tout gouvernement absolu a ses inconvénients: mais qu’on me dise ce qu’est un gouvernement sans force […] Le pape est la force incarnée dans le gouvernement religieux» (Du Pape, II.6, Lyon, 1819, p. 192).
Questa concezione, ben al di là della dottrina cattolica tradizionale, prefigurava una teologia politica del papato che sarebbe diventata parte integrante del paraconcilio ultramontano.
3.3 La stampa cattolica e la costruzione dell’immagine del papa
Il rafforzamento dell’immagine del papa come figura centrale e infallibile trovò un canale privilegiato nella stampa cattolica ultramontana, che contribuì a creare un culto della personalità papale tra il laicato e il clero. La figura di Pio IX divenne simbolo di questo fenomeno.
Come nota John W. O’Malley:
«L’ultramontanismo promosse una devozione straordinaria al papa come persona, che raggiunse il culmine nel pontificato di Pio IX, la cui immagine fu diffusa in ogni casa cattolica, quasi fosse un’icona» (Vatican I: The Council and the Making of the Ultramontane Church, Harvard University Press, 2018, p. 262).
Questa agiografia papale, rafforzata da fotografie, litografie, e aneddoti, trasformò il papa in un punto focale emotivo, contribuendo a consolidare l’idea di una impeccabilità morale continua, ben oltre i limiti della definizione dogmatica.
Roberto de Mattei sottolinea come, nel clima successivo al concilio:
«Il papa divenne non solo la guida dottrinale della Chiesa, ma il simbolo identitario di resistenza alla modernità, e questa funzione simbolica esigeva un’immagine quasi perfetta e incontestabile» (Il Concilio Vaticano I, p. 517).
3.4 Verso una teologia del papa legibus solutus
Questa costruzione ideologica e mediatica portò, nel tempo, a una progressiva erosione del senso della Tradizione come limite oggettivo all’azione papale, aprendo la strada a una teologia implicita del papa legibus solutus (sciolto da ogni legge).
Klaus Schatz analizza questo sviluppo:
«Dopo il Vaticano I, nonostante la definizione limitata dell’infallibilità, si consolidò nella prassi una concezione del primato papale che estendeva il potere del papa a ogni ambito della vita ecclesiale, riducendo il ruolo dei vescovi e delle chiese locali» (Storia del primato papale, Queriniana, 1995, p. 248).
Anche Yves Congar mise in guardia contro questa ipertrofia del primato:
«Una delle malattie della Chiesa moderna è stata l’ipertrofia del primato romano, che ha oscurato la collegialità episcopale e il senso della Tradizione come limite al magistero» (L’Église: de saint Augustin à l’époque moderne, Cerf, 1970, p. 411).
Questa teologia deformata ha contribuito a radicare l’idea, oggi difficile da estirpare, che ogni decisione papale, anche disciplinare o pastorale, sia indiscutibile, soffocando lo spazio per il discernimento critico.
- Le conseguenze ecclesiali e psicologiche del papalismo assolutista
Il papalismo assolutista ha inciso profondamente anche sulla psicologia ecclesiale dei fedeli e dei pastori, generando atteggiamenti di obbedienza cieca, passività critica e confusione teologica rispetto alla natura dell’autorità papale.4.1 L’infantilizzazione dei fedeli
Uno degli effetti più profondi e pervasivi del papalismo assolutista è quello che si può definire infantilizzazione spirituale del corpo ecclesiale, ossia la sospensione del giudizio personale dei fedeli e del clero nei confronti delle parole e degli atti del papa, percepiti come indiscutibili in ogni circostanza. Questo processo ha progressivamente ridotto la capacità dei cristiani di esercitare il proprio discernimento teologico e morale, sostituendolo con una fideistica obbedienza automatica.
Il fenomeno non nasce dal dogma dell’infallibilità papale, che, come abbiamo visto, è circoscritto a specifiche condizioni, ma dalla ricezione distorta di tale dogma, che ha finito per proiettare un’aura di infallibilità continua e onnipervasiva sulla figura del papa.
Joseph Ratzinger aveva già segnalato questo rischio:
«La fede si fonda non sul papa, ma su Cristo; il papa ha il compito di custodire questa fede, non di sostituirsi ad essa» (La coscienza e la verità, in Chiesa, ecumenismo e politica, Jaca Book, 1987, p. 27).
L’allarme lanciato da Ratzinger evidenzia la deriva psicologica che si verifica quando la figura del papa viene percepita non come garante della fede ricevuta, ma come fonte di verità indipendente, capace di orientare ogni aspetto della vita ecclesiale senza limiti esterni.
Il teologo Thomas Pink approfondisce questa dinamica, descrivendo come la confusione tra l’infallibilità definita e un’obbedienza assoluta a ogni manifestazione papale abbia prodotto una passività spirituale diffusa:
«L’errore non sta tanto nella definizione dell’infallibilità, quanto nell’averla trasformata in un principio di obbedienza automatica, che infantilizza i fedeli e annulla il discernimento personale» (Authority and Obedience in the Church, in New Blackfriars, vol. 99, 2018, p. 360).
Questa obbedienza automatica non è stata prevista dalla dottrina cattolica, che invece riconosce la necessità di un consenso razionale e responsabile del fedele all’insegnamento della Chiesa. John Henry Newman, già nel XIX secolo, aveva messo in guardia contro l’eccesso di deferenza al magistero non infallibile, sottolineando che la Chiesa è ordinata alla formazione di una fede razionale e viva, non alla cieca sottomissione:
«La Chiesa non è fatta per produrre una cieca sottomissione, ma una fede razionale e viva. Non tutto ciò che viene da Roma è vincolante al medesimo grado» (Letter to the Duke of Norfolk, 1875, cap. 5).
Infine, sul piano psicologico e morale, il teologo e psicologo Georges Chantraine ha descritto l’effetto di infantilismo morale prodotto da questa mentalità:
«Laddove non si distingue tra i vari livelli del magistero, si genera un infantilismo morale: la coscienza si sente dispensata dal giudizio personale e si affida a un’autorità esterna come unico criterio» (Psychologie et autorité dans l’Église, Cerf, 1992, p. 145).
La de-responsabilizzazione che ne deriva porta i fedeli a delegare completamente la propria coscienza al papa, abdicando alla loro funzione di discernimento, che è invece un elemento essenziale della maturità cristiana. Questo infantilismo non solo indebolisce la vita spirituale individuale, ma soffoca anche la vitalità intellettuale della Chiesa, impedendo la circolazione di idee e il dialogo teologico attorno ai vari livelli di magistero e alle loro implicazioni.
Così si prepara il terreno per quella che, nella sezione successiva, si definirà come la paralisi del discernimento teologico, un fenomeno strettamente legato alla infantilizzazione sistemica della coscienza ecclesiale.
4.2 La paralisi del discernimento teologico
L’effetto più diretto e immediato dell’infantilizzazione spirituale descritta nella sezione precedente è la paralisi del discernimento teologico, ossia l’incapacità di distinguere tra i diversi livelli di autorità del magistero, trattando ogni parola del papa come normativa in senso assoluto.
Il documento Donum Veritatis (1990), pubblicato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede sotto la presidenza del cardinale Joseph Ratzinger, offre un quadro chiaro per comprendere i gradi di autorevolezza del magistero. Esso afferma:
«Non tutto l’insegnamento del magistero ha lo stesso grado di autorità. […] È compito dei teologi discernere e far discernere ai fedeli il peso di ciascun insegnamento» (Donum Veritatis, n. 17).
Tuttavia, nella prassi ecclesiale postconciliare, questa distinzione è stata spesso soppressa dal clima papalista, il quale presuppone che qualsiasi affermazione papale (anche in contesti non dottrinali, come interviste o documenti pastorali) debba essere accettata senza riserve. Questo ha portato alla mancanza di dibattito teologico e alla demonizzazione del dissenso, anche quando questo si esprime in forma rispettosa e argomentata.
Un esempio emblematico di questa paralisi è la vicenda dei Dubia presentati da quattro cardinali (Burke, Caffarra, Meisner, Brandmüller) a Papa Francesco nel 2016, dopo la pubblicazione di Amoris Laetitia. Questi chiedevano chiarimenti su questioni dottrinali fondamentali (come l’indissolubilità del matrimonio), ma il papa rifiutò ogni risposta, mentre alcuni ambienti ecclesiali etichettavano i cardinali come ribelli o nemici del papa.
Thomas Weinandy, teologo francescano, in una sua lettera aperta al papa, denunciava proprio questa soffocante paralisi del dibattito ecclesiale:
«Oggi un teologo non può neppure esprimere dubbi teologici ben fondati senza essere accusato di essere un nemico del papa. Questo soffoca lo spirito critico e impedisce alla verità di emergere» (T. Weinandy, Lettera aperta a Papa Francesco, 2017).
Questa paralisi teologica, generata dalla confusione dei livelli di magistero, porta alla concentrazione del potere interpretativo nelle mani del papa, facendo della sua volontà l’unica norma operativa, mentre il sensus fidei fidelium, principio fondamentale nella Tradizione della Chiesa, viene ignorato o svilito. Come ricorda Newman:
«I fedeli non sono meri ricevitori passivi della verità, ma attori nella sua conservazione e trasmissione» (On Consulting the Faithful in Matters of Doctrine, 1859, cap. 2).
4.3 La distorsione della virtù dell’obbedienza
L’obbedienza è una virtù centrale nella tradizione cattolica, ma essa non è mai cieca: è ordinata alla verità e alla giustizia. Il papalismo assolutista, però, ha progressivamente deformato il senso autentico di questa virtù, promuovendo una obbedienza assoluta alla persona del papa anche in ambiti non dottrinali o persino contrari alla Tradizione, oscurando così la finalità stessa dell’obbedienza cristiana.
Già San Tommaso d’Aquino chiarisce i limiti strutturali dell’obbedienza, affermando che essa cessa di essere virtù quando si oppone alla legge divina:
«Va obbedito ai superiori entro i limiti della loro potestà: se comandano cose contrarie a Dio, non va obbedito» (Summa Theologiae, II-II, q.104, a.5).
Questa impostazione è stata ripresa anche da Melchior Cano, teologo domenicano del XVI secolo, il quale ammoniva:
«Chi difende il papa contro il papa stesso, la sua errata opinione contro la Tradizione, è il vero difensore del papa» (De locis theologicis, L.VI, c.8).
La distorsione moderna della virtù dell’obbedienza nasce, invece, da una errata concezione dell’autorità che la riduce a volontà sovrana del superiore, indipendentemente dai limiti della legge naturale e della Tradizione rivelata. Tale visione ha favorito la nascita di quella che Yves Congar definiva una mentalità autoritaria e clericalista:
«Si è diffusa nella Chiesa un’obbedienza non alla verità, ma alla funzione; una sottomissione alla volontà di chi governa, piuttosto che alla giustizia che tale governo deve servire» (Pour une Église servante et pauvre, Cerf, 1963, p. 78).
La Congregazione per la Dottrina della Fede, in Donum Veritatis (1990), ribadisce questo principio, sottolineando che anche il magistero non infallibile richiede un ossequio religioso dell’intelletto e della volontà, ma che tale ossequio non è cieco e può includere forme di riserva o dubbio rispettoso:
«Esistono casi in cui un teologo, in coscienza, può sentire la necessità di dissentire da un insegnamento non infallibile» (Donum Veritatis, n. 24).
Tuttavia, il papalismo assolutista ha ridotto l’obbedienza a mera esecuzione della volontà papale, senza alcuno spazio per il discernimento morale e la coscienza personale, trasformando la virtù cristiana dell’obbedienza in una forma di servilismo clericale. Tale distorsione ha contribuito a soffocare le legittime istanze di resistenza fraterna, di cui San Paolo stesso fornisce esempio opponendosi a Pietro ad Antiochia (Gal 2,11).
Questa deviazione sistemica non ha solo implicazioni morali, ma ha contribuito a creare una cultura ecclesiale del conformismo, in cui ogni richiesta di chiarimento o resistenza rispettosa è vista come un attacco all’unità della Chiesa, e non come una manifestazione della corresponsabilità ecclesiale.
4.4 Conseguenze pratiche: i casi recenti
Le dinamiche di infantilizzazione e distorsione dell’obbedienza descritte nelle sezioni precedenti non sono fenomeni astratti, ma hanno avuto conseguenze concrete e visibili nella vita della Chiesa negli ultimi anni. Tali dinamiche si sono manifestate in modo evidente in tre episodi chiave del pontificato di Papa Francesco: la pubblicazione di Amoris Laetitia (2016), il culto della Pachamama (2019) e l’emanazione di Traditionis Custodes (2021).
4.4.1 Il caso di Amoris Laetitia (2016)
Con l’esortazione apostolica Amoris Laetitia, e in particolare con il controverso capitolo VIII, Francesco ha aperto la possibilità per i divorziati risposati di accedere ai sacramenti in alcune circostanze, lasciando spazio a interpretazioni divergenti tra le conferenze episcopali (come in Germania e Argentina) e altre più restrittive (come in Polonia). La mancanza di una risposta chiara ai Dubia dei cardinali Burke, Caffarra, Meisner e Brandmüller ha accentuato una situazione di ambiguità dottrinale.
Cardinal Gerhard Müller, già Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha osservato:
«L’insegnamento morale della Chiesa non può essere oggetto di compromessi locali. […] Il silenzio del papa sui Dubia ha contribuito ad accrescere la confusione e la divisione» (Entrevue à Il Timone, 2017).
Questa situazione dimostra come la paralisi del discernimento teologico e la cultura dell’obbedienza cieca abbiano impedito una discussione franca e ordinata, generando tensioni nella comunione ecclesiale.
4.4.2 Il culto della Pachamama (2019)
Durante il Sinodo per l’Amazzonia, alcune statue della Pachamama, divinità pagana delle popolazioni andine, furono venerate nei giardini vaticani. Malgrado il carattere apertamente idolatrico del rito, papa Francesco non solo difese l’evento, ma lo giustificò come espressione culturale.
Cardinal Walter Brandmüller, storico della Chiesa, commentò:
«Mai nella storia della Chiesa si era arrivati a tollerare un culto idolatrico all’interno dei recinti sacri. […] Questo è un abuso che grida al cielo» (Dichiarazione pubblica, 2019).
La reazione acritica di molti ecclesiastici, pronti a giustificare o minimizzare l’evento in nome della obbedienza papale, dimostra fino a che punto l’infantilizzazione spirituale abbia neutralizzato la capacità di resistenza critica, persino di fronte a gesti oggettivamente scandalosi.
4.4.3 Traditionis Custodes (2021)
Con il motu proprio Traditionis Custodes, papa Francesco ha severamente limitato l’uso della liturgia tradizionale (Messale del 1962), nonostante il Summorum Pontificum di Benedetto XVI (2007) ne avesse riconosciuto il valore nella vita della Chiesa. La decisione ha generato sofferenza e sconcerto tra numerosi fedeli e sacerdoti, ma le possibilità di esprimere dubbi o riserve sono state drasticamente ridotte dal clima di papalismo assolutista.
Il Cardinal Raymond Burke ha espresso una riserva teologica significativa:
«Nessun papa ha il potere di abolire la forma tradizionale della liturgia, perché essa appartiene alla Tradizione viva della Chiesa. Le restrizioni imposte sono un abuso del potere papale» (Dichiarazione pubblica, 2021).
In questi episodi si evidenzia come il papalismo assolutista abbia soffocato ogni forma di resistenza fraterna, impedendo al corpo ecclesiale di esercitare quella vigilanza critica che è parte integrante della fedeltà autentica alla Chiesa. Questo modello di gestione verticale e autoritaria non solo ha prodotto divisione, ma ha contribuito alla progressiva perdita di fiducia di molti fedeli nella gerarchia ecclesiale.
- Proposta per una retta fedeltà al papa: fedeltà critica e tradizionale
5.1 Il modello patristico e tomista
La Tradizione cattolica offre numerosi esempi di fedeltà critica che non contraddice l’unità ecclesiale, ma anzi la rafforza, fondandola sulla verità evangelica e sulla Tradizione ricevuta. Il caso più emblematico è la resistenza di San Paolo a San Pietro ad Antiochia (Gal 2,11), quando Pietro, pur essendo il primo tra gli apostoli, si comportò in modo incoerente rispetto alla verità del Vangelo, venendo corretto pubblicamente:
«Quando Cefa venne ad Antiochia, gli resistetti in faccia, perché era da condannare» (Gal 2,11).
Questo episodio è stato costantemente interpretato nella tradizione patristica come giustificazione della correzione fraterna, anche nei confronti dei superiori ecclesiastici, qualora essi si allontanino dalla verità. San Tommaso d’Aquino, commentando l’episodio nella Catena Aurea, sottolinea che la carità verso la verità e verso le anime esige, in certi casi, opporre resistenza anche ai superiori:
«Ci sono casi in cui occorre resistere apertamente ai superiori, per il bene comune e per la difesa della verità» (Super Epistolam ad Galatas, cap. 2, lectio 3).
Inoltre, nella Summa Theologiae, Tommaso stabilisce chiaramente che il papa è soggetto alla legge divina e non può agire al di sopra di essa:
«Il papa è legato alla fede e alla legge divina, per cui, se egli ordina qualcosa contro di esse, non si deve obbedirgli» (Summa Theologiae, II-II, q.33, a.4 ad 2).
Questa visione tomista è fondamentale per comprendere che l’autorità papale non è un potere arbitrario, ma un munus vincolato alla Tradizione e alla legge divina. La fedeltà critica non è ribellione, ma custodia della comunione ecclesiale fondata sulla verità.
5.2 La distinzione tra magistero infallibile, autentico e pastorale
Per esercitare correttamente questa fedeltà critica, è indispensabile riconoscere la diversità dei livelli del magistero, concetto ribadito sia nel Codice di Diritto Canonico sia in Donum Veritatis (1990).
Il Codice di Diritto Canonico, al canone 752, distingue chiaramente tra magistero infallibile e magistero autentico non infallibile:
«Non è solo quando il Romano Pontefice o il Collegio dei Vescovi proclamano una dottrina in modo definitivo che i fedeli sono tenuti a prestare un assenso di fede. Devono prestare un ossequio religioso dell’intelletto e della volontà anche al magistero autentico del Romano Pontefice o del Collegio dei Vescovi, pur se non si tratta di una definizione infallibile.»
Questa distinzione è approfondita in Donum Veritatis, che chiarisce la necessità di discernere il peso di ciascun insegnamento:
«Il magistero dei pastori della Chiesa non si esprime sempre con definizioni dogmatiche, ma anche con insegnamenti ordinari che necessitano di un assenso proporzionato alla loro autorevolezza e alla materia trattata» (Donum Veritatis, n. 17).
Tale documento riconosce esplicitamente la possibilità, in casi gravi e ben motivati, di esprimere dissenso rispettoso:
«Un teologo può sentirsi obbligato, in coscienza, a dissentire internamente da un insegnamento non infallibile del magistero» (Donum Veritatis, n. 24).
Questa disciplina del discernimento è fondamentale per evitare che ogni espressione papale venga assunta come dogma, contribuendo così a preservare la maturità teologica e spirituale della Chiesa.
5.3 La fedeltà come vigilanza e amore per la Tradizione
La vera fedeltà al papa non consiste in una sottomissione cieca, ma in una vigilanza critica, radicata nell’amore per la Tradizione e nella verità del Vangelo. Come ha scritto Joseph Ratzinger:
«La vera obbedienza alla Chiesa consiste nella fedeltà alla sua fede di sempre; il papa stesso non è al di sopra di questa fede, ma il suo primo servitore» (Rapporto sulla fede, San Paolo, 1985, p. 62).
Questa visione richiama quella di San Vincenzo di Lerino, che nel V secolo stabiliva il criterio della fedeltà alla Tradizione universale come misura dell’ortodossia:
«Si deve seguire ciò che è stato creduto ovunque, sempre, da tutti» (Commonitorium, c. 2).
Nel contesto contemporaneo, questo principio è stato riaffermato dal cardinale Joseph Zen, che in diverse occasioni ha espresso resistenza critica verso le scelte diplomatiche del Vaticano, soprattutto in materia di rapporti con la Cina, senza mai negare il primato del papa, ma rivendicando il diritto-dovere di difendere la fede ricevuta:
«Quando il papa commette errori umani, non cessa di essere papa, ma nemmeno noi cessiamo di essere fedeli e responsabili della fede» (J. Zen, Lettera aperta, 2019).
Questa concezione della fedeltà come vigilanza rappresenta l’antidoto alla infantilizzazione ecclesiale e al papalismo assolutista, richiamando la Chiesa alla maturità della coscienza e alla corresponsabilità nella custodia della verità.
5.4 Una lezione da Francesco: l’eccesso come rivelazione
Paradossalmente, il pontificato di Francesco, pur segnato da ambiguità dottrinali e decisioni pastorali divisive, ha avuto l’effetto di rivelare e mettere in discussione le radici del papalismo assolutista, obbligando molti cattolici a riscoprire la necessità del discernimento critico nei confronti dell’autorità papale.
In tal senso, il cardinale Walter Brandmüller ha dichiarato:
«L’attuale crisi ecclesiale ha mostrato che non tutto ciò che proviene da Roma merita accoglienza senza discussione; è urgente riscoprire il ruolo della Tradizione come criterio di verità» (Dichiarazione pubblica, 2020).
Allo stesso modo, il teologo Thomas Weinandy, in riferimento agli eccessi pastorali di Francesco, afferma:
«Paradossalmente, questo pontificato ci costringe a recuperare la vera natura del ministero petrino, che non è assolutismo sovrano, ma servizio umile alla fede ricevuta» (Lettera aperta, 2017).
Questa esperienza ecclesiale traumatica, se da un lato ha accentuato le divisioni e sconvolto molte coscienze, ha dall’altro stimolato un ritorno alla Tradizione, incoraggiando molti teologi, vescovi e laici a rivalutare i limiti e le condizioni del magistero papale. In questo senso, si può dire che il pontificato di Francesco ha svolto involontariamente una funzione purificatrice, svelando le derive del papalismo conciliare.
Come nota Roberto de Mattei:
«Il pontificato di Francesco ha reso manifesta l’ipertrofia del primato romano, obbligando molti cattolici a riscoprire la distinzione tra l’ufficio di Pietro e la persona del papa» (Apologia della Tradizione, Solfanelli, 2020, p. 198).
Si può dunque concludere che uno degli effetti positivi, sebbene paradossali, di questo pontificato sia stato quello di costringere la Chiesa a confrontarsi con le proprie deformazioni culturali, stimolando una riforma interiore del concetto stesso di fedeltà al papa. In tal modo, il papalismo assolutista, esito del paraconcilio ultramontano di Vaticano I, trova oggi la sua decostruzione pratica, aprendo la via a una restaurazione dell’equilibrio tra primato e collegialità, tra fedeltà e discernimento.
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- Ratzinger, Joseph. 1987. La coscienza e la verità. In Chiesa, ecumenismo e politica. Milano: Jaca Book.
- Schatz, Klaus. 1995. Storia del primato papale. Brescia: Queriniana.
- Veuillot, Louis. 1860. Articoli de L’Univers. Citato in De Mattei, Il Concilio Vaticano I, Lindau, 2018.
- Weinandy, Thomas. 2017. Lettera aperta a Papa Francesco. Roma.
- Zen, Joseph. 2019. Lettera aperta sul Vaticano e la Cina. Hong Kong.
Le Papisme Absolutiste : Résultat du Paraconcile Ultramontain du Vatican I et Obstacle à la Fidélité Droite au Pape Romain
1. Introduction : Le problème du papisme dans l’Église contemporaine
La crise actuelle de l’Église, rendue particulièrement manifeste durant le pontificat du Pape François, a ramené à l’attention des théologiens et des fidèles une question longtemps restée sous-jacente : la difficulté, pour beaucoup de catholiques, de distinguer entre l’infaillibilité définie du pontife romain et une sorte d’infaillibilité perçue qui attribue au pape une autorité quasi absolue sur tous les aspects de la vie de l’Église. Ce phénomène, que l’on peut définir comme papalisme absolutiste, ne s’enracine pas tant dans les documents du Concile Vatican I que dans leur réception déformée, alimentée par des contingences historiques, culturelles et politiques.
En effet, si l’on considère le dogme de l’infaillibilité papale défini par Vatican I en 1870, sa portée est clairement délimitée et circonscrite : le pape est infaillible uniquement lorsqu’il parle ex cathedra, c’est-à-dire lorsqu’il définit, par un acte définitif, une doctrine de foi ou de morale à tenir par l’Église universelle (Denzinger-Hünermann, DH 3074-3075). Toutefois, dans la pratique ecclésiale ultérieure, on a assisté à une hyperextension psychologique de ce dogme, transformant le pape en une sorte d’oracle infaillible permanent, même en dehors des conditions rigoureuses établies par le concile.
Ce papalisme de type absolutiste a eu des effets délétères sur la capacité critique des fidèles et du clergé, générant une mentalité d’obéissance aveugle qui, au nom de la fidélité au pape, tend à justifier même des affirmations ou des pratiques contraires à la Tradition ou ambiguës du point de vue doctrinal. Le cas du pontificat de François est emblématique : face à des documents comme Amoris Laetitia (2016), qui ouvre à des interprétations divergentes concernant la communion des divorcés remariés, ou à des événements comme le culte rendu à la Pachamama dans les jardins du Vatican lors du Synode amazonien (2019), beaucoup de catholiques se sont retrouvés démunis, incapables d’exercer ce sain discernement que la Tradition elle-même exige.
L’hypothèse que l’on entend développer ici est que ce papalisme absolutiste n’est pas le fruit direct de Vatican I, mais plutôt le résultat d’un “paraconcile” culturel et idéologique qui s’est déroulé parallèlement au concile, de manière analogue à ce qui s’est passé pour Vatican II. Si, dans le cas de Vatican II, on parle d’un paraconcile progressiste, responsable d’interprétations irénistes et sécularisantes, dans le cas de Vatican I, on pourrait parler d’un paraconcile ultramontain, qui a exagéré le primat romain jusqu’à le transformer, dans la conscience ecclésiale, en un pouvoir absolu non soumis à des limites de droit divin ou de Tradition.
L’objectif de ce texte est donc de reconstruire les origines historiques et culturelles de ce paraconcile de Vatican I, d’en analyser les conséquences dans l’Église contemporaine, et de proposer un modèle de fidélité droite au pontife romain, capable de conjuguer obéissance et discernement, à la lumière de la grande Tradition catholique.
- Vatican I et la véritable portée du dogme de l’infaillibilité
2.1 Le contexte historique et théologique
Le Concile Vatican I fut convoqué à une époque marquée par de fortes tensions politiques et culturelles : la chute du pouvoir temporel du pape, la montée du libéralisme sécularisant, et les défis posés par le rationalisme et le matérialisme à la foi catholique. Dans ce climat, le mouvement ultramontain se renforça, voyant dans la réaffirmation de l’autorité papale un rempart contre les dérives modernistes et nationalistes. Toutefois, le concile lui-même, tout en réaffirmant avec force le primat papal, adopta une définition théologiquement sobre et juridiquement limitée de l’infaillibilité.
2.2 La définition de l’infaillibilité papale
Le chapitre IV de Pastor Aeternus établit :
«Quand le Pontife romain parle ex cathedra, c’est-à-dire lorsqu’exerçant son office de pasteur et de docteur de tous les chrétiens, il définit par un acte définitif une doctrine concernant la foi ou les mœurs à tenir par l’Église universelle, il jouit, par l’assistance divine qui lui a été promise dans le bienheureux Pierre, de cette infaillibilité dont le divin Rédempteur a voulu que son Église soit dotée pour définir la doctrine concernant la foi ou les mœurs ; et donc de telles définitions du Pontife romain sont irréformables par elles-mêmes et non par le consentement de l’Église» (Denzinger-Hünermann, DH 3074).
La formule, soigneusement calibrée, délimite avec précision :
- Le sujet : le pape en tant que successeur de Pierre, non comme personne privée.
- Les conditions : exercice du munus petrinum, acte définitif concernant la foi ou la morale, adressé à toute l’Église.
- L’objet : la doctrine, non la discipline ou la pratique pastorale changeante.
2.3 Les interprétations prudentes de l’époque
Des théologiens de renom tels que Melchior Cano, bien avant le concile, avaient déjà mis en garde contre l’idée d’un pape solutus ab omni lege, soulignant que le pape lui-même est soumis à la Tradition et à la vérité de la foi (De locis theologicis, L.VI, c.8). Saint Thomas d’Aquin lui-même précisait :
«Le pape, en tant qu’homme privé, peut tomber dans l’hérésie, et donc être jugé par l’Église» (Summa Theologiae, II-II, q.39, a.1, ad 2).
Dans ce contexte, Vatican I n’innova pas la doctrine, mais la précisa, en renforçant le lien entre l’autorité pétrinienne et la conservation de la foi reçue.
3. Naissance et développement du papisme absolutiste post-conciliaire
Malgré la clarté et la sobriété théologique de la définition de l’infallibilité papale promulguée par le Vatican I, le climat culturel et politique de l’époque favorisa la naissance d’un paraconcile ultramontain, qui exagéra le sens du primat romain jusqu’à le transformer, dans la conscience ecclésiale, en une sorte de pouvoir absolu et incontestable du pape sur chaque domaine de la vie de l’Église.
3.1 Le contexte historique : la perte du pouvoir temporel
Le siège de Rome par les troupes italiennes et la chute des États pontificaux (20 septembre 1870) eurent lieu quelques mois après la définition du dogme de l’infaillibilité, accentuant la perception que le pape était encerclé par des ennemis extérieurs (libéralisme, franc-maçonnerie, nationalisme). Cette situation conduisit à une sorte de compensation symbolique : la perte du pouvoir politico-territorial fut remplacée par une accentuation spirituelle du pouvoir papal, non seulement dans la définition dogmatique, mais aussi dans la pratique ecclésiale.
3.2 Les ultramontains et le culte de la personnalité papale
Le mouvement ultramontain, qui soutint le dogme de l’infaillibilité papale en réponse au gallicanisme et au rationalisme, trouva parmi ses figures les plus marquantes Louis Veuillot (1813–1883), directeur de L’Univers, et Joseph de Maistre (1753–1821), théoricien de la monarchie papale absolue.
Veuillot, dans sa défense inlassable du pontificat contre toute tentative de limitation, écrivit :
«Je crois au pape, parce qu’il est le pape. S’il se trompe, je serai trompé avec lui» (L’Univers, 1860, cité dans Roberto de Mattei, Le Concile Vatican I. Une histoire jamais écrite, Lindau, 2018, p. 215).
Cette déclaration, poussée à l’extrême, illustre bien l’attitude ultramontaine selon laquelle l’obéissance aveugle au pape devient une valeur supérieure à la vérité objective elle-même.
Joseph de Maistre, pour sa part, théorisait un primat absolu du pape, perçu comme le seul rempart contre le chaos politique et spirituel :
«Tout gouvernement absolu a ses inconvénients : mais qu’on me dise ce qu’est un gouvernement sans force […] Le pape est la force incarnée dans le gouvernement religieux» (Du Pape, II.6, Lyon, 1819, p. 192).
Cette conception, bien au-delà de la doctrine catholique traditionnelle, préfigurait une théologie politique du papat qui deviendrait partie intégrante du paraconcile ultramontain.
3.3 La presse catholique et la construction de l’image du pape
Le renforcement de l’image du pape comme figure centrale et infaillible trouva un canal privilégié dans la presse catholique ultramontaine, qui contribua à créer un culte de la personnalité papale parmi les fidèles et le clergé. La figure de Pie IX devint le symbole de ce phénomène.
Comme le souligne John W. O’Malley :
«L’ultramontanisme promut une dévotion extraordinaire envers le pape en tant que personne, qui atteignit son apogée sous le pontificat de Pie IX, dont l’image fut diffusée dans chaque foyer catholique, presque comme une icône» (Vatican I: The Council and the Making of the Ultramontane Church, Harvard University Press, 2018, p. 262).
Cette hagiographie papale, renforcée par des photographies, lithographies et anecdotes, transforma le pape en un point focal émotionnel, contribuant à consolider l’idée d’une impeccabilité morale continue, bien au-delà des limites de la définition dogmatique.
Roberto de Mattei souligne que, dans le climat post-conciliaire :
«Le pape devint non seulement le guide doctrinal de l’Église, mais aussi le symbole identitaire de la résistance à la modernité, et cette fonction symbolique exigeait une image presque parfaite et incontestable» (Le Concile Vatican I, p. 517).
3.4 Vers une théologie du pape legibus solutus
Cette construction idéologique et médiatique mena, avec le temps, à une érosion progressive du sens de la Tradition comme limite objective à l’action papale, ouvrant la voie à une théologie implicite du pape legibus solutus (délivré de toute loi).
Klaus Schatz analyse ce développement :
«Après Vatican I, malgré la définition limitée de l’infaillibilité, se consolida dans la pratique une conception du primat papal qui étendait le pouvoir du pape à tous les domaines de la vie ecclésiale, réduisant le rôle des évêques et des églises locales» (Histoire du primat papal, Queriniana, 1995, p. 248).
Yves Congar mit également en garde contre cette hypertrophie du primat :
«Une des maladies de l’Église moderne a été l’hypertrophie du primat romain, qui a occulté la collégialité épiscopale et le sens de la Tradition comme limite au magistère» (L’Église: de saint Augustin à l’époque moderne, Cerf, 1970, p. 411).
Cette théologie déformée a contribué à ancrer l’idée, aujourd’hui difficile à déraciner, selon laquelle toute décision papale, même disciplinaire ou pastorale, serait indiscutable, étouffant ainsi l’espace du discernement critique.
- Les conséquences ecclésiales et psychologiques du papalisme absolutiste
Le papalisme absolutiste a profondément marqué la psychologie ecclésiale des fidèles et des pasteurs, générant des attitudes d’obéissance aveugle, de passivité critique et de confusion théologique quant à la nature de l’autorité papale.
4.1 L’infantilisation des fidèles
Un des effets les plus profonds et pervasifs du papalisme absolutiste est ce que l’on peut définir comme une infantilisation spirituelle du corps ecclésial, c’est-à-dire la suspension du jugement personnel des fidèles et du clergé face aux paroles et aux actes du pape, perçus comme indiscutables en toute circonstance. Ce processus a progressivement réduit la capacité des chrétiens à exercer leur discernement théologique et moral, le remplaçant par une obéissance fidéiste et automatique.
Le phénomène ne découle pas du dogme de l’infaillibilité papale, qui, comme nous l’avons vu, est circonscrit à des conditions spécifiques, mais de la réception déformée de ce dogme, qui a fini par projeter une aura d’infaillibilité continue et omniprésente sur la figure du pape.
Joseph Ratzinger avait déjà signalé ce risque :
«La foi se fonde non sur le pape, mais sur le Christ ; le pape a la mission de garder cette foi, non de s’y substituer» (La conscience et la vérité, dans Église, œcuménisme et politique, Jaca Book, 1987, p. 27).
L’avertissement de Ratzinger met en lumière la dérive psychologique qui survient lorsque la figure du pape est perçue non comme le garant de la foi reçue, mais comme une source indépendante de vérité, capable de régir tous les aspects de la vie ecclésiale sans limite extérieure.
4.2 La paralysie du discernement théologique
L’effet le plus direct et immédiat de l’infantilisation spirituelle décrite précédemment est la paralysie du discernement théologique, c’est-à-dire l’incapacité de distinguer entre les différents niveaux d’autorité du magistère, traitant chaque parole du pape comme normative au sens absolu.
Le document Donum Veritatis (1990), publié par la Congrégation pour la Doctrine de la Foi sous la présidence du cardinal Joseph Ratzinger, offre un cadre clair pour comprendre les degrés d’autorité du magistère. Il affirme :
«Tout l’enseignement du magistère n’a pas le même degré d’autorité. […] Il revient aux théologiens de discerner et de faire discerner aux fidèles le poids de chaque enseignement» (Donum Veritatis, n. 17).
Pourtant, dans la pratique ecclésiale postconciliaire, cette distinction a souvent été occultée par le climat papaliste, qui suppose que toute déclaration papale (même dans des contextes non doctrinaux, comme des interviews ou des documents pastoraux) doive être acceptée sans réserve. Cela a conduit à une absence de débat théologique et à la diabolisation du dissentiment, même lorsqu’il s’exprime de manière respectueuse et argumentée.
4.3 La déformation de la vertu d’obéissance
L’obéissance est une vertu centrale dans la tradition catholique, mais elle n’est jamais aveugle : elle est ordonnée à la vérité et à la justice. Le papalisme absolutiste, cependant, a progressivement déformé le sens authentique de cette vertu, promouvant une obéissance absolue à la personne du pape, même dans des domaines non doctrinaux ou contraires à la Tradition, obscurcissant ainsi la finalité même de l’obéissance chrétienne.
Déjà saint Thomas d’Aquin précise les limites structurelles de l’obéissance, affirmant qu’elle cesse d’être une vertu lorsqu’elle s’oppose à la loi divine :
«On doit obéir aux supérieurs dans les limites de leur autorité : s’ils commandent des choses contraires à Dieu, il ne faut pas leur obéir» (Summa Theologiae, II-II, q.104, a.5).
Cette conception a été reprise par Melchior Cano, théologien dominicain du XVIe siècle, qui avertissait :
«Celui qui défend le pape contre le pape lui-même, contre son opinion erronée et contre la Tradition, est le véritable défenseur du pape» (De locis theologicis, L.VI, c.8).
La déformation moderne de la vertu d’obéissance naît d’une conception erronée de l’autorité, réduite à la volonté souveraine du supérieur, indépendamment des limites de la loi naturelle et de la Révélation. Cette vision a favorisé l’émergence de ce que Yves Congar qualifiait de mentalité autoritaire et cléricale :
«Il s’est répandu dans l’Église une obéissance non à la vérité, mais à la fonction ; une soumission à la volonté de celui qui gouverne, plutôt qu’à la justice que ce gouvernement doit servir» (Pour une Église servante et pauvre, Cerf, 1963, p. 78).
4.4 Conséquences pratiques : les cas récents
Les dynamiques d’infantilisation et de déformation de l’obéissance décrites précédemment ne sont pas des phénomènes abstraits, mais ont eu des conséquences concrètes et visibles dans la vie de l’Église ces dernières années. Ces dynamiques se sont manifestées de manière évidente dans trois épisodes clés du pontificat du pape François : la publication d’Amoris Laetitia (2016), le culte de la Pachamama (2019) et la promulgation de Traditionis Custodes (2021).
4.4.1 Le cas d’Amoris Laetitia (2016)
Avec l’exhortation apostolique Amoris Laetitia, et en particulier avec son controversé chapitre VIII, François a ouvert la possibilité pour les divorcés remariés d’accéder aux sacrements dans certaines circonstances, laissant place à des interprétations divergentes entre les conférences épiscopales (comme en Allemagne et en Argentine) et d’autres plus restrictives (comme en Pologne). Le refus de répondre clairement aux Dubia présentés par les cardinaux Burke, Caffarra, Meisner et Brandmüller a accentué une situation d’ambiguïté doctrinale.
Le cardinal Gerhard Müller, ancien préfet de la Congrégation pour la Doctrine de la Foi, a observé :
«L’enseignement moral de l’Église ne peut être l’objet de compromis locaux. […] Le silence du pape sur les Dubia a contribué à accroître la confusion et la division» (Entretien à Il Timone, 2017).
Cette situation démontre comment la paralysie du discernement théologique et la culture de l’obéissance aveugle ont empêché une discussion franche et ordonnée, générant des tensions dans la communion ecclésiale.
4.4.2 Le culte de la Pachamama (2019)
Lors du Synode pour l’Amazonie, plusieurs statues de la Pachamama, divinité païenne des populations andines, furent vénérées dans les jardins du Vatican. Malgré le caractère ouvertement idolâtre du rite, le pape François non seulement défendit l’événement, mais le justifia comme une expression culturelle.
Le cardinal Walter Brandmüller, historien de l’Église, commenta :
«Jamais dans l’histoire de l’Église on n’avait toléré un culte idolâtre au sein des enceintes sacrées. […] C’est un abus qui crie vengeance au ciel» (Déclaration publique, 2019).
La réaction acritique de nombreux ecclésiastiques, prompts à justifier ou minimiser l’événement au nom de l’obéissance papale, démontre jusqu’à quel point l’infantilisation spirituelle a neutralisé la capacité de résistance critique, même face à des gestes objectivement scandaleux.
4.4.3 Traditionis Custodes (2021)
Avec le motu proprio Traditionis Custodes, le pape François a sévèrement limité l’usage de la liturgie traditionnelle (missel de 1962), malgré le Summorum Pontificum de Benoît XVI (2007) qui en avait reconnu la valeur dans la vie de l’Église. Cette décision a engendré souffrance et désarroi chez de nombreux fidèles et prêtres, mais les possibilités d’exprimer des doutes ou des réserves furent drastiquement réduites par le climat du papalisme absolutiste.
Le cardinal Raymond Burke exprima une réserve théologique significative :
«Aucun pape n’a le pouvoir d’abolir la forme traditionnelle de la liturgie, car elle appartient à la Tradition vivante de l’Église. Les restrictions imposées constituent un abus du pouvoir papal» (Déclaration publique, 2021).
Ces épisodes montrent comment le papalisme absolutiste a étouffé toute forme de résistance fraternelle, empêchant le corps ecclésial d’exercer cette vigilance critique qui fait partie intégrante de la fidélité authentique à l’Église. Ce modèle de gestion verticale et autoritaire a non seulement généré division et confusion, mais a contribué à la perte progressive de confiance de nombreux fidèles envers la hiérarchie ecclésiale.
- Proposition pour une fidélité droite au pape : fidélité critique et traditionnelle
5.1 Le modèle patristique et thomiste
La Tradition catholique offre de nombreux exemples de fidélité critique qui ne contredit pas l’unité ecclésiale, mais au contraire la renforce en l’enracinant dans la vérité évangélique et la Tradition reçue. Le cas le plus emblématique est la résistance de saint Paul à saint Pierre à Antioche (Ga 2,11), lorsque Pierre, bien qu’étant le premier des apôtres, se comporta de manière incohérente par rapport à la vérité de l’Évangile, et fut corrigé publiquement :
«Quand Céphas vint à Antioche, je lui résistai en face, parce qu’il était répréhensible» (Ga 2,11).
5.2 La distinction entre magistère infaillible, authentique et pastoral
Pour exercer correctement cette fidélité critique, il est indispensable de reconnaître la diversité des niveaux du magistère, concept rappelé tant dans le Code de Droit Canonique que dans Donum Veritatis (1990).
Le Code de Droit Canonique, au canon 752, distingue clairement entre magistère infaillible et magistère authentique non infaillible :
«Ce n’est pas seulement lorsque le Pontife romain ou le Collège des évêques proclament une doctrine de manière définitive que les fidèles sont tenus de donner leur assentiment de foi. Ils doivent également donner un assentiment religieux de l’intelligence et de la volonté au magistère authentique du Pontife romain ou du Collège des évêques, même si ce n’est pas une définition infaillible».
Cette distinction est approfondie dans Donum Veritatis, qui clarifie la nécessité de discerner le poids de chaque enseignement :
«Le magistère des pasteurs de l’Église ne s’exprime pas toujours par des définitions dogmatiques, mais aussi par des enseignements ordinaires qui nécessitent un assentiment proportionné à leur autorité et à la matière traitée» (Donum Veritatis, n. 17).
Ce document reconnaît explicitement la possibilité, dans des cas graves et bien motivés, d’exprimer un dissentiment respectueux :
«Un théologien peut se sentir obligé, en conscience, de dissenter intérieurement d’un enseignement non infaillible du magistère» (Donum Veritatis, n. 24).
Cette discipline du discernement est fondamentale pour éviter que toute expression papale ne soit prise pour un dogme, contribuant ainsi à préserver la maturité théologique et spirituelle de l’Église.
5.3 La fidélité comme vigilance et amour de la Tradition
La véritable fidélité au pape ne consiste pas en une soumission aveugle, mais en une vigilance critique, enracinée dans l’amour de la Tradition et dans la vérité de l’Évangile. Comme l’a écrit Joseph Ratzinger :
«La véritable obéissance à l’Église consiste dans la fidélité à sa foi de toujours ; le pape lui-même n’est pas au-dessus de cette foi, mais son premier serviteur» (Rapport sur la foi, Éditions Fayard, 1985, p. 62).
Cette vision rappelle celle de saint Vincent de Lérins, qui au Ve siècle établissait le critère de la fidélité à la Tradition universelle comme mesure de l’orthodoxie :
«Il faut suivre ce qui a été cru partout, toujours, par tous» (Commonitorium, c. 2).
Dans le contexte contemporain, ce principe a été réaffirmé par le cardinal Joseph Zen, qui en plusieurs occasions a exprimé une résistance critique envers les choix diplomatiques du Vatican, notamment en matière de relations avec la Chine, sans jamais nier le primat du pape, mais en revendiquant le droit-devoir de défendre la foi reçue :
«Quand le pape commet des erreurs humaines, il ne cesse pas d’être pape, mais nous ne cessons pas non plus d’être fidèles et responsables de la foi» (J. Zen, Lettre ouverte, 2019).
Cette conception de la fidélité comme vigilance représente l’antidote à l’infantilisation ecclésiale et au papalisme absolutiste, rappelant l’Église à la maturité de la conscience et à la coresponsabilité dans la garde de la vérité.
5.4 Une leçon de François : l’excès comme révélation
Paradoxalement, le pontificat de François, bien que marqué par des ambiguïtés doctrinales et des décisions pastorales clivantes, a eu pour effet de révéler et de remettre en question les racines du papalisme absolutiste, obligeant de nombreux catholiques à redécouvrir la nécessité du discernement critique envers l’autorité papale.
À cet égard, le cardinal Walter Brandmüller a déclaré :
«La crise ecclésiale actuelle a montré que tout ce qui vient de Rome ne mérite pas une acceptation sans discussion ; il est urgent de redécouvrir le rôle de la Tradition comme critère de vérité» (Déclaration publique, 2020).
De même, le théologien Thomas Weinandy, en référence aux excès pastoraux de François, affirme :
«Paradoxalement, ce pontificat nous contraint à retrouver la véritable nature du ministère pétrinien, qui n’est pas un absolutisme souverain, mais un humble service à la foi reçue» (Lettre ouverte, 2017).
Cette expérience ecclésiale traumatique, si d’un côté elle a accentué les divisions et bouleversé de nombreuses consciences, a de l’autre stimulé un retour à la Tradition, encourageant de nombreux théologiens, évêques et laïcs à réévaluer les limites et les conditions du magistère papal. En ce sens, on peut dire que le pontificat de François a involontairement exercé une fonction purificatrice, dévoilant les dérives du papalisme conciliaire.
Comme le note Roberto de Mattei :
«Le pontificat de François a rendu manifeste l’hypertrophie du primat romain, obligeant de nombreux catholiques à redécouvrir la distinction entre l’office de Pierre et la personne du pape» (Apologie de la Tradition, Solfanelli, 2020, p. 198).
On peut donc conclure que l’un des effets positifs, bien que paradoxaux, de ce pontificat a été de contraindre l’Église à affronter ses propres déformations culturelles, stimulant une réforme intérieure du concept même de fidélité au pape. Ainsi, le papalisme absolutiste, fruit du paraconcile ultramontain de Vatican I, trouve aujourd’hui sa déconstruction pratique, ouvrant la voie à une restauration de l’équilibre entre primat et collégialité, entre fidélité et discernement.
The Absolutist Papalism: Outcome of the Ultramontane Paraconcilium of Vatican I and Obstacle to the Rightful Fidelity to the Roman Pontiff
- Introduction: The Problem of Papalism in the Contemporary Church
The current ecclesial crisis, particularly evident during the papacy of Pope Francis, has brought to the attention of theologians and the faithful an issue that had long remained under the surface: the difficulty, for many Catholics, of distinguishing between the defined infallibility of the Roman Pontiff and a sort of perceived infallibility that grants the pope almost absolute authority over every aspect of the Church’s life. This phenomenon, which can be defined as absolutist papalism, is rooted not so much in the documents of the First Vatican Council, but in their distorted reception, fueled by historical, cultural, and political contingencies.
Indeed, if we consider the dogma of papal infallibility defined by Vatican I in 1870, its scope is clearly delimited and circumscribed: the pope is infallible only when, speaking ex cathedra, he defines a doctrine of faith or morals to be held by the whole universal Church (Denzinger-Hünermann, DH 3074–3075). However, in the subsequent ecclesial practice, there has been a psychological overextension of this dogma, transforming the pope into a kind of permanent infallible oracle, even outside the rigorous conditions established by the council.
This absolutist form of papalism has had deleterious effects on the critical capacity of the faithful and the clergy, generating a mentality of blind obedience that, in the name of loyalty to the pope, tends to justify even statements or practices contrary to Tradition or ambiguous from a doctrinal point of view. The case of Pope Francis’ pontificate is emblematic: faced with documents like *Amoris Laetitia* (2016), which opens up divergent interpretations on communion for the divorced and remarried, or events like the worship of Pachamama in the Vatican gardens during the Amazon Synod (2019), many Catholics have found themselves disarmed, unable to exercise that healthy discernment that Tradition itself demands.
The hypothesis we intend to develop here is that this absolutist papalism is not the direct result of Vatican I, but rather the outcome of a “paracouncil” of cultural and ideological nature that took place alongside the council, analogous to what happened with Vatican II. While in the case of Vatican II we speak of a progressive paracouncil, responsible for irenist and secularizing interpretations, in the case of Vatican I we could speak of an ultramontane paracouncil, which exacerbated the Roman primacy to the point of transforming it, in the ecclesial consciousness, into an absolute power not subject to divine law or Tradition’s limits.
The objective of this essay is, therefore, to reconstruct the historical and cultural origins of this Vatican I paracouncil, analyze its consequences in the contemporary Church, and propose a model of right loyalty to the papacy that combines obedience and discernment, in light of the great Catholic Tradition.
- The First Vatican Council and the True Scope of the Dogma of Infallibility
2.1 The Historical and Theological Context
The First Vatican Council was convened during a period marked by intense political and cultural tensions: the collapse of the papal temporal power, the rise of secularizing liberalism, and the challenges posed by rationalism and materialism to the Catholic faith. In this climate, the ultramontane movement strengthened, seeing the reaffirmation of papal authority as a bulwark against modernist and nationalist drifts. However, the council itself, while reaffirming papal primacy strongly, adopted a theologically sober and legally limited definition of infallibility.
2.2 The Definition of Papal Infallibility
Chapter IV of *Pastor Aeternus* establishes:
“When the Roman Pontiff speaks ex cathedra, that is, when, exercising his office as pastor and teacher of all Christians, he defines definitively a doctrine concerning faith or morals to be held by the universal Church, he enjoys, by the divine assistance promised him in the blessed Peter, that infallibility with which the Divine Redeemer willed that his Church should be endowed in defining doctrine concerning faith or morals; and therefore such definitions of the Roman Pontiff are irreformable of themselves and not by virtue of the consent of the Church” (Denzinger-Hünermann, DH 3074).
The formula, carefully calibrated, precisely delimits:
- The subject: the pope as the successor of Peter, not as a private person.
- The conditions: exercise of the Petrine office, definitive act on faith or morals, directed to the whole Church.
- The object: doctrine, not discipline or mutable pastoral practice.
2.3 The Prudential Interpretations of the Time
Authoritative theologians like Melchior Cano, well before the council, had already warned against the idea of a pope solutus ab omni lege, emphasizing that the pope himself is subject to Tradition and the truth of faith (*De locis theologicis*, L.VI, c.8). Even St. Thomas Aquinas clarified that:
“The pope, as a private man, can fall into heresy, and therefore be judged by the Church” (*Summa Theologiae*, II-II, q.39, a.1, ad 2).
In this context, Vatican I did not innovate doctrine but rather clarified it, strengthening the link between papal authority and the preservation of the faith received.
- The Birth and Development of Post-Council Absolutist Papalism
Despite the clarity and theological sobriety of the definition of papal infallibility promulgated by Vatican I, the cultural and political climate of the time favored the rise of an ultramontane paracouncil, which exaggerated the meaning of Roman primacy to the point of transforming it, in the ecclesial consciousness, into an absolute and unchallenged power of the pope over every area of Church life.
3.1 The Historical Context: The Loss of Temporal Power
The siege of Rome by Italian troops and the fall of the Papal States (September 20, 1870) occurred just months after the definition of the dogma of infallibility, accentuating the perception that the pope was surrounded by external enemies (liberalism, masonry, nationalism). This situation led to a sort of symbolic compensation: the loss of political-territorial power was replaced by a spiritual enhancement of papal power, not only in the dogmatic definition but also in ecclesial practice.
3.2 The Ultramontanes and the Cult of Papal Personality
The ultramontane movement, which supported the dogma of papal infallibility as a response to Gallicanism and rationalism, found among its most prominent figures Louis Veuillot (1813–1883), director of *L’Univers*, and Joseph de Maistre (1753–1821), theorist of absolute papal monarchy.
Veuillot, in his tireless defense of the papacy against any attempt at limitation, wrote:
“I believe in the pope, because he is the pope. If he errs, I will be deceived with him” (*L’Univers*, 1860, quoted in Roberto de Mattei, *Il Concilio Vaticano I. Una storia mai scritta*, Lindau, 2018, p. 215).
This statement, brought to its extreme, expresses well the ultramontane attitude where blind obedience to the pope becomes a higher value than even objective truth.
Joseph de Maistre, for his part, theorized an absolute papal primacy, regarded as the sole bulwark against political and spiritual chaos:
“Every absolute government has its disadvantages: but tell me what a government without power is […] The pope is the force incarnate in religious government” (*Du Pape*, II.6, Lyon, 1819, p. 192).
This conception, well beyond traditional Catholic doctrine, foreshadowed a political theology of the papacy that would become part of the ultramontane paracouncil.
3.3 Catholic Press and the Construction of the Papal Image
The strengthening of the pope’s image as a central and infallible figure found a privileged channel in the ultramontane Catholic press, which contributed to creating a cult of papal personality among both the laity and clergy. The figure of Pius IX became symbolic of this phenomenon.
As noted by John W. O’Malley:
“Ultramontanism promoted an extraordinary devotion to the pope as a person, which reached its peak during the papacy of Pius IX, whose image was distributed in every Catholic home, almost as if it were an icon” (*Vatican I: The Council and the Making of the Ultramontane Church*, Harvard University Press, 2018, p. 262).
This papal hagiography, reinforced by photographs, lithographs, and anecdotes, transformed the pope into an emotional focal point, helping to consolidate the idea of continuous moral impeccability, well beyond the limits of the dogmatic definition.
Roberto de Mattei emphasizes how, in the climate following the council:
“The pope became not only the doctrinal guide of the Church but the identity symbol of resistance to modernity, and this symbolic function required an almost perfect and unquestionable image” (*Il Concilio Vaticano I*, p. 517).
3.4 Toward a Theology of the Pope Legibus Solutus
This ideological and media construction led, over time, to a gradual erosion of the sense of Tradition as an objective limit on papal action, opening the way for an implicit theology of the pope legibus solutus (above all law).
Klaus Schatz analyzes this development:
“After Vatican I, despite the limited definition of infallibility, a conception of papal primacy that extended the pope’s power over every area of ecclesial life consolidated in practice, reducing the role of bishops and local churches” (*Storia del primato papale*, Queriniana, 1995, p. 248).
Yves Congar also warned against this hypertrophy of primacy:
“One of the diseases of the modern Church has been the hypertrophy of Roman primacy, which has obscured episcopal collegiality and the sense of Tradition as a limit to the magisterium” (*L’Église: de saint Augustin à l’époque moderne*, Cerf, 1970, p. 411).
This distorted theology has contributed to rooting the idea, now difficult to uproot, that every papal decision, even disciplinary or pastoral, is indisputable, suffocating the space for critical discernment.
- Ecclesial and Psychological Consequences of Absolutist Papalism
Absolutist papalism has deeply affected the ecclesial psychology of both the faithful and the pastors, generating attitudes of blind obedience, critical passivity, and theological confusion regarding the nature of papal authority.
4.1 The Infantilization of the Faithful
One of the most profound and pervasive effects of absolutist papalism is what can be defined as the spiritual infantilization of the ecclesial body, that is, the suspension of the personal judgment of the faithful and the clergy towards the words and acts of the pope, perceived as indisputable in every circumstance. This process has gradually reduced the capacity of Christians to exercise their theological and moral discernment, replacing it with an automatic fideistic obedience.
The phenomenon does not arise from the dogma of papal infallibility, which, as we have seen, is limited to specific conditions, but from the distorted reception of this dogma, which has ended up projecting a continuous and omnipresent aura of infallibility onto the figure of the pope.
Joseph Ratzinger had already pointed out this risk:
“Faith is founded not on the pope, but on Christ; the pope has the task of safeguarding this faith, not of substituting himself for it” (*La coscienza e la verità*, in *Chiesa, ecumenismo e politica*, Jaca Book, 1987, p. 27).
The alarm raised by Ratzinger highlights the psychological drift that occurs when the figure of the pope is perceived not as the guarantor of the received faith, but as an independent source of truth, capable of guiding every aspect of ecclesial life without external limits.
Theologian Thomas Pink delves into this dynamic, describing how the confusion between defined infallibility and blind obedience to any papal manifestation has produced widespread spiritual passivity:
“The error lies not so much in the definition of infallibility, but in transforming it into a principle of automatic obedience, which infantilizes the faithful and nullifies personal discernment” (*Authority and Obedience in the Church*, in *New Blackfriars*, vol. 99, 2018, p. 360).
This automatic obedience was not foreseen by Catholic doctrine, which instead recognizes the need for the rational and responsible consent of the faithful to the Church’s teaching. John Henry Newman, already in the 19th century, warned against excessive deference to the non-infallible magisterium, emphasizing that the Church is ordered to the formation of a rational and living faith, not blind submission:
“The Church is not made to produce blind submission, but a rational and living faith. Not everything that comes from Rome is binding to the same degree” (*Letter to the Duke of Norfolk*, 1875, chap. 5).
Finally, on a psychological and moral level, theologian and psychologist Georges Chantraine described the moral infantilism effect produced by this mentality:
“Where the various levels of the magisterium are not distinguished, moral infantilism is generated: conscience feels exempt from personal judgment and relies on an external authority as the only criterion” (*Psychologie et autorité dans l’Église*, Cerf, 1992, p. 145).
The resulting derealization leads the faithful to delegate their conscience entirely to the pope, abdicating their discernment function, which is, however, an essential element of Christian maturity. This infantilism not only weakens individual spiritual life but also suffocates the intellectual vitality of the Church, preventing the circulation of ideas and theological dialogue regarding the various levels of magisterium and their implications.
This prepares the ground for what, in the next section, will be defined as the paralysis of theological discernment, a phenomenon closely linked to the systemic infantilization of ecclesial conscience.
4.2 The Paralysis of Theological Discernment
The most direct and immediate effect of the spiritual infantilization described in the previous section is the paralysis of theological discernment, that is, the inability to distinguish between the different levels of magisterial authority, treating every word of the pope as absolutely normative.
The document *Donum Veritatis* (1990), published by the Congregation for the Doctrine of the Faith under the presidency of Cardinal Joseph Ratzinger, offers a clear framework for understanding the levels of magisterial authority. It states:
“Not all magisterial teaching carries the same level of authority. […] It is the task of theologians to discern and help the faithful discern the weight of each teaching” (*Donum Veritatis*, n. 17).
However, in post-conciliar ecclesial practice, this distinction has often been suppressed by the papalist climate, which assumes that any papal statement (even in non-doctrinal contexts, such as interviews or pastoral documents) must be accepted without reservation. This has led to the lack of theological debate and the demonization of dissent, even when it is expressed respectfully and thoughtfully.
An emblematic example of this paralysis is the case of the Dubia presented by four cardinals (Burke, Caffarra, Meisner, Brandmüller) to Pope Francis in 2016, after the publication of *Amoris Laetitia*. They sought clarification on fundamental doctrinal issues (such as the indissolubility of marriage), but the pope refused any response, while some ecclesiastical circles labeled the cardinals as rebels or enemies of the pope.
Theologian Thomas Weinandy, in an open letter to the pope, denounced precisely this suffocating paralysis of ecclesial debate:
“Today, a theologian cannot even express well-founded theological doubts without being accused of being an enemy of the pope. This suffocates critical spirit and prevents the truth from emerging” (T. Weinandy, *Open Letter to Pope Francis*, 2017).
This theological paralysis, generated by the confusion of magisterial levels, leads to the concentration of interpretative power in the hands of the pope, making his will the only operative norm, while the *sensus fidei fidelium*, a fundamental principle in the Tradition of the Church, is ignored or diminished. As Newman reminds us:
“The faithful are not mere passive receivers of the truth, but active participants in its preservation and transmission” (*On Consulting the Faithful in Matters of Doctrine*, 1859, chap. 2).
4.3 The Distortion of the Virtue of Obedience
Obedience is a central virtue in the Catholic tradition, but it is never blind: it is ordered to truth and justice. Absolutist papalism, however, has progressively distorted the true sense of this virtue, promoting absolute obedience to the person of the pope even in non-doctrinal areas or even against Tradition, thus obscuring the very purpose of Christian obedience.
Already St. Thomas Aquinas clarified the structural limits of obedience, stating that it ceases to be a virtue when it opposes divine law:
“One must obey superiors within the limits of their authority: if they command things contrary to God, one must not obey” (*Summa Theologiae*, II-II, q.104, a.5).
This position was also taken up by Melchior Cano, a 16th-century Dominican theologian, who warned:
“Whoever defends the pope against the pope himself, his erroneous opinion against Tradition, is the true defender of the pope” (*De locis theologicis*, L.VI, c.8).
The modern distortion of the virtue of obedience, on the other hand, arises from a wrong conception of authority that reduces it to the sovereign will of the superior, regardless of the limits of natural law and revealed Tradition. This view has fostered the rise of what Yves Congar defined as an authoritarian and clericalist mentality:
“An obedience has spread in the Church not to the truth, but to the function; a submission to the will of those in power, rather than to the justice that this power should serve” (*Pour une Église servante et pauvre*, Cerf, 1963, p. 78).
The Congregation for the Doctrine of the Faith, in *Donum Veritatis* (1990), reaffirms this principle, emphasizing that even non-infallible magisterium requires religious submission of intellect and will, but this submission is not blind and can include forms of respectful reserve or doubt:
“There are cases where a theologian, in conscience, may feel the need to dissent from a non-infallible teaching of the magisterium” (*Donum Veritatis*, n. 24).
However, absolutist papalism has reduced obedience to mere execution of papal will, with no space for moral discernment and personal conscience, transforming the Christian virtue of obedience into a form of clerical servility. This distortion has contributed to stifling legitimate requests for fraternal resistance, which St. Paul himself exemplifies by opposing Peter at Antioch (Gal 2,11).
This systemic deviation has not only moral implications, but it has also contributed to creating an ecclesial culture of conformity, in which any request for clarification or respectful resistance is seen as an attack on the unity of the Church, rather than as a manifestation of ecclesial co-responsibility.
4.4 Practical Consequences: Recent Cases
The dynamics of infantilization and distortion of obedience described in the previous sections are not abstract phenomena, but have had concrete and visible consequences in the life of the Church in recent years. These dynamics have been clearly manifested in three key episodes of Pope Francis’ pontificate: the publication of *Amoris Laetitia* (2016), the worship of Pachamama (2019), and the issuance of *Traditionis Custodes* (2021).
4.4.1 The Case of *Amoris Laetitia* (2016)
With the apostolic exhortation *Amoris Laetitia*, and particularly with the controversial Chapter VIII, Francis opened the possibility for divorced and remarried individuals to access the sacraments under certain circumstances, leaving room for divergent interpretations among episcopal conferences (such as in Germany and Argentina) and more restrictive ones (such as in Poland). The lack of a clear response to the Dubia of Cardinals Burke, Caffarra, Meisner, and Brandmüller has accentuated a situation of doctrinal ambiguity.
Cardinal Gerhard Müller, former Prefect of the Congregation for the Doctrine of the Faith, observed:
“The moral teaching of the Church cannot be the subject of local compromises. […] The pope’s silence on the Dubia has contributed to increasing confusion and division” (Interview in *Il Timone*, 2017).
This situation demonstrates how the paralysis of theological discernment and the culture of blind obedience have prevented honest and orderly discussion, generating tensions within ecclesial communion.
4.4.2 The Worship of Pachamama (2019)
During the Synod for the Amazon, some statues of Pachamama, a pagan deity of Andean populations, were venerated in the Vatican gardens. Despite the openly idolatrous nature of the rite, Pope Francis not only defended the event but justified it as a cultural expression.
Cardinal Walter Brandmüller, a Church historian, commented:
“Never in the history of the Church has an idolatrous cult been tolerated within sacred precincts. […] This is an abuse that cries to heaven” (Public Statement, 2019).
The uncritical reaction of many ecclesiastics, ready to justify or minimize the event in the name of papal obedience, demonstrates how far spiritual infantilization has neutralized the capacity for critical resistance, even in the face of objectively scandalous gestures.
4.4.3 *Traditionis Custodes* (2021)
With the motu proprio *Traditionis Custodes*, Pope Francis severely limited the use of the traditional liturgy (1962 Missal), despite *Summorum Pontificum* by Benedict XVI (2007) recognizing its value in the life of the Church. The decision has caused suffering and dismay among many faithful and priests, but the possibilities for expressing doubts or reservations were drastically reduced by the climate of absolutist papalism.
Cardinal Raymond Burke expressed a significant theological reservation:
“No pope has the power to abolish the traditional form of the liturgy, because it belongs to the living Tradition of the Church. The restrictions imposed are an abuse of papal power” (Public Statement, 2021).
In these episodes, we see how absolutist papalism has suffocated all forms of fraternal resistance, preventing the ecclesial body from exercising the critical vigilance that is an integral part of true loyalty to the Church. This model of vertical and authoritarian management not only caused division but also contributed to the progressive loss of trust in the ecclesiastical hierarchy among many of the faithful.
- Proposal for Right Loyalty to the Pope: Critical and Traditional Loyalty
5.1 The Patristic and Thomistic Model
The Catholic Tradition offers numerous examples of critical loyalty that do not contradict ecclesial unity but rather strengthen it, grounding it in the evangelical truth and the received Tradition. The most emblematic case is St. Paul’s resistance to St. Peter at Antioch (Gal 2:11), when Peter, despite being the first among the apostles, behaved inconsistently with the truth of the Gospel and was publicly corrected:
“When Cephas came to Antioch, I opposed him to his face, because he was to be blamed” (Gal 2:11).
This episode has been consistently interpreted in the patristic tradition as justifying fraternal correction, even towards ecclesiastical superiors, if they deviate from the truth. St. Thomas Aquinas, commenting on the episode in the Catena Aurea, emphasizes that charity towards truth and souls requires, in certain cases, resisting even superiors:
“There are cases in which it is necessary to openly resist superiors, for the common good and the defense of the truth” (*Super Epistolam ad Galatas*, cap. 2, lectio 3).
Moreover, in the *Summa Theologiae*, Thomas clearly establishes that the pope is subject to divine law and cannot act above it:
“The pope is bound by faith and divine law, so if he orders something contrary to them, he should not be obeyed” (*Summa Theologiae*, II-II, q.33, a.4 ad 2).
This Thomistic view is crucial to understanding that papal authority is not arbitrary power, but a *munus* bound to Tradition and divine law. Critical loyalty is not rebellion, but the safeguarding of ecclesial communion grounded in truth.
5.2 The Distinction Between Infallible, Authentic, and Pastoral Magisterium
To exercise this critical loyalty properly, it is essential to recognize the diversity of levels in the magisterium, a concept reaffirmed both in the *Code of Canon Law* and in *Donum Veritatis* (1990).
The *Code of Canon Law*, at canon 752, clearly distinguishes between the infallible magisterium and the authentic non-infallible magisterium:
“It is not only when the Roman Pontiff or the College of Bishops proclaim a doctrine definitively that the faithful are bound to offer a faith assent. They must offer a religious submission of mind and will even to the authentic magisterium of the Roman Pontiff or the College of Bishops, even when it is not an infallible definition.”
This distinction is further developed in *Donum Veritatis*, which clarifies the need to discern the weight of each teaching:
“The magisterium of the Church’s pastors is not always expressed through dogmatic definitions, but also through ordinary teachings that require a submission proportionate to their authority and the matter addressed” (*Donum Veritatis*, n. 17).
This document explicitly recognizes the possibility, in grave and well-motivated cases, to express respectful dissent:
“A theologian may feel, in conscience, obliged to dissent internally from a non-infallible teaching of the magisterium” (*Donum Veritatis*, n. 24).
This discipline of discernment is essential to prevent every papal expression from being assumed as dogma, thereby preserving the theological and spiritual maturity of the Church.
5.3 Fidelity as Vigilance and Love for Tradition
True fidelity to the pope is not blind submission, but critical vigilance, rooted in love for Tradition and the truth of the Gospel. As Joseph Ratzinger wrote:
“True obedience to the Church consists in fidelity to her always-constant faith; the pope himself is not above this faith, but its first servant” (*Rapporto sulla fede*, San Paolo, 1985, p. 62).
This vision echoes that of St. Vincent of Lerins, who in the 5th century established the criterion of fidelity to the universal Tradition as a measure of orthodoxy:
“We must follow what has been believed everywhere, always, by all” (*Commonitorium*, c. 2).
In the contemporary context, this principle has been reaffirmed by Cardinal Joseph Zen, who on several occasions expressed critical resistance to the Vatican’s diplomatic choices, especially regarding relations with China, without ever denying the primacy of the pope, but claiming the right-duty to defend the received faith:
“When the pope makes human errors, he does not cease to be the pope, but we do not cease to be faithful and responsible for the faith” (J. Zen, *Open Letter*, 2019).
This concept of fidelity as vigilance represents the antidote to ecclesial infantilization and absolutist papalism, calling the Church to maturity of conscience and co-responsibility in safeguarding the truth.
5.4 A Lesson from Francis: Excess as Revelation
Paradoxically, the papacy of Francis, despite doctrinal ambiguities and divisive pastoral decisions, has had the effect of revealing and questioning the roots of absolutist papalism, forcing many Catholics to rediscover the need for critical discernment in relation to papal authority.
In this sense, Cardinal Walter Brandmüller stated:
“The current ecclesial crisis has shown that not everything coming from Rome deserves to be accepted without discussion; it is urgent to rediscover the role of Tradition as the criterion of truth” (Public Statement, 2020).
Similarly, theologian Thomas Weinandy, referring to the pastoral excesses of Francis, states:
“Paradoxically, this papacy forces us to recover the true nature of the Petrine ministry, which is not sovereign absolutism, but humble service to the received faith” (*Open Letter*, 2017).
This traumatic ecclesial experience, while accentuating divisions and unsettling many consciences, has also stimulated a return to Tradition, encouraging many theologians, bishops, and laity to reevaluate the limits and conditions of papal magisterium. In this sense, we can say that the papacy of Francis has unintentionally played a purifying role, unveiling the deviations of conciliar papalism.
As Roberto de Mattei notes:
“The papacy of Francis has made manifest the hypertrophy of Roman primacy, forcing many Catholics to rediscover the distinction between the office of Peter and the person of the pope” (*Apologia della Tradizione*, Solfanelli, 2020, p. 198).
It can therefore be concluded that one of the positive effects, albeit paradoxical, of this papacy has been to force the Church to confront its own cultural distortions, stimulating an internal reform of the very concept of fidelity to the pope. In this way, absolutist papalism, the outcome of the ultramontane paracouncil of Vatican I, now finds its practical deconstruction, opening the way for a restoration of balance between primacy and collegiality, between fidelity and discernment.
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C’è ora in ballo un’altra questione urgente che riguarda l’elezione del Papa:
1. La Costituzione Apostolica « Universi Dominici Gregis » di San Giovanni Paolo II, al n°33, stabilisce che il numero massimo dei cardinali elettori nel conclave sia di 120 (centoventi).
2. Ieri mattina, se la notizia è vera e non ho letto male, il collegio dei Cardinali, non rispettando minimamente quanto stabilisce il Codice di Diritto Canonico riguardo a quanto stabilito per la Sede Vacante, ha stabilito che tutti gli oltre 130 Cardinali elettori entrino in conclave.
3. Se effettivamente gli oltre 130 Cardinali elettori entreranno tutti in conclave per scegliere il nuovo Papa, il nuovo Papa sarà valido ma illecito.
Perché lo sarebbe a causa di questo?
E’ illecito perché il numero massimo dei Cardinali elettori non rispetterà, se ne entreranno in conclave oltre 130, quanto stabilito al n° 33 della Costituzione Apostolica « Universi Dominici Gregis », tuttora in vigore in quanto mai abrogata o modificata da papa Francesco.
E’ valida perché l’elezione del Papa è opera dello Spirito Santo che si serve anche degli errori umani.
Per me è lecita perché il numero di cardinali elettori voluti dal Papa di per sé costituiscono un’eccezione che il Papa allora vivente aveva voluto ed aveva il diritto di volere in quanto legislatore supremo. Ma sarà invalida in quanto composta da una maggioranza di prelati fuori dalla Chiesa latae sententiae a causa delle loro eresie, apostasie e scisma.
In Pace
Il problema è che quanto stabilito in una Costituzione Apostolica può essere modificato o abrogato solo da un Pontefice regnante, non da un collegio di Cardinali in regime di Sede Vacante.
Legalmente poco importa che papa Francesco abbia nominato un numero superiore di Cardinali elettori perché se non ha esplicitamente modificato la Costituzione Apostolica attualmente in vigore, il numero massimo di Cardinali che possono partecipare al conclave rimane vincolato a 120: immagina che in Italia, dopo che la legge costituzionale ha modificato la Costituzione stabilendo la riduzione del numero di deputati e senatori rispettivamente a 400 e 200, si continuino ad eleggere, 630 deputati e 315 senatori, o forse anche di più, perché il parlamento, per pigrizia, sciatteria o noncuranza delle leggi ha preferito il clientelismo dei collegi elettorali senza però preoccuparsi di un’ulteriore modifica della Costituzione.
Quello che non vedi è che Francesco lo ha abrogato lui stesso con il semplice atto che ha creato quest’eccezione alla Dominicis gregi: il fatto stesso che li abbia creati lui da vivo proprio in quanto elettori e nessuno puoʻ andare contro questa sua decisione di eccezione.
In Pace
Se fosse come dici tu, vuol dire che San Giovanni Paolo II, che ha redatto per iscritto una Costituzione Apostolica al fine di regolare i conclavi, non sapeva che un Papa, come gli imperatori romani, può fare e disfare una nuova Costituzione Apostolica anche solo a parole o con i fatti, senza però preoccuparsi di mettere nero su bianco: dittatura pura!!!
Beh è come dico io, con buona pace per te.
Il vero problema in questo conclave è la
quantità anomala di scomunicati: un Papa puoʻ solo essere eletto da cattolici, non da eretici, apostati e scismatici.
Resta solo da pregare.
In Pace
Da quel che sapevo io, è infatti una dittatura, senza se e senza ma.
Stanti al fatto che i cardinali dovrebbero risiedere nelle sedi che han per loro solo mero fregio titolare, stanti il fatto che non si dovrebbe essere già episcopi per poter guidare qualsivoglia diocesi,stanti il fatto che il vaticano non c’entra con la giurisdizione spirituale di Roma, stanti il fatto che anche il popolo avrebbe diritto anche liturgico nell’elezione, comprendendo che situazioni emergenziali han reso consuetudine uno stato eccezionale di non illegittimi ( che dunque assume negli ultimi tempi evidenza terribile, ma così non fu recepito, e nega dunque ogni sofisma sull’illeicetà che si propina ) cosa si dovrebbe dire? E’ così da svariati secoli, checché ne scrivano e commentino gli pseudo tradizionalisti dotti nel sillogismo e nelle minuzie delle scienze o pratiche di riferimento ma senza quadro d’insieme e fondamento sulla Scrittura, la Tradizione ed i canoni.
Per quanto riguarda l’infallibilità aggiungerei all’ottimo scritto che va ben ponderato questo: ribadendo che l’infallibilità verte sia sulla disciplina che sulla dottrina riguardo la Fede, avendo però anche un magistero consueto che è integralmente affermato e trasmesso da tutti i gerarchi in comunione col papato – quello confessato universalmente ed univocamente sempre e dovunque – ogni gerarca è in tale ordinarietà infallibile se rimane nella Chiesa guidata in ultima istanza dal Papa, senza aver bisogno di permesso od approvazione sua, ed è proprio questo l’inghippo.
Il popolo ( clero, religiosi e laici ) è indifettibile per lo Spirito Santo nel ricevere e riconoscere tale annuncio ed opera divine, ma a livello normale e normativo ogni episcopo è infallibile.
Aver calcato la mano sulla malcompresa straordinarietà ha portato infondo alla negazione dell’infallibilità ecclesiale stessa. Inoltre il magistero autentico a cui è comunque dovuta riverenza e sottomissione fino a prova o sviluppo contrari, che non è infallibile, non è ipso facto un’opinione privata giust’appunto, che può ignorarsi del tutto ed anzi alle volte deve essere rintuzzata.
Non aver compreso questo ci ha portato esattamente ad avere un Pio X rapportabile a Paolo VI ed un Leone XIII a Francesco per adeguamenti poco felici a favore o contro il mondo, che sono i due approcci speculari della negazione dell’equilibrio, semplice se pur difficile, che ci ha imperato il Signore.
p.s. non ho alcuna simpatia per la distinzione fra « verità divine » e « verità ecclesiastiche » da professarsi. La Chiesa è il corpo mistico ed è vivificata dallo Spirito ed è illuminata dal Padre, con Maria quale rifugio simbolico e riferimento contemplativo. Non ha alcun senso distinguere fra imposizioni meramente ecclesiastiche o direttamente divine, ma è forse un mio limite.
p.p.s di papi illeciti ne abbiamo avuti talmente tanti…dopo Benedetto IX ed il grande scisma d’Occidente sotto tal rispetto oggi è poca cosa.
Ancora Buona santa Pasqua
https://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2025/05/lettera-aperta-del-prof-josef-seifert.html?m=1
Simò questo è un cretino.
Tralasciando che Viganò nemmanco è episcopo, perché per fare la sua bella carriera ( evidentemente si diviene così per folgorazione divina, quando invece è una psy-op, cioè, siamo esattamente nella morsa a tenaglia, con la frangia tradizionalista piena di beceri identitaristi politicizzati, farisei ipocriti dal marketing nascosto ed esoteristi camuffati, direi dal basso all’alto per il 50% ) non je ne frega niente a nessuno che il popolo deve partecipare all’elezione del proprio vescovo dandovi assenso, che è imposta la residenza nelle sedi cardinalizie che non dovevano mai divenire internazionaliste e favorire la balzana concezione della scissione e spostamento degli episcopi dalla propria sede secondo il comodo ( o gli affari ).
Tutti i papi rinascimentali hanno favorito simonia e nepotismo, come fu anche nei secoli precedenti la nascita del conclavismo.
Dato che se un atto giuridico nullo inficia poco, ma un sacramento nullo lede la situazione sacramentale del corpo mistico, la cosa interessa? NO, basta si conservino le forme esteriori, come dimostrano i foziani caduti sotto i soviet la cui Chiesa infiltrata dai servizi segreti comunisti, ledendone l’intenionalità interna con la simulazione, difficilmente può ritenersi apostolica ormai se non caso per caso.
Viganò ingiustamente scomunicato poi? Dai Simon…secondo la retorica di questi o del romanziere che ho premura di non nominare, allora l’ultimo papa valido fu Pedro de Luna come nel romanzo di Raspail.
Un italiano che manco io da ubriaco scriverei così, con la sicumera di dar all’occhio la mia passione ed amore della Chiesa, cosa di cui dubito per tutti loro.
Questa è la stessa gente che non comprende cosa significasse indulto perpetuto , in latino, riguardo il messale di PIo V, gente che crede di appellarsi al di tal documento di tal altro scritto per lavarsi la coscienza.
Permettimi poi di scrivere che mischiare le eresie di prima ( da dimostrarsi ) con quelle della elezione avvenuta, è quantomeno idiota, e mi limito a questo, perché non credo che un idiota abbia così risonanza, il che è gatta ci cova.
Nessuno ha nominato gli abusi liturgici ( tranne papacamama, di cui si è parlato troppo, e l’unico benemerito chi l’ha buttata nel Tevere ) di Francesco, altrimenti non credo si sarebbe potuti non tornare indietro fino a chissà quando, che il CVII è il grande alibi.
Tornava utile citare Onorio, ma invece…d’altronde verità per verità, il tradizionalista è anch’egli un eretico, perché ciancia?
Ma non è colpa solo del popolo cojone risparbiato dal cannone come scriveva Trilussa, sono i dotti che si gloriano delle loro competenze adeguative o rigidamente ammuffite, ed i collusi sia contro che a favore del mondo nell’istituzione ecclesiastica.
Ma uno verrà preso, ed uno lasciato…